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A 10 giorni da te…

A poco più di una settimana dal rientro di Antonio Conte, voglio fare un bilancio di questi 4 mesi di assenza. Sembrava ieri, in realtà sono passati 120 giorni, nei quali gioie (tante) e delusioni (poche) hanno scandito la vita bianconera senza il suo amato condottiero. Deferito il 26 luglio, la squalifica è iniziata il 10 di agosto, vigilia del trionfo in Supercoppa Italiana. Inutile tornare sul processo farsa che ha costretto il mister a stare lontano dalla panchina: abbiamo già detto tutto, argomentando le innumerevoli pessime figure che ha fatto il procuratore federale nel corso dell’inchiesta: l’ultima riguarda la sentenza del TNAS che ha assolto Fontana, sconfessando per l’ennesima volta il teorema Palazzi, se mai se ne fosse ancora bisogno.

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Tornando a Conte, all’indomani della squalifica tutti abbiamo avuto un sussulto, perchè è venuto a mancare l’uomo della rinascita, colui che ci ha fatto riconquistare non solo trofei, ma soprattutto lo spirito Juve, la fame che da sempre ci ha contraddistinto; io stesso credevo che la Juventus non sarebbe stata la stessa, ma oggi possiamo essere soddisfatti e dire che anche senza Conte in panchina, la Juve non ha mai smarrito quell’identità che Conte le ha dato, forgiando questa squadra a tutte le difficoltà che si possono incontrare in un percorso. Questo dice il quadro complessivo, se teniamo conto della testa della classifica in campionato, del secondo posto in un girone di Champions non facile: sembrerebbe che sia tutto ok. In realtà l’assenza di Conte si è fatta sentire eccome, in particolare nelle piccole cose, in quegli accorgimenti che solo un professionista del calibro del mister va a mettere in evidenza e a curare minuziosamente. Sia chiaro, professionalità che non si discute sia per Carrera che per Alessio, ma il mister è un’altra cosa. Con tutto il rispetto. Quei dettagli sono emersi in particolare in 3-4 gare.

A Firenze la Juventus non giocò bene. Merito di una Fiorentina in palla, molto lucida e propositiva, con una gran voglia di fare bene, di mettere sotto la Juve. E ci è riuscita, perchè la Juve ha subìto tanto, e non ha mai dato l’impressione di poter reagire. Merito anche e soprattutto di un pubblico che ha creato attesa attorno a questa gara, dopo lo 0-5 dell’anno scorso, preparando la partita come fosse l’ultima della storia del calcio, spinto dall storica rivalità con la Juve: i bianconeri si sono ritrovati spaesati, in un clima ostile, come quelle truppe che perdono il condottiero e non sanno più cosa fare. Hanno accusato il colpo, psicologicamente parlando: con Conte sono convinto che sarebbe stato diverso. Forse avremmo giocando comunque non bene, ma di sicuro non avremmo rinunciato del tutto a giocare.

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A Torino contro l’Inter abbiamo segnato dopo solo 1′ di gioco: un vantaggio enorme, da amministrare. Anzi, abbiamo sfiorato anche il secondo, ma dopo un quarto d’ora abbiamo smesso di giocare, nella convinzione di averla già vinta, invece l’Inter ha corso più di noi e ha rimontato clamorosamente: prima sconfitta dopo 49 gare, si è detto di una sconfitta “fisiologica”, in realtà ce la siamo cercata. La Juve non ha mai rinunciato a giocare, neanche quando vinceva 3 a 0 con Conte in panca.

Arriviamo alla sconfitta col Milan: la peggior Juve di Conte. O di Alessio. E vi spiego dopo perchè. Dopo il trionfo col Chelsea, il tonfo clamoroso col Milan, una squadra da metà classifica. Sono venute meno le idee, in tutti. Poca convinzione, pessima prestazione dal punto di vista atletico, zero gioco. In sintesi l’opposto del calcio che fa Conte. Se Fiorentina e Inter hanno avuto dei meriti, questa l’abbiamo persa per nostri demeriti. Nemmeno il gol del Milan è un merito: il rigore è inventato. Ma questo, seppur decisivo, è secondario rispetto a ciò che voglio dire: perchè la Juve vista a Milano mi ha ricordato, seppur con le dovute proporzioni e le giuste distanze, quella dei due settimi posti, in riferimento all’approccio alla gara e all’atteggiamento: Forse soffriamo la sindrome da esaltazione: dopo ogni prestazione superba, poi caliamo vistosamente nell’intensità mentale, abbassando la guardia. Una Juve che non corre è una squadra normale. Ma se corre, è super. Vedi la finale di Coppa Italia dopo la sbornia scudetto, vedi il Milan dopo il Chelsea. Ma a Milano è stata particolare: per la prima volte, forse, non sono state seguite nemmeno le indicazioni tattiche che ha impartito mister Conte, perchè ho avuto la sensazione che Alessio abbia fatto di testa sua. Padoin per Isla, quando in panca c’è Lichtsteiner, Giaccherini come esterni: a maggior ragione se si chiedeva a Isla di puntare Constant, visto che Giak accetta sempre l’uno contro uno, o anche Pepe, che però era mezzo infortunato; fuori Quagliarella e non Vucinic (inesistente prima di quel tiro salvato da Constant); negli ultimi dieci minuti Pirlo avanzato, Pogba largo e una specie di rombo a centrocampo, con Padoin arretrato terzino: Conte non avrebbe mai fatto questo sacrilegio tattico. Mai.

Cosa ha significato l’assenza di Conte, o meglio: cosa hanno voluto realizzare attraverso la sua ingiusta squalifica? Semplice: l’obiettivo dell’infamia perpetrata ai suoi danni era proprio questo, ovvero creare confusione, preoccupazione nell’ambiente e sulla squadra nelle partite più complicate; intimorire i giocatori nelle situazioni ostili, in quei frangenti nei quali l’unica cosa da fare è non perdere la bussola. E Conte è un maestro in questo, è un mago che riesce sempre a tenere alta la tensione, a farti sentire in discussione anche quando sei perfetto, perchè anche quando fai tutto bene c’è sempre qualcosa da migliorare, e quel qualcosa va migliorato, altrimenti perdi gran parte di quello che hai fatto. E gli errori Conte non te li perdona, per questo sei invogliato a dare sempre di più.  …”gli avversari se vogliono vincere devono sputare sangue”…”mai perdere la fame”…: e voi pensate che a Milano, nel teatro de “la mafia del calcio”, Conte avrebbe assistito passivamente a una prestazione così apatica dei suoi? Piuttosto dopo 45′ avrebbe tolto la giacca e si sarebbe lanciato in campo, a far vedere “quel gatto attaccato ai maroni” che era, non a caso ricordato proprio dal rossonero Ringhio. Queste erano le sue sfide…

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