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Mese: September 2010

Juventus-Cagliari 4-2 Bip Bip ne fa tre

In apertura di match Beppe Signori, dallo studio di Mediaset Premium, si lancia in un pericoloso discorso:

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Krasic è sicuramente un giocatore interessante, ma a differenza di Nedved segna poco.

Semplicemente un mito, così come il sorriso già alla fine del primo tempo quando Krasic, quel Krasic, aveva infilato due gol. La partita può essere letta così, ma anche in un altro modo.

Dopo la batosta presa dal Palermo, dove la Juve aveva retto al proprio ritmo solo per i primi 20 minuti, salvo poi svegliarsi negli ultimi 10 mostrando una rabbia piacevole, i bianconeri stendono il Cagliari. Ancora 4 reti, ancora 2 gol subiti, ancora tanta corsa e tanta dedizione.

Finalmente Del Neri dà spazio ad Aquilani e schiera un reparto offensivo fra i migliori del campionato: Pepe a sinistra, Krasic a destra, Iaquinta e Amauri davanti. Qui sta la chiave del gioco offensivo bianconero, con Aquilani a dettare geometrie insieme ad un rinato Felipe Melo. Questo è il fuoco della Juve, ancora troppo sofferente dietro per sperare di vincere le partite in tranquillità. Ma sono comunque grossi passi avanti rispetto al passato recente. E tanto ancora c’è da migliorare.

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Protagonista assoluto del match il biondo serbo, quello che assomiglia a Nedved. Milos Krasic è forse l’acquisto più importante del dopo Calciopoli, e pare difficile una smentita nel prossimo futuro. Ha corsa e tanta quantità, ottimo dribbling, tanta dedizione, molto fiato e un senso istintivo di puntare l’avversario e la porta. Tutte caratteristiche che alla Juve mancavano proprio dall’addio di Nedved. Gioca a destra, ma in fase offensiva te lo ritrovi un po’ dappertutto, soprattutto in zona centrale quando non ha palla, pronto per puntare l’area avversaria. Il primo gol nasce da una respinta della difesa e un buon tiro al volo, chirurgico per precisione e potenza. Il secondo gol è una perla per l’inserimento e il tocchetto che mette fuori causa il portiere. Il terzo gol mostra ancora una volta la ferocia con la quale, palla al piede, decide di andare in verticale. Lo aiuterà una deviazione, e ogni tanto un po’ di fortuna serve pure a noi. Per il resto, è il solito Krasic che si sbatte come pochi sulla fascia, che stanca l’avversario di turno puntandolo per metri e metri, per novanta minuti.

Come Krasic… Pepe. Il nazionale di Lippi non avrà il dribbling spettacolare di Cristiano Ronaldo, né la dedizione di Soldatino Di Livio, ma la corsa e l’efficacia sono fondamentali per gli attaccanti bianconeri. Prezioso in fase di copertura, più del serbo, utilissimo in fase di spinta. Siamo già a un gol (contro la Samp) e due assist.

Menzione particolare per Felipe Melo, praticamente leader del centrocampo e – inaspettatamente – leader carismatico di una Juve che deve avere nella ferocia un’arma preziosa per stroncare gli avversari. Recupera palloni in quantità industriale, ne gioca altrettanti con una serenità mai vista l’anno scorso. Sempre puntuale nelle chiusure e nelle ripartenze. Non ha ancora beccato un “suo” giallo (chi vuol capire… capisca) e trascina come pochi. Ampi meriti per Del Neri e Marotta, e per tutti i suoi compagni come lui stesso dirà a fine partita. Sono le sue le parole più belle per descrivere il match e il nuovo corso Juve. “Mi aiutano tutti, la società e i compagni, e io sono contento di poter giocare in questo modo”. Figurati noi se siamo contenti, Felipe!

Chi sembra proprio fuori dal progetto, e mi dispiace terribilmente, è Momo Sissoko. Quarta scelta dopo Melo, Marchisio e Aquilani, il maliano soffre un ruolo che non sembra suo. Strano perché nel 4-4-2 di Ranieri si era inserito a meraviglia. Appare stordito, poco lucido, molto poco combattivo. Non chiude e non attacca, smista palloni che perde facilmente e anche la corsa è opaca. Che succede Momo? Qui abbiamo bisogno di tutti. Come dei piedi di Aquilani. Per il romano è la prima vera, e convincente, apparizione con la maglia della Juve. Ha solo bisogno di lavorare fisicamente, ma il fiato è già buono e sui piedi non si discute. Con Melo a fianco può giocare molti palloni in tranquillità e il suo tiro da fuori può rivelarsi un’arma preziosa. Buoni lanci e ottime aperture. Benvenuto Alberto!

E chiudiamo con le note negative. Chi ha fatto scuola calcio capirà immediatamente che gli errori difensivi della Juve derivano da un lavoro massacrante che Del Neri sta facendo svolgere a tutto il comparto difensivo. Errori elementari nel posizionamento, diagonali mal riuscite. E’ solo una prima fase di un assestamento che dovrà, però, avvenire in fretta. Buon lavoro a tutti. E buona fortuna ad Amauri, vittima, pare, di una semplice contusione alla caviglia. Sarebbe un peccato rispedirlo in infermeria. Proprio adesso che ci serviva come il pane.t

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Quelle strane analisi del mondo del calcio

In queste prime settimane si è assistito a un po’ di tutto, e di più. Sconfitte pesanti, facili vittorie, errori, sviste. Ma la cosa più clamorosa è assistere a certe analisi di grandi personaggi del mondo del calcio rispettosi di copioni già scritti da editori e conduttori e proprietari di giornali, TV e trasmissioni.

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Cominciamo con le prime della classe, cioè l’Atalanta di Milano, la Roma e il Milan, partendo dai rossoneri. La rosa è praticamente identica a quella dello scorso anno, con un paio di utili innesti. Robinho e Ibra servivano più per una probabile campagna politica di riconferma di Berlusconi e certo le cifre reali non sono quelle stampate sui giornali. Impossibile crederci, almeno. Il povero Allegri si ritrova così in mezzo a un casotto senza fine: Ibrahimovic dove lo metto? Intanto lo svedese segna, ma la difesa non regge: 3 pareggi in campionato, una vittoria risicata contro uno sciupone-Auxerre e poche certezze, a parte il clamoroso colpo Boateng (la cui vicenda andrebbe approfondita, ma, evidentemente, c’è qualcosa sotto). La squadra rossonera non mostra equilibri. Là davanti può far male, ma è lo stesso male che le avversarie procurano alla difesa in maniera puntuale. Inoltre Abbiati non appare così sicuro tra i pali (leggi Capuano).

La seconda classificata nel torneo aziendale 2009/2010 è partita malissimo. Dopo aver acquisito Borriello e messo fuori dai giochi Baptista e aver riconciliato la famiglia Burdisso (con scarsissimi risultati in campo), Ranieri ha semplicemente mostrato, ancora una volta, il perché a Torino lo volevano fuori dalla Juve a tutti i costi. Partenza da brivido, con errori, nervosismi, scarso gioco, tanti gol presi, una condizione traballante e un po’ di infortuni. Come al secondo anno di Juve: non può essere solo un caso. E cominciano le prime lamentele: arbitraggi, cartellini che ci potevano stare, gol da polli, fantasmi di Lippi, Nereo Rocco o Trapattoni. Guardare sempre fuori e non dentro, una sorta di regola non scritta di Ranieri e i suoi. Beati gli avversari.

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Chi proprio non si è potuto lamentare degli arbitraggi è quel grande etico dello sporto che risponde al nome di Massimo Moratti. Non ha comprato nessuno perché deve rassettare il bilancio ampiamente falsificato dal 2001 ad oggi. Non ha comprato nessuno perché intento a raddoppiare gli ingaggi dei propri giocatori nonostante le false cifre stilate dall’House Organ di color suino. Nicchi però è sempre vigile e la protezione è completa. Così, visto che non viene cagato da quel di Torino, provvede in prima persona a scatenare le liti. Prima se la prende per i falli commessi da altri giocatori (leggi fallaccio di Burdisso), poi gufa contro ex-calciatori (leggi Ibra che però aveva segnato e continua a segnare), quindi scaglia frecce avvelenate contro la Juve.

Motivo del dissidio è l’incontro fra Marotta-Agnelli con Abete. Ma Marotta-Agnelli e Abete non si sono incontrati in un locale nottuno all’ora di chiusura, né negli uffici della Saras a mo’ di 007. Semplicemente, nel corso di una burrascosa trattativa giocatori-società Marotta e Agnelli hanno illustrato i contratti brillantemente studiati e attuati dalla NUOVA dirigenza juventina. Il primo a firmare contratti-a-rendimento (in cui cioè esiste un fisso e una grande parte variabile legata a prestazioni personali e di squadra, così come in tutte le società del mondo) è stato Motta. Il prototipo del contratto è stato accettato dalla Lega e può essere preso a esempio per i successivi ingaggi. Certo, inutile nascondere come Marotta e Agnelli abbiano fatto accenno alla spinosa vicenda chiamata Calciopoli-bis. Fra pochi giorni Moggi, a Napoli, sentirà Moratti e Galliani e Abete parlare in aula, davanti al giudice Casoria. Ne sentiremo delle belle. Intanto la difesa Moggi ha presentato i CD con le nuove telefonate che la FIGC non poteva non prendere  sul serio. Si è discusso di questo e la Juve chiede un po’ dignità umana, dopo aver pagato un prezzo altissimo.

Tale prezzo altissimo è stato fissato da Moratti in persona, che dal 2006 ad oggi ha costretto una nazione intera a rendersi partecipe del più triste inganno calcistico, ben documentato all’estero. L’unico rimasto a credere alle vittorie di cartone è proprio Moratti. Contento lui, scontenti tutti gli altri. Ma è l’Italia. Ci piace così. Forse!

Chiusura dedicata alla buffonata che ha coinvolto Cassano. Il talento di Bari Vecchia ha saltato il match di ieri sera per affaticamento. La stampa, certa stampa, si è subito buttata costruendo una favoletta che non esiste. Fantantonio ha giocato, sin qui, 9 partite di fila fra Preliminari, Campionato, Nazionale. E non siamo ancora a fine settembre. Qualcosa di eccezionale, qualcosa di distruttivo per le gambe di quello che, ricordiamocelo, è pur sempre un ragazzo di 28 anni. Ancora una volta ci dimentichiamo che quei cosi che indossano le maglie che tifiamo sono dei ragazzi fatti di carne e ossa, e non motorini che vanno a benzina. Un po’ di clemenza per i limiti del fisico umano non guasterebbe. Con buona pace di quei critici del calcio che, prima di ogni articolo pubblicato, dovrebbero sostenere l’antidoping. Loro sì, per tutte le cazzate che sparano. Salute a tutti!

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Risposta a Zamparini

Caro Zamparini,

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la vita da presidente di una squadra di calcio è durissima. Specialmente per chi intende il calcio come una vetrina o un qualche sostegno per il proprio business. Business che col calcio non c’entra nulla. Avevi bisogno di una pubblicità importante in Sicilia e hai rilevato il Palermo portandolo ad ottimi risultati. Sei stato ospite fisso de “Il Processo di Biscardi” e questo la dice lunga sulla tua qualità intellettiva. Hai sparato a zero e gratuitamente sulla metà delle persone che lavorano nel mondo del calcio. Detieni diversi record su allenatori cacciati o messi sotto contratto e liti furibonde con dirigenti, tecnici e giocatori. Sei stato artefice dello sfascio della Lega, hai appoggiato il tuo amico Galliani e leccato il culo al tuo amico Moratti. Ora… non rompere più i coglioni a noi bianconeri.

L’uscita, incauta, alla Zamparini praticamente, con la quale hai abbinato la storia indiscussa della Juve a quella recente, discutibile, tanto per usare un eufemismo, della Seconda Squadra di Milano non fa altro che confermare il solito vizio al pianto e alle accuse. Dirigere e portare al successo una squadra di calcio è complicato: occorre intelligenza, perseveranza, intuito e tanta classe. Se il tuo Palermo non è mai andato oltre un certo risultato non può certo essere sempre colpa dei tecnici (peraltro cambiati in quantità industriale) né dei giocatori (visto che qualche talento da lì è passato e qualcuno sta nascendo in questi recenti mesi).

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L’uscita incauta fa a spallate con le primissime dichiarazioni dello stesso Zamparini (ammesso, a questo punto, che siano vere) dalle quali si notava un certo ottimismo per la buona prova dei rosanero e un plauso (leggi “leccata”) alle sorti dell’Atalanta di Milano.

Durante il match si sono verificati almeno quattro episodi dubbi. Togliamone uno: ne restano tre. Tutti e tre falli palesemente da rigore, molto semplici da intercettare e passibili di fischio pure per Ray Charles. Se simili favori fossero stati concessi alla Juventus staremmo qui a parlare di interrogazioni parlamentari e di codice penale. Viceversa, ieri non si è fatto cenno, in TV o oggi sui giornali, a tali episodi. Piuttosto ci si domanda come sarebbe cambiata la partita se Bergonzi avesse fischiato un calcio di punizione dal limite dell’area a favore dell’Udinese e avesse ammonito Giorgio Chiellini che correva poco dietro a Leonardo Bonucci in chiusura su Sanchez.

La vita è semplice in fondo, sono solo certe persone che la complicano per nascondere le malefatte. E l’uscita di oggi di Zamparini sembra proprio una di quelle mosse maledette per sviare l’attenzione su quanto di più veritiero: una squadra stenta ancora a raggiungere una qualificazione in Champions, un’altra continua imperterrita a falsificare tornei violentando il gioco del calcio.

Ciao Maurizio, buon lavoro con le tue aziende.

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Udinese-Juventus 0-4 Si comincia a ragionare

Il risultato pare la logica conseguenza di una crescita naturale sotto molti aspetti. Da quello tattico, evidente, a quello fisico, attendibile, passando per quello tecnico. Le gambe girano e il gioco migliora, con una crescita collettiva nella mentalità e nell’approccio al match. Probabile che questa Juve cominci a scrollarsi di dosso paure e fatiche, soprattutto mentali.

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I bianconeri sono sembrati molto liberi nella testa, abbastanza sfacciati in certe circostanze tali da giustificare una sorta di convinzione nei propri mezzi. E’ in questo modo che vanno interpretate le giocate di Bonucci nel primo tempo e le continue sgroppate di Krasic nel secondo, o la gestione del pallone di Marchisio e Felipe Melo.

Di fronte una Udinese piuttosto arrendevole, ma non ci sto a sottolineare solo i demeriti dell’avversario. La squadra di Del Neri si è mossa benissimo, coprendo il campo e rimanendo sempre compatta e lucida. I piedi di Melo e Marchisio hanno prontamente smistato il gioco da destra a sinistra, preferendo spesso la soluzione Krasic, il più propositivo. A proposito del serbo, qualcuno dovrebbe tranquillizzarlo sul fatto che il gol presto arriverà, ma non deve diventare una ossessione. Fin qui ha messo a segno parecchi assist: ieri due. Già questo al pubblico basta, oltre alla superiorità numerica che riesce sempre a creare. Ancora troppo arrivista e frenetico, figlio di una voglia matta di mettersi in luce. La sensazione è che può ancora migliorare, e tanto. Un bene. Praticamente, dati e voti alla mano, è il miglior acquisto della Serie A. Così, tanto per chiarire una prima conferma del lavoro di Marotta e Paratici.

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Torniamo al campo. Distanze fra i reparti ridimensionate rispetto alle due gare casalinghe contro Samp e Lech. Il filtro della mediana ha funzionato, così come le chiusure dei centrali difensivi e la linea di fuorigioco. Marchisio e Melo hanno velocizzato la manovra. Pepe è rimasto più basso del solito: ordini superiori. Krasic ha sempre formato una sorta di tridente con i due “leggerini” Del Piero e Quagliarella.

Sul Capitano poco da dire: sostanza, qualità e ottime giocate. Prezioso, come sempre. Che il tempo ce lo protegga. Invece Quagliarella certifica una pazzia assoluta, di quelle da far saltare di gioia i tifosi. Mai sulle gambe, sempre sul pezzo, a suo modo. Dribbling, corse frenetiche, pressing e poi quella magia che vale da sola il prezzo del biglietto. Gol alla Quagliarella. E già tutti si aspettano la prossima acrobazia, magari con festeggiamento incluso. Già, i festeggiamenti dopo il gol. Chiedere a Iaquinta cosa significa essere insultato e non potersi tenere tutto dentro.

Un giocatore va in campo per ripagare la fiducia della propria società e far felici i propri, solo i propri, tifosi. Se poi quelli che una volta tifavano per te se la prendono con tua madre… beh, non so voi, ma lo sfogo di Iaquinta dopo il 4-0 mi sembra legittimo e pure abbastanza educato. Io avrei fatto peggio, molto peggio. Mi sarei girato il campo a mostrare il cognome sulla maglia, magari facendo segno con la mano che quello era il quarto gol. Inoltre non ho ben compreso il cartellino giallo. Poi però, leggo Bergonzi e capisco molte cose.

I prossimi impegni sono di quelli da metter paura. Giovedì sera rientrerà Amauri, mentre per De Ceglie, Traorè e Martinez si andrà alla prossima settimana. Da verificare le condizioni di Motta e capire il motivo per cui Aquilani non viene impiegato. Per il resto, si comincia a ragionare.

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Verso Udine, con molti dubbi e poche certezze

Verso Udine, con poche certezze, molti dubbi e tante speranze. E’ questa la strada che la Juve deve attraversare, di corsa se si vuole diventare una squadra vera.

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Quella attuale è solo l’ombra malvagia di una Juve in cerca di se stessa per quanto riguarda il morale e le caratteristiche distintive dell’ambiente bianconero, di una Juve in cerca di una forma per quanto riguarda il credo di Del Neri. Troppi cambi perché il motore si accendesse sin da subito, troppi volti nuovi per vedere una Juve già in forma tatticamente. Il lavoro di Del Neri appare comunque buono. Il modulo sta assumendo sempre di più una certa consistenza, i ruoli sembrano definiti, le gerarchie quasi ultimate. Movimenti e attenzione invece latitano, e sono lacune da colmare al più presto. Non ci aspetta nessuno, e non perché bisogna vincere qualcosa.

Due pareggi rocamboleschi e una sconfitta amara. Sette gol fra cui, almeno la metà, evitabilissimi e altri davvero spaziali (Donati, Cassano e il terzo del Lech) a conferma che quest’anno sarà durissima. Il gruppo appare compatto, con alcuni leader indiscutibili.

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Non si può fare a meno del carisma e della classe di Del Piero che ha sigillato il ritorno in Europa con quel meraviglioso gol, che ha dato la carica contro la Samp e contro il Lech. Ma quanto durerà. Ecco perché occorre ritrovare Amauri (è già pronto per domani e lo danno in strepitosa forma) e magari puntare forte sulla pazzia di Quagliarella (utilizzabile solo in campionato, quindi magari riposato di domenica in domenica).

Chiellini e Marchisio sono certezze. Entrambi hanno il pregio di mostrare un carattere da veri juventini. Combattivi e mai molli, concentrati e con buona classe. Il difensore è una pedina insostituibile e queste prime partite hanno dimostrato che di Marchisio non si può fare a meno. Sono i due giovanotti che si contenderanno la fascia di capitano il prossimo anno, quando cioè Del Piero abbandonerà la casacca numero 10.

Altri due leader, inaspettati, sono Felipe Melo e Krasic. Chiariamo subito il significato di leader. Il brasiliano sta ritrovandosi. Sempre meno svarioni (ne ho contati quattro in tre partite, ci può stare per uno in quel ruolo) e sempre più cose positive. Recupera un gran numero di palloni e anche la fase di spinta è migliorata/migliorabile. Per non dimenticare che le reazioni nervose sono drasticamente scomparse, merito indiscusso di Marotta e Del Neri. Viste le doti tecniche, più prezioso di Sissoko in mezzo al campo, con un uomo d’ordine al fianco. Il serbo sta distinguendosi per tenacia, doti atletiche e un amore incredibile per questa maglia. Lotta e corre, soffre e spinge. Non avevamo un esterno così da tanto, troppo tempo. Quando migliorerà tatticamente e si sarà scrollato di dosso un po’ di emozione ci divertiremo sul serio.

Tutti gli altri devono migliorare. La maglia della Juve pesa e a tratti questo è palese negli sguardi di qualcuno. Serve intraprendenza (tipo quella di Pepe e di Motta quando spinge), un po’ di faccia tosta (quella di Bonucci), tanta corsa e qualità (quella di Iaquinta, prezioso in questa 15 giorni di fuoco, e quella di Aquilani se il ragazzo romano ritroverà la gamba). Serve tutto questo a partire da domenica pomeriggio alle ore 15:00. Quando serviranno i tre punti finali.

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Juventus-Lech 3-3 Follia pura

Davanti ai propri tifosi, al debutto europeo, una di quelle gare da non sbagliare, la Juve mostra tutti i suoi limiti. E paradossalmente mostra pure enormi potenzialità, la maggior parte delle quali inespresse. Chissà fino a quando. Gigi Del Neri è chiamato a un lavorone: inculcare nella testa dei giocatori che quando si indossa quella maglia occorre sacrificare molto di più che qualche minuto di corsa, qualche calcio al pallone e tanta buona volontà. Se giochi per la Juve tutto ciò non basta, ammesso che sia sufficiente in generale.

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La Juve fallisce, di brutto, l’esordio europeo. Da tre partite, ormai, non vince e pare aver compiuto significativi passi indietro rispetto ad un inizio di stagione promettente. Quali sono i motivi? E’ la domanda che sento pronunciare più volte in giro. Una risposta plausibile, non certo giustificante, è il fatto che il gruppo è andato formandosi soltanto negli ultimi giorni di mercato, quando cioè erano passati i 45 giorni di preparazione. Quindi inserimento più difficoltoso per i nuovi (Aquilani, Quagliarella, Krasic), certezze venute a mancare (il possesso palla di Diego e la ferocia di Trezeguet), brillantezza andata a male (Motta, Lanzafame, Sissoko).

La Juve andata in scena ieri sera è soltanto un prototipo negativo di quella che potrebbe essere. Se si attacca, con Melo e le ali a supporto degli attaccanti, allora è tutto ok e i gol comunque arrivano (6 in due partite). Ma la fase difensiva è carente sotto tutti i punti di vista: il centrocampo non fa filtro, i centrali sono sempre scoperti e i terzini avrebbero bisogno di ossigeno.

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Preoccupa De Ceglie il cui apporto non può certo essere in stile robot: ha 24 anni, ma ha pure due soli polmoni e questo ragazzo non si ferma dai primi di luglio. Stesso discorso per Motta, che certo deve migliorare quando difende, perché quando spinge è ficcante ed efficace.

Occorre lavorare sulla coppia Marchisio-Felipe Melo perché al momento è quella che pare la più affidabile. Sissoko è troppo distratto: mercato? Condizione insufficiente? La titolarità è una parola riservata soltanto a pochissimi nella storia bianconera, certo non può essere legata a Sissoko. Il brasiliano invece è la più bella sorpresa di questo inizio di stagione: poche sfuriate, pochi palloni persi (anche se contro la Samp uno poteva risultare decisivo per gli avversari e contro il Lech ha commesso un inutile fallo da rigore), e tanto tanto lavoro. E’ più sereno mentalmente, benissimo in interdizione e bene quando attacca. Ritrovato, ma deve ancora migliorare e con Del Neri ha tutto il tempo per crescere.

Gli elogi per Capitan Del Piero, pallidissimo domenica, brillante ieri sera, a dimostrazione che a 36 anni devi sceglierti la partita e non puoi giocarle tutte, si sprecano. Il terzo gol è una di quelle perle, per giunta di sinistro, il piede teoricamente più debole. Ma non è il gol a regalargli un voto alto, piuttosto la prestazione complessiva. Anima e motore di una Juve che certamente non gli si addice. Corre, recupera, imposta, lancia e si lancia, segna pure regalando due assist. Che altro? Gli serve come il pane una prima punta pesante, come lo era Trezeguet, come potrebbe esserlo Amauri o Iaquinta, non certo Quagliarella.

I dubbi tattici di Del Neri richiedono ancora un po’ di pazienza. Le ali cominciano a carburare, soprattutto Krasic che pian piano troverà i giusti equilibri tattici: le potenzialità non gli mancano di certo. Pazienza, già, ma quanta?

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Juventus-Sampdoria 3-3 Tutto in salita

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Un giorno Giampiero Boniperti ebbe a dire che “vincere non è importante: è l’unica cosa che conta!”. Lo diceva della sua Juve, descrivendo sostanzialmente una delle caratteristiche più importanti dell’ambiente e della storia bianconera. Oggi ci si confronta invece sulle frasi di Del Neri e di Marotta. Frasi che, a quanto pare, hanno sollevato un polverone incredibile. E non ne capisco il motivo.
L’anno scorso serpeggiava tanto ottimismo sulla figura di Ferrara. E gli acquisti di Melo e Diego avevano acceso strane fantasie. Si parlò di scudetto e di finale europea, per poi accontentarsi di Zaccheroni e prendere coscienza di una qualificazione ai preliminari di Europe League arrivata solo perché i Disonesti e la Roma sono arrivate in finale di Coppa Italia.
Se Marotta ha sottolineato l’impossibilità di osare sul mercato a causa dei mancati introiti, Del Neri ha più volte accennato al “passato” visto come portatore sano di paure e di debolezze che non sono da grande squadra. Sono stati chiamati da Andrea Agnelli per risollevare le sorti della Juve, non certo per portarla ai livelli magici di Trapattoni negli anni ’80 o di Lippi negli anni ’90. E prendere coscienza di questa situazione è segno di forza, non di debolezza.
Le frasi di Del Neri e di Marotta non sono per nulla segnali di resa, piuttosto una forte presa di posizione sulla situazione attuale della Juve. Si sta costruendo qualcosa, almeno ci si sta provando, e per questo serve tempo. Tanto tempo e nessuno può dire quanto.
Bisogna crederci, tifare e incoraggiare. Non c’erano soldi per arrivare a campionissimi e proprio la Juve del passato ha insegnato come si arriva al successo grazie ad un gruppo solido, prima di tutto. Chi non sente di avere fiducia, chi non vuole guardare in faccia la realtà è pregato di non parlare di Juve nei termini che è possibile leggere su Internet. Specialmente, lo deve fare chi si professa tifoso. Chi dice di essere bianconero dalla testa ai piedi. Falso, solo ipocrisia e quella malsana voglia di criticare gratuitamente.
La Juve di oggi ha solo il nome della Juve del passato. Sono stati tartassati valori importanti che avevano portato successi anche quando la rosa poteva risultare inferiore rispetto alle avversarie.Questi valori devono essere recuperati attraverso la cultura del lavoro.
Passiamo al campo. Il pareggio contro la Sampdoria ha mostrato tutti i limiti di una Juve apparsa già stanca (e ci starebbe pure dopo le soste e il lungo lavoro svolto a luglio), in attesa di smaltire le tossine e far girare le gambe velocemente. A preoccupare, piuttosto, è un senso di smarrimento che ogni tanto coinvolge gran parte dei giocatori in campo. E’ come quando il ragazzo impreparato tenta di prendere tempo: ce la mette tutta e spera che l’insegnante non lo attacchi. Poi quando arriva la domanda giusta, lo stesso alunno mal-preparato affonda il colpo e risponde bene. La metafora pare quella giusta. Quando la Juve può distendersi sulle fasce e attaccare con forza lo fa bene: benissimo Krasic, bene Pepe, benissimo Melo, ancora fuori ruolo Del Piero (fin troppo egoista) e spaesato Quagliarella (che non è una prima punta, né una seconda punta come servirebbe a Del Neri).
La mia sensazione è che Del Neri e Marotta abbiano un po’ litigato sui nomi e sulle caratteristiche. E’ chiaro infatti che questa Juve non può prescindere da un attaccante di peso: quindi o Amauri (imprescindibile) o Iaquinta sempre in campo. A quel punto Del Piero potrà fare il regista avanzato, ma Quagliarella certamente no. Secondo me manca Diego, che tanto bene aveva fatto fino alla sua cessione. Molto bene invece le due ali titolari, cioè Pepe e Krasic. In attesa di vedere impiegato Lanzafame (Del Neri credici, ha talento ed è sfrontato, il che non guasta) e di capire cosa farne di Aquilani e Sissoko (perché non inserirli per far rifiatare Marchisio e Melo?), il serbo ha fatto rivivere le sgroppate di Nedved. La progressione è spaventosa, il dribbling ottimo e ancora migliorabile, la resistenza è incredibile. Non si capisce perciò perché è stato tolto domenica pomeriggio, visto che risultava il migliore in campo per pericolosità ed efficacia (un gol mangiato dopo 50 metri di corsa palla al piede, due assist e un paio di cross ottimi).
I problemi riguardano quasi esclusivamente la retroguardia. Le squadre di Del Neri sono famose per le pause terribili che costano gol e imbarcate di gol. De Ceglie è in difficoltà (non ha mai riposato) e l’infortunio di Traoré non lo aiuta, mentre Motta era visibilmente carente di ossigeno (allora è stato commesso un errore a non prendere un suo sostituto). Giovedì subito in campo. Non è permesso fallire l’esordio. Inoltre, non è possibile vedere una Juve non vincente in tre partite.

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Sullo sciopero del 25 e 26 settembre dei calciatori

Oggi essere calciatore di Serie A è una certezza per la prole e i figli dei figli: certezza economica. Gli stipendi che un giocatore, di media qualità per non dire cose peggiori, percepisce non è lontanamente paragonabile a quello di un impiegato. Per carità, i privilegi devono essere riconosciuti a questi ragazzi, ma intascare 8 milioni di euro ogni anno per dare calci a un pallone e mostrare continuamente come non si dovrebbe stare al mondo da persone civili… beh questo mi pare eccessivo. Se poi questi stessi ragazzi, questi privilegiati, si permettono di indire uno sciopero, di quelli che molte persone pagano di tasca proprie per ragioni più dignitose e certo più serie, allora il punto più basso della miseria intellettiva umana è stato raggiunto.

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Non essere d’accordo con Lotito (leggi le sue parole) mi pare un azzardo. Parole stante quelle del buon Claudio, uno che non ha avuto paura di certi tifosi (li chiamano ancora così) e che ha compiuto un certo tipo di lavoro per la sua Lazio (ho approvato il suo modo di agire contro/su Ledesma e Pandev). E francamente non capisco le parole di Oddo, uno che per un taglio di capelli al Mondiale e per starsene seduto comodamente in tribuna guadagna quanto io e mio padre non-guadagneremo in tutta la nostra vita. A tutto c’è un limite. O forse no!

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P.S.

Ancora una settimana di vacanza e questo blog tornerà ad essere aggiornato regolarmente. Buon lavoro a tutti i gentili e pazienti lettori.

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