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Mese: October 2010 (pagina 1 di 2)

Rispondo io a Claudio Ranieri sull’uscita di Jean Claude Blanc

Pochi giorni fa, in concomitanza con l’Assemblea degli Piccoli Azionisti, Jean Claude Blanc è stato molto criticato in virtù dei suoi atteggiamenti e delle sue azioni in veste di Amministratore Delegato Juve. Toni pacati, ma tanta sostanza. E’ stato rimproverato al più inetto Presidente della Storia Bianconera la scarsa professionalità e l’assenza di meriti, anzi i tanti demeriti nell’aver trasformato la società più gloriosa del mondo del calcio (seconda solo al Real Madrid) in una cooperativa di un sobborgo torinese. Abbiamo subito tanto: tracollo dello stile, assenza mediatica in difesa dei colori bianconeri, compravendita di bidoni, smantellamento di una rosa prestigiosa e chi più ne ha più ne metta. Non ho menzionato i ridicoli risultati raggiunti spacciati per vittorie, tipo l’accesso alla Champions, un terzo posto in uno dei campionati più scarsi a livello qualitativo e chissà cosa.

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Detto questo, cioè posto che nessun tifoso può smentire quanto da me detto sopra o addirittura dissociarsi da un pensiero talmente comune che pare inutile ribadirlo, non mi va assolutamente che il signor Claudio Ranieri risponda in qualche modo a delle verità cristalline che Jean Claude Blanc ha finalmente sputato fuori rendendole ancora più esplicite di quanto non lo erano già. Quali sono queste verità?

La prima, che è anche la sconfitta più grande per un tifoso bianconero, è sentire queste parole:

Soltanto l’ultima sta gione è stata negativa, in pre cedenza siamo saliti dalla se rie B, abbiamo conquistato l’accesso alla Champions, un terzo e un secondo posto in campionato…

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Roba che se questi risultati li raggiungi a Perugia o Roma sono grandi vittorie, mentre a Torino è solo la conferma di un grande fallimento. E questi fallimenti hanno una firma ben precisa: Claudio Ranieri e Jean Claude Blanc.

La seconda cosa, verità tremenda, è la seguente:

Avevamo due strade, erano stati trovati ac cordi con entrambi i giocatori e con i rispettivi club. Non volen do imporre la nostra scelta a Ranieri, gli abbiamo chiesto di scegliere. È stato lui a deci dere di ingaggiare Poulsen.

Come aveva detto Secco, la Juve aveva realmente le mani su Xabi Alonso e su altri ottimi giocatori, ma la gestione tecnica del mercato è stata deficitaria. Ora, tu fai il Dirigente della Juve e quando qualcuno dà i numeri bisogna prendere provvedimenti: o lo si caccia o lo si zittisce. E se Ranieri avesse chiesto Knezevic? Ops, anche questo bidoncino è stato acquistato. E’ inutile ridare alla storia la sua valenza e la sua verità, si rischia solo di innescare un’altra guerra mediatica di cui noi tifosi, già ampiamente amareggiati, ne faremmo a meno. Ma ormai Blanc ha parlato, mostrando finalmente un po’ di coraggio che, bene inteso, non può riscattarne la storia, e il signor Claudio Ranieri farebbe bene a non rispondere. Perché eviterebbe in questo modo un fiume di parole e parolacce, di analisi e di commenti che di positivo non avranno nulla. Comunque, se proprio Claudio Ranieri vuole replicare… che abbia l’accortezza e la gentilezza di rispondere a queste semplici domande:

  1. perché Giovinco è stato letteralmente bruciato?
  2. perché i senatori non erano d’accordo col suo modo di gestire la Juve, proprio i senatori che avevano conosciuto la Grande Juve?
  3. perché Poulsen e non Xabi Alonso?
  4. a cosa serviva Knezevic?
  5. perché Jorge Andrade e la bocciatura di Criscito?
  6. perché aver massacrato Tiago e Almiron?
  7. perché non aver offerto a Birindelli la sua ultima apparizione, una giusta partita d’addio a un uomo che ha dato tanto alla causa bianconera (non sarà ricordato come Roberto Carlos, ma ha vinto tanto e offerto prestazioni eccezionali se paragonate al suo valore)?
  8. perché aver rotto le scatole su una Juve che ci prova, che è inferiore, che “noi siamo pronti se gli altri…” e tante frasi in netto contrasto con la storia bianconera?

E mi fermo qui per non intasare il post di insulti. Con Didì Deschamps una Juve ridotta ai minimi termini riuscì nell’impresa di esportare il marchio Juve in tutto il mondo, dominando una Serie B con ragazzotti di 18 anni e senza struttura societaria. Rimpiangere Deschamps è la conferma del fallimento di quello che è accaduto dopo, cioè l’era Ranieri. Una perdita di identità clamorosa che ha trascinato la Juve nel baratro. Una vittima di Ranieri è proprio Ciro Ferrara. Nessuno mi toglie dalla testa il dubbio “cosa avrebbe potuto fare Ciro con una dirigenza competente e senza le scorie dei due anni di Claudio Ranieri”?

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Andrea Agnelli, il mio Presidente

Escludendo la Triade per tutto quello che ci ha regalato, emozioni che nessun Palazzi o Guido Rossi potranno mai cancellare né lontanamente scalfire, oggi l’idolo fra gli idoli è certamente Andrea Agnelli. In questi maledetti quattro anni di gestione senza senso di una società che della Juve portava abusivamente il nome il tifoso si era stufato. Principalmente era indispettito del modo in cui certe persone erano ascese al comando di una delle più grandi squadre del mondo e di una delle più preparate società nel mondo del calcio, e non solo. Troppi errori tecnici, troppe scelte la cui unica giustificazione non era certo legata all’uso dell’intelligenza che si deve a un qualsiasi dirigente, troppe comunicazioni lontane dallo stile Juve e volte, per di più, a difendere la Juve. Oggi è cambiato tutto. Sarà quasi impossibile ripercorrere le tappe della Triade, ma lo spirito pare essere proprio quello giusto. Proprio quello là!

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Andrea Agnelli ha riportato a Torino le forti sensazioni di tifare il bianconero. Le sue parole non sono mai banali, i suoi gesti sono sempre studiati a tavolino, come uno dei maestri di scacchi che anticipa o costringe la prossima mossa dell’avversario, che comanda il gioco secondo regole proprie. Mediaticamente sta difendendo la Juve come nessuno aveva mai fatto, almeno dall’estate del 2006. E ha trascinato, forse anche addestrato (sono sicuro che questo termine sarà capito dai più colti juventini), il Direttore Marotta. Davanti ai microfoni, prima in balia di un Moratti qualsiasi o del solito giornalista con lingua ancora gonfia per le leccate ai padroncini, la vecchia dirigenza era palesemente in difficoltà, quasi incapace a proteggersi dagli attacchi che arrivavano un po’ dappertutto. Come un pugile suonato che attende il suono della campanella, che nel nostro caso non arrivava mai a suonare.

Molte volte certe frasi fanno più male di qualunque sostanza o contenuto. Frasi del tipo “l’aspetto positivo della vicenda Krasic è che siamo tornati a far paura” invogliano a prendere quella maglia a strisce bianco e nere e indossarla, gridare con forza a quelli che ti incontrano per strada che tu tifi Juve. Che sei tornato a tifare Juve con forza, con quella passione che ha allietato i miei anni giovanili. Sono solo le ultime parole di un Presidente che ha deciso di accettare la sfida più dura della sua – speriamo lunghissima – carriera: resuscitare dal fango uno stemma, un marchio, un modo di vivere che certa borghesia milanese aveva sotterrato con una farsa cui nessuno ha mai creduto, ma che in quel momento ha trovato il terreno fertile per sostituirsi alla realtà dei fatti.

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Così oggi sono orgoglioso di essere rappresentato da Andrea Agnelli. Perché so che il lunedì trovo sui siti o sui giornali le espressioni di chi juventino lo è veramente, nell’anima e nel cuore. Perché la Juve è un modo di essere, non soltanto una serie di risultati o di match. Servirà tempo per tornare a vincere, ma è sempre l’ora di assaggiare il dolce suono della juventinità.

Juventinità che un tipo come Pavel Nedved ha conosciuto e di questa se ne è innamorato pazzamente. E con lui milioni di tifosi che quella chioma bionda non la scorderanno mai. Racconteremo ai nipotini di quel tipo che venne dall’est che correva come un folle scatenato in mezzo al campo, che calciava da maestro col sinistro e col destro, che segnava e rincorreva e veniva rincorso. Oggi quel giocatore che giocatore non lo è più è rientrato nella storia. Farà parte del CdA della Juve e proverà a trasmettere i valori dell’agonismo e il segreto per diventare grandi. Non sarà facile, né forse possibile, ma il solo fatto di provarci è segno di grande amore. Amore che è mancato in questi anni e che è tornato violento come non mai a coccolare e soffrire per quella maglia e per quei colori.

Io finalmente posso dirlo e gridarlo. Ho un Presidente. Si chiama Andrea Agnelli, ma per tutti è solamente Andrea.

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L’idiozia di casa Italia nel caso Krasic

Cominciamo col chiarire che non esiste nessun caso Krasic. Milos il biondo, Bip Bip anche detto, ha simulato uno sgambettone quando aveva preso appena un tocchetto. Ci sono immagini e c’è soprattutto l’atteggiamento del serbo, che è una persona seria al contrario di certi beceri giornalisti, che ha praticamente smesso di giocare, forse per uno strano senso di colpa, forse perché c’era rimasto male perfino lui.

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Il problema semmai è un altro: la regola o vale per tutti o non vale per nessuno! In Italia no. La Juve paga tutto, le altre pagano giusto un piccolo caffé una volta ogni quattro anni. E allora così non va. Va bene che i più forti e quelli più interessanti e più in vista subiscono pressioni e magari le punizioni più severe, ma occorre coerenza e tanto equilibrio.

C’è da punire Krasic? Ok, nessun problema, è la regola. Ma se capita anche ad altri, allora è giusto punire anche questi altri. Nei modi giusti, senza utilizzare, tanto per essere chiari, tre pesi e tre misure. Già perché qui i pesi e le misure non sono più due, ma tre. Buona visione.

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L’unico aspetto positivo della vicenda è la risposta del Presidente Agnelli e del Direttore Generale Marotta. Queste risposte fanno bene al gruppo e a noi tifosi che finalmente ci sentiamo un attimo protetti e (ri)considerati. Grazie a entrambi, ora sotto con il Milan!!!!

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Sul Bologna, Krasic e il Milan

Partita brutta, molto brutta. Le costanti dei match negativi della Juve sembrano due: Martinez e Amauri. Con l’aggiunta di prove poco sufficienti di Marco Motta che, dopo un inizio incoraggiante, sta pagando amaramente il cambio di ambiente. Un conto è correre a Udine e Roma, un conto è giocare nella Juve. Sono però convinto che sotto la guida di Del Neri il laterale saprà riprendersi.

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Piuttosto è incredibile il non-apporto di Martinez. Non spinge, anche se a dire la verità contro il Bologna è autore di un unico dribbling e primo tiro in porta della stagione, e difende male. Non agisce in contropiede e non crossa. Da rivedere? Ancora???

Se funziona, e benissimo, la linea Melo-Aquilani, con quest’ultimo autorevolissimo in mezzo al campo, certo ieri non hanno funzionato le ali Marchisio (che ala non è) e Krasic (un attimo di stanchezza, naturale se fai parte del genere umano). Inoltre quel tuffo lo ha messo in grave difficoltà. Ci tornerò sul finale.

Amauri o non Amauri? Il brasiliano si è fermato ancora per infortunio. La mia impressione è che si sia fermato per sempre, perché al rientro mancano, da oggi, circa 12 giorni e la sua assenza non si noterà. Sempre col broncio, sempre nervoso, mai propositivo né tecnicamente né psicologicamente. Mi viene da piangere se penso che un certo David Trezeguet continua a segnare anche in quel di Alicante. Con Amauri si ferma pure Iaquinta e solo domani si saprà se potrà recuperare per il Milan. Così restano Del Piero e Quagliarella. Troppo pochi. Soprattutto manca la punta di peso, il bomber che la mette dentro. A gennaio dovremmo ricevere in regalo un rinforzo di qualità. Urge.

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Ennesimo plauso alla difesa e a Storari. La prima non è mai andata in difficoltà, il portiere sta acquisendo meriti incredibili. Sirigu dovrà stare attentissimo in quota Nazionale.

E veniamo a Krasic. La mia goduria è immensa. Non c’è fallo e non mi interessa di tocchetti infinitesimali. C’è il tuffo e per me è simulazione piena. Solo che il razzismo becero di un certo Pistocchi è ancora più grave della caduta del serbo. Questo giornalistucolo dovrebbe stare molto attento, perché parla a una platea vasta e perché si parla e straparla sempre di moralizzazione ed educazione. Vergogna. Vergogna pure a quanti erano presenti in studio che non lo hanno tacciato. Detto questo non capisco però la campagna per squalificare e condannare a morte il biondo Krasic, praticamente squalificatosi da solo dalla partita. O la regola vale per tutti o punirne solo uno fra mille è cosa brutta e puzza di campagna, appunto!

Perché vedete, a rivedere la partita del San Paolo viene da chiedersi perché non punire Robinho per la simulazione di un pugno di Tyson quando è stato toccato solamente sul petto. Viene da chiedersi come una partita del genere possa essere terminata 10 contro 11, con un doppio cartellino giallo e nessun cartellino rosso. Fra risse e colpi proibiti… immaginate la scena al contrario, cioè Melo al posto di Boateng, Bonucci al posto di Papastathopoulos e via così. A maglie invertite oggi sarebbero scattate interrogazioni parlamentari e qualcuno avrebbe invocato l’aiuto di Guido Rossi per punire i colpevoli, con retrocessioni  e penalizzazioni.

Tanto vale mettere una regola chiara e precisa: simulazione? Squalifica. Ma simulazione è quando fingi di prendere un pugno e le immagini mostrano palesemente il tuo gesto antisportivo, o quando caschi in area di rigore o quando simuli un fallaccio che porta all’espulsione di un giocatore, o quando segni di mano. E la prova TV dovrebbe pure servire per “recuperare”: cioè anzicché punire, recuperare un errore arbitrale, come ne capitano a bizzeffe nel corso di un campionato. Questa strana sensazione che le regole valgono ogni tanto e casualmente porta al solito a polemiche infinite, discussioni vuote e un po’ di tristezza.

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Logica e buon senso? Scomparsi. Ecco le minchiate di Zanetti e Malesani

Due personaggi hanno parlato in questo fine settimana e tutti e due, per un verso o per un altro, hanno detto due sonore stupidaggini. Uno è il capitano dell’Atalanta di Milano salito alle cronache per aver alzato una serie di futili trofei di cartone che non hanno avuto peso né riscontro nei giornali europei (evidentemente di sinistra o ecologisti, visto il casino che ha travolto il dott. ing. col. Moratti). L’altro è l’attuale tecnico del Bologna che i più ricorderanno per gli anni di Parma, felici, e quelli greci con la seconda più famosa conferenza stampa mai andata in onda  (dopo quella del Trap al Bayern di Monaco) e si chiama Malesani. Un tecnico che stimo e ammiro perché si vede lontano un miglio che soffre e gioisce come pochi in un mondo falso e contornato da valori non propriamente positivi. Ma che hanno detto?

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Dopo Nesta e Del Piero in aula, che hanno mostrato due modi completamente diversi di approcciare all’intelligenza e all’onestà, ecco che il capitano della Seconda Squadra di Milano scivola su un ragionamento che evidentemente non è suo o non sa far suo. Ha per anni ribadito con forza che le minchiate commesse in campo dai suoi compagni erano frutto di un malvagio malocchio lanciatogli da Moggi Luciano. Ha per anni fatto sue vittorie e trofei mai conquistati né lontanamente sfiorati. Non un accenno alla gestione maledettamente incompetente di una società di calcio, agli sperperi plurimilionari di un presidente che capisce di calcio quanto di patata il pur bravo Tiziano Ferro. Niente di tutto questo: la colpa era di Moggi. Se il mercato regalava solo finti fuoriclasse, se a bilancio Recoba pesava quanto Zidane e Del Piero messi insieme pur incidendo nulla era colpa di Moggi. Se la seconda squadra di Milano pareggiava per 10 volte consecutivamente in campionato non era colpa di un attacco che schierava Cruz e Suazo, ma di Moggi.

Dopo Calciopoli si sono potuti sfogare, solo che nessuno gli ha realmente dato retta. Così come si fa con i bambini capricciosi e potenti che non inviteresti al compleanno perché portano tristezza e non fanno bene alla compagnia. Come quei bambini viziati che devono ottenere quello che vogliono, senza tuttavia imparare che nella vita le cose si conquistano col sacrificio e col lavoro e non con i complotti e le sentenze comprate. Sospettava il buon Zanetti, cosa però non riesce a dirlo. E poi scivola su una frase che di concetto è corretta, ma che evidentemente stona forzatamente con quanto affermato fin qui:

Sono convinto che i giocatori della Juve non c’entrassero nulla, facevano solo il loro lavoro. E sul campo meritavano.

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Sul campo meritavano? Ma è proprio il campo che decreta chi vince un match e non certo il conto di chi falsifica bilanci o di quanti stranieri hai in rosa. E’ proprio quel terreno di gioco che ti fa capire se hai lavorato bene in settimana e se le pedine scelte dalla dirigenza sono quelle corrette. Perché non importa avere 11 fenomeni in campo se questi non riescono ad assomigliare a un team che lavora insieme. Sempre ammesso che quella rosa atalantina-milanese avesse fenomeni in squadra. Affermare che la Juve meritava quelle vittorie e appropriarsi di quelle vittorie è uno di quei paradossi maledetti che alla neuro ancora non hanno decifrato. Insomma, stiamo ai fatti: quella Juve che meritava sul campo è stata distrutta perché falsificava il campo? Eppure questo strano capitano col cervello all’ammasso dovrebbe sapere che a Napoli la ricerca di un testimone non ha prodotto risultati. Hanno sfilato in trecento, venuti sin dalla vicina Svizzera, ma nulla. Né uno straccio di prova né una testimonianza che provveda a mettere in cella quell’individuo malvagio, ma maledettamente competente, che risponde al nome di Luciano Moggi.

Meritare sul campo è tutto quello che il calcio ti permette. Oculata gestione del gruppo, scelta dei protagonisti sul mercato e via a martellare all’interno di uno spazio verde che misura, circa, 100 metri per 60 metri. Un portiere e 10 giocatori di movimento. Un paio sanno difendere, un paio sanno interdire e un paio sanno attaccare. Il resto fa legna. Regola banale, quasi becera, ma terribilmente corretta. Regola cui si è attenuto Luciano Moggi. E così la Juve vinceva e umiliava quella stessa squadra che a suon di milioni di euro era costretta ad aggrapparsi a strani concetti di sospetto e lamentele pressocché quotidiane. Fossi in Prioreschi porterei in aula questo terzo pubblico menestrello. L’idiozia è certo un diritto umano, ma abusarne in questo modo proprio non è possibile.

Molti anni fa Fabio Cannavaro era il difensore arcigno di un sorprendente Parma. A furia di bilanci in rosso e quote di mercato strampalate e operazioni finanziarie ai limiti di Al Capone dopo la sbronza, quel Parma aveva stupito tutti in Italia e in Europa. Ottimi acquisti e ottimi solisti, ottimo gruppo e ottime vittorie. Successe, una domenica come tante, che Fabio Cannavaro salì su un calcio d’angolo a favore e colpì di testa. Fischio dell’arbitro poco prima che il pallone si insaccasse in porta e pareggio evidentemente annullato. Un fallo, un fallo di confusione, un fischio di paura, un colpo di tosse, una svista, un trucco per far vincere la Juve. L’enciclopedia delle moviole ha tirato fuori tante frasi, sceglietene una. A molti anni di distanza Malesani, l’allora tecnico gialloblu, torna su quell’episodio che va sempre di moda (come Ronaldo e Iuliano, come i compianti Sandra e Raimondo, Stanlio e Ollio) ed esordisce in conferenza stampa, che dovrebbe parlare di come fermare il centrocampo bianconero e quella furia di Krasic, le invenzioni di Del Piero e battere la retroguardia di Del Neri, con:

Mi dissero che avevo fatto bene a non fare polemiche. Forse sbagliai, perchè lì c’era qualche persona che tanto signore non era. Dopo ho capito che c’era qualcosa di strano, e che essere signori non è il massimo della vita.

Lui, molto chiaro fra tecnici criptici, dovrebbe però spiegare cosa non risultava chiaro. Perché ad oggi non risulta nulla di non chiaro dopo 4 anni di interrogatori, processi, sfilate in aula e quanto altro. Si è comportato da signore? Dipende qual è il suo concetto di signore. Perché se è la stessa parola che ha usato in riferimento a Moratti… beh allora noi ripudiamo quell’accezione lì. Signore è stato il tifoso bianconero che non ha buttato giù il palazzo della Gazzetta dello Sport o quello in cui vivono gente come Abete e, ancora oggi, Carraro e poi i vari Collina, Galliani & Co. Signore è colui che tifando bianconero non ha poi realmente boicottato i Tornei Aziendali che fin qui sono andati in scena. Chi insomma ha deciso, per il bene di un calcio malato (falsi in bilancio, mercato, operazioni finanziarie, dossieraggi), di addossarsi le colpe, raccogliere l’ultimo brandello di polvere e da lì ripartire. Signore è insomma colui che dopo quanto accaduto nel 2006 oggi si sente ancora più orgoglioso di un nome e di una storia, di un marchio che non ha eguali nel mondo. Quel marchio, quella storia e quel nome hanno il sapore di Juve. Il resto… proprio non conta.

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Salisburgo-Juventus 1-1 Vergogna

Non c’è un altro modo per definire la prestazione dei bianconeri. In realtà si potrebbe parlare di metà truppa con qualche sorpresa in negativo. Oppure si può prendere a riferimento questo match per capirne di più sulla Juve che verrà. Che questo sia un cantiere aperto non ci sono dubbi, che questa rosa possa vincere qualcosa nessuno l’ha mai detto. Chiaro, è la speranza di tutti e solo l’atteggiamento visto contro il ManCity, l’Atalanta di Milano e la grande voglia messa in campo col Lecce possono avvicinarci a qualche traguardo. Non l’arroganza e l’incompetenza andata in onda ieri sera.

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Mettiamo subito le cose in ordine. Una squadra di calcio, oggi più che mai, è composta da 20 ragazzi: possibilmente 11 titolari di grandissimo spessore e 9 comparse capaci di rimpiazzare i titolari senza alterare in negativo il valore della squadra. Ad oggi la Juve ha confermato di avere forse 10 di quei famosi titolari di livello assoluto e una panchina non all’altezza del compito. Evidente, quasi banale. Forse un concetto anche troppo duro, ma nel calcio i valori assoluti non contano. Serve tanto tanto tanto lavoro, tanto sacrificio, corsa e idee sempre fresche e magari nuove. Uno dei giocatori più amati degli ultimi anni si chiama Sissoko, ma da quest’anno è soltanto uno dei suoi tanti fratelli travestiti da Momò: questo qui non è Momò Sissoko, ma un suo cugino, chissà. Opaco e nervoso, lento e maldestro. Non è mai stato un regista, ma un guerriero vero sì. E per queste sue caratteristiche, cioè corsa e combattività, lotta e forza, è entrato nei cuori dei tifosi. Ma così non va. Senza Felipe Melo (ieri afflitto dal morbo che ha coinvolto l’intera squadra) e Aquilani il centrocampo di Del Neri perde tutto. Senza Krasic la Juve non riesce a pungere. Ciò significa che servono rinforzi, di pari livello ai tre titolari appena citati.

C’è poi un problema Quagliarella. Fabio il napoletano, quando chiamato in causa, corre e si sbatte come pochi, è sfacciato nel tentare certe giocate e a volte ci riesce, copre e attacca, rilancia e rientra. Con Iaquinta out la Juve soffre seriamente là davanti. Perché Amauri è in ripresa, ma una lentezza così nel rientrare in forma, mentalmente e fisicamente, proprio non ce lo possiamo più permettere, e Del Piero è troppo solo e da solo non può risolvere tutte le partite.

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Serve riflettere sul nervosismo del Capitano e sulla risposta di Del Neri ieri nel post-partita: problemi tattici. Del Piero era costretto a saltare uno, due e tre avversari e si ritrovava senza compagni cui passare il pallone. Costretto a indietreggiare fino al centrocampo per ottenere il possesso palla. Ali inesistenti, incursioni di Marchisio e Sissoko insufficienti. Amauri troppo fermo e nervoso. Così, signore e signori, non va. Occorre continuità e tanto lavoro. Andare a corrente alternata non è da Juve e non aiuta a crescere come squadra.

Capitolo ali. Tolto Krasic e praticamente assolto Lanzafame, inutilizzato fino a qui e vittima di un infortunio che non ci voleva, la Juve non ha esterni. Simone Pepe, dopo un avvio scoppiettante, si è improvvisamente intristito: che succede? Calo di forma? Già a fine ottobre? Martinez è semplicemente imbarazzante: un esterno che non punta e non salta un avversario è ridicolo e fuori luogo; che gira su stesso perdendo due minuti per tentare la manovra non è da Serie A; che perde palloni a valanga non è da Juve. Se per Pepe la soluzione è semplice, per Martinez non riesco a capire la via d’uscita: occorre un acquisto serio e occorre accantonarlo da qualche parte. E’ già la terza o quarta volta che si ripete questa situazione, vuol dire che il problema è serio e va risolto. Probabilmente è l’unico acquisto sbagliato della gestione Marotta: va bene così, ci metterei la firma per sbagliare un acquisto su dieci.

Adesso c’è il Bologna, col rientro di Aquilani e Quagliarella e Melo titolare. Poi c’è il Milan. O si danno una svegliata o Marotta farà piazza pulita già a gennaio. Questo è poco, ma sicuro. Col beneplacito della tifoseria. Per una volta: tutti uniti. Almeno fuori dal campo.

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Gioca anche tu a “Voglio diventare PM” con Narducci & Co.

E’ un gioco per bambini, facile e veloce. Compra la scatola dove troverai la toga, una penna, una matita e un microfono. Intervista il papà e metti sotto processo la mamma e la zia. Chiama a testimoniare i cuginetti e diventa anche tu PM! E’ un gioco Narducci & Co.

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Pare una stronzata o uno scherzo, ma a quanto pare è vero. Se la laurea di Di Pietro ha fatto arrabbiare Berlusconi, il titolo professionale di Narducci indignerà tutte quelle persone che hanno studiato duro e sodo per poter accedere a certi concorsi e vedendolo in azione oggi piangono di rabbia.

In aula c’è Del Piero, monumentale pure con le parole. A dispetto di Nesta che non ricordava e non poteva ricordare – a detta sua – le partite della domenica, Alessandro Del Piero è un professionista del pallone e i ricordi sono ben marcati nel suo cervello. Risponde su Lecce-Juve giocata a pallanuoto ribadendo come c’era la volontà comune di giocare il match e quel campo non favoriva certo i bianconeri che però “erano attrezzati anche alla guerra fisica”. Un delizioso commento non provocatorio sul fatto che giocare quel match gravava più sulla Juve, di maggiore tasso tecnico rispetto agli avversari. Poi c’è il tracollo, di quelli che testimoniano che probabilmente Narducci ha preso la laurea con un gioco Clementoni (che pure sono didatticamente ineccepibili). Domanda Narducci:

Ricorda la mancata espulsione di Ibrahimovic in quel Juve-Inter?

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La risposta è un misto tra intelligenza e cattiveria, perché mette in risalto almeno tre dettagli che da soli smonterebbero questa ignobile farsa, durata anche troppo tempo per i miei gusti:

Ricordo una partita con l’Inter persa per 1-0 nel 2004-2005 che portò alla squalifica di Ibrahimovic per un fallo su Cordoba. Non ammonì Ibra, l’arbitro De Santis, è vero ma proprio per questo fu possibile attivare la prova tv che portò alla squalifica di Ibrahimovic che saltò così la sfida scudetto Milan-Juve, decisiva per lo scudetto. Per noi fu un bel danno, se avesse ammonito non avrebbe beccato la squalifica.

Parafrasando la risposta di Alex Magno si individuano i tre dettagli prima menzionati:

  1. la partita arbitrata dal delinquente De Santis, associato di Moggi, finì con una vittoria nerazzurra, sancendo oltretutto il sorpasso del Milan in classifica ai danni della Juve;
  2. era meglio ammonire Ibra così da evitare la prova TV, invece quel delinquentone di De Santis non prende provvedimenti dando il via libera alla squalifica;
  3. in Federazione erano talmente sudditi di Moggi che hanno preso un granchietto: ok per la squalifica (cravatta di Ibra su Cordoba), ma non è stato visto il pestone palese di Cordoba ai danni dello svedese. Si chiama attenuante e perciò la squalifica doveva essere ridotta di un turno, consentendo a Ibra di poter giocare il big match Milan-Juve.

Se posso suggerire alla Cazzetta-Rosa una cosa: evitate di rendervi ridicoli diminuendo i gol di Alex Del Piero e assegnategli questo. Del Piero 1, Narducci 0. Grazie Capitano, anche per questo!

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Quei buu sentiti alcune volte, altre no

Ha fatto benissimo Tagliavento a sospendere, seppure temporaneamente, la partita di Cagliari. Dagli spalti erano arrivati alcuni buu razzisti all’indirizzo di Eto’o. Perfino Moratti si congratula con l’arbitro  (anche se una teoria vuole che il ringraziamento era diretto per i rigori-contro non assegnati) e predica calma, disciplina, buon senso, rispetto delle regole. Non mi tornano un paio di conti, però!

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Per esempio l’anno scorso il Capitano della Seconda Squadra di Milano rifilò in TV e alla stampa un pistolotto lungo 10 minuti sul razzismo e il rispetto dei giocatori in campo. Era il periodo in cui il tifoso bianconero veniva condannato pure quando gridava “passami il sale” e veniva apostrofato con i peggio aggettivi della lingua italiana. Era il tifoso juventino deluso e amareggiato per la gestione della propria squadra. Era il periodo nero di una Juve in crisi. E allora Zanetti minacciò di lasciare il campo se solo avesse sentito insulti razzisti nei confronti di quell’angioletto di Balotelli o di altri personaggi col colore scuro della pelle della rosa dell’Atalanta di Milano. Lo disse con forza, lo gridò e ricevette più applausi lui di quanti ne aveva ricevuti Ilona Staller in parlamento per un discutibile decreto. Successe poi una cosa strana. A San Siro, intorno alla mezz’ora del primo tempo, Momo Sissoko, uno di quelli più apprezzati dal tifo bianconero, venne sonoramente fischiato e si sentirono distintamente dei “buu”. Ora, che vi siano “buu” di paura (come qualche grosso imbecille sostenne  in quell’occasione) e “buu” razzisti si fa fatica a crederci. Tutti si aspettavano una presa di posizione da parte di quel galantuomo di Zanetti, tutto intento a sollevare trofei di cartone, falsi come quei “buu” di paura indirizzati contro Sissoko. Invece nulla. Si giocò tranquillamente e pochi sollevarono il problema dei “buu” razzisti. Eppure il colore della pelle di Sissoko è praticamente identico a quello di Balotelli, di Eto’o, di Muntari, di Roger Milla e di un altro centinaio di giocatori.

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Se capita ad Appiah pochi se ne occupano, se capita a Eto’o si scatenano interrogazioni parlamentari. Se poi c’è di mezzo il tifoso juventino si passa a filosofeggiare sull’educazione dell’individuo che tifa bianconero. Un po’ di equilibrio non guasterebbe.

I “buu” sono antipatici e valgono per tutti, perché chi si esprime in questo modo non è un tifoso e, ancora più semplicemente, poco c’azzecca con la razza umana. Almeno quella limpida e buona. E’ solamente uno stronzo, di quelli che affondano nell’acqua, destinati a scomparire. E’ solo uno che ha seri problemi mentali, che ha smarrito l’intelligenza chissà dove. E’ solo il rappresentante più becero di quella parte di tifoseria che vede nel calcio lo sfogo massimo delle proprie preoccupazioni. Che non apprezza il sano agonismo, che non riesce a divertirsi di fronte a un pallone che rotola, inseguito da 22 persone. Strumentalizzare in questo modo questa strana creatura dal “buu” facile è parimenti vergognoso. Non ci fa onore. A tutti quanti. Condanna unanime e, se possibile, lasciamo da parte i colori. La denuncia potrebbe apparire meno grave e reale di quanto non lo sia.

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Juventus-Lecce 4-0 Quanti significati

Il 4-0 dice anche meno di quello che è accaduto contro il Lecce. Fermo restando che si trattava di una partita ampiamente all’altezza dei bianconeri, ma fin qui le colpe della Juve erano proprio queste: l’incapacità di portare a termine compiti sulla carta facili. Dopo i pareggi contro ManCity e Atalanta-di-Milano ci si attendeva una conferma: ne sono arrivate di più!

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I titoli non possono che essere dedicati a quel monumento in carne e ossa e tanta classe che risponde al nome di Alessandro Del Piero. Al di là di stupide classifiche parziali, non esiste al giorno d’oggi giocatore capace di riunire in un solo nome i record che Alex Magno ha raggiunto con la Juve. Non passa mai, stupisce sempre. I mille colori di infinite emozioni si scontrano con la sua storia in bianconero, come in un paradosso superato, battuto, stracciato. Uno dei migliori piedi destri della storia che gioca col destino e con quanti volevano farlo fuori attraverso stupidi gossip tecnici e analisi che lasciano il tempo che trovano. Uno dei migliori piedi destri della storia che esordisce al gol con un sinistro e sigla l’entrata nella storia del club con un altro sinistro, contro il Lecce (allora fu Reggiana), con una facilità disarmante. Lui lassù, più di tutti, su tutti, con quell’umiltà che ha spaventa e che continua a spaventare. Con un equilibrio di pensiero francamente lontano, lontanissimo da un mondo che ha perso i suoi equilibri. Sono 178 in A, più una ventina in B, più una quarantina in Champions, più una quindicina nelle altre Coppe, più una ventina in Nazionale. Boh, i conti continuano a inseguirsi, i numeri a ribaltarsi ogni volta che mette piede in campo. Classe pura e intelligenza sopraffina. Integrità fisica a conferma di una professionalità senza pari. Saranno 36 fra pochi giorni, ma la differenza coi ragazzini è abissale: troppo netta la differenza con altre generazioni per considerarlo normale. Auguri Capitano, ma non ti fermare. Anche se non ho il minimo dubbio che lo farai!

I sottotitoli non possono che essere dedicati alla coppia Del Neri Marotta. Non sento più, né leggo in giro per la rete, tutta quella serie di critiche vuote e futili, perfino offensive nei confronti dell’intelligenza di certa parte di tifo che la Juve la sente davvero come una passione e non come uno sfogo della pelle, di quelli da curare con qualche pomata. Non sento più gli insulti per gli acquisti fatti o le scelte decise. Andiamo con ordine.

Quel biondo Krasic non riesce proprio a scendere sotto il 7. Curriculum della partita contro il Lecce: 90 minuti giocati, 3 cartellini gialli combinati (da notare l’ironia del termine), 1 palo, 2 assist (per Quagliarella e Del Piero), 6 falli subiti sulla trequarti, infinite discese. Difficile ricordare un acquisto così devastante sin dalle prime partite. Nemmeno il genio di Moggi riuscì in tale impresa, quando è facile ricordare i tempi di inserimento di Zidane e perfino quelli di Nedved e Trezeguet. Ad oggi è l’esterno più forte del campionato e una delle pedine più decisive in Europa, conti alla mano. Se indossasse la casacca con colori scuri oggi si parlerebbe di Pallone d’Oro o Premio di Miglior Giocatore dell’Universo o stronzate del genere. A Torino si accontentano di rivederlo in campo domenica e poi giovedì, poi ancora domenica e così a seguire per i prossimi anni. Si narra che persone allo stadio hanno subito ustioni da sfregamento alle mani quando il biondo Krasic è andato via in mezzo a cinque uomini allungandosi palla davanti al portiere. Grazie Marotta.

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Aquilani e Melo, ovvero la coppia centrale di centrocampo. Ci sarebbe da soprannominarli Lazzaro: alzatevi e camminatevi, dopo essere morti sportivamente a Liverpool e l’anno scorso a Torino. Il primo ha ricevuto un grande dono dal cielo: piedi buoni e grande classe. Il secondo continua a ringraziare sempre lo stesso cielo per la forza e la tranquillità. Solidità e classe, interdizione e manovra, regia e gol. Si dice che in certi campionati a fare la differenza non sono gli attaccanti, piuttosto i centrocampisti capaci di andare in gol. Fin qui la Juve pare la più attrezzata. Grazie alla gestione di Melo e all’acquisto a zero euro di Aquilani. Grazie Marotta, e scusate la ripetizione.

Non finirò mai di chiedere scusa a Marotta per aver staccato l’assegno al Milan per un certo Marco Storari. Giù la maschera: se non avesse 33 anni oggi sarebbe in piena lotta con Buffon per il posto di titolare nella Nazionale. Tranquillo e miracoloso. Se arriva una palla di fronte la porta bianconera, oggi il tifoso si sente tranquillo: tanto Marco Storari la prende. In uscita alta o bassa, palla confusa, calci d’angolo o tiri da fuori. Nessun errore, nessuna macchia. E i gol presi non erano certo colpa sua. Finalmente la difesa di Bonucci e Chiellini ha retto. Una sola occasione concessa in 90 minuti. Con la sorpresona Grygera capace di non farsi mai fischiare durante le recenti cinque apparizioni. Anche questo è un segno di un lavoro maniacale eseguito da Andrea Agnelli e Del Neri. E ovviamente: grazie Marotta.

Non ho ancora digerito la partenza di Diego, però credo di aver apprezzato l’arrivo di Quagliarella. Ancora un gol, ancora una follia perché 99 persone su 100 colpiscono quel pallone col vecchio piatto. Niente: lui si adagia per terra, si dà la spinta con le mani e insacca di testa a pochi centimetri dall’erbetta. Contento lui, pazzi quelli che tifano per lui. Tanta legna e pazienza se poi fallisce il gol più facile, buttando un sinistro in curva. E’ il suo modo di essere, in fondo. Anche qui: grazie Marotta.

Di cosa parliamo adesso? Inutile lanciarsi in discorsi vuoti e banali come “verso lo scudetto” o “vogliamo la finale europea”. Si sta lavorando bene, anzi benissimo, e i margini di crescita sono ancora ampi. C’è da inserire e verificare l’utilità di Martinez e il recupero di Amauri e c’è da capire il valore di Traoré (domenica in campo?). Fin qui le mosse tattiche sono state tutte azzeccate e il senso di gruppo e di Juve è stato ben compreso da chi indossa quella maglia. La cosa più piacevole è essersi dimenticati che fra gli undici manca un certo Buffon. Scusate se è poco. E tanto per essere coerenti: ancora grazie Marotta, mi sento più juventino adesso rispetto agli ultimi quattro anni. Il merito è tutto vostro.

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Chi l’ha detto? Ma che rilevanza ha?

E’ scoppiata nuovamente la lite e la discussione su Calciopoli, Facchetti e Bergamo. Ma chi avrà mai detto “Metti Collina!”? E che mi frega? Può averlo detto pure il paninaro che stava servendo Facchetti in Piazza Duomo, la sostanza non cambia. Vorrebbero cambiarla solo chi, in malafede, si attacca ad un dettaglio che è irrilevante ai fini della vicenda. Riassunto?

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Per anni 4 ci hanno tritato le delicate sfere dell’apparato digitale maschile sulla telefonata definita “la grigliata” fra Bergamo e Moggi. Salvo scoprire che quelle grigliate erano quasi una prassi. E Facchetti ragiona pure su arbitri della Champions (almeno fin al primo turno, perché poi solitamente l’Atalanta di Milano lasciava spazio ad altre squadre). Facchetti ragiona sugli assistenti, chiede il numero 1, il numero 3 e il numero 78. Prega Bergamo perché eviti il sorteggio e intima di aggiustare una statistica, quella famosa delle quattro V che dovevano diventare 5 (si parla di vittorie ovviamente). Ciò non ha destato scalpore, addirittura ha sollevato una serie di interviste e analisi a difesa di simili frasi e intercettazioni e concetti che se fossero stati attribuiti a Moggi avrebbero acquisito ben altro valore. Strana l’obiettività, eh?

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Poi ci si è messo di mezzo un perito. In una telefonata, la numero 4853, non si capisce chi abbia detto “Metti Collina”, ma ciò non ha senso né rilevanza. Perché, rileggendo l’intera trascrizione, si capisce bene (e chi non lo capisce è incapace, che è grave, o in malafede, che è peggio!!!) che Facchetti sta facendo pressioni per indirizzare (uso questo termine evitandone altri tipo falsare, taroccare, barare e vari altri sinonimi) il sorteggio degli arbitri. Lo si capisce ancora meglio perché c’è un’altra telefonata, quella con Mazzei del 25 novembre 2004, in cui l’atteggiamento di Facchetti è il medesimo di Moggi e di tutti gli altri non ancora rivelati o già rivelati o semplicemente non ancora scoperti.

Quindi, chi ha detto “Metti Collina!”? A me francamente non interessa. Non dovrebbe nemmeno interessare la Procura (quale? – ma questo è un altro discorso). E, a quanto pare, non interessa i giornali, se non in chiave difensiva nei confronti di Facchetti e della Società Rappresentata. Strano, no? Perché si disse che i dirigenti delle società calcistiche non potevano parlare con i dirigenti FIGC e AIA. Lo ha fatto Moggi ed è stato condannato, ora toccherebbe agli altri. Eh no!, si dice. L’atteggiamento di Moggi è differente. Cioè? Moggi confrontava le griglie? Sì. Facchetti che faceva? Controllava e intimava di scavalcare il sorteggio e elemosinava arbitri e assistenti? Sì. E allora? Due pesi e due misure? Assolutamente sì. Allora chiedo scusa per il pezzo.

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