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Mese: December 2010 (pagina 1 di 2)

Lo strano caso della norma sugli extracomunitari

Ora che il mercato entra nel vivo, molti si sono già dimenticati della nuove norme sull’acquisto degli extracomunitari.

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Norme che limitano l’ingaggio ad un solo elemento per squadra. Ma perché questo sarebbe uno strano caso?

Facciamo un passio indietro e in particolare guardiamo al mercato nerazzurro della passata stagione. Arrivarono Eto’o, nazionale camerunese, e Milito, nazionale argentino. Ci limitiamo per dovere di cronaca a questi due soli nomi. Se la norma attuale fosse entrata in vigore in quei giorni, il Dott.Ing.Prof. Moratti avrebbe dovuto scegliere fra uno dei due. E taciamo su irregolarità praticamente accertate (ma sulle quali nessun provvedimento è stato preso, alla faccia della pulizia dell’odierno calcio) fra quel gran signore di Preziosi, presidente del Genoa, e quel grandissimo signore presidente del calcio italiano e padrone della Seconda Squadra di Milano. Per eventuali approfondimenti leggere Lo strano caso del deferimento ritardato di Moratti.

A mercato chiuso, cioè il 2 settembre 2010, quando ormai i giochi erano fatti, qualcuno ha notato una distonia piuttosto strana. Proprio nell’anno in cui l’Atalanta di Milano non si è mossa sul mercato è apparsa, di fretta e furia, una norma alquanto curiosa. Curiosa perché non prevede già la salvaguardia dei vivai e del marchio italiano, ma preclude le possibilità di fare mercato a tutte le società, che proprio in quel periodo avevano già chiuso alcuni colpi o pianificato su una rosa di trattative ben precisa. Nel corso di quel mese, ma già ad agosto, qualche buon analista di calcio aveva sollevato dubbi sui benefici di tale limite imposti dalla Federazione. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

Oggi la Juve, come tutte le altre squadre, è praticamente vittima di questa norma e l’affare Dzeko, qualora fosse una trattativa reale, non può andare in porto proprio per l’impossibilità di acquistare il bosniaco, quindi extracomunitario.

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A suonar male è comunque la situazione fattuale delle rose della Serie A, o Torneo Aziendale come notoriamente conosciuta.

La Juve schiera 17 italiani e 7 stranieri. Questi ultimi si chiamano Felipe Melo (brasiliano), Alexander Manninger (austriaco), Armand Traoré (francese), Zdenek Grygera (nazionale ceco), Jorge Martinez (nazionale Uruguay), Milos Krasic (serbo). Escludiamo dal conteggio tutti i primavera che per il 90% sono ancora italiani.

La Seconda Squadra di Milano invece presenta ai blocchi di partenza ben 22 stranieri divisi fra brasiliani, colombiani, argentini, africani, serbi, addirittura un macedone e uno proveniente da Plutone.Gli italiani sono 4 e si chiamano Castellazzi e Orlandoni (rispettivamente sesto e ottavo portiere in rosa) e Materazzi e, sì dai, insieriamo pure Santon. Durante la permanenza di Benitez sono stati fatti esordire anche alcuni giovani fra cui Natalino (italiano, ma pare abbastanza confuso dopo che ha marcato Zarate) e, tanto per non smentirsi, Obiorah (nigeriano) e Alibec (rumeno).

Il Milan si caratterizza per 14 stranieri e 13 italiani (inserendo pure il politicante e calciatore-in-pensione Oddo).

Che razza di salvaguardia del marchio italiano e dei vivai è questa?

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L’Inter, il doping e una storia insabbiata

Nei primi mesi del 2006 sui giornali appare uno strano articolo, poi replicato sui vari quotidiani italiani. L’argomento scottante riguarda il doping nel calcio e i titoli sono più o meno identici: un giocatore greco lancia pesanti accuse al calcio italiano. Parzialmente vero. Solo parzialmente vero, perché bisogna infatti raddrizzare il tiro.

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Il giocatore greco in questione ha un nome e un cognome e il suo attacco ha un obiettivo preciso: l’Inter e non il calcio italiano. Ne avete mai sentito parlare? Probabilmente no, in quanto in questa storia, lunga in realtà almeno 50 anni, non si fa menzione di Juve né di bianconero e quindi tali assenze non contribuiscono alla polemica. Ma la verità dovrebbe essere trasversale e trasparente al colore politico o al tifo, quindi vediamo i dettagli.

Chi è Georgatos e di quale Inter parla?

Grigorios Georgatos è un terzino sinistro. Il suo piede mancino era piuttosto riconoscibile per l’abilità nel calcio. Da qui a passare per il Nuovo Roberto Carlos…  Classe ’73, fu acquistato dalla Seconda Squadra di Milano nel 1999 per un motivo ben preciso. Gli 007 nerazzurri leggono un articolo del più famoso quotidiano greco nazionale dove c’era scritto che un terzino sinistro si laurea capocannoniere della propria squadra. La squadra è l’Olympiakos e il giocatore è proprio Georgatos. Viene acquistato per la sorprendente cifra di 7 milioni di euro e colleziona al primo anno di nerazzurro ben 28 presenze, con soli 2 gol. Narra la leggenda che fu proprio la Juve a far scoprire Georgatos ai rivali milanesi. Al destino, come sappiamo, non manca il senso dell’ironia.

L’anno seguente viene ceduto in prestito ancora all’Olympiakos, ritorna in nerazzurro nel 2001 timbrando il cartellino una decina di volte e quindi viene venduto definitivamente all’AEK Atene.

Per cosa è ricordato Georgatos?

Il terzino sinistro non ha influito in alcun modo sui destini dei nerazzurri. Di lui ricordiamo però una serie di uscite sui giornali circa la sua ex-squadra milanese. Con precisi riferimenti a pratiche antisportive. Riportiamo una sua frase rilasciata a Ethno Sport che venne subitamente insabbiata dai giornali italiani:

In squadra [l'Inter, ndr] c’era chi prendeva pillole [...] [Io] non ho mai fatto uso di anabolizzanti nella mia carriera, ma ho visto alcune cose ed ho capito cosa stava accadendo [...]

In un paese normale, amante del gossip e degli scandali, paese dove sono servite due settimane per cancellare dal calcio italiano un fenomeno come la Juve per il gusto di poche persone, queste dichiarazioni avrebbero portato a indagini e interrogatori, dibattiti e inchieste. Invece nulla. Silenzio, cioè lo strumento per eccellenza per mettere a dormire le più scomode verità.

Purtroppo, o per fortuna, il buon Georgatos non ha stilato alcuna lista di suoi ex compagni coinvolti (possibilmente) in queste vicende di doping. Ma nell’aria risuonano forti le sue parole:

[...] chi gioca per tanti anni ad alti livelli non ha bisogno di ricorrere agli anabolizzanti… chi gioca pochi anni ad altissimi livelli e poi sparisce invece…

In parte Georgatos tenta di allontanare la dirigenza nerazzurra da possibili responsabilità dicendo che

Ho visto giocatori prendere pillole e fare iniezioni, ma l’Inter non centrava nulla, c’erano gruppi di persone che fornivano i giocatori.

E sarebbe curioso capire chi, come, perché, tranne che siamo in Italia, tranne che qui di Juve non c’è nulla eppure basterebbe poco per fare chiarezza sul caso.

A rispondere duramente, e neppure tanto, all’ex terzino nerazzurro è l’allora Presidente Facchetti:

Georgatos dovrà assumersi la responsabilità di quanto abbiamo letto, anche perchè tutti sanno, lui fra questi, che all’Inter il doping non era, non è e non sarà mai tollerato.

Il destino cinico e beffardo è però dietro l’angolo. Il buon Facchetti morirà più tardi di tumore al pancreas e quell’ultima frase trascina con sé ancora mistero e altre domande. Il doping all’Inter non è e non sarà mai tollerato? Così non la pensano in molti.

La pasticca nerazzurra raccontata da Ferruccio Mazzola

Internet è forse il più grande archivio oggi esistente. Perdere informazioni è praticamente impossibile. A meno che qualcuno non pensi di cancellarle con pochi clic di mouse. Probabilmente è quanto accaduto nel sito principale de L’Espresso dove un grande articolo di Alessandro Gilioli oggi è inesistente. Per fortuna esistono le copie, una delle quali rintracciabile a questo indirizzo. Il titolo dell’articolo, che in realtà è una sorprendente intervista a Ferruccio Mazzola (fratello minore del più famoso Sandro), è tutto un programma: Pasticca nerazzurra.

Si parla di strani caffé e rituali, di pasticche da sciogliere nei bicchieri dei giocatori. Si parla in sostanza di doping e stavolta i nomi ci sono, abbondanti e purtroppo ci sono pure riscontri oggettivi che vanno al di là di mere e stupide polemiche di tifo e di colori. Si parla di ragazzi, di uomini e di uno sport che è il più divertente del mondo. L’approccio corretto a questa riflessione dovrebbe proprio essere la consapevolezza che stiamo parlando di un divertimento che, giocoforza, è stato trasformato brutalmente in business. E nel business purtroppo valgono le regole anche brutte, vergognose e illegali.

Ecco alcune confessioni di Ferruccio Mazzola:

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Sono stato in quell’Inter anch’io, anche se ho giocato poco come titolare. Ho vissuto in prima persona le pratiche a cui erano sottoposti i calciatori. Ho visto l’allenatore, Helenio Herrera, che dava le pasticche da mettere sotto la lingua. Le sperimentava sulle riserve (io ero spesso tra quelle) e poi le dava anche ai titolari. Qualcuno le prendeva, qualcuno le sputava di nascosto. Fu mio fratello Sandro a dirmi: se non vuoi mandarla giù, vai in bagno e buttala via. Così facevano in molti. Poi però un giorno Herrera si accorse che le sputavamo, allora si mise a scioglierle nel caffè. Da quel giorno ‘il caffè’ di Herrera divenne una prassi all’Inter.

Una rivelazione talmente pesante da incrinare i rapporti fra i due fratelli Mazzola. E’ lo stesso Ferruccio a dirlo durante l’intervista:

Oggi tutti negano, incredibilmente. Perfino Sandro[...] da quando ho deciso di tirare fuori questa storia, non ci parliamo più.

Ma perché non parlarne? Perché insabbiare tutto? Nel blog di Beppe Grillo si può leggere una frase molto interessante e che dovrebbe stimolare una discussione aperta, se si vuole salvare questo sport e soprattutto la vita di milioni di ragazzi offuscati da soldi e fama:

Se Ferruccio Mazzola ha ragione ci sono in giro dei delinquenti che drogano i ragazzi. Che gli inoculano i tumori. Chi sono, per che squadre lavorano, da chi prendono gli ordini? Forse Facchetti vorrebbe saperlo, forse anche noi.

[Via Beppe Grillo]

Invece nulla di nulla. Silenzio assordante. Eppure il tentativo di Ferruccio Mazzola raccolte nel libro intitolato Il terzo incomodo è preciso e ha un fine nobile. Gilioli gli chiede dei ragazzini e lui risponde così:

Ormai iniziano a dare pillole e beveroni a partire dai 14-15 anni. Io lavoro con la squadra della Borghesiana, a Roma, dove gioca anche mio figlio Michele, e dico sempre ai ragazzi di stare attenti anche al tè caldo, se non sanno cosa c’è dentro. Ho fatto anche una deposizione per il tribunale dei minori di Milano: stanno arrivando decine di denunce di padri e madri i cui figli prendono roba strana, magari corrono come dei matti in campo e poi si addormentano sul banco il giorno dopo, a scuola. Ecco, è per loro che io sto tirando fuori tutto.

Abbiamo assistito a un decennio in cui la Juve è stata pesantemente accusata di pratiche illegali salvo trovare aspirine e tachipirine o armadietti pieni di prodotti vari e variegati per poi ignorare una vicenda che ha ampi margini oscuri. E un passato che ritorna in modo prepotente.

La grande Inter… ammalata

Sotto la presidenza di Angelo Moratti crebbe e prosperò la Grande Inter, una corazzata allenata da Helenio Herrera che fra gli anni 1962-1966 vinse tre scudetti, due coppe dei campioni e due intercontinentali. Di quella formazione tutti dovrebbero ricordare i nomi di Facchetti e Burgnich, Mazzola e Suarez, Jair e Corso. La lista è lunga. E c’è pure un’altra lista, ben più lugubre e meno piacevole da ricordare.

Dopo la Fiorentina degli anni ’70 (falcidiata dalle morti sospette), la Grande Inter è la seconda squadra più colpita dai decessi più o meno improvvisi e misteriosi. A far rabbrividire sono le tempistiche che hanno portato alla morte alcuni grandi calciatori. Legare insieme le diverse vicende induce a riflettere sul fenomeno doping di quegli anni, che ha distrutto famiglie e ragazzi.

Escludendo Armando Picchi, morto a 35 anni per un male incurabile al midollo osseo nel maggio del 1971, le altri morti riguardano:

  1. Marcello Giusti (tumore al cervello, morto a 54 anni);
  2. Fernando Miniussi (cirrosi da epatite C, morto a 62 anni);
  3. Giuseppe Longoni (ictus, morto a 63 anni);
  4. Giacinto Facchetti (tumore al pancreas, morto a 64 anni);
  5. Mauro Bicicli (tumore al fegato, morto a 66 anni);
  6. Carlo Tagnin (tumore alle ossa, morto a 68 anni).

Qualcuno la definisce il timing della morte, per il presentarsi di mali incurabili quasi a una scadenza matematica. Come se la causa fosse a comune fra tutti e  affondasse le radici nello stesso periodo storico.

E la domanda che probabilmente frullerà in testa a molti lettori, peraltro abbastanza evidente e banale, Alessandro Gilioli l’ha rivolta a Ferruccio Mazzola e cioè: si dopava solo la Grande Inter? La risposta è evidentemente negativa e molto articolata:

Certo che no. Io sono stato anche nella Fiorentina e nella Lazio, quindi posso parlare direttamente anche di quelle esperienze. A Firenze, il sabato mattina, passavano o il massaggiatore o il medico sociale e ci facevano fare delle flebo, le stesse di cui parlava Bruno Beatrice a sua moglie. Io ero in camera con Giancarlo De Sisti e le prendevamo insieme. Non che fossero obbligatorie, ma chi non le prendeva poi difficilmente giocava. Di quella squadra, ormai si sa, oltre a Bruno Beatrice sono morti Ugo Ferrante (arresto cardiaco nel 2003) e Nello Saltutti (carcinoma nel 2004). Altri hanno avuto malattie gravissime, come Mimmo Caso, Massimo Mattolini, lo stesso De Sisti…

[...] Quando Herrera passò alla Roma, portò gli stessi metodi che aveva usato all’Inter. Di che cosa pensa che sia morto il centravanti giallorosso Giuliano Taccola, a 26 anni, durante una trasferta a Cagliari, nel ’69?

Curioso, anche sospetto, ma non si fa accenno alla Juve. E non si fa accenno ad indagini che o sono state insabbiate o neanche avviate. A conferma come la volontà sia quella di sfruttare questo business e non prestare attenzione al fattore umano.

Soprattutto questa storia, ampiamente nascosta dai media, mette in risalto la grande abilità tutta italiana di creare scandali ad arte, cioè quando servono, cioè quando servono a certe persone. Si è tirato in ballo il nome della Juve in doping e contraffazioni di partite e campionati ricavandone solo anni abbastanza ridicoli e vuoti di verità accertate. Addirittura con Calciopoli si è toccato il fondo di un barile che non pare finire mai del suo vino inebriante e fatto di antijuventinità e disinformazione. E pur di gustarsi scandali, veri o presunti, si riesce a mettere da parte e ignorare il dolore di famiglie che hanno, loro più di tutte, subite gli effetti di quelle pratiche che prima ancora che antisportive sono antiumane. Come il dolore della vedova di Beatrice, un centrocampista della Fiorentina degli anni ’70, che potete leggere qui e qui.

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Mourinho e le ultime cazzate dell’anno

Strana persona questa qui. Strano personaggio, tra il dark, l’ironico, il trash e il più classico dei bambini insopportabili, di quelli che fanno subito antipatia, perché stupidamente arroganti e quasi sempre fuori luogo con i loro piagnistei e le loro bugie. E’ Mourinho, già tecnico di Porto, Chelsea e Seconda Squadra di Milano. Il recente 5-0 a opera del Barcelona deve averlo strapazzato troppo e da allora le sue uscite sono state alquanto bizzarre. Le riassumo in questo articolo.

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Ecco l’ultima in ordine di tempo:

Lo spagnolo e Messi non meritano quel podio.

L’ha detto. Assolutamente, l’ha detto. Lo spagnolo è Iniesta, prossimo vincitore del Pallone d’Oro, a furore di popolo e col consenso di tecnici, capitani, giornalisti e perfino qualche appassionato di cricket che conserva comunque una certa competenza nei confronti dello sport e non ha ancora smarrito un minimo di dignità intellettuale. Ovviamente non intendo replicare, in quanto ogni possibile risposta sarebbe banale, prima ancora che ridicola se posta di fronte a dichiarazioni di un simile scempio.

Ed ecco la seconda:

Inter la più forte del mondo.

Purtroppo nessuno ha scritto né pensato ciò. Né la stampa internazionale, né quella italiana dove perfino la Cazzetta-Rosa non se l’é sentita di sprofondare in simili sciocchezze. Se così era, lui, stimato pensatore (senza alcuna fonte), non se ne sarebbe mai andato da Milano, ma l’ha fatto. Perché era evidente la terribile bugia costruita attorno al marchio nerazzurro da quell’estate del 2006. Cui hanno creduto, per la verità, in pochi, in pochissimi.

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Scappato da Milano con la refurtiva il portoghese ha trovato asilo a Madrid. Più che asilo si tratta in realtà di un albergo a 7 stelle. Non mancano i fenomeni, non mancano gli artigiani del pallone, manca più che altro una squadra di calcio. Al di là di gol e di buone prestazioni, alternate a squallide partite, dettate dai numerosi fuoriclasse in campo (mi viene da pensare a Cristiano Ronaldo e a Ozil, a Benzema e a Higuain, a Xabi Alonso e Casillas), quest’anno il Real Madrid è stato più ricordato per le solite lezioni di antisportività che per altro.

Ad esempio i cartellini telecomandati, quasi fossimo in una terza categoria colombiana, o le uscite di testa nel 5-0 contro il Barca, o ancora le assenze nelle conferenze stampa nei momenti difficili.

A stupire, in ultimo, è la mancanza di onestà intellettuale. Ha attaccato Benitez dicendo

Credevo che Benitez mi avrebbe ringraziato per avergli regalato questo titolo [...]

riferendosi al Mondiale per Club. Salvo che Mourinho non ha ringraziato Moratti per avergli comprato la Champions. E poi non ha capito perché

Ho vinto tutto e premiano gli altri.

Beh, ora comincia difficile rispondere in modo serio. Ma ai bambini non vanno mai distrutti i sogni. Anche quando questi sono i più assurdi. Semplicemente, caro Mourinho, tu non hai vinto granché. Hai solo timbrato i campionati che erano già tuoi, ancora prima di firmare per l’Atalanta di Milano. Per la Champions poi, va fatta luce su quel segretario UEFA Walter Gagg e sull’arbitro Benquerença. Auguri, comunque, a te, che ti vergogni di dare di mangiare ai tuoi bambini con questo mestiere!

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Juve: a chi l’ultima stella?

Tuttosport ha già da qualche giorno avviato un sondaggio per assegnare l’ultima stella nel nuovo stadio che verrà inaugurato il prossimo anno.

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La notizia è vecchia. La stella che era di Boniek venne revocata dopo che il popolo bianconero era insorto a favore dello spirito che ha animato le altre 49 stelle. In rete molti si sono sentiti in dovere di spiegare per quale motivo quella stella non poteva portare il nome del polacco e anche io in questo blog ho espresso la mia personale opinione. Che poi tanto personale non è visto l’enorme consenso che ha riscosso il tentativo di revoca poi riuscito.

Ma veniamo al punto. Ora che la stella è libera, a chi la diamo?

Come detto in apertura di articolo, Tuttosport ha indetto un sondaggio che ha già visto quasi 50000 persone cliccare su un nome e dare il proprio contributo. Nel momento in cui scrivo è nettamente in vantaggio Edgar Davids:

E io ho votato proprio lui.

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Ho votato Edgar Davids perché ci sono stati pochi giocatori a farmi innamorare così tanto come ci riuscì l’olandese. Perché in campo era una furia, invincibile, immarcabile, un talento del pressing e tecnicamente mica male come si vorrebbe far credere (è fantastico nel freestyle).

In quel centrocampo impostato alla grande da Lippi lui era il fulcro imprescindibile, irrinunciabile. Colui che scalava le marce a una squadra fantastica, con Zizou a inventare, con Tacchinardi, Conte, Zambrotta a fare legna.

Edgar Davids ha il sapore dolce della beffa giocata agli storici rivali rossoneri: preso per un pugno di mosche, definito clinicamente quasi morto, in un paio di settimane Edgar Davids riuscì a diventare uno dei più forti centrocampisti al mondo. Quanto pesante fu la sua assenza (praticamente) dalla finale di Champions proprio contro il Milan?!

Nel 2004, praticamente al culmine della sua carriera che aveva subito uno stop importante (le vicissitudini con Lippi e Moggi lo mandarono in prepensionamento forzato), Pelé lo iscrisse nella lista dei 100 più importanti giocatori viventi.

In 5 anni e mezzo di Juve colleziona 159 presenze e 8 gol, riuscendo a vincere 3 scudetti, 4 supercoppa italiane e 1 coppa Intertoto. Qualcuno lo ricorderà giovanissimo all’Ajax, quando nel 1996 sbagliò il rigore contro i bianconeri nella finale della Coppa dei Campioni.

Questo è stato Edgar Davids. Tanti pregi e pochi difetti (fra cui sparute presenze con quella strana maglia nero e azzurra). Ricordo di lui una frase di Pessotto che raccontò come Davids gli cedette un premio quale miglior calciatore di una partita perché secondo l’olandese il migliore risultò Pessotto. A sintetizzare lo spirito di quella Juve.

Tu chi hai votato?

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Tra Gilardino, Dzeko e l’incedibile Amauri

La Juve si appresta al mese di gennaio col perenne dubbio della strategia per l’attacco.

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Se Mister Del Neri ha chiari gli obiettivi tattici, il budget a disposizione di Marotta suggerisce prudenza e lunghe riflessioni prima dell’acquisto di un bomber.

Appurata la necessità di una prima punta da venti gol a campionato, la Juve comincia a sfogliare la rosa dei nomi ormai ristretta a poche unità.

Paradossalmente il problema più grande Marotta ce l’ha in casa. Si chiama Amauri, brasiliano e italiano, pseduo-bomber di agosto. Guardiamoci in faccia: ha deluso profondamente, salvo aver funzionato solo nei primi 3 mesi bianconeri quando aveva risolto da solo alcuni match dell’esordiente Ranieri. Poi il buio assoluto di cui la Juve è stata prima complice, poi vittima. E con lei i tifosi, i bilanci e le strategie di mercato. Amauri rappresenta un problema tecnico e un problema economico. Fu acquistato per l’esorbitante cifra di 23 milioni di euro incluso Nocerino. Oggi potrebbe valere meno di 10. A dispetto però di uno stipendio da star, difficilmente sopportabile dalle medio squadre europee. Figuriamoci la Fiorentina di cui si parlava fino a qualche giorno fa.

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Amauri in viola e Gilardino in bianconero? Assolutamente no, dice la logica. Più e meglio di Gila è sicuramente Pazzini, per il quale è appurato il feeling con Del Neri. Ma dopo la partenza di Cassano il suo approdo a Torino non può avvenire prima di giugno 2011. Quando però un sogno dovrebbe potersi realizzare.

Parlo di Edin Dzeko, più di un sogno, quasi una realtà. Certo in Germania dove il livello è ancora leggermente inferiore (nonostante i risultati di Champions) rispetto all’Italia. I numeri sono a suo favore, ma occorre valutare per bene la faccenda. Esborso economico sì, follia di bilancio no.

E poi c’è chi dice che Marotta potrebbe tirar fuori il classico coniglio dal cappello magico. Sfornando uno dei tanti contratti vincenti, del tipo prestito con diritto di riscatto o prestito oneroso con prelazione per l’acquisto e via così. In tale lista figura allora il nome di Benzema.

Che succederà dunque a gennaio?

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Fai il mercato della Juve

Pochi giorni ancora e poi il via ufficiale alle danze. Si sa per certo che il primo contratto a essere depositato sarà quello di Antonio Cassano. Dalla Samp al Milan con furore. E già chi lo aveva massacrato, per volere del padrone, ha cambiato totalmente la linea di pensiero su Antonio il ribelle diventato papà, salvo poi essere messo in croce per un litigio con Garrone. Paradossalmente, sta per saltare invece un contratto ed è quello di Benitez, l’amico degli amici che ha vinto quella che la società per cui lavora aveva ribattezzato Coppa dell’Amicizia salvo poi, una volta vinta (eh che vittoria!), chiamata Coppa dei Campioni che più Campioni non si può. Misteri del calcio.

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A Torino c’è da smaltire la delusione di un pareggio che comunque insegna un po’ di cose. Principalmente, dopo la vittoria all’ultimo secondo contro la Lazio, insegna a non mollare mai. Mai, fino a quando l’arbitro non ha messo il fischietto in tasca. Altri due punti persi, altri pianti a fine stagione probabilmente. Ma chi pensa che a Torino la delusione regni sovrana sta facendo finta di non vedere la realtà delle cose.

La realtà infatti racconta tutta un’altra storia. Ed è la storia di Andrea Agnelli che per gioco e magia riesce a risollevare il nome Juve ridandogli onore. In mano a Del Neri la formazione bianconera è cresciuta sotto molteplici aspetti. Caratteriale soprattutto, ma anche a livello di gioco nonostante il solito stupido ritornello che lascio volentieri agli pseudo-analisti Sacchi, Pistocchi e cose così.

Gli innesti di un mercato salutato con troppa foga come insufficiente hanno dato lustro alle manovre tattiche di Del Neri. La prepotenza atletica di Krasic e le geometrie di Aquilani, unite alla pazzia e concretezza di gente come Marchisio e Quagliarella, senza dimenticare la classe purissima di Capitan Del Piero e la tenacia dei vari Chiellini, Bonucci, Storari, Iaquinta, hanno fatto della Juve una squadra tosta, molto caparbia, capace di alternare grandissime prestazioni a cali di concentrazione dettati principalmente dalla rivoluzione in corso a Torino.

Rivoluzione che ha come artefice assoluto un signore giunto da Genova e di nome Marotta. Che gran Direttore che abbiamo. Onesto e sempre puntuale nelle sue uscite verso la stampa e i quotidiani e la TV. Pacato e sereno, come di quelli che sanno benissimo cosa stanno facendo e dove stanno andando. Gran lavoratore, visto che pochi riconoscono che terribile estate ha trascorso il Signor Marotta, fra contratti da risolvere e contratti da firmare, fra trattative all’estero e trattative in Italia, fra rilanci e incursioni di mercato, viaggi e riunioni tecniche. Un lavoraccio ampiamente ripagato, per il momento.

Certo la Juve non è arrivata, figuriamoci. E lo sa benissimo proprio Marotta che con Andrea Agnelli starà già pensando alle mosse di gennaio. Già la maschera Juve, proviamo a capirci!

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Questa squadra si basa essenzialmente sulla solidità difensiva grazie a un quartetto che non pare avere eguali nel rendimento e per efficacia: Bonucci, Chiellini, Felipe Melo e Aquilani. Il problema è che la mancanza di uno dei quattro rischia di influire pesantemente e negativamente sulla prestazione complessiva della squadra. L’Europe League è praticamente figlia di questo concetto. Se aggiungiamo l’ottima vena realizzativa e lo stupendo lavoro di raccordo compiuto da Quagliarella, ecco un’altra motivazione dell’uscita dalla competizione europea. Facile dunque individuare i punti in cui si deve intervenire.

Primo fra tutti, in ottica presente e futuro, serve un centrale in grado di stare buono buono in panchina e pronto a subentrare a uno fra Chiellini e Bonucci. Legrottaglie è ormai grandicello e ne serve uno tosto e affidabile.

Occorre mettere mano alle fasce laterali. Sia di difesa, dove Motta (ahime!) ha deluso e dove Grosso pare aver scalato le classifiche in testa a Mister Del Neri. Con De Ceglie pronto al rientro e un promettente Traoré (se solo riuscisse a rimanere integro per 7 giorni di fila, anche se lo vedo meglio dal centrocampo in su visto la supersonica velocità e i piedi niente male), la sinistra pare ok. Mentre sulla destra gli unici a sorprendere sono stati Camilleri, ma soprattutto Sorensen. Sul danesino si può tranquillamente scommettere. Affidabile e pronto, serio e quasi insuperabile. Si è scontrato con diversa gente e non ha mai subito l’avversario. Perla di queste sue presenze la prestazione contro Zarate. Chiedere a Natalino informazioni sulla velocità dell’argentino.

Passando al centrocampo, se Krasic appare di un altro pianeta, Pepe si è dimostrato in grado di poter stare in questa Juve. Certo non da titolare assoluto, ma una ottima seconda linea. Considerando che può giocare tranquillamente a destra o a sinistra e che fin qui ha garantito un buon numero di gol (forse si dimentica spesso anche questo dato, forse si è ingiusti nelle critiche a Simone Pepe)… beh io lo terrei volentieri. Sulla sinistra Del Neri ha trovato il giusto equilibrio con Marchisio. Il Principino non si discute: da centrale o da esterno sinistro ha sfoderato prestazioni su prestazioni, segnando pure ottimi e pesanti gol. Certo servirebbe un esterno in grado di reggere il confronto con Krasic e a quel punto i sogni di Del Neri potrebbero davvero avverarsi. Lanzafame non è stato praticamente utilizzato cause presenze in infermeria. Mentre su Martinez mi taccio: Del Neri ci crede, lo stesso dicasi per Marotta. Boh, continuo a fidarmi?

Ed eccoci al settore cruciale. Gol e assist, prestazioni da urlo, tranne nelle ultime 5 partite. E’ il riassunto di Del Piero. Discutere mi pare un’offesa all’intelligenza umana. Capitolo Quagliarella? E che dire? Era stato accolto da applausi timidi, con quel ghigno del tipo ma-a-che-ci-serve-Fabio? Beh, con un po’ di orgoglio… io l’avevo detto. Il 26 agosto, su questo blog, scrivevo:

Nulla di strano che Quagliarella sarà il pazzo scatenato che in questa Juve può far bene, perché il gioco sulle fasce può proporgli contropiedi e cross in quantità.

Parzialmente avevo azzeccato la previsione. Non mi aspettavo riuscisse pure nell’arte di unire centrocampo ad attacco. E il numero di gol è a suo favore. E’ comunque una seconda punta atipica, di quelle che corrono e si sbattono, che rientrano e che hanno nella pazzia il pregio principale. Prima o poi qualcosa inventa. Discorso analogo, ma di tono inferiore, per Iaquinta. Vincenzone è uno di cuore, ma non è mai stato un vero bomber. Non garantisce, per esser chiari, il numero di gol che Trezeguet firmava annualmente. Alla Juve serve un Trezeguet. Ma un altro Trezeguet non esiste. Marotta, hai idee?

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Ha ancora senso parlare di bandiere nel calcio?

Ero piccolo e tifavo Juve. Erano anni particolari, non brillantissimi per i bianconeri. Poi un lampo, di quelli accecanti, belli da vedere.

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Nel ’94 la Triade appena insediatasi diede vita a un progetto entusiasmante e subito vincente. Venne ceduto Roberto Baggio, pallone d’oro nel ’93, per fare spazio a un giovanotto capellone, riccio e dalla struttura fisica leggera. Alessandro Del Piero si chiamava. Oggi si chiama ancora Alessandro Del Piero ed è entrato nella storia del calcio a furia di giocate, gol, presenze e prestazioni. E’ la bandiera assoluta e in assoluto di questa Juve e, con molta probabilità, della Juve che sarà. Forse, visto che Maldini ha appeso le scarpette al chiodo, è l’unica vera immensa grande bandiera rimasta. Il calcio non riesce più a offrire queste figure.

L’ultimo pensiero mi è venuto spontaneo leggendo questo pezzo a firma Tuttosport:

È Leonardo il prescelto di Moratti. Ad ore la risoluzione del contratto con Benitez. Secondo quanto risulta a Tuttosport l’ex tecnico del Milan, da sempre nelle simpatie di Moratti, è l’uomo scelto per guidare i nerazzurri da gennaio.

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Non credo sia vero e se lo fosse non riesco proprio a trovare un punto di equilibrio fra la notizia e la realtà.

Leonardo, ex giocatore rossonero, ex dirigente rossonero e ex allenatore rossonero, accetterebbe la Seconda Squadra di Milano senza alcun problema di crisi d’identità. O crisi di coscienza? Proprio l’Atalanta di Milano che anni fa sputò letteralmente sul Mondiale del Milan definendolo Coppa dell’Amicizia salvo poi comprare quel trofeo e piangere in modo ridicolo per l’ennesima coppetta di cartone vinta e stravinta?

P.S.

Oggi, per evitarmi querele e processi, eviterò di parlare dell’ennesima farsa di riapertura blanda di Calciopoli. Le soluzioni possibili sono due: o si chiude tutta la vicenda o si mette dietro la sbarra qualcuno. E questo qualcuno non ha avuto a che fare con la Juve.

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Chievo-Juventus 1-1 Occasione mancata

L’idea che questo pareggio possa mettere in discussione tutto quanto fatto in questa prima parte di campionato è assurda e anche poco seria per quanto detto fino ad oggi.

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Epperò è certamente un pareggio fastidioso per i modi in cui è maturato. In un pessimo campo da gioco la Juve ha ancora una volta mostrato a fasi alterne un buon vestito e qualche scucitura di troppo.

Il buon vestito è rappresentato da Aquilani (non al meglio, ma ottimo in cabina di regia) e Quagliarella, Bonucci e Chiellini, Sorensen e Krasic. La scucitura riguarda i troppi gol sbagliati e a questo punto il peso ricade su Vincenzo Iaquinta. Quando gli è stata servita quella palla sul finale di match non poteva sbagliarla, perché a certi livelli certi errori si pagano. Vale anche per Krasic per il quale, in verità, ci sarebbe da erigere una statua per tutto quello che combina di buono in tutte le partite. Chiedergli pure lucidità dopo i 70 metri di campo a tutta forza appare esagerato. Ma la Juve deve piangere proprio su quegli errori là. Errori che gridano alla dirigenza come serve una prima punta di primissimo livello. Giù la maschera: il centrocampo è ottimo (considerando che ieri mancavano due titolari come Melo e Marchisio), la difesa va ritoccata, l’attacco assolutamente rinforzato.

Menzione particolare per Storari. Chiedergli l’ulteriore miracolo al minuto 93 è assurdo. Aveva già preso un rigore a inizio partita, può andar bene così.

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Già il rigore. Pochi oggi fanno notare come quel rigore è frutto di un fuorigioco non segnalato. Ergo pure il cartellino giallo-arancione di Chiellini è falsato da quella decisione. Cartellino che è stato trasformato in rosso per compensazione (quale?) al povero Giandonato. E siamo qui a commentare ancora una giornata che non ci è stata favorevole. Ma proprio il pareggio-beffa è il miglior consiglio per questa Juve, che sono certo saprà sfruttarlo.

Bisogna crescere in malizia come dice Mister Del Neri al quale va imputata una decisione incomprensibile: Legrottaglie a girare per il campo senza alcun significato, dando coraggio a un Chievo arrembante, ma scarsamente velenoso. Dopo tutti gli elogi la critica appare scontata: che senso ha avuto metter dentro Legrottaglie? Proprio lui poi che doveva coprire meglio i due centrali nell’occasione del gol di Pellissier.

Sono comunque errori di gioventù. E da gennaio Marotta potrà ritoccare un po’ di cose.

Nell’attesa dei regali mi sento dal profondo del cuore di ringraziare questa Juve. Che sento finalmente mia, che sento finalmente Juve. Grazie ad Andrea Agnelli per aver riportato in alto onore e dato vita a un nuovo progetto bianconero. Grazie a Marotta e Paratici per aver ridato dignità alla rosa bianconera e per aver riportato quel senso di sicurezza in cui versa oggi il tifoso bianconero. E grazie a Mister Del Neri per i vari Krasic, Aquilani, Felipe Melo, Quagliarella, Del Piero e Bonucci. Trascuro tutti gli altri, in attesa di poterli ringraziare a fine anno.

Buon Natale a tutti i tifosi.

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Juventus-ManCity 1-1 Avanti popolo

E’ stata una bella gara. Imbottita di panchinari e gente che cerca il riscatto, la Juve dei Giannetti e Traoré, del rientrante Grygera e del quasi esordiente Legrottaglie… mi è piaciuta. Siamo alle solite: voglia, corsa, cuore, discreta qualità. Sono tutte caratteristiche che, se mi volto indietro di qualche mese, sono clamorosamente mancate.

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E’ stata una bella sfida che ha detto come Del Piero è in grande ripresa, come il settore giovanile della Juve può rappresentare più che una risorsa d’emergenza per il futuro, come tutta quella gente che per giocoforza parte in seconda fila rispetto ai titolari sta comportandosi benissimo, dal punto di vista disciplinare e dal punto di vista della prestazione in campo. Mi riferisco appunto ai Sissoko e Legrottaglie.

Una gara che non valeva niente sul piano agonistico è stata trasformata in un ottimo allenamento. Contro un Manchester che presentava qualche seconda scelta, ma ad avercene di Johnson (a proposito: un grande provocatore!) tanto per fare un esempio.

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Il secondo tempo, in particolare, ha visto una Juve arrembante, a tratti padrona del campo e della manovra. Che, bene inteso, non è ancora fluida, ma si vede che gli allenamenti della settimana sono studiati a tavolino così come vuole la tradizione bianconera.

La perla si chiama Giannetti. Fisicamente ancora acerbo, ma bene impostato, e tecnicamente gradevole, il giovanotto si è tolta una di quelle soddisfazioni da non dormirci la notte. Gol, gol da prima punta, da attaccante vero. All’esordio, con un certo Alessandro Del Piero al fianco. Da titolare, la prima, contro il Manchester City. A me tremerebbero le gambe solo al pensiero. Giannetti si è comportato bene. Non ha avuto paura dei contrasti, ha tentato le finte e gli uno-contro-uno e ha pure segnato, rischiando poi il raddoppio nella ripresa. Paratici e Marotta hanno dimostrato in passato di saperci fare con i ragazzini, speriamo continuino questa tradizione qui a Torino.

Quasi una vittoria per prepararsi alla importante gara di domenica pomeriggio col Chievo. In dubbio Marchisio e Aquilani, ma niente paura. Per la prima volta, così come abituato dal mio mister Del Neri, non guardo alle possibili assenze, ma alle probabili presenze. E cioè a quel Sissoko che sta dimostrando, almeno nell’impegno, ma perché no anche con le prestazioni, di poter rimanere in questa rosa. E anche a quel Pepe forse troppo bistrattato da certa critica. Al rientro pure Quagliarella che farà coppia con Iaquinta, visti i 90 minuti del Capitano giovedì sera.

E allora vai Juve, non fermarti. Così mi piaci!

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Accade nel Paese degli Onesti

Vicenda cupa, vicenda oscura. Chissà cosa nel libro non è stato scritto. Immagina la gravità. E non stiamo parlando di calcio. Ergo, ecco la spiegazione più lucida e vergognosa di quanto accaduto 4 anni fa e categorizzato col nome Calciopoli.

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I potenti in Italia, si sa, la fanno franca e hanno sempre la meglio. Sulla giustizia e su quei poveri tifosi che credono ancora nello sport, nei valori sani del confronto e del divertimento. In una parola, i tifosi che credono ancora nel calcio.

La sensazione, lette le parole di Andrea Agnelli, è che qualcosa stia cambiando. Lentamente qualcosa sta cambiando.

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I Moratti contro il libro sulla Saras

Azione legale della Saras, la società petrolifera della famiglia Moratti, dopo la pubblicazione del libro di Giorgio Meletti “Nel paese dei Moratti. Sarroch-Italia. Una storia ordinaria di capitalismo coloniale”, edito da Chiarelettere, dedicato all’incidente nella raffineria in cui morirono tre operai…

Via ChiareLettere

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