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Mese: September 2014 (pagina 1 di 3)

Atletico Madrid – Juventus / Ai vertici della tensione

Ci siamo. La Juve si prepara a sfidare l’Atletico Madrid di un sorprendente Simeone, fresco vincitore della Liga davanti a Barcelona e Real Madrid, oltre che finalista di Champions e vendicatore in Supercoppa di Spagna.

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Chi è arrivato a un passo dalla storia, chi vuole scrivere la storia. Di fronte, uno contro l’altro.

Llorente e Morata contro l’Atletico. Tiago contro la Juve. Godin contro Buffon. Sfide nella sfida. Dettagli, in realtà.

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I turchi hanno acceso l’importanza di questo match, più di quella che avrebbe assunto di per sé. Gli spagnoli devono vincere per forza, altrimenti la speranza del passaggio di turno si ridurrebbe a un lumicino. La Juve deve vincere per forza, perché così vuole la storia.

Tevez è carico, Simeone non conosce altro che l’agonismo e la concentrazione.

Non può che essere una battaglia. Per la Juve, un eccezionale banco di prova per capire a che punto è la transizione indolore dal dominio di Conte a quello di Allegri.

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Hai la maglia di Tevez? Non puoi entrare nello stadio di Bergamo!

L’inverosimile. L’imponderabile. In realtà, esattamente quanto ci si aspetta da campagne mediatiche bastarde e discriminatorie, basate su linee editoriali dettate non già dalla deontologia professionale, ma dall’irrefrenabile passione antijuventina.

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A rimanere vittima di ragionamenti così puerili è stato un bimbo. Indossava la maglia di Carlitos Tevez, el jugador del pueblo, e ai tornelli di Bergamo è stato bloccato con questa frase:

Dovete coprirlo. Non può entrare così.

Dovete coprirlo. Nemmeno nelle fantasie più perverse degli interisti, nemmeno nelle godurie più estreme dei Berluscones. Dovete coprirlo il bimbo, altrimenti – come avrà pensato giustamente, pensa un po’, lo steward – rischia di esser preso di mira dagli altri tifosi.

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Tifosi? Parliamo ancora di tifosi? Bestie di qualunque categoria e finti supporter di qualunque squadra che prendono in ostaggio un paese, un bimbo, una famiglia. Davvero? Nel 2014? In un Paese che Wikipedia cita come civile?

E i media? Show su Genny la Carogna e invece su questo? Cosa spieghiamo al bimbo? Che se la pensa in un certo modo deve coprirsi. E la libertà di pensiero, di azione, di manifestazone, come la spieghiamo a questo piccolo cittadino italiano?

Soprattutto: è questa la soluzione finale?

Coprire, coprirsi, nascondersi?

Un abbraccio al bimbo, che non è juventino, ma è tifoso. Un giovane tifoso, un piccolo tifoso, che dovrebbe avere la libertà e la serenità di godersi uno degli sport più belli del mondo. Almeno all’estero. In Italia è tutto un inferno. Ormai, è anche peggio dell’inferno.

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Atalanta – Juventus 0 – 3 / Ci avete provato, pazienza!

Ci hanno provato. In molti modi. Pazienza, è andata male per loro, ma noi stiamo scoprendo nuove dimensioni di dominio.

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Colantuono prepara la gara per la battaglia immediata, alzando gli esterni per costringere Lichtsteiner ed Evra a restare bassi, piazzando Boakye su Marchisio e Denis a insidiare Bonucci. Tattica che riesce bene nei primi minuti, ma che poi crolla.

La pazienza è la virtù dei forti? Se è vero, questa Juve è davvero molto forte. Non va in crisi, non si scompone, anzi sembra assecondare l’avversario nel suo impeto, resta accorta, bassa bel primo tempo, ma poi si scuote e la partita di fatto termina lì.

Marchisio frenato, così Allegri abbassa Tevez, vera prima innovazione tattica del tecnico bianconero. L’argentino, anima infernale di questa Juve, è una sorta di regista a tutto campo: pressa, scatta, suggerisce, tira. Mai visto uno così per prepotenza tecnica, voglia e ferocia. Vederlo giocare è uno spettacolo impareggiabile. Ed è proprio Tevez il protagonista attorno a cui ruotano tutte le azioni della gara.

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Nei primi 45 minuti la sensazione è quella di una Juve poco lucida, forse stanca. Riesce molto meno rispetto alle precedenti partite, si sbagliano una quantità di passaggi (anche facili) sorprendenti, e in avanti si spreca molto. Che succede, viene da chiedersi? Nulla di preoccupante, risponde Tevez con una zampata che porta avanti la Juve.

Il secondo tempo mostra una Juve più determinata. Forse qualcuno si è fatto sentire negli spogliatoi. Chiuderla e chiuderla subito. Ed è qui l’ennesima svolta. Rigore molto dubbio causato da Chiellini: intervento scomposto, ma lo prende? Parata di Buffon e 30 secondi dopo il possibile pareggio, ecco la zampata di Tevez. Ancora lui. Col sesto gol in cinque gare. Se continua così, stamperà sulle maglie tutti gli stati africani a cui dedicare i prossimi gol.

Buffon e Tevez, e poi Pogba e e Pereyra e Morata. Quattro nomi su tutti per identificare la nuova vecchia Juve, con voglie nuove, con idee nuove, con forze nuove. Classe mista a talento, forza mista a sicurezza (vedi le giocate di Pogba, anche eccessivamente sul velluto talvolta), e poi i nuovi arrivati.

Pereyra sostituisce Vidal e serve l’assist per lo spagnolo che finalmente trova la rete. La panchina, lo ripeteremo a lungo, è di gran lunga superiore a quella dello scorso anno. E Allegri dovrà solo gestire bene i cambi e i titolari. Problemi di abbondanza. Che vuol dire opportunità.

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Atalanta-Juventus / Tutto è decisivo

E’ tutto decisivo. Specialmente contro le piccole. Anche contro le grandi. Ci sono tantissimi punti, ma proprio per questo bisogna incassarne il più possibile. L’anno scorso segnammo 102 alla fine, quest’anno il ritmo è già buono.

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E’ il turno dell’Atalanta, di un Colantuono che ha già promesso battaglia. Chissà perché sempre contro di noi la battaglia, ma va bene uguale. C’è più gusto.

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Morata scalpita, Giovinco vorrebbe un’altra chance, Tevez curerà il ginocchio perché le prossime due sono molto importanti, di certo affascinanti. Llorente cerca il gol, Vidal conferme, Pogba si riprende il campo.

Ci sono poi giocatori che non si sono mai fermati. Buffon, Bonucci e Marchisio, sempre in campo, mai sostituiti. Il Principino è stato eccezionale, con una crescita progressiva in fase di regia.

Si torna perciò al gusto del turnover. Fatto in modo intelligente per dosare le forze e stimolare chi ha giocato poco, nel frattempo mettendo in guardia chi ha giocato tanto sul fatto che la panchina quest’anno è rognosa. O stimolante, appunto.

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Juventus – Cesena 3 – 0 / Quando il gioco si fa duro

E’ tornato Arturo. Non che se ne sia mai andato, ma certamente vedere il suo nome sul tabellino fa un effetto buono. Non è al top, ma incide come pochi calciatori al mondo.

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Allegri può essere contento. Una Juve serena – ormai è l’aggettivo del momento – e paziente, feroce solo a tratti perché convinta di agire più da boa che da tigre, avvolgendo l’avversario, stancandolo, stritolandolo nella morsa di una coralità di gioco molto bello, forse non spettacolare, ma tremendamente efficace.

Un Marchisio sorprendentemente a proprio agio in un ruolo che sta riscoprendo (lo ricordiamo a Empoli in questa posizione, nella sua prima stagione in A) fa girare le squadra provando a imitare Pirlo, e non che il risultato sia così diverso. Proprio il Principino è il riferimento del baricentro di tutta la squadra.

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Il Cesena si è trovato costretto a imitare il Milan: tutti, dico tutti, dietro la linea del pallone, nella propria metà campo, rinviando ogni discorso di reazione a qualche palla lanciata lontana nella speranza di un errore, di una svista, di un temporeggiare che dia spazio a qualche attaccante costretto ad almeno 40 metri di corsa disperata verso Buffon.

Così il paragone con la Roma è tutto nel gol finale del serbo giallorosso, ad acciuffare per i capelli una vittoria sofferta, meno netta anche dell’1-0 bianconero contro le precedenti avversarie. Sarà una lunga lotta, affascinante e speriamo bellissima, tenendo fuori discorsi apocalittici o complottistici di gratuita memoria.

Caceres, Barzagli, Pirlo, Pogba, Tevez. Mancavano ieri sera, ma nessuno se n’è accorto. Potenza del mercato che ha contribuito a migliorare sensibilmente le famigerate seconde linee. Che poi Pereyra non lo sembra affatto e, anzi, sarà un dispiacere chiedergli di accomodarsi in panchina quando tutti rientreranno in abiilità. Allegri dovrà perciò intervenire proprio in ottica spogliatoio e gestione delle risorse, intese come risorse psicofisiche.

12 punti, 9 gol fatti, 0 subiti, più la vittoria per 2-0 in Champions. Fin qui, cammino eccezionale anche per la quantità di gioco prodotta. Conserviamo dubbi, perché è il dubbio ad alimentare dedizione e fame, ma questo nuovo corso comincia a piacerci.

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Juventus – Cesena / Caro Allegri, occhio allo stress

Ci siamo. Si torna in campo stasera, contro il Cesena. Classifica che rischia di allungarsi, con Juventus e Roma al comando a punteggio pieno.

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Il pareggio di Inzaghi di ieri sera ha di fatto creato almeno tre blocchi di squadre. Bianconeri e giallorossi, poi chi lotterà per l’ultimo accesso in Champions, quindi chi vuole evitare quella che i ciclisti chiamano “la rete”.

Allegri sta valutando un po’ di turnover. Barzagli e Pirlo ancora out, quindi toccherà a Marchisio la regia, mentre in difesa la scelta è obbligata. Anche considerando il fatto che il 3-5-2 sarà il modulo applicato.

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Llorente e Tevez guideranno l’attacco, semplicemente perché Morata non è ancora al top. In ogni caso, in vista di Atalanta, Atletico Madrid e Roma, un po’ di spazio per Coman e Giovinco andrebbe concesso, senza correre il rischio di stressare i titolari.

Stesso discorso a centrocampo, dove un po’ di alternanza fra Pogba, Pereyra e Vidal è ormai necessaria. In quest’ottica, chance importante per Romulo a destra, con Evra che sarà titolare sulla fascia opposta.

Obiettivo? Arrivare a punteggio pieno alla sfida coi giallorossi, primo vero punto di svolta della stagione.

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Juventus-Cesena / Non perdere il ritmo

Sulla carta è un impegno facile. Ma sul campo, sappiamo tutti, che è anche più complesso rispetto all’esordio in Champions o al match contro il Milan. Questione mentale, quella su cui Conte non ha praticamente mai sbagliato.

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Allegri è chiamato a un’altra prova: tenere vivo l’ambiente bianconero, anche contro il Cesena, soprattutto contro il Cesena. Da partite come quella di domani passa la vittoria di un campionato.

Visto il tour de force di questo spezzone di stagione, il mister è chiamato anche a dosare bene il gruppo. Scalpita, per esempio, Morata, desideroso di dimostrare tutto il suo valore. Sarebbe un’occasione propizia per lanciarlo dal primo minuto.

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Così come fremono Coman e Giovinco, praticamente i due vice Tevez, col francese che vorrebbe candidarsi a sorpresona dell’anno.

A centrocampo si attende il rientro di Pirlo, con la nota lietissima di un Vidal recuperato. Difficile tenere a bada il cileno, così come è difficile chiedere a Pereyra di restare in panchina. In questo settore Allegri ha solo l’imbarazzo della scelta.

La difesa preoccupa. Caceres è out, si spera solo per 15 giorni, anche perché Barzagli non ha ancora recuperato, e Marrone si è fermato senza nemmeno giocare.

Intanto c’è di nuovo il campo. Giusto per non perdere il ritmo.

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Il caso Van Gaal: anche i ricchi piangono

Un tonfo. Un altro. In 5 partite di Premier League il Manchester United di Van Gaal ha racimolato 5 punti, frutto di 2 sconfitte e 2 pareggi e 1 sola vittoria. Tutto questo con oltre 170 milioni di euro di calciomercato fra luglio e agosto.

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Anche i ricchi piangono.

A stupire non è tanto e solo il ruolino di marcia, quanto il livello di gioco.

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I Reds non hanno equilibrio tattico, con un pezzo da novanta come Mata ormai in panchina. Torna alla mente il corteggiamento a Vidal: quanto sarebbe servito il cileno, garante di una fase di interdizione a oggi assente.

Il Manchester trova il gol, ma ne prende altrettanti. E Falcao deve ancora inserirsi. Provvidenziale l’acquisto di Di Maria, l’unico a riuscire a cucire bene la fase di impostazione con quella di finalizzazione. Ma è poco. Troppo poco.

Sir Alex cosa penserà di questo obbrobrio?

Moyes prima, ora Van Gaal. Sembra quasi una maledizione. O più semplicemente, si tratta di calcio, di qualcosa di imponderabile. Di certo, qualcuno si è fermato esclusivamente a spostare pedine. Servirebbe invece una grossa operazione di didattica. Tocca a Van Gaal.

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Alla terza di campionato ci sono già i primi verdetti?

Nell’ordine: la Juve passeggia e si sbarazza del Milan; la Roma batte Zeman coi ricambi; il Napoli crolla con l’Udinese; la Fiorentina vince a fatica, ma vince; l’Inter si salva contro il Palermo; il Verona è terzo, mentre il Torino non segna ancora. Campionato già definito?

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Viene da pensarlo a guardare non già la semplice classifica, ma il modo in cui si è formata.

Tre vittorie su tre da parte di Juve e Roma che sono, praticamente, già in fuga. Dietro arrancano.

Milano piange

Le milanesi piangono. Mazzarri è contento perché è già in testa nella speciale e importante classifica dei calci d’angolo battuti. A Palermo i nerazzurri praticamente si salvano, grazie all’imprecisione sotto porta dei ragazzi di Iachini. Chi ha visto la partita avrà potuto apprezzare un secondo tempo in cui una squadra manovrava bene e l’Inter arrancava contando sulla giocata del singolo in attacco, che però non è arrivata. Con un Vidic in totale confusione. Un consiglio pratico: meno parole, più fatti.

Cambiando sponda, Berlusconi si è già lavato le mani: “Non fanno quello che dico io”, salvo che non ha ancora spiegato bene cosa dice lui. Così Pippo si ritrova di nuovo sulla terra, aggrappato agli spot “vogliamo tornare a vincere”, mentre Galliani sogna ancora la famosa cena in cui “Carlitos non tradirà” e invece Carlitos continua a segnare e a trascinare la Juve. Destino beffardo.

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Napoli: jurnata ‘e sole?

Più giù, ci sono solo due ipotesi per valutare Benitez: o lo fa apposta, oppure ci sta capendo poco. Turnover azzardato, risultati deludenti. Gli azzurri sono dietro già di 6 punti, sui 9 totali disponibili. Verrebbe da dire: ciao ciao scudetto già a fine settembre. Unito al ciao ciao Champions a fine agosto, la deduzione è che il progetto De Laurentiis non aveva fatto i conti con la realtà dei fatti.

La preoccupazione più grande è la gestione dello spogliatoio: il povero Higuain non lo dirà mai, ma già rimpiange quelle panchine al Bernabeu; Callejon non sta capendo le panchine al San Paolo; Hamsik dovrà decidere se curare ancora la cresta o magari tuffarsi in duri allenamenti pro performance.

In tutto ciò, ci mancava giusto secondo De Laurentiis, il figlio di Aurelio: calma e sangue freddo. La consolazione è che si può preparare la sfida alla Juve in tutta calma e puntare così a una stagione comunque positiva: battere la Juve per salvare un’annata. Roba da Napoli.

Il Toro spreca, la Viola fatica, il Verona vola

Se a Napoli piangono, a Verona stanno godendo come matti. 7 punti 7, terzi in classifica. Mandorlini sta accumulando miracoli su miracoli, con un Saviola ancora da scoprire. Segnano pure i moldavi, in una formazione stupefacente. Ne fa le spese il Torino che sta pagando a caro prezzo il furto dell’Europa League ai danni del Parma: visto che succede ad appropriarsi di meriti non acquisiti sul campo?

Il bomber Gomez è a riposo, così Montella deve inventarsi altre mosse. A fatica, ma l’Atalanta è stata battuta, ma il calcio che conta avrebbe bisogno di altro. Vedendo però le milanesi e il Napoli, la lotta per il terzo posto è alla portata dei Della Valle. Buona sfida.

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Milan – Juventus 0 – 1 / Trova le differenze

Da una parte chi si vuol sentire grande. Dall’altra chi grande lo è. Da tre anni, senza alcun ostacolo insormontabile. Il buon Max viene, prende e va. La cura bianconera ha placato il suo istinto livornese e lo fa apparire molto saggio, cauto. Il godimento – caro Massimiliano – è nel risultato, non nelle parole.

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Lo sa bene la Juve. Al catenaccione rossonero, la banda di Tevez oppone una fitta trama di passaggi. Tanto movimento orizzontale che è a metà fra un atteggiamento di non-violenza (dopo i cinque gol già subiti da Inzaghi) e di lancinante attesa. Tanto si sapeva che sarebbe bastato poco per i tre punti.

Proviamo a cogliere le differenze.

La Juve fa del possesso palla la sua arma migliore. Il Milan oppone un tutti-dietro-la-linea-del-pallone e che il cielo ci riservi un po’ di contropiede. La Juve ha sempre trovato la soluzione in 90 minuti. Al Milan invece è andata malissimo, perché la difesa bianconera non è quella del Parma.

A centrocampo De Jong è praticamente un difensore aggiunto, mentre le due mezzali non riescono mai ad alzarsi per aggredire l’avversario. Marchisio invece gioca da leader una quantità industriale di palloni, con Pereyra indiavolato (a tratti, il migliore del match) e Pogba troppo superiore per classe e personalità. Basta guardare i dati del baricentro delle due squadre per rendersi conto che il big match era solo nei titoli dei giornali.

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Tevez svaria, ma contro 7 o anche 8 uomini rinchiusi a riccio è dura per tutti, mentre Llorente è in serata no. Dall’altra parte, Menez rimbalza sempre contro il difensore di turno, mentre il Faraone non riesce nemmeno a superarlo. Praticamente mai al tiro, a esclusione di un tentativo da fuori di quello con la cresta. Resta giusto l’erroraccio di Chiellini su Honda che Buffon neutralizza regalando anche una posa per i fotografi a bordo campo.

Abate e De Sciglio raramente nella metà campo avversaria, mentre Asamoah e Lichtsteiner hanno arato la corsia di propria competenza, sbagliando puntualmente l’ultimo passaggio o il momento del cross. Anche questa, differenza non banale.

E poi Inzaghi e Allegri. Uno è stato investito da un tam tam mediatico che è cominciato a maggio: televisioni e giornali hanno massacrato la capoccia di telespettatori e lettori co la storia “Il Milan torna grande” o “Torniamo allo stadio” e via così. Così Pippo deve comunque recitare il ruolo di quello elettrico, quasi a imitare il Conte bianconero. L’altro ha invece capito che bisogna pensare, riflettere, scegliere la prossima mossa, che le parole sono solo fiato a dispetto delle azioni in campo. Non che stia buono buonino seduto, il buon Max. Ma comincia a piacerci.

Qualche nota su Rizzoli. Comincia benissimo nei primi minuti, poi qualche fischio sembra ricordargli che quello è San Siro, che in tribuna ci sono Berlusconi e Galliani e comincia a non capirci più nulla. Non fischia alcuni falli, sorvola su alcuni fallacci dimenticandosi dei cartellini. Salvo poi ammonire Marchisio che non aveva nemmeno commesso fallo. E i milanisti continueranno così per buona parte della gara. A farne le spese pure Asamoah che, tuttora, ignora i motivi dell’ammonizione, mentre Chiellini si domanda che una manata in faccia equivale a un fallo contro. Stupenda la protesta di Inzaghi su “mi dicono di qualche episodio dubbio”. Assolutamente Pippo: ma ce ne freghiamo altamente e continuiamo a vincere sul campo. E per fortuna, nessun fallo di schiena

Ora a mercoledì, prima del duo Atletico Madrid-Roma. Ci piacerebbe che Allegri mettesse mano alla panchina: Morata, Coman, il rientrante Vidal, un test per Barzagli, lo stesso Romulo, che fine-ha-fatto-Pepe. Abbiamo, mai come quest’anno, la possibilità di gestirci. E francamente, non vediamo ancora pericoli temibili.

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