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Adriano, De Laurentiis e Deschamps: le tre perle

In attesa di capirne di più sul fenomeno Juve mi diverto a commentare tre episodi molto divertenti che, in qualche modo, con la Juve hanno un legame, più o meno diretto.

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Cominciamo col personaggio più interessante dei tre e cioè Didier Deschamps, talentuoso regista della prima Juve di Lippi e allenatore nell’anno dell’Inferno della B, placata con 91 punti e tantissimi giovani esordienti in Prima Squadra.

Didì è un predestinato. La sua carriera deve essere letta tenendo a mente i giusti parametri e cioè: rose allenate, società a supporto e obiettivi raggiunti. A soli 34 anni è già sulla panchina di un Monaco che non è certo quello degli anni ’90. Lancia Evra e Rothen, Givet e Squillaci, quattro tra i nomi più importanti di allora. Un secondo posto in Francia, una Coppa di Lega e un secondo posto in Champions. Ciò che non riesce a vincere col Monaco, cioè il Campionato, lo vincerà con l’OM (più una SuperCoppa francese e un’altra Coppa di Lega). Adesso si riparla di un ritorno in casa Juve. Indubbi i suoi meriti, capiti forse troppo tardi dai tifosi, e praticamente deliziose, se guardiamo a ciò che seguirà, le dimissioni per il bene della Juve (o qualcosa che a suo dire proprio non ci assomigliava per niente). Se proprio cambio deve essere e né Capello né Lippi sono disponibili, allora io voterei senza ombra di dubbio su un suo ritorno. Stavolta con la possibilità di fare mercato senza accettare scelte incondizionate della dirigenza.

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Il grande De Laurentiis torna a parlare. E come capita dopo ogni vittoria o dopo ogni sconfitta le sue parole sono sempre differenti e i concetti sempre stonati e poco coerenti con quanto dichiarato la volta precedente. Ancora un altro esempio di come management, sport e soldi proprio non riescono ad andare d’accordo. Spendere non significa dover vincere, ma poter vincere. Differenza sottile, ma fondamentale. Il suo è un discorso vecchio e francamente insignificante, perché se da un lato ha indovinato lo scenario attuale, cioè quello in cui vive il calcio italiano dal 2006 ad oggi, dall’altro lui lo ha avallato e abbracciato, sposato e adesso quasi quasi vorrebbe liberarsene. Anche perché tira dentro al discorso altre protagoniste, guarda caso chi proprio non è stato sfiorato da Calciopoli (intendo processo e pene inflitte): altra scivolata fastidiosa. Se la prossima volta spegnessero quel microfono beh il movimento del calcio italiano ne beneficerebbe in termini di serietà. Ecco le sue parole:

Il Napoli è una realtà che dà fastidio, così come danno fastidio il Palermo, la Lazio e la Roma qualche volta. Quindi se il torneo lo debbono fare solo tre squadre, tre Genoveffa (la sorellastra di Cenerentola, n.d.r), allora facciamo una serie A1 a tre squadre e un A2 a 17. Questa potrebbe essere una soluzione, poi i due vincitori faranno lo spareggio.

Se proprio vuole vincere uno scudetto… che si organizzi un Torneo Aziendale e che si scelga un paio di arbitri e un designatore; che crei un quotidiano sportivo tipo un Corriere dello Sport Azzurro o una Gazzetta dello Sport Partenopeo e che, oltre i film, si dedichi a qualche trasmissione tipo la Domenica Sportiva Napoletana. E’ così che si vincono i trofei. Poi lì vicino casa sua c’è sempre un Tribunale: può andare spontaneamente a dire che nel 2006 ha appoggiato una gran buffonata e risolverebbe molte questioni che oggi giudica come irregolari.

La perla della settimana è però Adriano. Ha rescisso il contratto con la Roma, proprio in periodo di carnevale. Apporto sul campo: zero. Eppure Ranieri ci ha creduto, ha rinunciato chissà a quale attaccante per portarlo a Roma, un po’ come Poulsen meglio di Xabi Alonso. E io che c’ero pure cascato che questo lavorava per il bene della Juve. Ah dimenticavo: Adriano è un prodotto nerazzurro, per poco non fecero santo il Petroliere-più-disonesto-della-storia-del-calcio per averlo comprato dal Brasile.

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