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Barcelona-Real Madrid 5-0 Il bandito e il Campione

Il cervello umano è una spugna e tende ad assorbire tutti i segnali che riceve dall’esterno. Un gruppo di cervelli, quale per esempio quello di una squadra di calcio, deve obbedire e obbedisce agli input del proprio allenatore. Se questo allenatore è José Mourinho il risultato è imbarazzante.

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Ho visto El Clasico di Spagna, una delle partite più affascinanti del mondo, molto più dei derby italiani e inglesi. Ho visto un massacro: tecnico, tattico, psicologico, di gruppo e individuale, di carisma e di signorilità. A tutto vantaggio dei blaugrana.

Si può perdere o vincere, l’importante è farlo da uomini veri.

Mourinho e i blancos escono distrutti e probabilmente nella storia resterà per sempre questa partita. Il risultato è pure bugiardo perché in campo si è vista una tale differenza di classe che oggi parlare di superiorità assoluta del Barca sul Real è banale e anche inutile.

Le uscite di capoccia dei vari Cristiano Ronaldo e Arbeloa e Sergio Ramos e Ricardo Carvalho sono la diretta conseguenza di quello che il portoghese insegna e regala durante le conferenze stampa. Ciò che veniva vergognosamente definito un genio della comunicazione in questo strano paese che è l’Italia, viene adesso definito un atteggiamento da anticalcio in Spagna. Basta farsi un giro per i siti spagnoli. O, più semplicemente, basta ascoltare il tifo del Camp Nou dove a un certo punto hanno gridato ad alta voce “Mourinho dove sei?”. E dov’era Mourinho? Era in panca, nascosto come il miglior coniglio, come il bambino più capriccioso del mondo che alla prima difficoltà si chiude a riccio e scompare dalla scena, pur restando presente in versione negativa.

Questa sfida era stata presentata come una sfida stellare. Quale migliore assist, a posteriori, per Guardiola e il suo modo di stare a bordo campo? Quale migliore spot per chi oggi è fiero di tifare Barca perché lì si fa calcio per davvero, con tutti i significati che questo sport mette a disposizione? Niente di tutto ciò. E’ stato uno scontro fra un bandito e un campione.

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Il Barcelona ha giocato un calcio meraviglioso, praticamente senza alcuna pecca. Tocchi di prima e aperture ariose, possesso palla magistrale, schemi d’attacco in cui il mix fra individualità stupende (Messi e Villa e Pedro) e ragionieri deliziosi (Iniesta e Xavi) è semplicemente esplosivo. Il Barca è arrivato in area bianca un numero imprecisato di volte, con tale facilità che oggi raccontarlo può essere difficile. Il Barca poteva segnare anche molti più gol di quanti non ne abbia segnato. Il Barca ha amministrato come ha voluto tutta la partita, non soffrendo mai le ripartenze o i tentativi di uscita dell’avversario. Il Barca ha mostrato tecnica individuale ben superiore rispetto a qualche giocoliere che tentava inutilmente di risolvere il match senza l’apporto dei compagni (ogni riferimento a Cristiano Ronaldo è puramente casuale). Il Barca ha dato infine prova di grande saggezza morale perché il massacro poteva anche sfiorare lo sfottò e invece non è successo. Manovra, tocchi, preziosismi, ma mai fini a se stessi. Sempre utili al giro-palla o a tentare l’ennesimo attacco.

D’altra sponda si è assistito a una serie di calci e calcioni da squadra dei sobborghi più malfamati del mondo, dove l’unica regola è dare botte e chissenefrega del risultato. Si è assistito a pazzie assolute quale la spinta di Cristiano Ronaldo a Guardiola o al calcione maledetto di Ramos a Messi che poi, non contento, se la prende pure col suo Capitano in Nazionale Puyol e poi ancora se la prende con Xavi e Iniesta. Si è assistito a 8 cartellini gialli e 1 rosso, come la squadra di terza categoria afflitta dalla stanchezza di una settimana di duro lavoro in cantiere. Con la netta sensazione che l’arbitro ha limitato i danni.

E’ mancata solo una cosa ieri sera: il gol di Leo Messi, una specie di marziano che con la palla può fare veramente quello che vuole. Per il resto sono arrivati i gol di Xavi (oggi il regista più forte al mondo) e i due gol di Villa (ecco perché il Barca lo cercava da anni) più i gol del ragazzino Suarez e di Rodriguez.

Al di là dei facili premi il giocatore che ieri ha più entusiasmato, almeno per chi capisce di calcio questo sarà vero, è certamente Andrés Iniesta. Questo ventiseienne ha un ruolo tutto suo. Non esiste nei manuali di calcio e non ha eguali al mondo. E’ un esterno di centrocampo? Non proprio! E’ un interno? Non proprio! E’ un regista? Non proprio! E’ un trequartista? Non proprio! E’ tutto questo, tutto concentrato in un solo uomo. Di piccola statura, di non grosso fisico, ma con due polmoni e due piedi difficilmente sintetizzabili con due aggettivi solamente. Salta l’uomo che ha davanti con una facilità disarmante. Smista palloni in quantità industriale scegliendo sempre la soluzione più pericolosa. Palla al piede è imprendibile. Si lancia negli spazi, difende, contrasta e poi si lascia andare a certe giocate che mettono nel ridicolo un intero reparto. Come quando di tacco realizza due uno-due consecutivi. O come quando in mezzo a tre uomini va via senza nemmeno un graffio con una eleganza senza pari.

Se il Pallone d’Oro, con quanto mostrato in questi anni, non viene ceduto allo spagnolo più decisivo negli ultimi anni… beh c’è da sospendere questa specie di istituzione del calcio. Un premio che ha visto negli anni una serie di scandali clamorosi, tipo Sammer o Cannavaro o (mia personale opinione, se vado a rileggere quegli anni) Figo e Owen. Perché se non vuoi darlo ancora una volta a Messi per evitare di ripeterti, allora non puoi non scegliere Iniesta. La sua media voto è semplicemente imbarazzante. Non ricordo una partita in cui il telecronista non abbia esaltato le sue giocate, così efficaci ed esteticamente deliziose. E non vedo francamente concorrenti dello spagnolo in giro per il mondo.

Chiudo tornando al fenomeno da baraccone che è Mourinho. Un violentatore del fair-play senza eguali. E’ bastato avere un minimo di avversario, tipo il Barca, che è crollata la sua filosofia e tutta la sua spocchiosità. Mourinho ha avuto la fortuna di non avere avuto quasi mai veri avversari. Né in Portogallo (vincendo una Champions del tutto inedita) né in Inghilterra (dove a Manchester stavano rivoluzionando la società e a Londra, sponda Arsenal, dovevano fare i conti con l’assenza di budget) né in Italia (dove oggi non si ha notizia di Arrigo Sacchi, in debito di saliva dopo aver fatto un paio di domande a Galliani: chissà cosa avrà pensato del suo progetto coerente di calcio, di programmazione e di altre cazzate di cui non conosce il significato). Dura la vita quando sei costretto a non-urlare e dover giocare sul serio. Dura. Quanto dura? 5-0!

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