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Categoria: SudAfrica 2010

Il punto su SudAfrica 2010 #7

La sorpresa è l’Olanda, ma non la Spagna. Cominciamo col dare il vero nome alle cose, poi possiamo pure analizzare e psicanalizzare ogni membro dei team.

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Comunicazione ufficiale: è morto il giornalismo sportivo italiano. Vedendo in azione Galeazzi e Costanzo, col povero Jacopo Volpi costretto a inginocchiarsi e prostrarsi ai piedi dei due taglia-XXXL e violentare quella che sarebbe una trasmissione sul calcio. Trasmissione che solo per pochi minuti assomiglia al genere approfondimento sportivo, perché per tutto il tempo è una specia di farsa, di barzelletta del giornalismo, di varietà mal riuscito e condotto pure male. Lo dico perché non avendo Sky (ma ci sto pensando seriamente) e non guardando Mediaset Premium, rinunciando a imparare lo spagnolo e il tedesco, mi tocca vedere la RAI ricordandomi subito che la TV in casa mia è solo un accessorio che da spento è spettacolare. E dovrei pagare 110 euro all’anno per godere ste cazzate. No, grazie! L’ultimo intervento serio che ricordo di Galeazzi è quando intervistò Oronzo Canà ne L’Allenatore nel Pallone, film con uno stupendo Lino Banfi. Era la vigilia della partita Longobarda-Milan e un giovane Giampiero Galeazzi chiese a Canà, Lino Banfi allenatore della Longobarda, quali mosse tattiche avesse preparato per battere il Barone. Da allora non ricordo più un intervento di calcio e sensato di questa grossa figura della TV. Se poi la abbinano a Boniek, allora il gioco è fatto. L’intelligenza del polacco che tifa gli indiani è direttamente proporzionale all’uso che fa degli articoli della lingua italiana. Per non parlare degli ospiti illustri: sciaqquette e sciaqquetti del mondo della TV italiana che non aggiungono alcun valore ai contenuti, già poveri, di Notti Mondiali. A questo punto devo rivalutare la trasmissione pomeridiana condotta da Mazzocchi, che se non altro è simpatico e qualche domanda di calcio la fa pure, e Costanzo. Maurizio Costanzo è lì solo perché prende soldi, lui si diverte, fa battute, anche se non fanno ridere, e se ne fotte. Almeno è coerente.

Chiusa la parentesi doverosa sul calcio in TV (non capisco perché Cerqueti e Bizzotto devono cedere il passo a Civoli e a tutti gli altri: sono gli unici telecronisti competenti che ha la RAI ed è gente che col microfono in mano ti racconta il calcio, giocato e non, come pochi!) passiamo al campo. Il responso è chiaro, preciso e inconfutabile: ad oggi la Spagna è l’undici più forte del mondo. Perché al talento innato hanno unito la maturità di chi al calcio sa giocare veramente. L’avevo già detto dopo la sconfitta con la Svizzer: una farsa.

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Possono sponsorizzare chiunque, ma il vero fenomeno è Xavi. Non ricordo un centrocampista, nel suo ruolo, più forte dello spagnolo. Al momento, da due anni in realtà, è uno dei più forti giocatori al mondo. E anche uno dei più decisivi con le sue giocate sempre puntuali e precise. Detta il ritmo e catalizza tutte le azioni delle Furie Rosse. E’ sempre presente, al centro di ogni scena e di ogni giocata. Smista palloni su palloni non perdendone mai il possesso e l’efficacia. Pare fare la cosa giusta, sempre. E’ semplicemente mostruoso. Se il Pallone d’Oro non fosse diventato una statuetta qualunque con forte odore di politica, dovrebbe essere consegnato a casa di Xavi, a Barcelona, con tanto di serenata. L’unica pecca, ma il suo ruolo l’ammette, è che vede poche volte la porta, preferendo però meravigliosi assist e aperture che ti fanno amare il calcio. Complimenti, Professor Xavi.

Accanto a lui si muove una squadra che è molto forte nell’undici titolare, considerando pure che in panca c’è un certo Fabregas, e ieri addirittura pure Torres e David Silva. Compatti gli spagnoli, forti fisicamente e mentalmente. Hanno addormentato la partita, hanno cercato gli spazi, hanno dialogato come pochi sanno fare, hanno accelerato, hanno creato e tirato, sciupato. Ironia del destino ha deciso Puyol, ma per me il significato del gol è il seguente: sbagliamo i gol facili, ok abbiamo tante armi. Terzo gol in Nazionale per il Capitano del Barca. Rete che vale la finale.

Sarà la prima volta. La prima volta di Olanda-Spagna in una finale mondiale e la prima volta per una delle due formazioni che alzerà al cielo la Coppa. Per quanto mi riguarda le Furie Rosse sono le strafavorite, in quanto gli Arancioni soffrono di blackout improvvisi che a questo livello prima o poi paghi (e finora non è mai accaduta, per fortuna degli olandesi).

La rosa degli avversari della Spagna è inferiore e profondamente diversa. Pochi grandi interpreti del calcio, anzi pochissimi: Snejder (il cui atteggiamento non credo sia salutare: rischia costantemente il giallo e qualcosa di più, dovrebbe calmarsi e autodisciplinarsi perché i regali prima o poi finiscono) e Robben, quindi uno scacchiere di falegnami e fabbri (tipo Van Bommel e i quattro difensori), artigiani della corsa (tipo Kuyt e Van Persie e Elia) e tanti tanti muratori. Non è certo l’Olanda degli anni ’70, tanto per intenderci, ma è una formazione comunque solida affidata ai lampi di genio e alle accelerazioni delle punte e dei trequartisti. Sarà una bella partita, molto accesa e chissà come si svilupperà. I quattro tenori del centrocampo spagnolo (Xavi, Xabi Alonso, Busquets e Iniesta) hanno letteralmente spento la fisicità tedesca: lo rifaranno?

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Il punto su SudAfrica 2010 #6

Passano le migliori. Le migliori in quel momento, magari anche in quella serata. E’ il calcio di oggi, troppo misterioso per essere capito fino in fondo. I valori assoluti non contano più, serve correre, creare, tirare e provarci. Sempre, comunque. Se poi si ha pure un minimo di idea di gioco e tanti talenti, di quelli che hanno voglia di sacrificarsi, allora il più è fatto. Pare la descrizione della Nuova Germania, la squadra più tosta, divertente e concreta finora vista. Un passo indietro la Spagna, aggrappata a Villa, a Xavi, a Iniesta e a una difesa per adesso ottima. Eclettica e imprevedibile l’Olanda, che corre e macina gioco, ma che resta un’incognita.

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E’ questo il Mondiale 2010, con l’aggiunta di un sorprendente Uruguay che ha potuto usufruire di un cammino agevole, anche troppo. Come accaduto all’Italia del 2006.

Che Maradona non era un allenatore si sapeva già. Oggi nessuno scopre nulla. Maradona per la Federazione Argentina voleva dire accendere il fuoco del tifo nel Paese. E Maradona aveva e ha avuto proprio tale significato: passione, sogno. Ma l’Argentina è priva di pedine che in una squadra di calcio sono necessarie: difensori forti, terzini che corrono e centrocampisti che lavorano. Invece i sudamericani sono pieni di stelle e fenomeni come Tevez e Messi e Higuain, di ottimi ragionatori come Mascherano. Dietro di loro il vuoto. Vuoto assoluto. E basta vedere come hanno preso i quattro gol che la Germania si è limitata a segnare. Basta vedere come i tedeschi potevano ripartire dalla loro metà campo, senza uno straccio di opposizione avversaria. Non basta Mascherano, insufficiente Veron, troppo sbilanciati in avanti e incuranti della fase difensiva i vari Di Maria, Messi, Tevez e Higuain. Quattro contro tutti, era stato il canovaccio di Diego Armando fin qui. Quattro contro tutti nell’attesa che Messi si sbloccasse. Non è accaduto e l’Argentina va giustamente fuori.

Di contro una squadra maestosa. Non si fa fatica a capire come Ballack sia stato una manna dal cielo. L’infortunio, intendo. Dove giocherebbe Ballack in questa formazione? Al posto di Ozil? Impensabile. Al posto di Khedira? Improponibile. Capitano non giocatore, a tifare da bordo pista. Spazio ai giovani, e che giovani. Lahm ha asfaltato la fascia meglio di Maicon. Podolski è stato stupefacente, per quantità e qualità. Muller, il ventenne Tomas, riesce ad abbinare, come pochi, tecnica e grinta, concretezza e praticità. Beato Van Gaal che pure metteva in panchina Mr Klose, che se avesse realizzato anche solo il 20% dei gol sbagliati a quest’ora sarebbe il Capocannoniere del Torneo con tre giornate di anticipo. Della Germania va sottolineato lo spirito con cui i giocatori scendono in campo: rilassati e tranquilli, come di chi sa bene qual è il compito che deve svolgere ed è conscio delle proprie qualità e della propria condizione. Un’autorevolezza che fa paura, a conferma delle sensazioni venute fuori dal gironcino di qualificazione. Il rischio è sedersi e ammirare il proprio talento, quanto di buono fatto finora. Un rischio che però i tedeschi non sanno concedersi. Erano cattivi, sono diventati pure belli. Complimenti a tutta la Nazione che ha saputo dare la svolta a una storia improvvisamente povera di emozioni.

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L’Olanda è la pazzia. Un gioco che coinvolge tutti gli undici in campo, movimenti continui e costanti, dinamismo incredibile di cui Robben è il portatore sano per eccellenza. Dribbling, tecnica e gran tiro. Caratteristiche che sembrano distribuite ottimamente fra i vari giocatori arancioni. E pensare che giocano praticamente senza una punta di ruolo, perché Van Persie è tutto tranne che una prima punta. Epperò il gioco e l’organizzazione, gli inserimenti e il martellare sulla corsa riescono benissimo a compensare l’assenza di un bomber.

Il Brasile è stato schiantato dal proprio ego. Troppi complimenti, anche i miei. E troppo poco senso brasiliano per poter pensare di farla franca. Giocatori sotto tono o spompati, poche idee lucide là davanti, con Kaka che è semplicemente il Kaka degli ultimi anni, cioè un giocatore normale che testardamente vuole fare il fenomeno. Saranno problemi fisici, sarà la tranquillità interiore che gli manca, sarà tutto ma questo non è un fenomeno. Non lo è più, almeno. E probabilmente ha tolto spazio ad altra gente. Un conto, poi, è avere Ronaldo o Romario là davanti, un altro conto è avere Luis Fabiano. Favoloso solo nel nomignolo, che se non fosse per il palleggio di mani e il passaporto verrebbe dipinto come un attaccante normalissimo. Il solo Robinho, l’unico a tentare di creare qualcosa di diverso, non può bastare. Esce Dunga, tradito dal suo pupillo Melo. Esce Dunga e il Brasile si spacca: chi vuole cacciarlo e chi vuole picchiarlo. La domanda però è sempre la stessa: chi è rimasto a casa che poteva cambiare le sorti di questo Mondiale?

Su Tabarez onestamente non posso dire tanto. Non ho seguito i sudamericani e non avevo idea di seguirli. Il cammino facile credo sia la descrizione di questa semifinale. Con giocatori interessanti, questo sì. I vari Suarez e Hernandez. Perché questo Cavani è solo l’ombra di quello ammirato nel Palermo e perché credo che 9 persone su 10 faticherebbero a ricordare i nomi degli undici titolari.

A meno di ulteriori colpi di scena, mi chiedo perciò chi sfiderà l’Olanda in finale. Sarà un match fra prime volte? O vale ancora il famoso “il gioco del calcio è quello sport in cui due squadre si sfidano e  in finale va la Germania”?

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Il punto su SudAfrica 2010 #5

Si gioca così. Perché alla fine il calcio è un gioco semplice, con poche regole pratiche, intese per il ragazzo che si veste con i colori di una maglia e scende in campo per piazzare il pallone dentro la porta avversaria, evitando che il collega con i colori diversi ai suoi segni un punto. Alcuni testi del 1900 descrivevano così il gioco del calcio e, di fatto, tale è rimasto.

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Si gioca così, con corsa, movimento, coralità e tanto tanto tanto talento. La differenza fra un grande giocatore e un buon giocatore è la velocità con la quale il primo riesce a fare tutto quello che il secondo compie a un ritmo inferiore. Per dirla breve: Klose si è mosso ieri a una velocità superiore di Rooney, e a poco conta se in valore assoluto il secondo è nettamente superiore al primo. Così come Muller e Podolski, ma vale anche per Ozil e il giovane Bastian, hanno corso di più e meglio rispetto agli avversari. Della squadra di Capello rimane l’amarezza di aver sbagliato clamorosamente il pronostico. Troppo scarichi, troppo stanchi, svuotati di cattiveria e un agonismo che è perno del calcio inglese. Strano, molto strano: non sono fatte così le squadre di Capello. Sono pronto a giocarmi qualche euro: ancora due anni di lavoro e Sir Fabio potrebbe davvero trovare il bandolo della matassa. Gli inglesi mancano di qualità abbinata alla disciplina. Non esiste più un David Platt né Lineker, in porta i tempi in cui Seaman aveva la meglio sui pretendenti sono solo amari ricordi rispetto alla scelta fra le varie calamità, come i giornali inglesi amano definire i goalkeeper a disposizione della Nazionale. Troppo gossip, poca concretezza. E anche Capello ha gettato la spugna, con un atteggiamento remissivo. Non si aspettava nemmeno lui il flop, ma è arrivato. Il tentativo di nasconderlo dietro i due metri, quelli che separavano il pallone dalla riga di porta, è vano, persino ridicolo e vigliacco. I due anni preparatori al Mondiale sono stati illusori, a Capello e alla squadra capire il perché.

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Di contro il tecnico tedesco meriterebbe la panchina d’oro. Facile dirlo ora con quello che ha mostrato al mondo. Difficile capirlo prima quando scelse questi 23. E, badate, non è solo un discorso tecnico, ma anche umano: Cacau, i vari polacchi, quelli ereditati dalla Serbia e poi non ricordo più se c’è uno svizzero trapiantato in Germania. Sì, proprio la Germania. E’ l’evoluzione di un Paese che sta alzando la testa, in tutti i settori. E’ l’esempio di come si riesce a ricostruire o costruire qualcosa partendo dal talento, dalla forza in casa propria, dalla programmazione, dalla pazienza. Tutte cose che l’Italia ha dimenticato, ha ignorato e violentato col metodo dei palloni-gonfiati. E intanto i vari Muller (sino all’anno scorso uno scolaretto cui piaceva il calcio) e Podolski (incomprensibile il cambio di passo fra Colonia e Nazionale), Ozil e Neuer incantano. Avevano messo paura pure quando persero con la Serbia, una partita strana. Ma i giornali italiani attaccarono in fretta con il discorso de “zero punti contro il punticino dell’Italia”. Già i giornali italiani, quelli che adesso non possono più provare a indovinare la formazione perché l’Italia del punticino è già in vacanza. La Germania ha mostrato di avere le idee chiare e conoscere alla perfezione le caratteristiche dei 23: modulo perfetto, movimenti ottimi, cambi azzeccati. Non può essere solo fortuna come qualche vagabondo del calcio scritto ha azzardato in TV. Siamo accecati ancora dall’odio contro Moggi e la Juve che ci siamo persi gli obiettivi annuali, tutti miseramente falliti dal 2006 ad oggi: sconfitte politiche e sul campo, scelte errate in panca e fra i selezionati, giustizia sportiva amministrata come peggio non si potrebbe. Non servono neppure le dimissioni di qualcuno, servirebbe piuttosto un ammutinamento generale e un azzeramento di tutto il comparto dirigente del calcio italiano. Non avverrà, così saremo costretti a gustarci Germania e Argentina.

Perché Maradona non sarà un tecnico con esperienza, non avrà una mente molto equilibrata, ma il suo lavoro lo sta facendo bene. Molto bene, anche troppo per quanto mi riguarda. Premesso che non ha nulla, neppure lui, da insegnare a Messi, Tevez, Higuain, Mascherano e gli altri, il Pibe de Oro si limita a fare il team manager: sprona, lavora sull’autostima, martella sulla vittoria e azzecca le mosse. Milito va fuori, Zanetti non è mai stato preso in considerazione, Cambiasso è comodamente seduto sul divano, alcuni argentini di Spagna sono in vacanza. A Diego serviva il peso della tradizione (Heinze, Veron), la pazzia del sangue argentino (Tevez), l’amore del pubblico (Martin Palermo) e la classe infinita (Messi) unita alla necessità del ragionamento (Mascherano). Ingredienti che ti permettono di ottenere quel vantaggio necessario a superare difficoltà (quali?) e momenti bui (assenti!) e quindi vincere. Che poi Maradona rischia di non portare a casa la Coppa, beh questo è un altro discorso perché gli ostacoli sono altissimi. Intanto ha messo a segno parecchie vittorie, sul campo e fuori. Sorprendendo chi del calcio conosce solo uno stupido corso di Coverciano e la solita burocrazia. Probabilmente perché non ha mai corso col pallone fra i piedi.

Oggi c’è il Brasile, che ha messo da parte la pazzia preferendo la razionalità feroce di Dunga. Aveva già dimostrato che questo approccio può funzionare, precisamente nella Coppa America di qualche anno fa quando battè l’Argentina favoritissima, lasciando a casa qualche campioncino svogliato. Stesso binario di questo Mondiale, chissà se porterà al capolinea dove si trova la Coppa.

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L’Italia riparte: troppo freddo in SudAfrica

I Nazionali torneranno a casa. Per molti sarà l’occasione propizia per riposarsi e cercare di capire se dal calcio intendono solo riscuotere o intendono pure dare. Perché la Slovacchia, costretta a disfare valigie già pronte, ha corso, si è impegnata, ha applicato alcune utili idee al calcio, ha tentato e alla fine ha meritatamente vinto. Ci ha messo il cuore e tanta umiltà. Esattamente il contrario di quanto fatto dagli azzurri. Non tutti. Per esempio quel pazzo di Fabio Quagliarella che per poco non cambia la faccia a una storia che sembrava scritta. Quel Quagliarella cui si è preferito Di Natale o Gilardino o lo stesso Iaquinta, tutti terribilmente indietro (si salva solo Iaquinta, in tal senso) di personalità. Mentre il cucchiaio con cui il napoletano ha messo dentro il definitivo 3-2 è di quelli che significano “io le palle ce le ho e le ho messe”. Un po’ quello che ha detto il suo sguardo, conscio dell’inutilità di una simile prodezza. Riceverà i complimenti delle redazioni sportive mondiali, ma il gol è già dimenticato. Si torna a casa perché è giusto così, perché siamo di molto inferiori rispetto alle altre Nazionali, comprese Nuova Zelanda e Slovacchia. Perché il valore assoluto nel calcio non esiste: c’è da correre sempre, c’è da lottare per novanta minuti, c’è da dimostrare costantemente le proprie doti. Chi potrebbe oggi dire che questo o quel giocatore ha messo in campo umiltà, cuore, determinazione e intelligenza?

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D’accordo che hai sulla coscienza il gol slovacco, ma caro De Rossi devi svegliarti e reagire, non nasconderti e perdurare in uno stato catatonico imbarazzante. Si corre e si sbaglia, ma smettere di correre e lottare mai! Non ce lo possiamo permettere. Strana a quel punto la sostituzione di Gattuso, col fantasma di De Rossi in campo. Dov’è ora la tessera del bravo calciatore?

Su Di Natale ho finito gli insulti, che poi insulti non sono. Si tratta di sana coscienza civile: forte coi deboli (Serie A) e debole coi forti. E’ lo stato naturale dell’uomo medio, giusto che sia così. In natura qualunque specie animale obbedisce alla regola precedente. A casa Totti e Del Piero e dentro Di Natale: la sostanza e la forma cambia, in modo decisivo. L’hanno voluto in campo, e al di là di un ovvio gol a porta vuota, al di là pure degli errori da dilettante commessi, in campo Di Natale non si è visto. Doveva essere il collante fra un centrocampo muscolare (Montolivo, De Rossi e Gattuso) e i due velocisti (Iaquinta e Pepe). Si è nascosto per gran parte del match, salvo tentare il tutto per tutto incoraggiato da Quagliarella, reo di aver svegliato molti da un sonno o un letargo imbarazzante. Totò, torna in provincia, non c’è nulla di male. Si fa molta più strada e ci si diverte di più se si conoscono i propri limiti. Spero Prandelli lo abbia osservato attentamente.

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Facile, facilissimo prendersela con Cannavaro, eppure se solo si riuscisse per una volta e una volta soltanto a guardare il tutto con occhi obiettivi è facile accorgersi che è uno fra i più positivi, in un deserto di nullità. Qualche buona chiusura, ma pure tanti errori di squadra e di concetto. Nessun filtro del centrocampo, esterni carenti in fase difensiva e nulli in fase offensiva: nemmeno un muro avrebbe retto. Coraggio, ti massacreranno, ma tanto sarai lontano i petroldollari allevieranno i tuoi dolori.

Chi crede al caso saprà già la risposta: se Buffon non poteva prendere parte attiva in questo mondiale un motivo c’era e, ora, è evidente. Mi fermo qui. Analogo discorso vale per Pirlo: ricordo un paio di giocate in cui lui aveva la palla e non riusciva a trovare un compagno libero, costretto a girarla a Cannavaro o a Chiellini. Non può essere colpa di Lippi.

E così arriviamo al punto chiave della vicenda. Ora usciranno i genietti di turno: è tutta colpa sua, non doveva tornare, è incapace, è permaloso. Le solite cazzate che su di lui si dicono da sedici anni. Non sarà un amicone della stampa e dei giornalisti, ma un po’ di oggettività la si deve pur usare. Mi riferisco a Lippi e al suo ruolo in questa vicenda. Cominciamo col elencare chi ha lasciato a casa, escludendo per ragioni ben descritte da Gattuso (non uno qualunque nel gruppo Azzurro) i vari Balotelli (che io non avrei voluto, non per ragioni tecniche) e Cassano (che io avrei portato solo e solamente per ragioni tecniche, ma in fondo sono d’accordo con Gattuso), e che poteva cambiare le sorti del mondiale italiano: Cossu, Matri, Motta, Candreva, Pellissier, Cristiano Lucarelli, Matteo Ferrari? Forse gli unici errori sono appunto due: Cassano e Giuseppe Rossi. Per il resto il trucco è semplice: chiunque avesse giocato nell’undici titolare di queste tre partite avrebbe fatto la fine di chi ha poi giocato. Svuotati dentro di ogni energia nervosa, come dimostra il tempo perso a recuperare palloni o protestare per il pestone ricevuto. Svuotati dentro di un minimo di dignità, perchè il solo fatto di partecipare a un campionato del mondo dovrebbe regalarti emozioni e uno spirito unico, almeno credo. Immagino che essere in quei 23 dovrebbe permetterti di proporti in campo con la voglia di spaccare il mondo, quello stesso mondo che ti sta guardando in TV. La domanda perciò è la seguente: le non sovrapposizioni sulla fascia, i non inserimenti, la mancanza di dialogo fra le punte, o la mancanza di punte vere, i tiri che nessun attaccante ha scoccato, i cross inesistenti, davvero sono problematiche riconducibili a Lippi? Quello stesso Lippi che aveva plasmato un gruppo di poco superiore a quello attuale portandolo in vetta al mondo! L’ha detto Buffon, per ultimo: a casa di fenomeni non ce ne sono, e questo gruppo è inferiore a quello di quattro anni fa. Buffon, non uno qualunque. Amen.

Per finire e meglio descrivere il nostro paese, bisognerà che Bossi risponda a una domanda semplice semplice: non è arrivato il bonifico in casa slovacca o che altro? Perché serve la faccia come una parte anatomica chiamata sedere per dire certe cose, mettere le mani avanti e poi scusarsi. Troppo facile, ovvio, perfino banale. Ma ora come la mettiamo? Di fronte alla voglia e alla serietà di ragazzi che in fondo si potevano far bastare il gironcino a tre, di fronte alla umiltà mostrata in campo e all’attaccamento a quei colori, beh come la mettiamo? Siamo sicuri che i palloni gonfiati che siamo fanno bene al futuro dell’Italia? Siamo sicuri che nei nostri meccanismi civili non ci sia proprio nulla da cambiare, a partire dalla gente che decide per noi, in campo politico come nello sport e come nella cultura? Siamo sicuri che non siamo su una strada terribilmente contorta e sbagliata? Caro Bossi, hai perfettamente dimostrato come ragione l’italiano. Dell’uscita dal Mondiale mi vergogno, del fatto che all’estero mi vedono come tuo (tuo in senso esteso, alla categoria di chi la pensa come te) conterraneo… beh questo mi fa schifo! Col cuore!

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Il punto su SudAfrica 2010 #4

La notizia più sconvolgente è in realtà una conferma del tasso alcolico nel cervello di chi guida il nostro paese. Probabilmente ancora imbevuto delle malefatte di Moratti e Co., il leader della Lega Nord Bossi firma un’uscita sensazionale. A suo parere l’Italia, intesa come Federazione Calcistica, starebbe trattando la partita con la Slovacchia. Cioè, detto più palesemente, l’Italia starebbe organizzando una combine al fine di passare il turno. Ancora più sorprendente è la risposta della Federazione che non si è fatta attendere. Io non avrei risposto, anzi avrei fatto di tutto per invitare Bossi in qualche trasmissione sportiva. O avrei mandato uno speciale di 24 ore consecutive in cui si faceva rivedere a più non posso la sua intervista. Abbiamo oltrepassato il segno? No, semplice atteggiamento italiano.

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Il tutto nella serata che ci ha regalato una grande lezione di stile e di sportività. Abituati come siamo al Torneo Aziendale di cui l’Inter è organizzatrice e vincitrice diretta gli analisti del pallone italico si sono affrettati a dire che Uruguay-Messico sarebbe stata una partita-biscotto. Peccato, hanno perso un’occasione per restare zitti. Non solo le due formazioni americane si sono date battaglia, ma lo stesso Messico ha rischiato fortemente l’eliminazione. Nell’altra partita il fenomeno Domenech (una sorta di Mourinho perdente, che è peggio!) chiudeva la sua esperienza rifiutando la mano di Parreira, uno che rispetto al francese ne sa molto di mondiali e vittorie. Troppo facile prendersela adesso col commissario transalpino, più difficile invece capire e spiegare chi lo ha tenuto saldamente su quella panchina.

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L’Argentina B vince e convince, al di là di quello che qualcuno pensa. Perché giocare in quel modo, blando e supponente, se lo può permettere solo chi è in possesso di una tale sicurezza, psicologica e tecnica, imbarazzante. E l’Argentina e Maradona hanno dimostrato di avere tali caratteristiche. Nonostante le tremanti “erre” di Collovati, Maradona ha scelto di piazzare Milito nella seconda Argentina e purtroppo l’interista ha fallito. Per uno strano gioco del destino, poi, chi lo ha sostituito, il 36enne e idolo indiscusso Martin Palermo, ha siglato il gol che ha chiuso il match. Il mattatore è sempre lui però, Lionel Messi. La sua superiorità è imbarazzante, pari alla momentanea sfortuna che lo perseguita. Il fatto però di decidere quando andare al tiro e come è già di per sé segno indelebile della sua forza. Le accelerazioni sono micidiali e sta pure crescendo a livello tattico. Gioca ormai a tutto campo, venendosi a prendere palla sino nella sua metà campo per poi tagliare il terreno di gioco in ogni sua zolla. Semplicemente impressionante. Il gol arriverà, e quando arriverà saranno dolori atroci per tutti. Ieri, per la cronaca, mancava gente come Mascherano, Samuel, Tevez, Higuain. Scusate se è poco.

E l’Italia attende il processo. Lippi lo ha evitato dribblando certe inutili domande. Mentre Zambrotta ha fatto da Avvocato difensore del tecnico che più di tutti lo ha plasmato e definitivamente lanciato (Lippi, appunto). Detto questo il gruppo azzurro è monco dei campioni che ti risolvono la partita. E privo di un vero bomber. Di necessità virtù, dunque. La necessità è chiara, le virtù meno. A Lippi il compito di trovare la bacchetta magica e capire come si può usare in questo torneo mondiale.

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Il punto su SudAfrica 2010 #3

Qualche gentile lettore confermi: Sky offre un team di analisti e simil-sportivi certamente migliori rispetto a quelli schierati dalla Rai. Poi dici che il canone non lo vuoi pagare… per forza, lo spettacolo è imbarazzante. E spettacolo proprio non è.

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Passi il discreto teatrino di Mondiale Sprint, la versione pomeridiana, dove Mazzocchi fa quel che può per mantenere lo studio allegro e il tenore dei discorsi a un livello decente, ma la trasmissione della seconda serata è quella roba che generalmente butti via nell’indifferenziata. La coppia Costanzo-Galeazzi mi fa venire i brividi, soprattutto perché qualcuno chiama “Maestro” quello più grosso e “Esperto” quello più scemo (a voi legare gli aggettivi ai protagonisti). L’unica che potrebbe riportare lo spettacolo nella retta via è la bravissima Ferrari che è visibilmente imbarazzata. A occhio e croce vogliono giocarsi la sua candidatura per la prossima edizione della Domenica Sportiva. Peccato, io rinuncerei a questo massacro e rimarrei a casa, da grande professionista qual è. La ricordo ancora in Novantesimo Minuto con Tosatti: in un’ora riusciva a far vedere tutto e commentare come si deve una giornata di campionato.

Sulla scia della scarsa informazione che RaiSport ci regala devo pure sottolineare la scarsa obiettività o la poca intelligenza nel commentare certe partite e analizzare certe situazioni. Per esempio, eccone alcune.

Paragonare il calcio offerto dai tedeschi a quello italiano mi pare eccessivo. Sia nei punti conquistati, sia per quanto visto in campo. La Germania ha idee e corre, freschezza e allegria, con gente giovane e con una certa maturità internazionale, oltre che in Nazionale. Poldo, il polacco del Colonia, a soli 25 anni è praticamente un veterano: presenze e gol (numero altissimo peraltro). Lahm, del Bayern, è capitano a soli 25 anni. Muller, dal cognome storico, ha poco più che 20 anni e ha stupito tutti in questa sua nuova posizione (visto dove viene impiegato a Monaco). Ozil (23 anni) sta confermando la sua immensa crescita dopo la partenza di Diego da Brema. E via così. Pur nella sconfitta, la Germania ha comunque dimostrato una buona forza, buoni schemi, un ottimo gioco. Quando la palla non vuole entrare c’è poco da fare.

Un po’ come capitato alla Spagna la scorsa partita. Ieri sera ha semplicemente evitato di replicare al Portogallo, e Villa ha deciso che non vuole diventare capocannoniere in modo così semplice. Abominevoli certi errori sotto porta. La Spagna gioca bene, in velocità e pare avere i migliori uomini in certe zone del campo. Sfido a trovare un rapace meglio di Villa in attacco, con la variante Torres che se solo dovesse riprendersi in fretta… Sfido a trovare un geometra migliore di Xavi, o un regista con la testa più rapida di Xabi Alonso (Ranieri gli preferì Poulsen: boh!). Per non contare sul fatto che in panca siede un certo Fabregas che il Barca sta mirando da un sacco di tempo. Sempre in panca ci sono poi i vari Navas (ieri in campo), Pedrito (quello del Barca, che a 20 anni è titolare), Arbeloa.

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L’Argentina credo abbia capito una regola fondamentale: se riesce a non prenderle dietro, davanti può fare qualsiasi cosa. Basta scegliere, anche da bendati, quattro pedine fra centrocampisti e attaccanti e buttarli in campo. Comunque scegli, caschi bene. Il fatto poi che Messi non si sia sbloccato, ma solo a livello di gol, non è un bene per gli avversari, ma un male. Un male oscuro che se si dovesse arrabbiare, e dunque risvegliare, metterebbe fine a questo campionato. Visto che la concorrenza ha deciso di prendersi un torneo-sabbatico.

Il Brasile è figlio del proprio allenatore. Quel Dunga che dettava legge a Firenze appena arrivato, quello che poi vinse il Campionato del Mondo contro Sacchi. Quello che a centrocampo preferisce Melo ad altri, perché gli serve chi deve fare legna, chi deve menare e rincorrere e bastonare. Ha lasciato a casa i fenomeni dell’assegno in banca, ossia Pato, Ronaldinho, Ronaldo, Adriano, Diego. E ha scelto chi intende sacrificarsi per davvero. Tipo quel giovanotto Robinho che a un certo punto della carriera ha dimostrato più maturità di altri definiti tali: ritiro in Brasile, attorno ai propri cari, un po’ di tranquillità e via al recupero mentale. Se è in forma è uno dei miei preferiti: divertente ed efficace. Luis Fabiano la mette dentro: aiutandosi con la mano o tirando di punta, comunque la mette dentro. Questo alla lunga è quello che conta a calcio. Kakà deve capire che in una carriera giocare bene soltanto due anni non significa niente (2003 e 2007). La rendita nel calcio non esiste, né il valore assoluto fine a stesso. Ogni giorno devi dimostrare chi sei e quanto vali, il passato conta poco, quasi niente.

Tutte le altre formazioni restano sotto esame. In particolare sotto l’esame di chi dovrebbe rivolgere loro le domande più importanti, cioè tutte le grandi che stanno deludendo. L’Olanda non ha entusiasmato, pur mostrando ottime doti tecniche e fisiche. Ma come il Portogallo, sono formazioni capaci di tutto: di vincere col più forte e di perdere col più debole.

La Francia meriterebbe un libro: il mese nero della Nazionale, sarebbe un titolo perfetto. Ai limiti dell’umana dignità quanto sta accadendo nel ritiro transalpino. Gente che sciopera, dirigenti che gettano via il contratto, dimissioni a iosa. Chi intende prendersela col gruppo, leggi i giornali francesi, credo che dovrebbe analizzare l’uomo Domenech. Sull’allenatore parla chiaro il suo rendimento in Nazionale. Non già per risultati, da un certo punto di vista anche soddisfacenti, ma proprio per quanto concerne la gestione delle convocazioni e dei ragazzi. Il caso Anelka non è ridicolo, è gravissimo. E’ un precedente di quelli criminali: d’ora in poi, chi vuole, può fantasticare di aver sentito il suo peggior nemico di ruolo aver detto delle cose brutte sul Mister e se lo ritrova a casa. A me non interessa sapere chi è stato a fare la spia, non voglio proprio credere che qualcuno abbia potuto fare la spia. Non credo accada più negli asili nido, figuriamoci fra professionisti.

E veniamo all’Italia. I pistolotti su Cassano e Balotelli di Altobelli ieri sera lasciano il tempo che trovano. Figurarsi se la squadra più disonesta non veniva eletta a martire di Lippi. Figurarsi poi se qualcuno si prende la briga di rispondere con argomenti seri a quanto replicato da Lippi. Chi ha lasciato a casa il Mister Campione del Mondo? Cossu del Cagliari? Pellissier del Chievo? Cigarini del Napoli? Cristiano Lucarelli? E’ colpa sua se Del Piero è reduce da una stagione sfortunata e Totti ha detto addio alla maglia azzurra? E’ colpa sua se Nesta non ha più retto alle fatiche? Quali erano le vere alternative a quelli presenti nel gruppo dei 23? Accanto al nome mi piacerebbe pure conoscere l’eventuale motivazione per cui dovrebbe essere preferito a uno presente attualmente in rosa. Altrimenti si rischia di fare della critica vuota, cioè senza contenuti. Un po’ all’italiana, ecco!

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Risposta a Bartoletti di RaiSport

Il caro Marino Bartoletti, uno dei più competenti giornalisti in giro per la TV, uno che apprezzo perché la trasparenza a livello di emozione e di sensibilità, uno che apprezzo perché è un archivio vivente, ha rilasciato un commento poco costruttivo durante la trasmissione Mondiale Rai Sprint di RaiUno.

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La tesi di Bartoletti, condivisibile e corretta, occorre anticiparlo e sottolinearlo, è la seguente: la Juve è la squadra che ha deluso più di tutte in campionato e su questa, 6 uomini su 23, 4/5 titolari in campo, è stata basata la Nazionale di Lippi (più, aggiungo io, gente come Peruzzi e Di Livio a fare da spalla a Lippi). La tesi, ribadisco, è corretta, lampante e chiara. Ma il problema è il seguente: se serve cercare un colpevole possiamo pure farlo, se serve analizzare la situazione attuale allora il punto di vista è sbagliato. Che colpe ne ha la Juve se è l’unica che può fornire materiale utile alla Nazionale? Dove sono i campionissimi italiani del Milan, della Roma, della Lazio, del Parma, della Fiorentina? Non accenno nemmeno ai cartonati, prima vera minaccia per la razza italica nel mondo calcistico azzurro. Non investiamo più nei vivai, paghiamo e strapaghiamo gente straniera, accantoniamo i nostri giovani per lanciare spesso sconosciuti individui che vengono dalle lontane zone del mondo.

La tesi del Bartoletti è corretta, ma poco costruttiva. Anche perché di base gli uomini che la Juve fornisce alla Nazionale sono: il portiere più forte del mondo, il Capitano, uno dei difensori più forti al mondo (Chiellini), uno dei migliori giovani in circolazione (Marchisio, che però non fa il trequartista, né l’attaccante, né il terzino di contenimento), più Camoranesi, Iaquinta (che ha firmato il pari salva qualificazione, al momento, e comunque è uno dei più positivi) e l’ultimo arrivato Pepe. Per non citare gente come De Sanctis, Criscito e Zambrotta.

E’ ridicolo liquidare il tutto abbattendo ancora la Juve, che non può pagare pure per la Nazionale: basta il conto nerazzurro, salatissimo e oltre modo ridicolo.

No caro Bartoletti, la crisi non è della Juve, ma è del calcio italiano. Di Natale potrà segnare 29 gol, ma Udine è diversa dagli stadi mondiali. Gilardino soffre i grandi palcoscenici, Iaquinta non è un bomber, Montolivo sta svegliandosi, ma non vale Pirlo, Camoranesi è fuori condizione. Questa Nazionale, come del resto tutto il calcio italiano, pecca di campioni. Campioni veri, campioni puri. Pecca di qualità, pecca di classe. Siamo i soliti palloni gonfiati che millantano chissà quali caratteristiche, mentre gli altri lavorano, sudano, programmano e scommettono sui propri prodotti.

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Non è un caso se la squadra campione del torneo aziendale non ha italiani in rosa. Non è un caso se le convocazioni hanno lasciato l’amaro in bocca a metà dei tifosi, convinti che forse ci poteva essere qualche soluzione in più. Da Cassano, bocciato dal gruppo, a Balottelli, strabocciato dal gruppo e dai suoi stessi atteggiamenti. L’Argentina lancia Messi, Aguero, Higuain, la Germania si affida a Muller, Podolski e schiera Lahm (25 anni) Capitano, la Spagna promuove Pedrito e via così. L’Italia è affidata al 30enne Iaquinta, al rientro miracoloso di Pirlo (31 anni), alla fisicità del 36enne Cannavaro e peccato che Zoff non si sentiva bene altrimenti sarebbe stato il secondo di Gigi. Non scherziamo, ragazzi.

La delusione è palese, ma non deve sfociare in pazzia allo stato puro. Tipo quella di Galeazzi, il cui senso del pudore è inversamente proporzionale al peso sopportato dalle sedie di RaiSport. Parlare e straparlare, su quello siamo campioni.

L’Italia calcistica paga una stampa incompetente e totalmente in malafede, costretta a far felici i padroncini e abbandonare valori quali professionalità e obiettività. Paghiamo i campioni mediatici, quelli esaltati dalla stampa di cui sopra solo perché ci sono giornali da vendere e tirature da raggiungere. Paghiamo uno scarso interesse verso i nostri talenti, quelli veri. Paghiamo una scarsa attitudine al lavoro preferendo a questo i classici meccanismi perversi dell’infamia e dei trucchetti sporchi.

E siamo ancora aggrappati ai risultati di terzi, stavolta è la Slovacchia che dovrebbe passeggiare per consentirci di vincere. E assieme alla Slovacchia il Paraguay, sperando vinca contro i neozelandesi. Già così, questa è la nostra più grossa sconfitta. Ok l’atteggiamento positivo del gruppo, ok la grinta, ma manca proprio qualità e soprattutto gente che la mette dentro.

Per chiudere, inutile provare a fare un paragone con Argentina, Germania, Spagna: loro giocano e pur perdendo hanno convinto, tranne ovviamente parte della stampa italiana. La sconfitta della Germania ha dato modo di assaporare il carattere tedesco che oggi ha pure qualità, mentre quella della Spagna è stata una farsa per le occasioni sciupate. In Italia-Nuova Zelanda io non ricordo, a memoria, tranne qualche tiro dai 30 metri, un’occasione che potrebbe essere definita tale. Purtroppo continua ad avere ragione Lippi: “In Italia non ci sono fenomeni!”. Amen!

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Il punto su SudAfrica 2010 #2

Il mio è un parere che diverge e si discosta da quanto scritto dalla stampa o affermato in TV. A me l’Italia non solo non è piaciuta, ma faticherà a piacermi se Lippi non provverderà subito ad aggiustare alcuni punti tattici.

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Purtroppo ho la testa dura e sono convinto che certe manifestazioni, tipo il Mondiale o la Champions, vanno affrontate più con la testa che col fisico e la sola tecnica. La testa? Già, anche volgarmente detta “le palle quadrate”. Gente con personalità che non ha paura di prender palla fra due avversari. Gente che si smarca perché non ha paura di sbagliare o di tentare la giocata. Gente che negli occhi leggi tanta convinzione e la giusta rabbia agonistica. Nei campetti di periferia trovi un sacco di gente che a calcio ci sa fare, dei fenomeni. Ma tolti di lì diventano agenllini indifesi che cercano la protezione nell’anonimato più assoluto: meno mi si vede e meglio è. Da questa condizione umana naturale ieri è uscito Montolivo, autore di un secondo tempo buono, non ottimo, ma buono. Legnoso nei contrasti finalmente e autorevole a tratti con la palla al piede. Palla che però finisce poche volte a bersaglio, sia che si tratti della porta (un solo, seppure pericolo, tiro in porta) sia che si tratti di un compagno che ha offerto l’appoggio in fascia (più spesso Pepe). Speriamo nel ritorno a breve di Pirlo perché questa Nazionale e questo schema di gioco non possono prescindere dai piedi di Andrea!

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Uno schema, quello di Lippi, che mi lascia perplesso: Marchisio non è un trequartista e quei due simil-registi dietro di lui lo tagliano costantemente fuori dal gioco. Marchisio non è un trequartista perché non ha i tempi per andare in orizzontale al giocatore in fascia e infatti lo troviamo sempre largo a sinistra a pestarsi i piedi ora con Criscito ora con Pepe. Da rivedere la sua posizione perché il potenziale del bianconero è notevole, ma annullato se messo lì a galleggiare nel nulla. Gilardino è stato scartato dal Milan non per una questione di pelle, per un fatto epidermico come diceva l’immenso Lino Banfi: ma per una ragione precisa e cioè non riusciva a sopportare la pressione di San Siro. Prende pochi falli spalle alla porta, poche volte gioca come sa con l’avversario dietro di lui, non infila mai la profondità, non lo si vede sotto porta. Alberto, ci sei? Scommetto che domenica pomeriggio Pazzini prenderà il suo posto: serve freschezza e quella pazzia che Gilardino al momento non è in grado di offrire. Ha bisogno assolutamente, viceversa, di un uomo che gli stia al fianco, uno come Mutu per esempio. Iaquinta largo in fascia a fare l’ala pura non serve: ok terzo attaccante, meglio quando può giocare da attaccante-secondo sul finale di gara. O di Iaquinta usi il fisico (cioè corsa, cross e contrasti) o meglio puntare su un altro uomo. Il nervosismo di De Rossi era palese ieri sera, ma la sua personalità per reggere l’urto degli avversari è fondamentale. Bene per il gol che dovrebbe consentirgli di acquistare maggiore serenità. Inoltre, sorrida un po’ di più che sta giocando un Mondiale ed è un punto fermo della Nazionale di Lippi.

I migliori, ieri sera, sono stati Pepe (moto perpetuo, che Marotta abbia azzeccato la sua prima mossa da Juventino?) e Cannavaro (maledetto lui e l’anno di riposo che si è concesso). Propositivo Criscito, bene anche Zambrotta che però è solo un timido ricordo di quel treno che fu alla Juve. L’inserimento di Camo, non al meglio, è stato in parte determinante. Ha dato vivacità e ha fatto vedere cosa significa avere personalità, con quelle solite macchie argentine: un pestone e un rischioso-secondo-giallo-mancato, tanto per far capire al centrocampo suadmericano che legnare ancora Montolivo… beh proprio non si poteva. Peccato non ci fosse Gattuso in campo. Per il futuro, speriamo in un cambio di ritmo dei nostri. A proposito, notizie di Buffon? No perché Marchetti è bravo, ma Buffon è Buffon.

Gli altri match hanno visto un colore arancione più tendente al marrone, senza facili allusioni, per carità. Scialba, lenta, a tratti involuta. Dov’è l’Olanda meravigliosa cantata dalla stampa? Si salvano in pochi visto che l’andamento generale è ben al di sotto delle aspettative. Si salva Snejder per il quale vale il poco aiuto che i compagni gli offrono. Si salva l’orgoglio e il cuore immenso di Kuyt e si salva pure quello strano oggetto di nome Elia accostato alla Juve. 22 ani, dinamismo, coraggio. Non credo valga però tutti quei soldi. Non commento poi Giappone-Camerun, uno perché faticherei a indicare i giocatori dell’est, due perché non capisco di quali leoni la stampa parla. Io ho solo visto gente sopravvalutata e un atteggiamento da prime donne. Troppo critico? No, se leggete oggi i giornali inglesi, no!

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Il punto su SudAfrica 2010 #1

Fin qui, in attesa che l’Italia entri in campo questa sera, la migliore Nazionale vista e piaciuta è certamente la Germania. Espressione perfetta di un mondo che è cambiato, negli aspetti sociali soprattutto. Gente di colore, gente che tedesca non lo è, gente che lo è a metà. Ma è un gruppo solido, unito e pare pure molto compatto. Il capitano Lahm, 25 anni, si è detto meravigliato per le caratteristiche tecnica di una Germania da sempre affidata all’orgoglio e al carattere dei suoi interpreti. Questa Germania ha talento, ha fantasia, ha corsa e voglia di stupire. Il tecnico Low ha assemblato un undici molto dinamico, con movimenti gradevoli. Giocano di prima, sono capaci a cambiare ritmo, la dinamica è corale. Gli esterni Podolski e Muller fanno un gran lavoro e garantiscono superiorità, corsa e perfino reti. Klose fa un lavoro eccezionale aprendo gli spazi per i centrocampisti. Tempo fa un ragazzo mi disse che la Juve probabilmente aveva sbagliato ad acquistare Diego e che lui preferiva Ozil. Difficile dargli torto riguardando questo anno di calcio. Il 4-0 è tondo tondo, anche se va fatta la tara con una Australia fin troppo arrendevole e con le idee confuse, tutta un’altra cosa rispetto all’undici di Hiddink quattro anni fa.

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L’Inghilterra di Capello delude. Troppa pressione o troppe aspettative. Poca fantasia, ma molta corsa. L’idea è che la Nazionale sia bloccata dal troppo clamore creato attorno alla figura di Don Fabio. Le potenzialità ci sono, certo se poi il portiere Green ne combina una a partita allora diventa dura. Il verdetto è rimandato.

Fino ad adesso non ho capito bene se è il Mondiale di Messi o quello di Maradona. Di certo il giocatore più forte di tutti i tempi ci sta mettendo del suo, con atteggiamenti palesemente buoni per le telecamere e con quel suo prendere il calcio con leggerezza e con la giusta cattiveria. Un tecnico fuori dagli schemi canonici, perfino pure elegante. Il suo alter-ergo Messi è autore di una prestazione autorevole nonostante il bottino nullo in fase realizzativa. E’ la punta di diamante che se ingrana dà la svolta alla squadra intera. Maradona ha costruito uno schema che tenta di coprire le lacune difensive dei sudamericani. Il modulo è una sorta di 6-4: tutti in difesa, poca spinta e attacco affidato ai magnifici quattro. Da questi ultimi è escluso Milito: l’Argentina può prescindere dal pur bravo attaccante nerazzurro, così come può fare a meno di un rallentatore di gioco come Cambiasso a tutto vantaggio del vecchietto Veron che fa correre il pallone a beneficio dei folletti in attacco. Velocità, estro, Tevez, Messi e Higuain: ecco l’Argentina di Maradona che dimostra comunque di avere il gruppo in mano. Curioso di capire dove potrà arrivare.

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La Serbia di Stankovic non è stata deludente, come qualcuno ha detto. E’ stata semplicemente la solita Serbia. Lo scorso Mondiale salutò tutti con zero punti. Idee tattiche assenti, equilibrio precario, attacco nullo. Deludente il capitano giocatore nerazzurro, imbarazzante l’apporto di Krasic (non è che sta subendo il tira-e-molla tra CSKA e Juve?), piuttosto scarso il contributo di Kolarov. Per quanto mi riguarda, a meno di colpi di scena clamorosi, la Serbia è già fuori visto che il prossimo match sarà contro la Germania. Sorprendente il Ghana che oltre la forza fisica mette in mostra una buona organizzazione di gioco e una discreta tecnica.

La Francia non è un pericolo. Fino a quando su quella panchina ci sarà Domenech, beh sarà tutto facile. Spogliatoio spaccato, ruoli poco chiari. Gli assi non bastano se poi questi vanno in campo senza consegne precise. Almeno questa è l’idea che mi sono fatto.

E stasera tocca a Lippi. Sarà un 4-2-3-1 con l’esperimento di Marchisio trequartista e Montolivo in cabina di regia. Anche se credo che la tattica sarà leggermente diversa durante le fasi di gioco. In attacco Pepe, il sesto juventino in rosa in attesa di altri due colpi, e Iaquinta sosterranno Gilardino. Fuori Di Natale e per me lo stupore è assente: fuori dal campetto parrocchiale di Udine Totò ha sempre dimostrato di soffrire pressione e di non reggere il confronto coi grandi. Il che non è una colpa, ma una semplice condizione umana. Le qualità tecniche non si discutono, ma i valori assoluti vanno poi messi a confronto con i vari contesti che la vita ti impone.

In chiusura mi piace sottolineare quanto segue. L’Australia ha la sua punta di diamante in un giocatore del Sassuolo, Serie B. Ghezzal (Siena) è stato espulso in 15 minuti, l’ex-viola Kuzmanovic ha sulla coscienza i tre punti persi dalla sua Nazionale, Lukovic (Udinese) si è visto sventolare contro un giusto rosso. E poi dicono che la Serie A è il campionato più bello del mondo. Qualcosa da rivedere c’è!

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