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C’è un caso Nedved? Uhm, vediamo come stanno le cose

Pavel Nedved è forse una delle bandiere più apprezzate dai tifosi. Sicuramente più protetto e più amato, perché il campo ha sentenziato: Nedved fra i migliori giocatori della storia, nel suo specifico ruolo uno dei migliori in assoluto. Lippi lo definì “il prototipo del giocatore moderno” per la sua efficacia e la sua professionalità. Atleta come pochi, lui che tornava a casa correndo alla Mandria “quando non mi sentivo allenato a sufficienza”. Il povero magazziniere era costretto a guidare la panda (altro elemento che conferma una umiltà senza precedenti) fino a casa sua mentre il caschetto biondo correva e si sfogava. Lui che si allenava anche nei giorni più impensati, lui che curava come pochi il fisico e la mente per la vittoria. Lui che non mollava mai, lui che mi ha rattristato come poche volte nella vita per una finale scippatagli da un arbitro più permaloso di altri.

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Ma tutto questo non basta. Per un ruolo in società tutto questo può non bastare. La domanda più opportuna non è “dove è finito Nedved?”, ma è la seguente: può un campione in campo diventare un campione pure dietro una scrivania?

Certo che no. Paratici vale molto molto molto di più rispetto a Nedved, perché le competenze e le conoscenze acquisite non possono essere sostituite da sgroppate micidiali sulla fascia e da numerose vittorie. Non ci si improvvisa dirigente, ma si studia da dirigente, ci si applica e quindi ci si prova. E non è detto che i risultati arrivino da sé. Occhio a non percorrere la strada maledetta di Moratti o altri Presidenti la cui eccessiva riconoscenza ha rovinato una società. Occhio a non cadere nel tranello di confondere l’amore per un giocatore per una sorta di bolla papale che ne attesti un qualche ruolo in società.

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Per me Nedved doveva insegnare calcio ai bambini, ai ragazzini, o svolgere qualche ruolo di campo, tipo assistente o team manager. Carisma e grinta, intelligenza e capacità di trascinare non gli mancano di certo. Ma direttore sportivo o dirigente di alto livello, anche semplice direttore dell’area tecnica o il ruolo che fu di Bettega non sono semplici mansioni da curare il sabato davanti al caffé e a un buon libro.

Sto perciò tutta la vita con Andrea Agnelli che di gestione e direzione ne capisce più di tutti quanti. Parlano i fatti, parlano le scelte. Troppo comodo da un divano emettere sentenze e prendere decisioni sulla base di gusti e convinzioni personali. Come il campo di calcio, anche il campo dirigenziale non permette amatori o debutti rapidi. La preparazione è fondamentale. Se Nedved ha, avrà e ha avuto un ruolo marginale, allora state sicuri che AA l’avrà fatto con coscienza, reputando non pronto il mitico Pavel per un simile compito. E Pavel non dovrebbe disdegnare un ruolo da ambasciatore dei colori bianconeri, in attesa di rivelare mansioni più interessanti, ma solo dopo averle meritate sul campo. Così come la sua carriera insegna.

Aggiornamento: in fase di checkin c’era pure Nedved a Torino. E’ volato a Londra con la squadra, con Mazzia e Marotta al suo fianco.

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