Lo spettro di Moggi aleggia sulla prole zemaniana. Non è un film, forse l’ennesimo atto di accusa. O, usando il cervello, l’ennesima conferma di come certi gratuiti atteggiamenti di vittimismo nascondo in realtà l’incapacità di fare autocritica e leggere la verità fattuale, che pure appare semplice, matematicamente e logicamente coerente con gli eventi.

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Se il più famoso Zeman ha trovato in Moggi la scusa perfetta per giustificare una carriera spettacolare – dipende, poi, qual è il punto di vista – ma estremamente povera di risultati e ricca di lavori non terminati. Un po’ perché i contratti erano scaduti, un po’ perché i contratti non sono stati rinnovati, un po’ perché i risultati hanno costretto chi di dovere a licenziare l’allenatore boemo. E’ accaduto in Italia moltissime volte, è accaduto pure all’estero. Per di più in certi territori dove Moggi non aveva alcuna presenza, né fisica né politica. Così, con la paura di perdere qualche titolo sui giornali e la speranza di salire alla ribalta, Zeman se l’è presa con Vialli e Del Piero (allora fra i maggiori interpreti di quel calcio) e quindi tutta la Juve. E, quando in Italia attacchi la Juve, la prima pagina è tua. Non importa se tu dica una colossale stronzata, l’importante è parlar male della Juve. Ma visto che i giocatori continuavano a rispondere con i fatti – in particolare quel tale Del Piero continua ancora oggi a dispensare saggi della sua immensa classe – Zeman ha cambiato obiettivo, trovando in Moggi il Lupo Nero e Cattivo che non gli impediva di lavorare. Come se il Direttore Generale bianconero non avesse di meglio cui pensare.

Chiamato come testimone – salvo che dopo 4 minuti di interrogatorio perfino Teresa Casoria ha squadrato e capito che tipo di personaggio l’aula di tribunale aveva accolto – Zeman seppe, con quel suo modo pacato e lento di parlare, esporsi in modo così ridicolo additando a Moggi tutti i suoi insuccessi. Fatti sì di un 4-3-3 senza equilibrio e di una caterva di gol incassati, ma pure di contratti non rinnovati o di contratti non stipulati. Dimenticando nel frattempo di leggere in modo corretto la sua carriera e certi episodi che lo hanno reso protagonista di esoneri clamorosi e debacle incredibili.

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Poiché il DNA non mente, oggi a Manfredonia, a una cinquantina di kilometri da Foggia, il figlio Karel è stato esonerato. 33 anni e già il primo esonero, quando Ottobre ancora deve entrare nel vivo. La categoria è l’Eccellenza, ma si tratta solo del nome della categoria, perché di eccellenza in Karel Zeman c’è poco. Basta infatti snocciolare poche cifre per capire perché il Manfredonia ha deciso di chiudere anticipatamente i rapporti col figlio del boemo. Un punto in 7 giornate, cioè su 21 punti diponibili, non è proprio un ruolino da grande squadra. Né puoi permetterti grandissime difese, anche perché ci sarebbe da sistemare la difesa in campo che, come quella del papà, continua a prendere troppi gol.

Un minimo di accenno di autocritica consiglierebbe di non fare uscite azzardate a mezzo stampa. E invece niente, cocciuti. Tale padre, tale figlio. Secondo Karel Zeman a decidere l’esonero sono stati i tifosi. Domanda: se la tua squadra ne pareggia 1 e perde 6 partite, come reagisci? Appendi il poster dell’allenatore in camera?

A placare gli animi ci pensa papà Zeman che ha dichiarato, in contemporanea col figlio, che “sono arrivati dei nuovi dirigenti e hanno deciso questa cosa”. Sia chiaro, così evitiamo di confonderci le idee: Moggi col Manfredonia non c’entra nulla e la Juve non ha partecipazioni di alcun tipo con questa società.

Risposta piccata, oltre che banale della società Manfredonia: “Con quei risultati non penso sia colpa della società”. E’ la strana vita degli allenatori. Specialmente quelli che si addormentano cercando qualcuno cui dare la colpa. Che ci vuoi fare? E’ il calcio. Certo non il mio. Saluti e in bocca al lupo a Karel e al suo papà.

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