Tre punti servivano e tre punti sono arrivati. Non importava molto come. Praticità e pragmatismo. La seconda è una delle qualità che ha premiato la Juve nel passato e sembra un obiettivo dichiarato della nuova società guidata da Andrea Agnelli. Contro il Cesena va in scena una Juve palesemente incerottata e col morale sotto i tacchi. Le notizie degli stop di Krasic (si parla di un mesetto) e di Legrottaglie (Chiellini a che punto è?) fa il paio con le assenze di De Ceglie e Martinez e il non recupero di Amauri (probabilmente l’assenza che meno pesa) e di Lanzafame (che servirebbe per far tirare il fiato a Marchisio). La difesa cambia ancora, alla faccia del “serve conoscersi e trovare un equilibrio”: Motta a destra, Bonucci (sempre più responsabilizzato) e Sorensen (il baby danese che male non si è comportato) centrali e il reintegrato Fabio Grosso.

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Cominciamo con Grosso. Sulla sua qualità non si discute, piuttosto era da vagliarne la professionalità e lo spirito di sacrificio: praticamente i rimproveri più grossi ricevuti la scorsa stagione (insieme a Fabio Cannavaro). Diciamoci la verità: non è stato quello del Mondiale 2006, ma a sinistra la Juve non ha sofferto, ha spinto e ha difeso bene. Merito suo, una pedina che a questo punto Del Neri può sfruttare in tutta calma. I deficit in rosa sono gravi, per numero e qualità. Di Traoré non si sa nulla ed è un vero peccato. Allora si farà buon viso a cattivo gioco. Per poco, fra l’altro, non ci scappa il gol su calcio d’angolo.

L’altro reintegrato è Brazzo (per il quale ho un debole). Non ha mai rotto le scatole (per usare un termine non volgare) e si è sempre impegnato. E’ entrato nel finale al posto di un acciaccato Melo (entrato pochi minuti prima) e ha servito il pallone che ha chiuso il match. Anche lui, per tamponare la carestia di uomini, potrà risultare utile.

Chiudere il match? A tratti – ed è un eufemismo – la Juve ha dato la sensazione di non voler vincere. Forse aveva paura di vincere. O più semplicemente la Juve non ne aveva più. Già perché i bianconeri erano apparsi sin da subito scarichi, senza energie. Troppe assenze, troppe partite nelle gambe, troppi viaggi e sforzi perennemente concentrati sui soliti giocatori.

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Esemplare il comportamento di Alessandro Del Piero, uno dei più in palla. Compirà fra due giorni 36 anni. Ripetiamo: 36 anni. Molti si sono ritirati dalle scene con disonore, molti altri hanno semplicemente giocato il prepensionamento, aiutati da un passato illustre, non certo un presente gaudente. Eppure questo talento puro che di professione fa il Capitano della Juve è ancora al top. Forma eccezionale, passo ancora rapido, dribbling bruciante e ancora tanta tanta tanta voglia di stupire e divertirsi. Come quando decide di saltare come birilli gli avversari che gli si parano davanti, quando decide di scaraventare al centro qualche buon pallone, quando decide che è arrivato il momento di pareggiare e va a battere il rigore dell’1-1. Gol, ancora uno. Pesante, come il peso che si porta addosso. Il peso di una Juve battuta dalla fatica più che dall’avversario. Ed è la riscossa. Più tardi Marchisio offrirà la palla del vantaggio a Quagliarella: fra i migliori in campo. Dopo un’ora di gioco il Capitano lascerà il campo a Iaquinta. Mercoledì si torna a giocare ed è importante averlo in campo.

Del Piero è al terzo centro in campionato, dopo Lecce e Milan. Quagliarella invece aumenta il bottino. Tanto movimento, buona tecnica, tanta volontà e gol pesanti. E’ il turno della capocciata stavolta. Chissà come segnerà la sua quinta rete. Di fatto è questa la professione dell’attaccante: fare gol. E’ così semplice. Lo sa pure Iaquinta, al suo terzo centro in campionato, più uno in Europa. Chi è fuori, a distanza stellare, da questa ristretta cerchia di lavoratori è Amauri. Gravi le sue lacune. Perché Iaquinta non avrà giocato un grande spezzone di match, però ha lottato, perfino litigato con Quagliarella per un passaggio mal riuscito o un assist non eseguito. E poi ha fatto gol. Il problema Amauri va risolto in fretta, magari già a gennaio.

Capitolo centrocampo. Il Professor Aquilani dispensa lezioni di qualità. Sostanza e tanta qualità. Palla a lui e perfino Sissoko fa una discreta partita. Ma non può bastare. Senza Melo al suo fianco la Juve è parsa troppo vulnerabile. Insufficiente la copertura di Sissoko, troppo stanco (e giustamente) Marchisio (poi traslocato a destra e infine al centro), discreta la prova di Pepe.

Nessun tipo di entusiasmo, dunque, solo un semplice omaggio alla realtà dei fatti. Questa Juve convince per impegno e per umiltà (due componenti tragicamente mancanti nelle precedenti edizioni targate Cobolli, Secco e Blanc), ma conferma di non avere una rosa attrezzata. Bene, anzi benissimo negli 11 titolari, ma manchevole nei rincalzi. C’è tempo per recuperare, magari già da gennaio. Occorre pazienza, ma il lavoro sin qui svolto è ammirevole e buono. Non ancora da Juve, di quella Juve che abbiamo conosciuto con Umberto Agnelli al comando di Moggi e Giraudo e Bettega. Oggi con quella Juve c’è solamente un punto in comune: Andrea Agnelli. E voglio credere che non sia una semplice coincidenza, ma un nuovo punto di partenza!!!

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