Continuiamo la nostra analisi dell’arringa dell’avvocato Prioreschi al Processo di Napoli. In questa puntata ci concentreremo sulla dichiarazione spontanea di Luciano Moggi.

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Sono più o meno le ore 10:00 quando il Direttore prende la parola. E come spesso accade quando le sue labbra si muovono… gli altri ascoltano in silenzio, perché l’autorità e l’intelligenza con la quale esprime i concetti sono incommensurabilmente maggiori rispetto a qualunque altro essere calcistico italiano e probabilmente nel mondo.

Non sto assolutamente delirando quando dico “italiano e probabilmente nel mondo” perchè una conferma a questo concetto la dà proprio il Direttore Moggi  a metà del suo discorso. Ma andiamo con ordine.

Magistrale l’apertura della sua dichiarazione. Da qualche giorno (siamo al 27 settembre, ndr) l’Inter ha annunciato Claudio Ranieri come allenatore e la Gazzetta dello Sport aveva pubblicato un articolo dai contenuti a metà fra il ridicolo e la menzogna più totale. L’articolo in questione è stato titolato con un “C’è un filo nero che unisce Moggi a Ranieri”.

Registriamo innanzitutto una sciocca opposizione da parte del PM. Sciocca perché è chiaro pure a un bambino che qui, l’imputato – ricordiamolo: Moggi è imputato in un procedimento penale – sta cercando di chiarire la posizione di un organo informativo che ha avuto un ruolo ambiguo e decisivo ai fini della farsa. Avremo modo di tornare su questo argomento nelle prossime puntate. Ma tant’è, la Casoria respinge l’opposizione incuriosita dall’articolo.

Il pezzo in sé è falso e l’allora Presidente del Napoli ha già smentito tutto. Il punto cui giunge Moggi è il seguente: ecco il metodo, forcaiolo e assolutamente privo di ogni fondamento, con il quale la Gazzetta dello Sport conduce indagini, le stimola, le alimenta, come già ampiamente successo (e ne abbiamo documentazione) nel 2006. Indagini e accuse e fantomatiche prove già sgretolate al Processo di Napoli da Trofino e Prioreschi, più tutti gli avvocati degli altri imputati.

Comincia così il lungo duello fra la difesa di Moggi e un’accusa ormai in ginocchio, distrutta dai colpi a ripetizione di un Prioreschi che ne avrà di cotte e di crude da raccontare. Ma ora arriva il pezzo forte.

Moggi ripercorre brevemente le tappe che lo hanno portato alla guida della Juventus. Qui parafrasare o commentare le sue parole è davvero inutile e quindi lascio la parola al Direttore:

Io e la Triade siamo nati nell’interregno di Gianni, Umberto Agnelli e Chiusano, che sono morti nel giro di qualche anno tutti e tre. C’è stato l’ingresso degli eredi con i quali Giraudo aveva spesso fatto baruffa ed era chiaro che dovevamo andare via. Bisognava andare via, mandare via chi aveva vinto tutto senza chiedere un soldo alla proprietà, mentre questi di oggi hanno speso già 300 milioni. Alex Ferguson ad agosto ha detto: “Molte persone in italia sono state esempio da seguire, Sacchi, Capello e Lippi ma negli anni ’90 predicavo ai miei giocatori e a me stesso che il nostro esempio da seguire era la Juve di Lippi e di uno straordinario manager come Moggi, che erano un tutt’uno come squadra e come società”. Purtroppo non siamo stati difesi dall’avvocato della Juve, che non so per quale motivo ha patteggiato. Le altre hanno fatto bene ad indicare noi come colpevoli. Tutti conoscete Enzo Biagi che, prima di morire, in una intervista ha parlato di sentenza pazzesca, quella sportiva, perchè costruita sul nulla. La formazione della Juventus, vero mostro da combattere, era formata da campioni, era formata da tutti i capitani delle nazionali europee. Non avevamo bisogno di aiuto. Le classifiche parlavano di un netto distacco tra noi e gli altri e l’Inter non si può permettere di parlare di anomalia perché hanno cambiato Seedorf e Pirlo con Brncic e Coco!

Già da sola varrebbe più di mille arringhe. Da Fergusson a Enzo Biagi, autorevoli pensatori del calcio e della politica schierati apertamente a favore della Juve di Moggi, Giraudo e Bettega. La stessa Juve che, nella persona del Direttore, ora si trova a difendersi da accuse volgari e clamorosamente false. Fergusson e Enzo Biagi, due che con l’ambiente juventino poco c’azzeccano, due che da queste dichiarazioni non hanno tratto certo alcun beneficio.

E a cosa serve una digressione di questo tipo? Lo spiega ancora Moggi:

Noi siamo qui per dimostrare che non abbiamo fatto quello per cui veniamo accusati.

E a ben vedere il Direttore ci è riuscito. Ci è riuscito perché ha avuto le possibilità economiche di ingaggiare un fior fiore di avvocato come Prioreschi e una squadra di tecnici e periti, su tutti Nicola Penta. Questo team ha letteralmente confutato le ipotesi di illecito (peraltro inesistenti già nel 2006, anche se questo la gente non lo sa) e dimostrato anzi che a commettere eventuali illeciti sono stati ben altri personaggi, tuttora operanti nel mondo del calcio col ruolo di Presidente o di Amministratore Delegato, per esempio.

Luciano Moggi poi svela un retroscena:

[...] quando sono andato a farmi interrogare c’erano Narducci, Beatrice e Auricchio e sa come mi disse Narducci? “Lei lo sa che è finito?”

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A che pro un pubblico ministero dovrebbe spingersi così in bilico annunciando la fine? Che tipo di progetto ha un pubblico ministero il cui obiettivo è la ricerca della verità? Non viene da pensare che l’obiettivo era invece un altro? Preconfezionato e raccontato ad arte?

Ma c’è di più. Anzi, non c’è sarebbe meglio dire. Luciano Moggi rivela di aver detto davanti ai tre saggi Beatrice, Auricchio e Narducci (scambiando gli adddendi…) di aver subito spionaggio industriale di cui vi erano poche tracce. Almeno Moggi non possedeva le prove per affermare ciò e perciò aveva suggerito di tenere d’occhio la vicenda Telecom.

A posteriori il buon Luciano ci aveva preso anche questa volta, come del resto sono numerose le sue intuizioni in sede di mercato. Solo che nei verbali questo pezzo, questa discussione, questi dubbi non ci sono. Sono scomparsi e chissà chi si è preso la briga di cancellarle queste dichiarazioni.

Perché, sempre a posteriori, la coincidenza spaventosa fra intercettazioni e Telecom e Inter mette i brividi e fa pensare al peggio. O allo sporco, il lettore potrà trarre da sé le conclusioni.

Moggi rivela ai tre, i quali, ripetiamo, dovrebbero agire secondo i dettami della terzietà e della ricerca della verità, di aver subito pedinamenti e perciò si era procurato le schede svizzere. Ma anche questo sospetto sui pedinamenti nei verbali non c’è.

E allora è ancora Moggi a venirci incontro. Nella chiusura della sua dichiarazione spontanea infatti si lascia andare a un piccolo sfogo:

La mia sensazione è che Narducci abbia voluto fare un processo di sensazioni. Perché la Procura non è mai andata a Coverciano a fare una perquisizione?

Già, perché? Perché forse non avrebbe trovato uno straccio di prova? Perché avrebbe sconfessato le balle su cui si sarebbe poi impostato il processo farsa del 2006?

E’ un po’ quello che hanno pensato i molti presenti in aula a Napoli, fra giornalisti e semplici tifosi che hanno a cuore le sorti del calcio italiano. Giornalisti e tifosi che si sono lasciati andare a un applauso. Ed ecco la cosa più vergognosa.

L’avvocato dello Stato, uno che di per sé dovrebbe giocare un ruolo di terzietà proprio in favore dell’Istituzione che rappresenta, cioè me medesimo che pago le tasse, poco elegantemente ha esclamato:

Si sono portati la claque. Li caccerei tutti.

L’espressione più barbara della condizione civile cui può essere relegato un essere umano. Zero forme di espressione, perché anche solo l’applauso, praticamente una sentenza in quel contesto, dà fastidio a chi si trova a dover ancora recitare un ruolo farsesco. Sarà Nicola Penta a rispondergli, con un tono che la dice lunga su chi sono i buoni in questo Processo e chi i cattivi. Dirà Penta:

[...] fortuna che è solo un avvocato: io avrei cacciato tutti quelli che hanno detto una marea di sciocchezze in quest’aula.

E probabilmente, fra qualche settimana, ce ne sarà occasione.

Nella prossima puntata cominceremo a esaminare la lunga arringa di Maurilio Prioreschi. Mandate a letto i bambini perché certi passaggi potrebbero urtare la loro sensibilità di cittadini, ma soprattutto di essere umani liberi.

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