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La storia di ANTONIO CONTE (e ancora molta ce ne sarà da scrivere)

Antonio Conte nasce a Lecce il 31 luglio 1969 da papà Cosimino e mamma Ada.

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Già a tre anni guarda le partite di calcio della Juventina Lecce (un nome, un destino) di cui papà Cosimino è presidente ed allenatore. Ovviamente indossa giovanissimo quella maglia e dimostra subito di avere un futuro da calciatore. Ama la Juventina ma ama soprattutto la Juventus, in cui sogna un giorno di giocare. Ma non trascura gli studi: è un ragazzo-modello. Ambizioso, sicuro, perfezionista anche nei dettagli. Bravo a scuola, si diploma all’Istituto Commerciale e poi conseguirà anche la laurea in Scienze Motorie all’Università di Firenze. Nel 1981 viene selezionato per un provino per il Lecce, che supera brillantemente andando a far parte della squadra degli Esordienti. È già delineato il suo ruolo, centrocampista, e sono chiare le sue caratteristiche: buone qualità tecniche unite a polmoni inesauribili e ad uno spirito indomabile. È un leader in campo, un lottatore indomito, dedito alla squadra: vuole sempre vincere. Segue tutta la trafila delle squadre giovanili fino ad approdare alla Primavera, una Primavera zeppa di promesse; con lui giocano Moriero, Garzja, Petrachi e Monaco. Fascetti, allenatore della prima squadra ed ex-juventino  come calciatore, nota il talento di Antonio e lo fa esordire in serie A il 6 aprile 1986 a sedici anni. Un predestinato. Ma si frattura tibia e perone in uno scontro con un compagno di squadra nel campionato Primavera. Antonio si riprende dall’infortunio e si riprende la serie A sotto la guida di Mazzone.

Nel 1991 Boniperti decide di portarselo a Torino. Il Presidentissimo telefona a mamma Ada e la rassicura sul fatto che a Torino Antonio troverà una seconda famiglia, la Juventus. Al Lecce vanno 8 milardi di lire.

Trapattoni lo fa esordire al 90’ del derby Juventus-Torino del 17 novembre 1991. Entra al posto di Totò Schillaci per proteggere l’1-0 siglato da Casiraghi. Compagni di squadra del suo esordio sono, oltre ai citati Schillaci e Casiraghi, campioni come Tacconi, Carrera, De Agostini, Reuter, Kholer, Julio Cesar, Alessio, Marocchi e sua maestà divin codino Roby Baggio. È difficile ritagliarsi uno spazio in una squadra con tanti campioni, ma il giovane Antonio ci riesce, con pazienza, merito e disciplina. Alla fine dell’anno conterà 14 presenze in campionato e 6 in Coppa Italia. Non ci sono le coppe Europee: l’anno prima erano passati a Torino Montezemolo e Maifredi ………

Per i primi goals juventini in campionato uno come Antonio non può scegliere un’occasione banale. È ancora derby, il 10 aprile 1993, Juventus-Torino 2-1 con doppietta  (goal della vittoria a 9 minuti dalla fine). Con Trapattoni vince la Coppa Uefa 1993.

Ma è con l’arrivo di Lippi  in panchina che Antonio raggiunge i vertici professionali come calciatore: Campione d’Italia 1995, Champions League 1996 (con grave infortunio muscolare durante la finalissima all’Olimpico di Roma con l’Ajax), e poi ancora altri 4 scudetti e supercoppe varie. Dal 1996 è capitano della Juventus, Antoniocapitano. In totale sono 296 partite con 29 goals.

Ovviamente arriva anche in Nazionale, con Arrigo Sacchi; esordio il 27 maggio 1994 in Italia-Finlandia 2-0. In totale 20 presenze con 2 goals. Secondo ai Mondiali del 1994, secondo agli Europei del 2000.

Nel 2004 si ritira dal calcio giocato con ben chiaro in mente che farà l’allenatore ad alto livello, ad altissimo livello. Papà Cosimino dice nel 2000 in un’intervista ad un quotidiano sportivo : “ Giocherà ancora tre anni ad alti livelli, poi diventerà uno straordinario allenatore: già si muove in campo come un secondo tecnico, ha occhio e tempi giusti per prevedere le giocate”. Lui stesso si espone senza dubbi di sorta: “Non ho mai ritenuto, quando giocavo, di poter diventare un campione ma ho sempre pensato, quando giocavo, di poter diventare un bravo tecnico”. E più audacemente, nel 2006 : “ Se allenerò un giorno la Juventus? Sì. Il problema non è se lo farò, ma esclusivamente quando lo farò. Non ho alcun dubbio sul fatto che arriverò a dirigere la Juventus, è solo una questione di tempo”. Presunzione? No, solo assoluta certezza delle proprie capacità. E i fatti gli hanno dato ragione.

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Gavetta in serie B, ma non a mangiare pane secco; gavetta con tartine e caviale. Promozione in A con il Bari. Promozione in serie A con il Siena. È un predestinato.

Marotta, che evidentemente non conosceva l’intervista del 2006, ne ritarda l’arrivo a Torino di un anno per tentare la carta Del Neri. Settimo posto.

È il 2011, scocca il momento magico, atteso una vita. Antoniocapitano viene chiamato da Andrea Agnelli a dirigere la Juventus. Lo vuole il Presidente, lo vuole il popolo bianconero.

Il resto è attualità. Sia gli incredibili trionfi, sia le incredibili nefandezze della Giustizia (?) sportiva.

Non c’è bisogno di scrivere né degli uni né delle altre.

Ma qui non finisce la storia di Conte e delle sue vittorie.

Mille altri capitoli scriveremo.

E domenica ritroverà la sua panchina. L’aveva lasciata da primo in classifica. La ritrova da primo in classifica e testa di serie in Champions League.

Ti seguiamo, capitano.

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