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Lo scudetto dell’Inter in carcere

Era d’autunno.  Nel 1972 avevo 19 anni. Da Perugia mi ero trasferito a Padova per studiare presso la Facoltà di Ingegneria. Ero ospite della famiglia di mio zio. Zio Eugenio, Direttore delle Carceri. Praticamente abitavo in una casa che aveva due portoni di uscita: uno verso il Carcere, l’altro verso una bellissima piazza intensa di profumo di tigli: Piazza Castello.

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La mattina era triste, per la prima volta lontano dalla mia famiglia, incamminarmi nella nebbia tipica della pianura padana per raggiungere le tediose aule dell’Università. Lezioni di analisi matematica, fisica, chimica, meccanica razionale ……  La Scienza delle Costruzioni mi avrebbe poi affascinato, ma due anni dopo.

Era duro anche non giocare a pallone. A Perugia avevo calcato il campo in erba di Prepo, dove giocava anche Antognoni, lui nella Juventina io nell’Audax, e non sfiguravo… anzi.

Ma lasciamo perdere che è un argomento che non mi piace ricordare.

Calciatore o ingegnere? Altri tempi: ingegnere.

E se si studia, si studia seriamente e non c’è tempo per il calcio.

Poi un giorno, a tavola, zio Eugenio si rivolse a me e a suo figlio Mimmo e disse: “Volete partecipare al campionato di calcio organizzato dai carcerati?”.

Come già detto, erano altri tempi. Io e mio cugino entravamo accompagnati dai secondini nel carcere e parlavamo tranquillamente con i detenuti che si facevano raccontare, da noi ragazzi, com’era il mondo fuori, com’erano le ragazze, se avevamo visto giocare Gigirriva Rombo di Tuono. E ricambiavano le nostre informazioni mettendoci a disposizione tutti i giornaletti pornografici che in carcere, vi assicuro, non mancavano. Davamo uno sguardo frettoloso…

“Perché no, zio. Dev’essere un’esperienza bellissima fare un campionato con i carcerati!”.

E così fu.

Il campo era un campetto per calcio a 7, ovviamente circondato da muri e cancelli. Tutt’intorno quattro corridoi con ringhiera che si ripetevano per quattro piani: da lì i tifosi, carcerati, potevano vedere le partite.

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Io e mio cugino eravamo tutt’e due juventini, ma lui era il figlio del Direttore, io solo il nipote. Fu così che lui si schierò con la squadra della Juventus , mentre a me toccò vestire i colori nerazzurri dell’Inter. Ricordo, tra le altre squadre, molto forti il Cagliari e il Brescia.

Si giocava di sabato, nel primo pomeriggio.

Erano partite sul serio. E il livello tecnico era discreto. Quello agonistico esasperato, ma c’erano ai bordi del campo i secondini che tenevano tutto sotto controllo.

Per me e mio cugino era un momento di svago come un altro, per quei poveri disgraziati era qualche ora attesa tutta la settimana.

Io, non ancora vent’anni ed un futuro calcistico abbandonato per l’ingegneria, spadroneggiavo. Ma non racconto sciocchezze. Pochi anni prima, in un provino per la Fiorentina, partii da centrocampo ed arrivai dentro la porta con tutto il pallone. Che tempi!

Ma torniamo al carcere di Padova.

Spadroneggiavo, e mi picchiavano. Un siciliano tracagnotto e truculento, un killer ma non per modo di dire, un giorno mi affonda il gomito nei reni mentre stoppo il pallone di petto. Stringo i denti e non fiato. All’azione successiva è il mio gomito che restituisce, con gli interessi, l’omaggio. Non dimenticherò mai lo sguardo che incontrarono i miei occhi; non disse una parola ma si capiva bene, e molto argomentato, tutto il contenuto: “Non ti approfittare perché sei il nipote del Direttore. Se ci provi un’altra volta non la passi liscia”. Ovviamente non ci riprovai. E cosa volesse dire “non la passi liscia” lo capii benissimo il sabato successivo. Io ero ai bordi del campo in attesa della mia partita: il mio “amico” ebbe uno scontro duro con un avversario, nel senso che entrò sulle caviglie per far male e alle rimostranze, invero poco garbate del malcapitato, reagì con due schiaffi, uno di destro e l’altro di sinistro, che stesero al suolo, semisvenuto, il poverino. Non due pugni, due schiaffi, ma pesanti come macigni. I secondini intervennero e lo portarono fuori del campo, il siciliano. L’indomani zio Eugenio mi informò che il mio “amico” era stato trasferito in un altro carcere, in un’altra regione. Non una punizione, mi spiegò, bensì una prassi. Quando in un carcere avvengono litigi violenti tra due detenuti, uno dei due deve essere trasferito altrimenti prima di sera, non si sa da dove, spuntano fuori i coltelli o comunque armi improprie capaci anche di uccidere. E difatti il siciliano, quel sabato sera, era in viaggio con destinazione un altro penitenziario.

Il campionato per l’Inter fu una cavalcata travolgente.

Vincemmo tutte le partite tranne quelle con il Brescia, che ci castigò sia all’andata che al ritorno. Gran squadra quel Brescia, con un attaccante che lo dovevi far segnare per forza: era talmente grande e cattivo che non ci potevi discutere in nessun modo. Ma il Brescia non aveva continuità e l’Inter ebbe vita facile per la vittoria finale.La Juventus di mio cugino Mimmo arrivò a centro classifica. Io con la maglia dell’Inter addosso (che bestemmia!) segnai e risegnai all’amata Juve.

All’ultima di campionato, con il titolo in tasca, fu festa in campo e sugli spalti. Decine e decine di bandiere nerazzurre tappezzarono i corridoi-tribune dei quattro piani e si leggeva la felicità vera nei sorrisi di quei poveri cristi che la vita aveva tanto duramente segnato. Feci colpi ad effetto, quel sabato, accompagnati dagli “olè” di tutto il pubblico, anche quello non interista. Tre “sombreri” al volo, destro-sinistro-destro, sulla testa del disorientato difensore e poi, sempre al volo, un potente collo sinistro all’incrocio dei pali. Lo ricordo come se fosse oggi. Al fischio finale fu una festa indimenticabile, con baci e abbracci. Poi le premiazioni. Oltre al titolo, conquistai anche il premio come migliore giocatore del torneo e lo ricevetti dalle mani di zio Eugenio, Direttore delle Carceri: due pacchetti di Malboro. Ovviamente regalati ai compagni di squadra.

Un’esperienza di vita che ti rimane scolpita tra i ricordi.

Dopo tanti anni, e dopo aver vissuto Calciopoli, posso ben dire che quello, e solo quello, fu lo SCUDETTO DEGLI ONESTI vinto dall’Inter.

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