Menu Chiudi

Marotta il titubante, bravo o dilettante?

C’è un argomento, fra quelli disponibili ai tifosi bianconeri, che spacca in due un bar, ipotizzandolo tutto pieno di soli fan della Juve. Tale argomento è Beppe Marotta. Proprio lui, il dirigente cui Andrea Agnelli ha di fatto affidato la ricostruzione di un qualcosa che assomigliava al Milan postCapello e alla peggiore Inter dell’era Moratti.

Advertisment

Era maggio del 2010 quando si insediò Andrea Agnelli, il figlio di Umberto che ai tempi di Trapattoni stava dietro la porta a veder allenare la Juve di Platini. Il ragazzo che ha visto da vicino la Juve di Lippi, gioito poi con Capello in attesa che nel 2006 gli venisse affidata la Presidenza come volere del padre. Poi successe, successe che un’ala della Famiglia, vogliosa di portare John Elkan ai vertici FIAT e non solo, decise di distruggere il più giocattolo dell’Avvocato. Stagioni tumultuose in casa bianconera, alla guida di Cobolli Gigli e Blanc, un tennista prestato al calcio con molte competenze in chiave economica e nessuna in chiave calcistica. Stagioni tumultuose, o per meglio dire ai limiti del ridicolo.

Beppe Marotta venne a Torino dopo importanti stagioni alla guida di squadre di medio livello, con quel mezzo miracolo chiamato Sampdoria in Champions. Un primo chiaro segnale di Andrea Agnelli può essere racchiuso in un ordine: “bisogna resettare tutto, partire da zero”. Non si può non partire da qui per valutare il lavoro di Beppe Marotta, fino al giorno 11 settembre 2012.

Non è un requiem, né un saluto, né nulla: solo l’impellente bisogno di chiarire la situazione del calciomercato bianconero.

Il lavoro di Marotta: primo anno

Scelte tecniche errate, nessun progetto tattico, nessuna idea rivoluzionaria. E’ questa la Juve nel postCalciopoli, con quella strana sensazioni di essere osservati speciali. Inferiori su tutti i livelli, specialmente politico, oltre che mediatico. Troppi complimenti strani, assolutamente irrilevanti, confermavano l’incredibile innocuità di una squadra che in campo si reggeva su autentici fuoriclasse. I soli a essere rimasti dopo lo tsunami che si abbatté sulla formidabile rosa di Fabio Capello, costruita sapientemente da Luciano Moggi e Roberto Bettega. E non dimentichiamo questo dettaglio: Marotta non può essere, e non sarà mai, al livello di Luciano Moggi. Anche perché, in Italia e nel Mondo, nessuno è mai stato ai suoi livelli.

E’ questa la base per valutare Beppe Marotta, magari chiedendosi se esiste in giro per il mondo un dirigente al pari di Moggi e certamente più in gamba dell’attuale direttore generale bianconero.

Il primo anno, e su questo blog troverete traccia, va non conteggiato in questa sorta di bilancio dell’attività di Marotta. Non può essere conteggiato perché Andrea Agnelli chiese la rimozione perfino dei portaborse e del giardiniere e Marotta fu chiamato a un lavoro pazzesco. Rivisitazione di tutti i contratti in rosa, sbolognamento di autentici bidoni di mercato e acquisto in massa di gente nuova. Tutto questo in un tempo davvero risibile, cioè appena 90 giorni.  Chissà se qualcuno se la sentirà di affrontare un’analisi numerica come quella seguente: 39 operazioni di entrata/uscita dalla rosa bianconera. Più di un’operazione ogni 3 giorni, meno di 1 operazione ogni 2 giorni. In una tale quantità di lavoro, senza contare lo stress di rimettere in piedi un settore giovanile fortunatamente poco intaccato da Calciopoli, chiedere pure la qualità sarebbe stato davvero ingeneroso. E infatti in questo blog io mi ero schierato per una posizione morbida: abbiamo cambiato tanto, facciamo passare quest’anno e valutiamo Marotta nella prossima sessione estiva.

Ma facciamo qualche nome, magari evidenziando il progresso in questo biennio. Partiamo prima dalle uscite. Quando Marotta arrivò a Torino salutarono gente come Camoranesi (ormai a fine carriera), Cannavaro, Mirante, Chimenti, Molinaro (che praticamente non poteva più giocare serenamente nella Juve), Zebina, Almiron (acquistato a luglio e finito ai margini già al Trofeo Berlusconi), Candreva, Poulsen (“questo è più forte di Sissoko” ebbe a dire Ranieri in conferenza stampa), Tiago (solo prestito, fino a fine contratto), Palladino e Zalayeta.

Alcuni casi di cessione furono gestiti male, e di questo abbiamo già parlato, ma andrebbero valutati pure i fattori che condussero a determinate scelte. La Juve perse Criscito a favore del Genoa, con grande rammarico perché il ragazzo avrebbe meritato sicuramente una seconda chance dopo la gestione vergognosa di Ranieri. Dopo un ottimo precampionato la Juve perse pure Diego, ceduto in Germania e poi mai più esploso. Talento purissimo, ma personalità ed efficacia in campo indisponente. Mentre la blindatura dei contratti di Iaquinta e Amauri costrinsero Del Neri a privarsi di Trezeguet: chissà chi avallò questa scelta, ma se si doveva girare pagina, allora Trezeguet avrebbe dovuto far parte dei nuovi capitoli bianconeri. Scelta che sicuramente a Torino hanno rimpianto già dopo pochi mesi. Un vero peccato, ma la storia prima o poi finisce.

La campagna acquisti riservò alcune sorprese positive e certamente diversi errori. Cominciamo da questi ultimi. Martinez fu pagato per esempio troppo rispetto al valore reale, soprattutto non è mai riuscito a rendere. Però un simile acquisto poteva starci dopo i campionati del sudamericano e viste le caratteristiche che ben si sposavano col 4-4-2 di Del Neri. Flop incredibile. Così come flop si rivelarono i due esterni di difesa: Traoré (memorabile la sua sostituzione dopo 45 secondi netti contro la Sampdoria) e Marco Motta.

Ottimi invece gli innesti di Storari (il secondo miglior portiere in circolazione) e Bonucci (assolutamente sotto la sufficienza il primo anno, ma guardatelo ora agli ordini di Conte!).

Krasic e Quagliarella meritano un discorso a parte. Praticamente un avvio dirompente per entrambi, tanto che la Juve era seconda al termine del girone d’andata, a due soli punti dal Milan. Poi si ruppe Quagliarella, poi Krasic subì una sorta di inquisizione mediatica e da lì cominciò il tracollo. A corrente alternata le prestazioni di Aquilani che a me non è dispiaciuto affatto in coppia con Felipe Melo. Da non dimenticare il modesto apporto di Pepe, poi esploso con Antonio Conte.

In questo primo anno la Juve pone le basi per una campagna di rafforzamento che andrà a gonfie vele. A gennaio Marotta tentò di tappare i buchi lasciati liberi dagli attaccanti, fra deficienze (Amauri sbolognato al Parma) e infortuni (Quagliarella). Arrivò Matri che segnò poi 9 reti nei mesi estivi. E arrivò un certo Barzagli, pagato appena 300mila euro e oggi uno dei più forti difensori italiani!

Si registra uno dei più grossi difetti del direttore bianconero: la mancanza di potere nell’acquisizione di un grande nome. In estate fu a lungo inseguito Edin Dzeko.

Il lavoro di Marotta: il secondo anno

Terminato in modo amaro il ciclo dei primi 12 mesi bianconeri per la nuova triade composta da Andrea Agnelli, Marotta e Paratici, ecco il momento della verità. Una Juve derisa da mezza Italia, e criticata dall’altra metà tutta bianconera, comincia come meglio non si potrebbe una campagna di rafforzamento all’insegna del nome grosso.

I tifosi, in momenti di crisi e di estrema goduria, tentano di scaricare l’adrenalina sul colpo mediatico, quello grosso, dalla grossa cifra e dalla grossa storia. Il campo però insegna che i top player possono pure essere costruiti, coccolati, a volte anche solo parzialmente allenati.

A maggio arriva la conferma di Antonio Conte come allenatore e il primo vero colpo di mercato viene presentato già a fine maggio. Si tratta di Andrea Pirlo, probabilmente il regista più forte degli ultimi 20 anni di calcio. Arriva alla Juve, in una Juve settima, e probabilmente la trasforma insieme a un lavoro straordinario quale quello di Mr. Conte. Un colpo a effetto, uno di quelli che ti cambiano una stagione. Un po’ perché arrivato a parametro zero e fra lo scetticismo generale, un po’ perché davvero una tale operazione appariva impossibile vista la caratura tecnica del ragazzo e la condizione storica della Juve. E’ la svolta.

Marotta comincia a inseguire nuovi sogni, chiamati Higuain o Aguero, ma di fatto è Conte a suggerire un nome che si rivelerà prezioso: Mirko Vucinic, talento a targhe alterne già a Lecce e a Roma. Un genio incompiuto, uno di quelli che molte volte non escono dalla lampada. Lo vuole Conte, e Conte lo plasma in poche settimane. Costo dell’operazione: 15 milioni di euro. L’Inter ne pagherà qualcosa meno per Alvarez e prenderà Forlan. Piovono critiche su Marotta, assolutamente ingenerose.

Perché il direttore copre una delle più grandi falle nella Juve postCalciopoli: l’esterno destro. Irripetibili i nomi che lì hanno corso, da Zebina a Grygera, passando per Motta. Dalla Lazio arriva invece Lichtsteiner, il trenino svizzero con la media voto più alta rispetto a Maicon. Si dimostrerà micidiale, perfettamente integrato nella filosofia di Conte e con una carica agonistica degna del miglior Torricelli. Sprazzi di DNA di vecchia Juve.

E sempre il direttore sigilla il mercato con un colpo cui nessuno ha mai prestato attenzione. Nemmeno io che in questo blog tentavo di spiegare l’operazione Vidal, sperando che il ragazzo confermasse le qualità che in Germania giuravano avesse. 11,8 milioni di euro, strappato alle grinfie del Bayern Monaco e di qualche altro club europeo. La Juve ha perso il fascino? Macché e Vidal si dimostrerà uno dei più forti centrocampisti al mondo. Lo hanno cercato in questa sessione Real Madrid e PSG, e anche il Monaco: ma non si muove da Torino.

Per 3 milioni arriva pure Giaccherini che a un certo punto della stagione sarà l’arma in più del tecnico e della Juve in campo. Una scommessa vinta, assolutamente vinta, che forse bilancia una scommessa persa, assolutamente persa e cioè Elia. Passa in sordina il passaggio repentino di Ziegler in bianconero: arriva a parametro zero (come Pazienza) a luglio e già ad agosto veste una nuova casacca. Cosa sia successo davvero è un mistero, ma la Juve non ha certo sofferto il fallimento di questa operazione.

Lasciano la Juve Grygera, Rinaudo, Traoré, Almiron, Salihamidzic, Sissoko e Tiago.

Arriva lo scudetto degli invincibili, con due perle che arrivano dal mercato di gennaio, due di quei nomi che tutti ricordano e devono ricordare: Marco Borriello e il suo gol al Cesena e Martin Cacares con i suoi tre gol distribuiti in due partite contro Milan (in Coppa Italia) e Inter (in campionato).

Giudizio sul mercato 2012

Sulla base della rosa consegnata a Conte e che ha stravinto il campionato, Marotta aveva quest’anno l’obiettivo di cementificare alcuni ruoli. Tipo quello di centrocampo dove serviva un’alternativa valida a Marchisio e Vidal. Probabilmente è stato acquistato il miglior mediano dopo i nomi appena fatti: Kwadwo Asamoah. Il ghanese per la verità sta trovando una collocazione idonea sulla sinistra, ma siamo certi che verrà spostato nel ruolo di interno quando le gare si faranno numerose e Conte dovrà ruotare i propri giocatori.

Advertisment

Con Asamoah arriva pure uno dei migliori esterni fluidificanti del campionato: Isla, Mauricio il cileno. Un infortunio ne ha bloccato la sua presenza in campo, ma ormai è pronto. Con Lichtsteiner e Pepe, Isla garantisce una corsa continua e fiato a volontà, senza contare che è praticamente il tassello perfetto per il 3-5-2 di Conte.

Già, quel modulo che la Juve ha scoperto quasi per caso. In realtà la Juve lo ha cercato, perché è stato un modulo che è venuto da sé. Conte l’ha spiegato benissimo in un fuorionda a Juve Channel: “Come posso tenere fuori uno fra Vidal, Pirlo e Marchisio? E allora via col 4-3-3 o 3-5-2″. Segno di maturità tattica, segno di una abbondanza di classe in rosa.

Pepe fa il mago sulla destra, Vucinic comincia la sua rincorsa a vero top player in campo, centrocampo e difesa coprono i buchi di un bomber che non c’è e la Juve vola. Giocando bene, forse grazie a quel Pirlo in cabina di regia che le gioca praticamente tutte e che si scopre essere pure forte nel ruolo di interdittore. Una sorta di tuttologo in un centrocampo sì muscolare, ma dotato di una classe pareggiata da quella blaugrana.

La frase “Marotta si è mosso male” o non si è mosso è una bugia colossale. Di sicuro Marotta ha fatto male i conti per quel dannato top player, ma le 41 operazioni di mercato concluse in entrata non sono roba semplice da imitare. E il numero che avete letto non è assolutamente irreale o inventato. Sono 41 le operazioni condotte dal duo Paratici-Marotta, con particolare riferimento ai giovani under 20. E concentriamoci su questi ultimi.

Masi e Pogba rappresentano forse due genialate. La prima è targata Fabio Paratici, il miglior braccio destro che un dirigente di calcio possa desiderare. Conosce i settori giovanili italiani come pochi e dai suoi incontri sono arrivati Leali, Canizares, Laursen, Rugani, Kabashi, Troisi, Boakye, Gabbiadini (Under 21, già in Nazionale con Prandeli) e infine Hector Otin che noi avevamo segnalato per primi in Italia. Nomi che adesso non fanno impazzire i tifosi, ma che si sono rivelati utilissimi per intrecciare tutte quelle relazioni con società di minore importanza, ma che si riveleranno preziose in futuro. Per far crescere i giovani e soprattutto per scovarli prima e meglio degli altri. La Juve di Cobolli aveva praticamente smarrito il vantaggio che Moggi aveva saputo mettere fra sé e gli altri club. Da ricordare le tre finali consecutive al Torneo di Viareggio.

L’affare Lucio lo valuteremo solo alla fine. Resta il fatto che un rinforzo a zero euro potrebbe davvero far comodo se solo il brasiliano entrasse in forma presto.

Mentre approvo il ritorno di Giovinco. Pagato quanto doveva essere pagato un giocatore molto stimato dati tecnici e peccato non si chiami Giovinchinho. Lo ha voluto fortissimamente Conte e questo mi basta per supportare il talento di Beinasco.

Marotta e Paratici hanno chiuso più di 50 operazioni di uscita. La maggior parte di queste coinvolgono giocatori delle giovanili. Fra i grandi nomi segnaliamo il rinnovo del prestito di Felipe Melo, la vendita di Elia, il non riscatto di Estigarribia (chissà, poteva far comodo?), il prestito di Martinez, la vendita di Krasic e Pazienza.

Bene così, tranne quel famigerato top player che certo non può essere Bendtner. Ci auguriamo di essere sonoramente smentiti dal danese.

Vicenda top player: tutta colpa di Beppe?

In una condizione storica senza precedenti, con un tale lavoro da svolgere in pochi mesi, Beppe Marotta ha compiuto operazioni in quantità industriale, rinnovando insieme a Fabio Paratici il settore giovanile e la prima squadra che praticamente non conta superstiti del dopo Calciopoli, esclusi soltanto un paio di nomi eccellenti fra i quali Marchisio, Buffon, Chiellini. Tutto rinnovato, in appena 2 anni, con la difficoltà di trovare la sistemazione adeguata a gente senza appeal e con contratti maestosi. In questo riscontriamo una oggettiva difficoltà di manovra di Beppe Marotta che però denuncia, comunque, il non saper vendere bene.

Forse una critica troppo semplicistica: il prestito di Melo al Galatasaray, che pure potevano spendere, è giustificato proprio dall’alto ingaggio del brasiliano. Guardando all’estero i top club europei faticano a vendere bene proprio a causa degli ingaggi e certo i nostri giocatori non erano appetiti dalle grandi squadre. Questo ha limitato di molto l’attività di Marotta in uscita. E senza uscite la Juve ha faticato pure a comprare, per le logiche di mercato che ben potete comprendere.

Alla fine dei giochi gli errori marchiani sono stati davvero pochi, subito rimediati nel corso del mercato di gennaio dove la Juve ha speso bene e comprato bene. Basti ricordare i nomi di Barzagli, Matri e Caceres. Il problema è l’incapacità di mettere a segno il colpo devastante, di quelli che, come Pirlo, ti cambiano da soli una stagione.

Sebbene Marotta abbia firmato operazioni onerose, tipo quelle di Asamoah e Vidal e Isla, è pur vero che la Juventus non è mai stata in possesso di una cifra secca da 30 e passa milioni. Star dietro ai giornali fa male e distoglie l’attenzione. Ci appare francamente curioso che la Juve di Marotta non abbia mai speso una cifra superiore ai 20 milioni di euro. Il giorno 30 agosto si mormora di un aut-aut sulla vicenda Llorente: Marotta ha ricevuto uno stop secco da parte di Agnelli per l’incapacità del Presidente bianconero di mettere sul piatto una cifra maggiore di quella stanziata dalla Famiglia come premio Champions. Solito complotto che ci piace raccontare? Assolutamente no: semplice verità fattuale. La Juve non ha mai avuto una disponibilità superiore ai 20 milioni cash e Marotta ha preferito coprire più ruoli anziché concentrarsi un unico grande colpo.

La vicenda proprio di Asamoah e Isla è emblematica: i costi totali sfiorano i 37 milioni di euro, ma grazie ai soliti giochetti italiani la Juve ha sborsato una cifra appena inferiore ai 20 milioni di euro per acquisire la metà dei due ragazzi. Cosa che conferma l’incapacità di approcciarsi ai top club europei e trattare l’acquisto di un grande campione.

Al contempo giova ricordare come effettivamente Marotta era riuscito a muoversi bene con i giocatori cercati. Due anni fa Dzeko fu vicino a vestire la casacca bianconera, con un accordo trovato intorno ai 4 milioni di euro annui. Arrivò lo stop della casa madre perché nessuno avrebbe firmato un assegno da 30 milioni cash. Un anno fa la storia si ripeté con Aguero che fu ancora vicino alla Juve. Solo che Marotta dovette cedere ai 41 milioni di Mancini e degli sceicchi. Quest’anno sono diverse le pedine cercate, da Van Persie (segretamente a Torino) a Llorente, passando per Cavani e Jovetic, ma la difficoltà è sempre stata una: l’assegno non poteva sforare i 20 milioni di euro. Scambi e contropartite non sono gradite al ManUTD e alla stessa Fiorentina, così la Juve si è dovuta accontentare di Bendtner. In quest’ottica, restando ai fatti meramente economici, diventa complicato dar contro a Marotta. Ma la critica non può limitarsi a un piano economico.

Il caso Fabio Cannavaro e il caso Berbatov: una genialata e una porcheria

Sebbene la storia personale non faccia felice i tifosi bianconeri, è pur vero che il nome ricorda una vicenda che definire goduriosa è riduttivo. Nel 2002 la Juve di Lippi mette le mani su Alessandro Nesta. Accordo trovato, trattativa ben avviata con la Lazio. Nonostante la storia di Pavel Nedved, quella Lazio era costretta a cedere il suo uomo simbolo. Moggi aspettò sino all’ultimo, quasi sentisse un’aria strana. E infatti si rompe Trezeguet e il Direttore fu costretto a rinunciare al difensore e ad acquistare in tutta fretta Marco Di Vaio (per il quale venne sacrificato un promettente Matteo Brighi). Si mormora che l’alternativa a Nesta era Fabio Cannavaro, difensore dei gialloblu. Ma a prenderlo fu l’Inter. Un passaggio solo rinviato.

Il Cannavaro nerazzurro fu a tratti ridicolo. Probabilmente era il contesto ad averlo reso tale e così Moggi si inventà uno stratagemma per arrivare al futuro Pallone d’Oro e due volte Campione d’Italia. Fa pressioni sul ragazzo al fine di convincerlo della bontà del passaggio in bianconero e intavola una strana trattativa con Facchetti: scambio alla pari con Fabien Carini, praticamente un secondo/terzo portiere della Juve con un difensore titolare della Nazionale Maggiore, nonché capitano. Convinti che Cannavaro sia rotto, ripetendo l’errore madornale del Milan con Davids, Facchetti – che quando firmò il passaggio non aveva nessuna pistola puntata contro – si rese protagonista della più colossale figuraccia in sede di mercato.

Fabio Cannavaro giocherà 74 partite in due anni nella Juve di Capello, firmando due strisce positive da 28 e 29 partite, due scudetti e poi il sigillo finale con il campionato del mondo e il pallone d’oro. Di Carini nessuna traccia. Ci domandiamo ancora perché i tifosi se la prendono con Moggi e non con Facchetti. Una genialata di mercato pari forse alla presentazione congiunta con un certo Zlatan Ibrahimovic, scoperto quando nessuno conosceva la sua faccia. Questa è forse una delle più incredibili operazioni di mercato di Moggi: un Cannavaro per un Carini.

Anno di grazia 2012, penultimo giorno di mercato. Alle 13 rilanciamo su Twitter un messaggio che è tutto un programma. Grazie a una nostra fonte in una redazione torinese ci arriva un SMS che ci avverte che Marotta sta iniziando le trattative con un attaccante “che non arriverà mai in Toscana”. Ora, proprio quel giorno è solo uno l’attaccante in arrivo in Toscana, un tale Berbatov. Vi risparmiamo il racconto della vera storia di Berbatov che abbiamo già pubblicato. Resta da capire il perchè di questa operazione scellerata.

Andare su Berbatov è stato un atto scriteriato, buono solo per rovinare i già precari buoni rapporti con la Fiorentina. Fiorentina che è in possesso di un gioiellino di nome Jovetic che ora sarà praticamente non trattabile da un qualsiasi dirigente Juve. Intromissione o no, a mente fredda, possiamo dire che è stata una mossa azzardata. Non tanto per il blitz, quanto in ottica futura e in ottica Jovetic. E’ forse questo l’errore più grosso di Beppe Marotta.

Marotta il titubante, bravo o dilettante?

Dopo aver percorso i due anni di lavoro alla Juve, resta da mettere un punto a questo excursus. Difficile stabilire una volta per tutte il lavoro di Marotta. Di certo si è trovato a gestire una non facile situazione, eppure le sue mosse hanno portato uno scudetto con giocatori chiave da lui trattati e ben comprati. Così come sono evidenti gli errori grossolani commessi sotto indicazione di Del Neri e per volontà propria.

Forse davvero il tempo di lavoro è stato breve rispetto al numero enorme di affari intavolati e chiusi, però resta un problema di fondo: la tempestività è stata manifestata solo in rari casi, mentre l’attendismo ha più volte fregato Marotta in sede di calciomercato. Attendismo soprattutto all’estero dove la diplomazia e un SMS non bastano come in Italia. Non è un caso che i migliori acquisti siano tutti in territorio italiano, se ci passate il termine. Fatta eccezione per Vidal (una vera sorpresa il blitz al Bayer) e Pogba. Però, proprio nella vicenda Pogba, Marotta ha dimostrato scarsa dimestichezza con la politica: è servita una telefonata di Andrea Agnelli per sbloccare la situazione di stallo. E ancora Andrea Agnelli è dovuto intervenire per convincere Wegner a mollare Bendtner a zero euro.

Il fascino e l’esperienza non possono essere acquisite in breve tempo, così siamo fiduciosi che un dirigente di provincia come Marotta saprà far tesoro di questi primi due anni. In campo giovanile, insieme a Paratici, ha lavorato stupendamente bene. Anche all’estero dove le cifre su cui si ragiona sono sensibilmente ridotte rispetto ai calibri da 90. Ed è questa l’unica pecca di Marotta: l’incapacità di prendere il grande asso, di scoprirlo prima, di scovarlo prima di altri, di anticipare le mosse dei top club europei e portare presto un talento a casa. Fu così con Ibra che – forse molti non sanno – era già della Juve a marzo, salvo poi inscenare una spettacolare caccia al tempo all’ultimo giorno utile di mercato. Tutte sfaccettature estetiche che piacevano a Moggi.

Marotta non è Moggi, e mai lo sarà. Non lo è nell’atteggiamento, troppo signorile per un calciomercato che premia gli avvoltoi. Troppo attendista per un club che non può vantare i milioni del PSG o del ManCity.

Marotta non è Moggi, lo sapevamo e lo sappiamo, ma probabilmente è insieme a Pierpaolo Marino uno dei dirigenti più puliti e capaci del nostro calcio.

Advertisment