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Milan – Juventus 0 – 1 / Trova le differenze

Da una parte chi si vuol sentire grande. Dall’altra chi grande lo è. Da tre anni, senza alcun ostacolo insormontabile. Il buon Max viene, prende e va. La cura bianconera ha placato il suo istinto livornese e lo fa apparire molto saggio, cauto. Il godimento – caro Massimiliano – è nel risultato, non nelle parole.

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Lo sa bene la Juve. Al catenaccione rossonero, la banda di Tevez oppone una fitta trama di passaggi. Tanto movimento orizzontale che è a metà fra un atteggiamento di non-violenza (dopo i cinque gol già subiti da Inzaghi) e di lancinante attesa. Tanto si sapeva che sarebbe bastato poco per i tre punti.

Proviamo a cogliere le differenze.

La Juve fa del possesso palla la sua arma migliore. Il Milan oppone un tutti-dietro-la-linea-del-pallone e che il cielo ci riservi un po’ di contropiede. La Juve ha sempre trovato la soluzione in 90 minuti. Al Milan invece è andata malissimo, perché la difesa bianconera non è quella del Parma.

A centrocampo De Jong è praticamente un difensore aggiunto, mentre le due mezzali non riescono mai ad alzarsi per aggredire l’avversario. Marchisio invece gioca da leader una quantità industriale di palloni, con Pereyra indiavolato (a tratti, il migliore del match) e Pogba troppo superiore per classe e personalità. Basta guardare i dati del baricentro delle due squadre per rendersi conto che il big match era solo nei titoli dei giornali.

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Tevez svaria, ma contro 7 o anche 8 uomini rinchiusi a riccio è dura per tutti, mentre Llorente è in serata no. Dall’altra parte, Menez rimbalza sempre contro il difensore di turno, mentre il Faraone non riesce nemmeno a superarlo. Praticamente mai al tiro, a esclusione di un tentativo da fuori di quello con la cresta. Resta giusto l’erroraccio di Chiellini su Honda che Buffon neutralizza regalando anche una posa per i fotografi a bordo campo.

Abate e De Sciglio raramente nella metà campo avversaria, mentre Asamoah e Lichtsteiner hanno arato la corsia di propria competenza, sbagliando puntualmente l’ultimo passaggio o il momento del cross. Anche questa, differenza non banale.

E poi Inzaghi e Allegri. Uno è stato investito da un tam tam mediatico che è cominciato a maggio: televisioni e giornali hanno massacrato la capoccia di telespettatori e lettori co la storia “Il Milan torna grande” o “Torniamo allo stadio” e via così. Così Pippo deve comunque recitare il ruolo di quello elettrico, quasi a imitare il Conte bianconero. L’altro ha invece capito che bisogna pensare, riflettere, scegliere la prossima mossa, che le parole sono solo fiato a dispetto delle azioni in campo. Non che stia buono buonino seduto, il buon Max. Ma comincia a piacerci.

Qualche nota su Rizzoli. Comincia benissimo nei primi minuti, poi qualche fischio sembra ricordargli che quello è San Siro, che in tribuna ci sono Berlusconi e Galliani e comincia a non capirci più nulla. Non fischia alcuni falli, sorvola su alcuni fallacci dimenticandosi dei cartellini. Salvo poi ammonire Marchisio che non aveva nemmeno commesso fallo. E i milanisti continueranno così per buona parte della gara. A farne le spese pure Asamoah che, tuttora, ignora i motivi dell’ammonizione, mentre Chiellini si domanda che una manata in faccia equivale a un fallo contro. Stupenda la protesta di Inzaghi su “mi dicono di qualche episodio dubbio”. Assolutamente Pippo: ma ce ne freghiamo altamente e continuiamo a vincere sul campo. E per fortuna, nessun fallo di schiena

Ora a mercoledì, prima del duo Atletico Madrid-Roma. Ci piacerebbe che Allegri mettesse mano alla panchina: Morata, Coman, il rientrante Vidal, un test per Barzagli, lo stesso Romulo, che fine-ha-fatto-Pepe. Abbiamo, mai come quest’anno, la possibilità di gestirci. E francamente, non vediamo ancora pericoli temibili.

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