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Oriali e Abete: repliche e tempi tecnici

Strana la vita dell’ex-dirigente. Praticamente licenziato dalla Seconda Squadra di Milano, Lele Oriali, che un po’ tutti ricordano per la meravigliosa canzone di Ligabue in cui compare il centrocampista nerazzurro, torna a parlare. Non una parola sulla sua cacciata (che, vagamente, assomiglia a quella di Fini), piuttosto tanti sproloqui su Mourinho, la sua avventura da dirigente e Calciopoli.

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Sì perché Lele, e non è quello di Un Medico in Famiglia, crede ancora che quella bufala possa reggere il confronto con la dura realtà. Proprio a pochi giorni da un massacro ironico di Casoria nei confronti di chi aveva condotto le indagini sulla Juve e Moggi. Sì perché Lele crede davvero di aver scritto pagine di storia con la sua società, non rammentando che quella storia è una delle più brutte mai vissute dal nostro calcio. Lo pensano all’estero, lo credono tutti in Italia, ma per uno strano gioco di volersi male si fa finta del contrario. Va bene, così. I sogni passano, la realtà resta. Ed è dura, palese, incontrovertibile: la farsa sta per essere smascherata pure giuridicamente. Tra SIM svizzere che erano intercettabili (le stesse possedute in quantità industriale da Branca e compagnia cantante, tanto per intenderci) e intercettazioni fasulle o quanto meno originali, Calciopoli ci consegna un quinquennio fatto di soprusi e vergogne, tra manette mostrate e passaporti di cui ancora oggi si fa fatica a parlare. Compresi debiti e falsi in bilancio. E, badate bene, tutte queste vicende non hanno (avrebbero) nulla a che vedere con la Juve e i colori bianconeri e Moggi e i suoi parenti. Ma va così.

Lele dice che adesso la sua società deve replicare. Per adesso forse intende le continue figure di cacca dei Pubblici Menestrelli al servizio di Moratti. O forse intende il fatto che il 90% degli intervistati da Casoria ha sempre ribadito la buona fede di tutti. Di tutti, tranne qualcuno che, badate bene, con la Juve e con Moggi e i suoi parenti non ha nulla a che vedere! E come può replicare la società nerazzurra senza mettersi nei casini? In ogni caso valgono i miei auguri: per gli anni compiuti da Lele che non è quello di Un Medico in Famiglia, ma è quello della canzone di Ligabue. Meglio non elencare le malefatte da dirigente. Auguri!

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Non si scappa: servono i tempi tecnici. Sono le parole di Abete, quello dalla vocina che pare uscita da Topolinia o giù di lì. Quello, per intenderci, che conferma Donadoni nello stesso istante in cui lo caccia. Quello, per capirci, che scarica su Lippi il fallimento di una gestione politica e tecnica del calcio italiano. Lui però la poltrona non la molla. Cinque anni fa furono battuti record e messi in ginocchio decenni di principi giuridici per buttare la Juve nel fango (qualcuno userebbe altra parola, di uguale colore). Oggi servono i tempi tecnici per riconsegnare alla storia un minimo di dignità. Già, solo un minimo, perché la Juve non cerca vendetta. La Juve, semplicemente, cerca se stessa. E non può trovarla fino a quando non si sarà fatta luce sulla vicenda che molti conoscono col nome di Calciopoli.

Ma cosa sono questi tempi tecnici? Probabilmente sono i tempi per mandare in prescrizione ogni tipo di reato possibile e immaginabile compiuto dai dirigenti nerazzurri e qualche altro. Così da non poter essere puniti, tanto per essere chiari. Probabilmente sono i tempi necessari per avviare una rifondazione indolore della Seconda Squadra di Milano, cosa che peraltro molti sospettano sia già avvenuta con l’avvento di Benitez e il ritorno alla vera grande immensa Inter che conosciamo. Fatta di timidezze (chi ricorda l’ultima risposta o provocazione ai danni della società bianconera?) e paure (tecniche e dirigenziali), incompetenze e gesti da cancellare (vero Samuel, che pure fai ricorso?).

Abete comunque dimentica che già nel 2007 fu approvata una riforma dello Statuto alquanto ambigua, che sa di “paramose ‘er culo” da un’eventuale riapertura della faccenda. Ecco, ora voglio vedere come ve lo parate!

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