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Povero calcio italiano: stiamo morendo?

Sportivamente parlando, stiamo proprio messi male. Sono poche le soddisfazioni che possiamo toglierci in campo internazionale, dove il nostro livello di credibilità è compromesso da tempo.

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Qualcuno fa coincidere l’inizio della discesa all’anno 2006, quando Farsopoli sporcò il sistema italiano. E dal 2009 il nostro Paese è mira di perculaggini di ogni genere, cioè dopo i vari scandali e scandaletti che ci hano investito, comprese le prime vere uscite su Farsopoli.

Adesso Tavecchio. Con Albertini sullo sfondo e la faida fra i diversi presidenti e dirigenti. Lotito e Galliani, poi Della Valle e De Laurentiis, quindi Cairo e Agnelli, con qualche altra figura ad alternare momenti di lucidità a momenti di imbarazzanti dichiarazioni pubbliche.

Banane, ma non solo. Non è tanto il problema di quanto detto ai microfoni, quello riferibile a Tavecchio. Chi vuol pensarla così sta miseramente cadendo nel tranello giornalistico: Tavecchio è ben peggio di uno strafalcione, o anche due. Tavecchio rappresenta l’inesorabile continuità rispetto al vecchio sistema. Chiamatelo Abete, chiamatelo come vi pare.

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Viene da sorridere a quanto la gente scrive sul Web o farnetica al bar, sul potere di Andrea Agnelli, sull’oscuro potere della Juve. Come una barzelletta che non funziona più. Come un ritornello ormai rotto, logoro, insensato. Eppure, il primo a rompere il muro del silenzio su Tavecchio e il calcio italiano è stato proprio Andrea Agnelli. Logico pensare: a che punto stiamo?

A un punto torbido. Che ne sarà allora del calcio italiano? Perché a continuare così, pure la Gazzetta si è accorta che stiamo precipitando. Giù, sempre più giù. Con istinti di ripresa soltanto sopiti. Troppo proni verso i padroni e i padroncini per sfoderare autentiche investigazioni giornalistiche, o inchieste tali da attivare un minimo di coscienza e innescare una quanto mai opportuna ripresa di vigore.

Leggi. Regole. Riforme. Le tre paroline magiche che qualcuno non vorrebbe nemmeno ascoltare, nemmeno per sbaglio. Perché a tradurle nella pratica si rischierebbe poi qualche collasso. Di qualche club importante. Di equilibri politici che stanno reggendo interi giochi, o interi business se preferite.

Ma il calcio italiano avrebbe proprio bisogne di leggi, regole, riforme. Qualcuno non vuole. Quel qualcuno vota Tavecchio. E se non Tavecchio, allora commissariamento. Stagnazione perenne di un sistema che per qualcuno funziona. Funziona bene. Per qualcuno, però. Solo per qualcuno.

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