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Prandelli si presenta, c’è ancora Abete

Conferenza stampa appena terminata. Cesare Prandelli è il nuovo tecnico della Nazionale e ha provato a rispondere a qualche domanda. Chiariamo subito un aspetto: dove sono le domande scomode? Possibile che nessuno dei presenti in sala abbia il coraggio di stimolare una reazione forte fra quelli seduti dietro ai microfoni? Inoltre: è possibile far parlare certa gente, senza prima conoscere il contenuto delle loro domande? Andiamo con ordine.

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La carriera di Prandelli è sotto gli occhi di tutti. Con squadra medio-piccole è riuscito sempre a fare bene. Con la Fiorentina, una medio-grande, ha raggiunto due Champions sottrattegli con l’inganno (do you remember?), poi ne ha giocato una permettendo alla squadra di fare esperienza e quest’anno è stata probabilmente la formazione italiana che ha divertito di più. Senza probabilmente. In campionato la sua Fiorentina è stata altalenante, pochi buoni ricambi, troppe scommesse, molte delle quali vinte. Sotto l’aspetto tattico Prandelli privilegia corsa e quantità, forse poco equilibrio. Solitamente i suoi attaccanti giocano bene e segnano tanto (il Gilardino di Parma e quello di Firenze, Mutu a Parma e Firenze, Adriano a Parma). Sa lavorare con i giovani, ma le sue costruzioni hanno bisogno di tempo. In Nazionale non ne avrà molto: un anno per ambientarsi, perché poi il successivo è già preEuropeo.

La persona Prandelli è forse tra le migliori che il nostro calcio propone. Allo stato attuale è uno dei più puri, con idee chiare e sane, carattere per parlare con la stampa in modo lucido e trasparente. A Firenze gli vogliono bene, a Parma lo ricordano con affetto, ma la Nazionale è un ambiente brutto. Solitamente hai il 40% dei tifosi che sono d’accordo con te, l’altro 40% che ti vuole fuori da tutto, mentre il rimanente 20% passa il tempo a tifarti contro e a favore. Prandelli forse è troppo buono. La cortesia e il tono che ha usato durante la conferenza possono essere di buon auspicio per il futuro, per un cambio di atteggiamento di tutti noi.

Accanto a lui sedeva Abete. Sì, proprio lui, ancora lui. Ci hanno provato in due a chiedere ad Abete delle sue possibili dimissioni, ma lui si è difeso: e mica è colpa sua se l’Italia del Calcio cade a pezzi. In fondo lui che ruolo ha? Ridicolo, come i suoi sorrisi come quello studente che deve far sapere che lui le cose le sa, che è impaziente di rispondere a una domanda cui saprebbe dare la risposta. Ridicolo come quel modo di congedare il primo dei giornalisti che ha accennato alla parola dimissioni: ne parliamo alla prossima conferenza, confermando quindi che lui da quella poltrona non si schioda.

Il problema comunque sembra mal posto. Una defezione, quale quella dell’Italia ai Mondiali del 2010, non deve per forza di cose prevedere un linciaggio di dirigenti, tecnici e giocatori. E’ il modo che deve essere analizzato, cioè il modo di condurre la campagna. Così, se il generale Lippi si è preso le responsabilità del fallimento, il Colonnello Abete si è sentito, per le azioni del primo, molto pulito, già pronto per un’altra battaglia. Quasi senza colpa, né per questo Mondiale né per le condizioni in cui versa l’Italia del Calcio. Eppure di problemi siamo pieni. Mancano i risolutori. Dicevamo del Colonnello Abete. Il modo in cui si è usciti è ovviamente colpa di Abete e della sua gestione. Questo implica il discutere del suo impiego o meno in Federazione, o almeno in quel ruolo. Non può essere colpa di Cannavaro se l’Italia del Calcio è con lacere-stoffe-al-deretano (leggi “con le pezze al culo”). Se di bomber veri, tipo un Villa o un Higuain, l’Italia non ne possiede non può essere colpa di Gilardino o di Iaquinta. Questi siamo, grazie alle politiche senza senso delle big e la scarsa programmazione delle piccole.

Veniamo però al contenuto della conferenza. Alcune domande sono risultate idiote, ai limiti fra la presa-per-il-culo e il non-saper-che-domande-fare. Me ne viene in mente una, lanciata sul finale:

Possiamo immaginare una Nazionale più bresciana?

La risposta non c’è stata, anche perché dubito che Prandelli conosca la provenienza di ogni singolo calciatore in odore di Nazionale. Il nuovo commissario tecnico ha comunque precisato che terrà a mente valori quali meritocrazia, talento, comportamento. Perché Lippi aveva escluso queste componenti di scelta dalla lista che ha poi prodotto?

Un giornalista ha lanciato il primo grande dubbio che Prandelli è chiamato a sciogliere:

Che fine farà Buffon?

Evidentemente farà parte della Nazionale e mi auguro di dargli la fascia di Capitano ai prossimi Europei. Le sue parole dopo il Mondiale sono importanti e fanno capire anche che il lavoro di Lippi sul gruppo è stato tutto sommato corretto.

Prandelli insisterà dunque sul gruppo azzurro che ha bucato il Mondiale, salvandone più di un paio. Si ripartirà da Chiellini e Bonucci, Criscito e forse Motta, Montolivo, De Rossi (capace a suo dire di sobbarcarsi il ruolo di leader), forse Pepe, di sicuro Pazzini (anche se è curiosa la sua posizione nei confronti di Prandelli che lo escluse a favore di Gila già a Firenze), un’altra chance a Quagliarella. Il dopo Buffon, speriamo lontano nel tempo, sarà affidato a Marchetti. Il nome che il giornalista ha proposto mi fa venire i brividi: Storari, anni 33, appena acquistato dalla Juve. C’è bisogno di forze fresche e di prospettiva.

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Una domanda cui Prandelli e Abete non hanno risposto con chiarezza è la seguente, una delle poche domande scomode:

Chi sono oggi i fenomeni in Italia?

Ce ne sono tanti, vedremo strada facendo.

Il che si potrebbe tradurre con “vediamo cosa ci manda il destino”. Beh, il destino va pure stimolato e l’Italia non lo ha fatto. Il Genoa ha acquistato Luca Toni, mentre la Roma scommetterà su Adriano prossimo ai 30 anni. La Juve riparte da Del Piero (vicino ai 36), Trezeguet (32), Iaquinta (30) e Amauri (30). E la lista è lunga, intrisa di stranieri. I campioni non si inventano, si coltivano. Con una programmazione e con pazienza.

Alvaro Moretti prende la parola, in scia a questi concetti, e fa riferimento esplicito alle campagne di Moratti che lo hanno portato a costruire una rosa priva di italiani.

Metterete in preventivo di poter agire sulle società, anche solo facendo sentire una voce forte?

Abete è andato nel pallone. La parola “Moratti” poi gli suscita quasi un inchino-al-padrone. La risposta è ancora nulla, priva di contenuti. Le società sono società indipendenti, dice Abete, e quindi stabiliscono i loro programmi in proprio. Ci mancherebbe pure, ma nel ’66 la Federazione scese in campo producendo la spinta necessaria per l’Europeo ’68 e la successiva età d’oro dell’Italia del Calcio. Fatta sì di Nazionale, ma soprattutto di squadre di club molto attrezzate e prevalentemente composte da italiani, con pochi ma grandi stranieri. E oggi? Regole per prevenire l’arrivo di inutili stranieri che tolgono spazio e possibilità ai nostri giovani? Non si potrebbe discutere di un limite di stranieri in campo? Se non nelle rose? E’ eresia domandare questo?

Se una domanda che tira in ballo l’Inter ha reso nervoso il servo Abete, l’allusione gratuita al blocco Juve è fatta passare senza troppi filtri. E’ un ragazzo che prende la parola e dice chiaramente

E’ corretto puntare una volta ancora sui blocchi provenienti dalle squadre? Per esempio la Juve di quest’anno ha inciso negativamente sulla Nazionale!

Mi aspettavo una risposta netta, ma non c’è stata. Innanzitutto va notato come, piaccia o non piaccia, le fortune dell’Italia sono sempre legate alle fortune della Juve. Ma mettere in piazza questo discorso è assurdo. L’Italia è l’Italia, non una società in accomandita vicina a questo o quel club. Se certe squadre non possono contribuire con le loro rose alla costruzione della Nazionale Italiana, beh non è colpa della Juve. E poi è strano non aver fatto notare che il Mondiale del 2006 è targato proprio Juve, dentro il campo e fuori dal campo. I blocchi, in realtà, potrebbero essere utili per cementare una certa mentalità e voglia di gruppo. La Juve è andata in frantumi nel club e quindi il gruppo trasferito in Nazionale ne ha risentito. Ma come loro, anche gli altri. E’ una domanda sciocca e che dimostra proprio quanto la nostra Serie A è inadeguata a un livello così importante come richiesto da un Mondiale. Le colpe sono di tutti, non di un solo blocco.

Per finire, ecco una gaffe dettata dalla stanchezza. Prandelli in chiusura, su domanda di Renga, dice:

La meritocrazia è inversamente proporzionale alla dignità.

Pensava all’Inter?

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