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Su Ranieri e Sinisa, due che non ce l’hanno fatta

Un po’ di anni fa qualcuno lanciò un’accusa precisa: “Roberto Mancini allena perché è un raccomandato”. La realtà parzialmente confermò il fatto che la gavetta è fondamentale per un processo di crescita completo e sano. Dico parzialmente perché in Italia si è inscenata la farsa di regalare a Mancini e i Suoi Compari dei titoli talmente finti che, ad anni di distanza, molti si sono già pentiti di aver festeggiato quelle false vittorie. Che, con Mancini al comando, vittorie non furono. Oggi, in special modo a Firenze, il ritornello pare nuovamente di moda. E, che strano questo destino, il bersaglio è un pupillo e un amico di Mancini: tale Sinisa Mihajlovic. Il difensore che sputò a Mutu, uno dei massimi specialisti di calci di punizione, ex difensore dell’Atalanta di Milano, è un allenatore. Precisamente della Viola che con Prandelli ha conosciuto un’età splendida, dopo i misfatti famosi con Cecchi Gori alla guida del club.

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Prandelli alla Fiorentina ha lasciato ricordi immensi. Per la persona, schietta e pulita come poche volte vi capiterà di conoscere in questo calcio, e per il suo modo di fare calcio. Con prodotti non sempre maturi (leggi giovani e giovanissimi) e risultati apprezzabili. Da quest’anno Prandelli è il commissario tecnico della Nazionale Italiana. Sulla panchina della Fiorentina si è seduto Mihajlovic. Quali meriti per questo signore? Che tipo di lavoro ha fatto per meritare questa importanza? Ma, soprattutto, che soluzioni offre questo allenatore?

La Fiorentina oggi è una squadra bucabile e che davanti non punge. Le ali non funzionano, eppure sono le stesse che lo scorso anno impressionarono pure l’Europa (leggi Van Gaal). Gli equilibri difensivi non sono solidi, la manovra stenta. Mihajlovic non ha saputo dare la giusta scossa e più volte è andato in difficoltà durante le conferenze stampa non riuscendo mai a parlare di tattica. Ha sempre ripetuto lo stesso ritornello: “se vincono è merito dei ragazzi, se perdono è demerito mio”. L’involuzione di Gilardino è preoccupante, mentre Frey appare inerme. L’unica colpa che Mihajlovic ha sottolineato è quella del giovane Ljajic, reo di mangiare troppa cioccolata ed essere appassionato di computer (probabilmente, come circa 3 miliardi di persone sulla faccia della terra, naviga in rete e gioca a qualche tipo di videogame). Sui giornali si fa fatica ad analizzare il momento viola. Sinisa gode di una sorta di scudo protettivo particolare, in quanto non si entra mai nel merito del suo lavoro. Si fa presente (e sarebbe naturale, ma deve valere per tutti) che ha infortunati e che è da poco tempo su quella panchina. Ma su altre panchine altre persone sono state linciate sin dal primo giorno, pagando pure a caro prezzo il fatto di aver bruciato le tappe. Uno su tutti: Ciro Ferrara, da dirigente a allenatore e quindi, oggi, disoccupato. Pure lui aveva infortunati e viveva in un contesto tremendo per qualsiasi professionista del mondo del calcio. Due pesi e due misure.

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Ciro Ferrara aveva sostituito Ranieri sulla panca bianconera di Torino. Claudio Ranieri venne cacciato a furor di popolo in quanto ritenuto inadatto a sedere su quelle poltrone, inadatto a governare il mondo Juve. Così è stato e mai mossa più azzeccata fu compiuta da quella sciagurata dirigenza. Immediatamente alla chiusura del rapporto Juve-Ranieri i mezzi di informazione si scatenarono prendendo le difese del tecnico romano. Che è successo nel frattempo? Perché quei tifosi juventini lo volevano fuori da Torino e gran parte del gruppo allenato (che, fra parentesi, aveva conosciuto altri tecnici e certamente altre situazioni lì alla Juve) non lo seguivano più?

Nel frattempo è accaduto che il tecnico romano e romanista ha coronato il sogno di una vita: allena la Roma. Chiamato da Rosella Sensi a colmare il posto lasciato vacante da Spalletti dopo pochissime giornate di campionato, Claudio Ranieri ha compiuto un eccezionale lavoro nella Capitale. Una squadra allo sbando è stata rimessa in riga dal vecchio staff bianconero: da Damiani al preparatore atletico, dal preparatore dei portieri a quel gran signore di Montali (lui, persona pulita in un mondo marcio). La Roma è risorta, ma paradossalmente ha confermato le paure e le sensazioni del popolo bianconero. Alla Juve si è abituati a vincere e dominare, mentre Ranieri ha nel suo credo una umiltà che è propria di chi non riesce proprio a giungere sul gradino più alto. Solo piazzamenti e riscosse, solo battaglie vinte, ma mai la guerra definitiva. Ciò che è accaduto a Roma è stato ovviamente capovolto dalla carta stampata e da certe trasmissioni. I giallorossi, a un certo punto del campionato, erano primi dopo un inseguimento epico. E’ finita con l’Atalanta di Milano prima (così come vuole il regolamento del Torneo Aziendale Italiano) e Ranieri a raccogliere i “coraggio, è stato bello comunque”, “grazie per le emozioni”, “ci rifaremo”.

In questo secondo anno di Roma si assiste a un remake del secondo anno bianconero: flessioni, casi spinosi all’interno dello spogliatoio, acquisti sballati, innesti poco sfruttati, cambi allucinanti, sconfitte clamorose e soltanto pochi inutili sprazzi di gioia (tipo Vucinic che a 60 secondi dal termine fa vincere il match contro i rivali). Si parla di panchina traballante, di cattiva gestione del gruppo, di infortuni che alla Juve, quest’anno, con Marotta, Del Neri e Andrea Agnelli sono drasticamente diminuiti, e si parla di possibilità di un cambio in corsa. Non accadrà. Non accadrà perché la Roma si risolleverà, illudendo i propri tifosi di poter vincere tutto e finendo per non vincere niente. Come accaduto a Torino. Ma Ranieri non molla: “noi ci proviamo, se gli altri sbagliano noi ci saremo”. Ecco, se gli altri sbagliano. Al momento questi altri che dovrebbero sbagliare si chiamano: Lazio, Atalanta di Milano, Napoli, Milan, Chievo, Brescia, Juventus, Palermo, Catania, Genoa, Bari, Lecce, Cagliari, Sampdoria, Bologna, Cesena, Fiorentina e Parma. Forse a Torino non eravamo proprio pazzi a volerlo fuori dalla società chiamata Juventus.

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