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Tag: allegri (pagina 1 di 16)

Juventus: recuperare tutto, recuperare tutti

Dare di più, con voglia e spirito di sacrificio. Solo questo manca in questa stagione che sta mostrando grossi limiti di atteggiamento, vuoi per pancia indubbiamente piena, vuoi per motivazioni che possono anche mancare.

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Vuoi anche perché, alla fine, due nozioni di tattica calcistica le sappiamo pure noi. Se all’atteggiamento si può supplire con un condottiero (Allegri lo e davvero?), alla tattica di supplisce con la tattica.

I due a centrocampo sono la debolezza sistemica più pericolosa di questa Juve. Non li reggiamo. Siamo a novembre e questo appare chiaro, tanto poi quando si analizzano le partite. Non li reggiamo. Punto.

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Per questo è stato comprato Matuidi, in attesa del rientro di Marchisio (poi rotto anche lui). Più corsa, probabile poi 4-3-3, probabile nuovi innesti sulle fasce come Douglas Costa e Bernardeschi.

Se l’italiano deve dimostrare molto, il brasiliano non deve dimostrare nulla, se non il pieno adattamento alle idee dell’allenatore. Ma se non gioca… sarà difficile dimostrare ciò. Tanto più che poi il suo ingresso riesce comunque a rompere il ritmo e fornire nuove soluzioni. Intestardimento di Allegri francamente incomprensibile, alla luce delle scelte che sembrano quasi di inerzia: 4-2-3-1 e Mandzukic in campo.

Recuperare tutto, recuperare tutti, visto che è palese la sensazione di sciupare due fenomeni come Dybala e Higuain poco valorizzati da manovra e occasioni. Nell’anno più allenante: quello del VAR a targhe alterne.

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Udinese – Juventus 2 – 6 /aVARiato

La migliore fotografia del match è la dichiarazione finale di Allegri: “Ho ringraziato Mandzukic perché ci serviva una partita di sofferenza, e quindi ha fatto bene a buttarsi fuori, tanto lo avrei tenuto fuori mercoledì”. Diretto. Conciso. Ironico. Sagace.

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La partita va letta evidentemente sulla base di un #VAR che proprio non vuole funzionare a dovere quando c’è di mezzo la Juventus. E cominciamo da qui, altrimenti rischieremmo di ignorare quello che per me è un problema plastico di questo campionato.

Un rigore chiaro su Mandzukic (chiaro: poi deve essere trasformato) diventa un rosso assurdo al croato che certamente non meritava il primo giallo, mentre il secondo sì. Ora la domanda è la seguente: perché il #VAR non è intervenuto per segnalare il fallo di rigore? Con l’Atalanta si è andati a rivedere perfino il campionato 72/73 per cercare un fallo, mentre col Genoa e con l’Udinese si evita la rivisitazione delle immagini. Accade lo stesso sul fuorigioco di Higuain (poi gol di Dybala) che va annulla il ragionamento sul gol di Danilo. Ci sarebbe invece un rigore di Alex Sandro, ma a quel punto VAR e AVAR avranno pensato che sarebbe stato fin troppo esplicito segnalare l’episodio.

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Detto questo, altre parole importanti sono quelle di Buffon che spalma miele su Rugani (qualcuno dovrebbe prima o poi mostrare le statistiche della Juve con Daniele e quelle senza Daniele) e su Higuain. Il Pipita è forse il simbolo del match di domenica pomeriggio: tanta tanta dedizione. Certo è mancato il gol, ma questa Juve ne ha già messi a segno 27 (non accadeva dagli anni ’50) e può perfino fare a meno del suo bomber d’elezione, con il pallone che se lo porta a casa addirittura Khedira.

In generale, non si ha menzione di una squadra che in 10 subisce il pareggio all’inizio della ripresa, e poi si abbatte con uno tsunami fino a segnarne 4. Rischiando in difesa, ma quest’anno va così, con la strana sensazione che la regola è quella di segnarne uno in più degli avversari. In barba al “regolamento” che vince chi incassa meno gol. Più europeo come pensiero. Forse. Chissà.

In ogni caso è una Juve che in mezzo balla per la scarsa condizione fisica dei suoi uomini, incapaci di proteggere la difesa, e che fino a qui ha mostrato gambe pesanti e ogni tanto testa confusa. Chiellini ha intonato la legge del diesel, rimembrando come gli altri anni la partenza sia stata simile come qualità e perplessità suscitate. Nel senso: abbiate pazienza, cari tifosi, la vera Juve non è stata ancora mostrata. Anche perché va in campo ancora quella vecchia, con il mercato tenuto gelosamente in panchina e utilizzato solo nei minuti finali.

Senza sosta verso il turno infrasettimanale, e poi l’importante scontro di sabato sera in cerca di nuovi equilibri. Qualcuno voleva spostarli, altri ne sperimentano di diversi. Il destino.

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Juve: la strada della riconoscenza è la più pericolosa

Le difficoltà della squadra sono evidenti e devono essere ricondotte allo stato di forma della gran parte dei giocatori, alla mancanza di un gioco fluido e incisivo e alla debolezza caratteriale che sta determinando i risultati delle partite.

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La squadra alterna momenti di gioco da Juve a momenti in cui la tensione mentale viene meno e gli avversari prendono il sopravvento. Non può essere un problema tecnico, ma è solo un problema mentale a cui Allegri non sta trovando una soluzione efficace.

Sembra dimenticato il motto di fino alla fine, e la squadra sembra ripetere il secondo tempo di Cardiff rinunciando alla lotta e al gioco, uscendo dalle partite senza capacità di reazione.

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Assurdo criticare tecnicamente la rosa, più che corretto e legittimo criticare l’impegno e la dedizione dei giocatori, alcuni di questi molto ben pagati.

In rete, specialmente su Twitter, si assiste a una impietosa lite senza contenuto. Il campionato è ancora lungo, ma si vince con la cura minuziosa di ogni dettaglio. Sottolineare quali dettagli stiano venendo meno in questa Juve è ciò che l’intelligenza suggerisce senza per questo mettere a rischio l’amore verso la Juve. D’altronde, per risolvere un problema, bisogna prima individuarlo.

Massima fiducia in Allegri per cui parlano i risultati degli ultimi anni, ma antenne ben dritte per il lavoro svolto sul campo sia dal mister sia dai ragazzi. La cosa più pericolosa, vero ingrediente segreto della triade, è la strada della riconoscenza che guarda solo al passato e mai al presente e al futuro.

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Juventus – Lazio 2 -3 / Male la prima

Clamorosa lettura errata di Allegri che manda in fumo il primo trofeo stagionale. Non che i ragazzi siano esenti da colpe, anzi. Adesso c’è da capire cosa abbia influito fra condizione fisica e condizione mentale. La prima è normale al 13 di agosto, mentre l’altro potrebbe essere un problema da fine ciclo.

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Tecnicamente la partita non è giudicabile, visto che la Juve non l’ha giocata. Gambe lente, poco voglia di sacrificio, nessuno spazio creato e centrocampo ceduto strategicamente alla Lazio. Persino la difesa perde valore di giudizio: nessun filtro, resta lo smarrimento generale evidente nel primo e nel terzo gol.

Affidata al colpo dei singoli, i singoli hanno fallito. Juve al tappeto prima ancora di cominciare. Con nessun cambio repentino di Allegri che ha tardato le contromisure. Sbagliandole. Serviva Marchisio per dare sostanza e fosforo al centrocampo, invece è stato bocciato Benatia, con Douglas Costa troppo tardi.

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Proprio quest’ultimo è la lieta novella. Rapido, creativo, troppo carico e infatti perde qualche palla per eccesso di foga, ma è una variabile importante per la stagione. Destra o sinistra, anche in alternativa o insieme a Bernardeschi entrato troppo tardi per incidere veramente.

E ora tutti a lavoro. Tanto lavoro. Da aggiustare le distanze fra i reparti, col dubbio che senza condizione fisica questo è un modulo suicida perché crea un buco a centrocampo che consegna strategicamente campo e palla agli avversari, obbligandoci in ripartenze sanguinose. Da valutare un più prudente 4-3-3, dove Pjanic necessita di avere le spalle coperte da altri due colleghi di reparto per impostare e creare, salvo la disponibilità degli attaccanti di farsi vedere e creare linee di passaggio utili.

La prima è da buttare. Sabato comincia un campionato che si prospetta fra i più difficili, dove gli stimoli da ritrovare sono essenzialmente ciò che determinerà successo o sconfitta.

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Troppo caos: mettiamo ordine in casa Juve

Il sole dà alla testa. Addirittura prima dell’inizio della stagione in tanti si sono scatenati su fantasiosi bilanci sulla Juventus, in sede di calciomercato, in sede tattica. Quando non puoi attaccarla sul campo, solitamente si preferiscono altri terreni.

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Mettiamo ordine.

Delirio dei tifosi, almeno quelli che salgono sul carro

In troppi sono saliti sul carro, negli ultimi anni. Scendendo quando gli pareva, per poi risalirci a trofeo alzato. Capita, ma il tifo vero è altra cosa. Soprattutto non si capisce, a leggere i social, su quali basi molti tifosi utilizzano formule violente e negative. 6 anni pazzeschi, cominciati con Conte e Pirlo dopo due settimi posti, poi il ciclo di Allegri. Come se tutto fosse normale, il che da un lato racconta della forza spropositata di Agnelli, Marotta e Paratici nella costruzione di un management che ha saputo unire risultati sportivi con quelli economico-finanziari.

Il dolore per le Champions smarrite per personalità e fiato è forte, ma non può annebbiare la ragione. Anche se c’è qualche paura di aver sprecato fin troppe cartucce.

La prova del tempo

Per esempio la paura del tempo che è passato. La cara vecchia BBC ha compiuto 6 anni. Stessi anni che Buffon ha aggiunto al suo curriculum e alla sua carta d’identità. Proprio per questo la Juve sta cercando di lavorare per una migrazione rapida verso generazioni nuove di fenomeni, ma è molto complesso. A questo servono gli investimenti su Rugani e Caldara, poi Spinazzola e Mandragora, quindi Schick l’ultimo arrivato.

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Ama dire Lippi del suo ciclo bianconero che “cambiavamo tanto, ma lo zoccolo duro restava sempre e questo la gente lo dimentica”. Ecco, sembra il leit-motiv di questa Juve e di queste sessioni di mercato.

Supermercato: argenteria e ferro

E anche questa è una sessione particolare. La memoria del tifoso è selettiva, anche corta, alle volte finge proprio di dimenticare. Marotta e Paratici sono gli artefici delle più grosse plusvalenze bianconere. Così come sono gli artefici di alcuni colpi che hanno permesso questi 6 anni pazzeschi. Lavorano, lo hanno dimostrato, con grande serietà, e con altrettanta attenzione agli indici di bilancio. Siamo in Italia dove gli stipendi pesano il doppio rispetto agli altri Paesi, e dove i fatturati si fa più fatica a raggiungerli. La Juve è l’unica squadra italiana proiettata, da anni, verso il futuro dove già abitano i top club mondiali. Stadio, marketing, programmi di espansione, ritocco al brand, Museo. Senza dimenticare il campo.

L’anno scorso fu il colpo Higuain a incendiare l’amore dei tifosi, e le speranze. Quest’anno?

Probabile si riesca a chiudere ciò che più serve: un paio di ali per far volare il modulo di Allegri e permettere alla rosa di non arrivare all’ultimo match con le mani sui fianchi, poi un rinforzo decisivo a centrocampo dove servono muscoli e piedi delicati, quindi ritocco in difesa e sulla fascia destra dopo l’abbandono di Dani Alves (e l’incognita di Lichtsteiner su cui grava un odio ingiustificato). A conti fatti possiamo spendere fino a 130 milioni di Euro, non contando le entrate da cessioni nessuna eccellente (per fortuna).

Sfumato Tolisso, c’è da ammettere che la Juve prima di scegliere prende tempo. Anche fin troppo tempo, ma i parametri di scelta e gli indici di valutazione sembrano essere più complessi di quelli del singolo del tifoso appiccicato su YouTube o col giornale in mano.

Pazienza. Ci hanno portato fin qui. Ci porteranno anche più lontano.

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Juve: pericolo interismo, romanità e napolezza

Dare la colpa ad Allegri è solo interismo. O romanità. O napolezza. Cadere nel tranello di farsi sopraffare dalla giusta e naturale tristezza è esercizio assai facile per chi proprio non vuole accendere il cervello. Proviamo a farlo.

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6 scudetti di fila sono leggenda. Con la tripla doppietta di Campionato e Coppa Italia. Ma anche la doppietta della Champions persa in 3 anni. Peccato. Roba da psicosi, a questo punto, perché il conto si fa salatissimo nelle finali europee. Dove pesa una statistica imbarazzante: pochi gol segnati, molti presi, mai il dominio. Anche col Liverpool nell’85 e con l’Ajax nel ’96 abbiamo trascinato il risultato pericolosamente verso la fine. Traduzione? Intraducibile.

Veniamo alla più recente. Dare la colpa ad Allegri è da pazzi. Quelli aveva, quelli ha fatto girare a mille, ma quelli – a un certo punto del secondo tempo, cioè dopo qualche minuto – non ne avevano più né fisicamente né mentalmente. Perché il modulo non era stato previsto e perché i ricambi non sono esistiti. Rincon, Pjaca, Asamoah, Sturaro non si sono mai dimostrati veri sostituti dei 14 uomini che hanno spinto al massimo la macchina, da agosto al 3 giugno fino alle 22:00. La verità è questa. Oltre a quel pizzico di fortuna e tanta personalità che mancano in serate come quella di Cardiff.

Chi incendia alla tragedia è solo colui che vuole fare del folclore. Viceversa ha più senso continuare a incitare i ragazzi e Allegri perché il processo di crescita iniziato 3 anni fa non abbia uno stop pericoloso.

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C’è molto da rinnovare, tanto da potenziare nelle seconde linee, specie se il modulo principale del prossimo anno sarà lo stesso di questo entusiasmante 2017. Quel 4-2-3-1 che succhia energie come non mai. Più la variabile “essere decisivi” degli uomini che più hanno deluso sabato sera. Fra i vari, Higuain e Dybala su tutti.

E per la prima volta Allegri ha letto male e in ritardo l’andamento tattico del match, quando cioè era chiaro che il centrocampo a 3 del Real avrebbe avuto la meglio sulla coppia Khedira-Pjanic. E anche qui dobbiamo registrare la buona prova del bosniaco, alla primissima finale di Champions, in una squadra che non girava bene dalla trequarti in su. Eppure il più pericoloso negli unici tiri bianconeri verso la porta avversaria.

Si riparte, come ha detto Andrea Agnelli e come ripetuto da Allegri. Si riparte perché non c’è motivo non farlo, alla luce del gap scavato in Italia e del gap che si sta recuperando in Europa, finale a parte.

Si riparte da un mercato che deve rinfrescare i muscoli dei reparti bianconeri, con qualche specialista nei ruoli a questo punto fondamentali quali le corsie laterali e la cerniera di centrocampo dove serve fosforo e turbo insieme.

Finale a parte, questa è una Juve comunque da applaudire. Incazzati si, come è giusto che sia. Per l’impegno venuto meno. Ma… ripartiamo!

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Napoli – Juventus 1 -1 / Obiettivo non prenderle?

Problema fisico evidente, ma anche la mentalità non aiuta. Non prenderle non è un metodo che fa crescere.

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Scelta di Allegri, o scelta concordata con i ragazzi che hanno il termometro (delle gambe) assolutamente chiaro.

Comunque sia, la cosa preoccupa. Perché se è vero che i campionati si vincono in primavera, beh la Juve sembra impreparata. Sembra, perché può essere una tattica psicologica quella di apparire, non essere.

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Domani sera il Napoli, poi il Chievo sabato, e poi senza respiro verso l’andata col Barcelona in casa.

Senza respiro e con qualche dubbio: Mandzukic ce la farà? A che punto è Dybala? Ma Alex Sandro si è solo riposato? E Marchisio non riesce davvero a giocarne due di fila o una intera?

Al netto di tutto, c’è da concludere con una osservazione lapalissiana: la peggior Juve ha pareggiato col miglior Napoli senza praticamente giocarla. Così, giusto per ristabilire alcuni equilibri di giudizio.

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Finché la Barca va, lasciala andare

Era il 1970 quando usciva questo classico della canzone leggera italiana. Storpiata, il titolo va bene anche oggi per spiegare una doppia sfida di Champions League dalle mille emozioni.

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La Juve di Allegri contro il Barca di Luis Enrique, quello che a Roma non ci capiva nulla di calcio. Con gli strascichi della rimonta al PSG e le incognite della permanenza di Allegri. Di certo è una sfida che unisce tutti gli antijuventini d’Italia, già lì a festeggiare per una eliminazione possibile, forse anche probabile, ma certamente tutta da accertare.

Il momento della verità è arrivato. O dentro o fuori, possibilmente aumentando la dose di esperienza e di lezioni che quel palcoscenico ti dà, se tu sei disposto a crescere. Andata allo Stadium e ritorno al Camp Nou, con quel malvagio gioco dei gol in trasferta, qualora dovessero servire ai bianconeri o ai blaugrana.

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Quella che una volta si chiama BBC, ma che adesso è una linea pura a 4, contro i tre tenori Messi-Suarez-Neymar. Tiki taka a parte, le sfuriate offensive potranno essere decisive e qui si fonda un minimo di certezza bianconera: quella di Allegri è la squadra che ha subito meno in questa edizione di Champions League. E anche quella che ha terminato più volte con il clean sheet tabellonistico.

Sensibilmente una sfida diversa rispetto alla finale di pochi anni fa, con stimoli differenti e prospettive cambiate. Il ricambio necessario del Barca, dal centrocampo in giù, con la rincorsa a un sogno realizzato ormai 20 anni fa da parte della Juve.

Dybala e Higuain a inseguire un trofeo ambito, con Buffon che probabilmente è giunto all’ultima opportunità di aggiungerlo a una carriera forse irripetibile.

E la certezza giornalistica che dalla doppia sfida passa parecchio futuro bianconero.

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Il rigore c’era, ma non doveva essere fischiato

Fine di Juventus-Milan: il rigore c’era, ma non doveva essere fischiato. I motivi sono i più disparati, ma la verità è una: bisogna fermare questa Juve.

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Così, fra giornalisti e giornalai – la differenza è ormai sottilissima – si fa in fretta a spalare fango sui bianconeri, con attacchi a 360 gradi: cori, mafia, bagarinaggio, rigori, minuti, l’Arsenal che vuole Allegri, il Barca che vuole Dybala, per finire con la pizza argentina del fratello di Higuain.

Povera Italia, ridotta al ridicolo di una critica ormai vuota anche di idee e creatività. Stretta nella morsa dei social dove alla fine emerge chi sbraita capricciosamente, e chi lucidamente fa una rilettura pratica degli episodi contestati. Fino ad arrivare ai paradossi di giornalisti in balìa di loro stessi: due settimane prima è rigore, due settimane dopo, se è a favore della Juve, non è più rigore.

L’apice del delirio è a firma De Laurentiis. Epica la frase “si sa, la Gazzetta è sempre stata delle Juve”.

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Affannosamente resiste chi ha ancora un briciolo di dignità intellettuale. Gli Sconcerti e i Bargiggia della situazione costretti a sottolineare l’infame gestione mediatica di colleghi scatenati.

Morale della favola? Tre partite regolari (contro Inter, Napoli e Milan) su cui si continua a discutere vivacemente del nulla.

Come nulla è a oggi la contrapposizione tecnica alla squadra di Allegri.

Perciò il discorso è semplicissimo: il rigore c’era, ma non doveva essere fischiato!

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Juventus – Empoli 2 – 0 / La tranquillità è dei forti

A molti sembra non essere piaciuta la tranquillità della Juve, che è di fatto una superiore tranquillità. Colpisce quando deve colpire, vince quando deve vincere.

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Juventus – Empoli la si può raccontare da più punti di vista.

Bonucci e il suo pubblico. Applausi, cori, ancora applausi. Il più cercato è lui nel riscaldamento, e Leo risponde. Quasi a ribadire come la Juve quasi ne esce ancora più rafforzata dopo la burrasca Bonucci-Allegri. In realtà il caso è stato montato per la platealità dei gesti (e delle frasi) riprese da tutte le telecamere (e giornali e TV). In realtà di episodi così, in una squadra che deve vincere, ne capitano a iosa durante la stagione. Tutto ricomposto, con Bonucci che chiude con la fascia da capitano, e Allegri che se la ride durante le interviste post partita.

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Allegri e il nuovo modulo. Allegri se la ride pure perché la Juve sembra aver innestato la marcia corretta. Il nuovo modulo garantisce un nuovo equilibrio difensivo, e permette di meglio liberare le qualità offensive di una rosa dai piedi buoni. Il sacrificio di Mandzukic sulla fascia, il lavoro di Higuain per la squadra, i ricami di Pjanic e le sfuriate di Cuardrado e Alex Sandro. La Juve è classe, ma anche umiltà. Con queste due caratteristiche il modulo 4-2-tutti-avanti sembra perfetto. I risultati parlano chiaro, anche se ci sono segnali di un minimo di stanchezza. Naturale, speriamo tutto calcolato perché si torna in campo martedì, poi domenica, poi c’è il ritorno della Champions.

Le partite da non sbagliare. Il crollo del Napoli in casa, con un uomo in più, è poi la fotografia di una frase detta e ridetta nei salotti televisivi: la Juve non sbaglia le partite che non vanno sbagliate. Vale a dire, magari il gioco non sarà scoppiettante come quello di Sarri, però i tre punti vengono portati a casa ugualmente, e per la classifica contano quelli. Solo quelli. I cali di tensione legittimi dei bianconeri difficilmente innescano figuracce o sconfitte. Non è così per le avversarie, e qui sta la lettura del vantaggio in classifica di una Juve che non sbanda mai.

La tranquillità dei forti, appunti.

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