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Tag: bettega (pagina 1 di 2)

Di Guido Rossi ce ne é 1 e la Juve ne ha 31

Ditelo a Pistocchi la prossima volta che lo incontrate: la Juve ha scritto 31 perché 31 sono gli scudetti. Proprio perché esistono sentenze di tribunali che lo hanno certificato. Il problema è l’ignoranza, e noi speriamo sia proprio ignoranza, altrimenti dovremmo propendere per la malafede (di cui comunque siamo certi). In ogni caso: buon 31esimo scudetto alle sorelle e ai fratelli bianconeri.

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Sono 31, 1 di più dei punti di vantaggio sui nerazzurri che molti anni fa poterono mostrare e festeggiare (addirittura) uno scudetto mai veramente vinto.

Sono 31, perché dal 1905 questa Società incamera successi su successi, tutti sudati sul campo. Campo nel quale quest’anno sono cadute in molte squadre, massacrate a colpi di gioco, di cattiveria agonistica, di corsa, di qualità, di convinzione.

Sono 31 e 2 portano la firma, più grossa delle altre come poche volte nella storia bianconera, di Antonio Conte. Un condottiero, una sorta di top manager come lo descrisse inconsciamente Gigi Buffon qualche settimana fa. E questo secondo scudetto arriva dopo una cavalcata da paura.

Sono 31, non uno in meno.

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Sono 31, con Marotta e non con Moggi. Con Paratici e non con Bettega. Tanto per confermare che si vince con un piano ben preciso, con alcuni fenomeni in rosa, con un campione assoluto in panchina (come lo furono Lippi e Capello, tanto per intenderci). E si vince senza Moggi, perché con Moggi solitamente si stravince.

Sono 31 ed è il secondo della dinastia Andrea Agnelli. Comprendiamo le difficoltà entro cui deve muoversi il Giovin Signore, ma guai a dimenticare i meriti di questo non ancora quarantenne Presidente della Juve. L’amore che dimostra per la maglia traspare dalla informalità con la quale scende negli spogliatoi ad abbracciare i suoi ragazzi. Sono cambiati i tempi, ma la Juve comanda con uno juventino al comando.

Sono 31 semplicemente perché la Juve è superiore. Quest’anno poi, non ce ne voglia la boria di Agnelli o la tracotanza di Stramaccioni, è stato davvero facile con questo livello di avversari e avversarie. Dove finiscono i meriti e cominciano i demeriti? Difficile dirlo, di certo c’è che sono limpidi i meriti e altrettanto limpidi i demeriti provocati dai meriti bianconeri. Contorto? No: limpido!

Sono 31 e presto saranno di più se solo Marotta piazzasse qualche buon colpo e cedesse al giusto prezzo giocatori che vanno ceduti.

Sono 31 da oggi, ma lo erano praticamente già febbraio quando i passi falsi bianconeri non vennero sfruttati da chi pensava, al sud come al nord, che raggiungere la Juve potesse essere possibile.

Sono 31 e… già pensiamo al prossimo.

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C’è un caso Nedved? Uhm, vediamo come stanno le cose

Pavel Nedved è forse una delle bandiere più apprezzate dai tifosi. Sicuramente più protetto e più amato, perché il campo ha sentenziato: Nedved fra i migliori giocatori della storia, nel suo specifico ruolo uno dei migliori in assoluto. Lippi lo definì “il prototipo del giocatore moderno” per la sua efficacia e la sua professionalità. Atleta come pochi, lui che tornava a casa correndo alla Mandria “quando non mi sentivo allenato a sufficienza”. Il povero magazziniere era costretto a guidare la panda (altro elemento che conferma una umiltà senza precedenti) fino a casa sua mentre il caschetto biondo correva e si sfogava. Lui che si allenava anche nei giorni più impensati, lui che curava come pochi il fisico e la mente per la vittoria. Lui che non mollava mai, lui che mi ha rattristato come poche volte nella vita per una finale scippatagli da un arbitro più permaloso di altri.

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Ma tutto questo non basta. Per un ruolo in società tutto questo può non bastare. La domanda più opportuna non è “dove è finito Nedved?”, ma è la seguente: può un campione in campo diventare un campione pure dietro una scrivania?

Certo che no. Paratici vale molto molto molto di più rispetto a Nedved, perché le competenze e le conoscenze acquisite non possono essere sostituite da sgroppate micidiali sulla fascia e da numerose vittorie. Non ci si improvvisa dirigente, ma si studia da dirigente, ci si applica e quindi ci si prova. E non è detto che i risultati arrivino da sé. Occhio a non percorrere la strada maledetta di Moratti o altri Presidenti la cui eccessiva riconoscenza ha rovinato una società. Occhio a non cadere nel tranello di confondere l’amore per un giocatore per una sorta di bolla papale che ne attesti un qualche ruolo in società.

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Per me Nedved doveva insegnare calcio ai bambini, ai ragazzini, o svolgere qualche ruolo di campo, tipo assistente o team manager. Carisma e grinta, intelligenza e capacità di trascinare non gli mancano di certo. Ma direttore sportivo o dirigente di alto livello, anche semplice direttore dell’area tecnica o il ruolo che fu di Bettega non sono semplici mansioni da curare il sabato davanti al caffé e a un buon libro.

Sto perciò tutta la vita con Andrea Agnelli che di gestione e direzione ne capisce più di tutti quanti. Parlano i fatti, parlano le scelte. Troppo comodo da un divano emettere sentenze e prendere decisioni sulla base di gusti e convinzioni personali. Come il campo di calcio, anche il campo dirigenziale non permette amatori o debutti rapidi. La preparazione è fondamentale. Se Nedved ha, avrà e ha avuto un ruolo marginale, allora state sicuri che AA l’avrà fatto con coscienza, reputando non pronto il mitico Pavel per un simile compito. E Pavel non dovrebbe disdegnare un ruolo da ambasciatore dei colori bianconeri, in attesa di rivelare mansioni più interessanti, ma solo dopo averle meritate sul campo. Così come la sua carriera insegna.

Aggiornamento: in fase di checkin c’era pure Nedved a Torino. E’ volato a Londra con la squadra, con Mazzia e Marotta al suo fianco.

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ITALJUVE (però controvoglia)

Le ultime notizie provenienti dalla Nazionale parlano di una formazione contro la Bulgaria con sette juventini: Buffon; Barzagli, Bonucci, Ogbonna; Maggio, De Rossi(Nocerino), Pirlo, Marchisio, Giaccherini; Giovinco, Osvaldo.

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Se trascuriamo il fatto che la Nazionale è la squadra di Abete, per cui nessuno juventino dovrebbe giocarci, e ci concentriamo sul fatto che rappresenta l’Italia, la Juventus sta di nuovo coprendosi di medaglie.

E a chi dice che la Juventus in campo europeo e mondiale non ha vinto quanto il Milan, ricordiamo che nessun numero di Champions League o di Coppe Intercontinentali  può uguagliare il peso di un, uno solo, campionato del mondo. E noi abbiamo partecipato corposamente alla conquista di quattro campionati del mondo. Quattro stelle molto nostre più tre stelle tutte nostre.

Chiaro a tutti?

Rincomincia l’avventura mondiale, e si chiede aiuto, al solito, alla Juventus.

Senza andare indietro al ’34 ed al ’38, troppo lontani per essere ricordati, dove comunque parteciparono Combi, Rosetta, Monti, Bertolini, Ferrari, Orsi, Borel II, Foni, Rava, possiamo rinfrescarci la memoria con il trionfo del 2006 presenti Buffon, Zambrotta, Cannavaro, Camoranesi e Del Piero e con il trionfo del 1982 presenti  Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli e Rossi.

Il massimo delle presenze le contammo in Italia-Ungheria 3-1 del  1978 (finimmo con un ottimo quarto posto e con il miglior calcio giocato, riconosciuto da tutti): Zoff; Gentile, Cabrini (Cuccureddu); Benetti, Bellugi, Scirea; Causio, Tardelli, Rossi, Antognoni, Bettega (Graziani).

Sempre tanta Juve.

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Ma c’è molta differenza tra i nove juventini del 1978 ed i probabili sette juventini contro la Bulgaria (e manca Chiellini).

Nel ’78 non giocavano stranieri nel nostro campionato. La Juventus nel ’77 aveva vinto la Coppa UEFA con tutti italiani, mai riuscito a nessun altra squadra italiana! Ora gli stranieri sono quasi più degli italiani. L’Inter ladrona  arrivò a giocare con undici-undici stranieri. Dando quindi un gran contributo alla Nazionale e meritandosi per questo imperitura gratitudine da parte di Abete.

Noi riusciamo a dare alla Nazionale sette-otto giocatori nel 2012. Un esempio, oltre che un merito.

Ma nessuno ci dirà grazie. Noi dobbiamo dare e nel contempo subire.

E se siamo orgogliosi dei nostri campioni che vanno nel mondo ad onorare la maglia azzurra e la Juventus, siamo anche incazzati al pensiero che eventuali successi possano portare onori e meriti (ma quali meriti?) ad Abete.

Noi siamo bravi, siamo disponibili a lasciare che i nostri campioni vestano la maglia azzurra, ma non siamo coglioni.

Rivogliamo i 2 scudetti, i 400 milioni di euro ed il nostro allenatore.

Chiaro, Abete?

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A questa dirigenza non manca un certo Bettega?

Vederlo come opinionista, seduto in giacca e cravatta a discutere di calcio con gente che non ha nemmeno il 10% delle sue conoscenze e competenze, è veramente un delitto. Un delitto a cui Andrea Agnelli potrebbe tranquillamente porre rimedio. Dietro una scrivania, la sua scrivania a Torino, Roberto Bettega ci starebbe benissimo. E secondo me, in queste condizioni, con le dovute condizioni, tornerebbe al volo. Perché la Juve è la sua casa, la Juve è stato il suo lavoro prima in campo, poi, appunto, dietro una scrivania.

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La sua sagacia e i suoi contatti, il suo modo di operare e trattare principalmente all’estero, i suoi consigli e la sua esperienza sarebbero preziosi in un team di lavoro che sta dimostrando di lavorare benissimo nel territorio nazionale, ma che fa fatica all’estero.

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Andrea Agnelli ha già dimostrato di non avere remore particolari nei confronti del passato, e certo nessuna paura dello scontro con FIGC e CONI. E allora che richiami Roberto Bettega alla Juve, che ricostruisca un minimo di quella dirigenza che ha dominato il mondo per 14 anni fra vittorie, coppe e colpi di mercato.

Un top player ce l’abbiamo in panchina ed è Conte, un top player potremmo acquistarlo in dirigenza e cioè proprio Roberto Bettega. Sembrano lontani i tempi in cui un Tardelli qualsiasi (immenso in campo, deplorevole fuori dal campo) si poteva permettere di minacciare “o dentro o fuori” e non certo con quell’accezione benevola che il buon Marco ha sempre ripetuta. La dà a bere a non si intende di Juve, non certo a noi.

La Juve è tornata? Bene, che ci regali allora Bettega il Presidente Andrea Agnelli. Togliamolo via da certi salotti che non lo meritano.

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Tardelli, un uomo un perché: “Calciopoli? E’ finita, ma…”

Sul Tardelli calciatore si può dire poco e chi ha da dire è certamente in malafede. La carriera parla chiaro.

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Il problema è semmai il Tardelli opinionista. Io lo ricordo come allenatore nerazzurro e quel ricordo mi basta. Certamente non lo ricordo mai vicino alla Juve, nel senso proprio di opinioni buttate lì perché negli studi RAI faceva comodo far casino.

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Lo ricordo sproloquiare su Bettega, praticamente mai toccato da indagini e scandali, forse l’uomo che ne capiva più di calcio nella Juve post-Calciopoli. Eppure il Tardelli ebbe a dire: “o dentro o fuori, Bettega così non serve”. E non ho memoria di una sua campagna pro-Bettega.

Tardelli nel team di ricostruzione post-Calciopoli ha lasciato il segno. Più o meno il segno di Secco e Blanc impresso sul mercato. E ricordo ancora Tardelli dire più volte “Calciopoli è finita, basta, scordiamoci tutto”. Quindi quelli che lo elevano a esempio di juventinità dovrebbero precisare che stanno parlando del Tardelli giocatore, non certo del Tardelli opinionista che di bianconero ha davvero poco. Figuriamoci il Tardelli dirigente.

Ho sempre sostenuto, e peccato non aver avuto già allora questo blog, che la gente subentrata a Giraudo, Moggi e Bettega avesse un’aria strana, come quelle iene che subentrano ai leoni per finire una preda e vorrebbero far capire che i leoni non ci sono mai stati. E mi fa, dunque, ridere quando mi dicono “hai visto, ha parlato Tardelli, se lo dice lui!”.

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Moggi deluso da Andrea Agnelli per la sua non presenza? Luciano ti spiego perché

Stamattina leggeva il solito pezzo di Lucianone su Tuttomercatoweb e ci sono rimasto male. Come sempre la sua analisi sul mercato che si è chiuso e il campionato che sta per iniziare è quasi perfetta (ahimé), ma buona parte dell’articolo è un continuo martellare su un concetto che – Luciano perdonami – è abbastanza scontato. Talmente scontato che non c’era bisogno di sottolinearlo.

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Posto che in 50 minuti far vedere TUTTA la storia della Juve e TUTTI i personaggi che hanno fatto grande la Juve è impresa impossibile, posto che qualcuno era assente con giustificazione (Trezeguet, Camoranesi, Nedved, Platini, e in ultimo Vialli cui auguro una pronta guarigione) e posto che qualcuno è stato dimenticato, sono combattuto da due sentimenti opposti: da una parte il vivo senso di comprensione per Luciano Moggi, il più grande intenditore di calcio italiano, nonché il più grande dirigente di calcio italiano e nel mondo, e dall’altra parte trovo corretta la scelta di Andrea Agnelli.

Sarò forse arrogante, ma l’assenza dai megaschermi e dalla manifestazione della Triade io l’ho letta in questo modo e sarei felice di interloquire con voi lettori.

La Juventus, in questi maledetti 5 anni, si è aggrappata, tanto e troppo, al ricordo: ricordo inteso come i grandi calciatori che hanno animato ogni benedetta partita giocata dalla Vecchia Signora (ho letto perfino di una richiesta di tornare a giocare a Nedved e Zidane, richiesta che non era per nulla scherzosa e si inseriva in un contesto di rissa verbale molto fastidiosa) e ricordo inteso come gli ultimi grandi dirigenti e cioè Bettega, Moggi e Giraudo.

Alcuni tifosi, e qualcuno più autorevole degli altri che doveva certamente contribuire costruttivamente alla discussione e così non è stato, hanno mantenuto acceso un lumicino che non aveva più senso di esistere: ah se ci fosse stato Luciano, ah se tornasse Luciano, ah ma Luciano avrebbe fatto, ah senza Luciano…

Non sta a me sottolineare quanto forte possa essere il legame fra Andrea Agnelli e Giraudo e Moggi, soprattutto il primo, il più assente dalle scene italiane rispetto a Lucianone. E quindi non sta a me dire che la scelta di non tributare nemmeno una immagine alla Triade è fortemente (credo, penso) voluta da Andrea nel tentativo di lanciare l’ultimo, ennesimo, grande, importante messaggio, peraltro ribadito dall’accoppiata Del Piero e Boniperti: la Juve è la Juve indipendentemente da chi siede in panca o va in campo o sta in ufficio. Le persone passano, la Juve resta.

Il messaggio di non far vedere nemmeno una foto della Triade è chiaramente un richiamo forte alle coscienze, un po’ sbiadite, un po’ sgualcite, di certi tifosi che sono stati poco accanto alla squadra in questi anni. Un po’ vittime della farsa del 2006, un po’ vittime dell’accecante desiderio di vendetta, prima ancora che sano realismo e vera voglia di ricostruire dalle macerie una società e soprattutto uno spirito forte, combattivo, granitico. Uno spirito di Juve. Un po’ da quella voglia, tutta italiana, di distruggere e criticare, a priori, sempre con forza e cattiveria, meglio se gratuita.

Messaggio che è facilmente leggibile fra le righe del discorso d’apertura di un emozionatissimo Andrea Agnelli:

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chiudete gli occhi per un momento, apriteli e non dimenticate mai le facce di chi vi sta accanto. Sono le facce della Juve.

Come dire: quel che è successo è purtroppo successo e tornare indietro, in questa vita terrena, proprio non si può. Ma si DEVE andare avanti

con pazienza, con coraggio.

Andrea Agnelli

Pazienza e coraggio. La pazienza è mancata, il coraggio invece è quello che più serve a questi ragazzi.

Vogliamo davvero tradire il Presidente?

Per dovere di cronaca riporto lo stralcio di articolo che mi ha spinto a scrivere questa sentita risposta.

La Juve gioca con il Parma alle 12 di domenica nello stadio nuovo, un grande progetto ora compiuto , che fu pensato e messo in cantiere dalla triade, particolare che è stato ampiamente dimenticato.Ieri è stato inaugurato con una manifestazione degna della bellezza dell’impianto, inviti a tutte le personalità di spicco e non solo dell’ambiente calcistico: si potevano notare personalità che hanno avuto una parte importante nella retrocessione della Juve in B nel 2006,altre che si sono mostrate recentemente contrarie alla revoca dello scudetto all’Inter sul ricorso della Juve,altre che non hanno difeso la Juve al momento opportuno,c’era un po’ di tutto insomma.Mancava Moratti che ha preferito Sondrio per una conferenza stampa e ha fatto bene dimostrando però una certa coda di paglia..Mancavano infine, non invitati,i tre dirigenti che hanno portato la Juve sul tetto del mondo per i risultati conseguiti e senza nulla chiedere alla proprietà, a differenza di quanto accade adesso,mancavano quei dirigenti che hanno ideato il nuovo stadio facendo girare il mondo al dr. Opezzi alla ricerca e per visionare gli stadi migliori,c’era in compenso un numero ” 29 ” ad indicare gli scudetti conquistati, mancavano però gli artefici degli ultimi 12 anni di conquiste,ne è stata cassata la storia.Se l’Avvocato , il dr.Umberto e l’Avv. Chiusano avranno visto , si saranno sicuramente rivoltati nella tomba.

Luciano Moggi

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La storia del calcio europeo conferma la Teoria di Calciopoli? Ecco i dati

D’altronde la storia del calcio europeo conferma la teoria di Calciopoli.

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E’ una stranissima tesi di un giornalista italiano. Poiché il nostro Paese non è libero, il nome lo lascerò scoprire a voi (ma in rete è scomparso l’articolo da un famoso portale informativo) così mi risparmio grane.

Ok, detta la frase, scoperta la stronzata.

Isoliamo un po’ di dati e precisamente quelli relativi alla Coppa UEFA, alla Champions League e al Pallone d’Oro: tre competizioni la cui oggettività non è evidentemente assoluta, ma soddisfacente per sviluppare un discorso che sia anche solo logico.

Il periodo di riferimento della nostra analisi sarà quello del Regno di Moggi-Giraudo-Bettega (quindi dal 1994 al 2006, compreso l’anno 1993 che è preparatoria al Triumvirato più forte della storia del calcio).

Coppa UEFA

Nel 1993 la Juventus batte il Borussia Dortmund in doppia finale e vince il trofeo. Nel 1995 la Juve di Moggi torna in finale e stavolta perde contro il Parma di Nevio Scala. Non si contano altre partecipazioni fino al 99/2000 quando la Juve esce agli ottavi. In mezzo c’è il tempo di portare a casa un Trofeo Intertoto di bassissimo livello e appeal, causa il tracollo dell’era lippiana.

Champions League

Il 22 maggio 1996 la Juventus di Ferrara-Pessotto-Padovano-Jugovic (i rigoristi di quella sera) vince la seconda Coppa dei Campioni a Roma, in territorio nemico. Del Piero è vicecapoccanoniere del torneo con 6 reti, dietro a Litmanen con 7 (a segno proprio in quella finale). Del Piero sarà eroe dell’anno dopo il gol segnato nella Finale Intercontinentale contro il River Plate e la doppietta nella finale di ritorno della Supercoppa UEFA giocata contro il PSG.

L’anno successivo, il 28 maggio 1997, la Juve perde la seconda finale consecutiva a favore del Borussia Dortmund (imbottito di ex glorie bianconere). Memorabile il gol della bandiera di Alex Del Piero segnato di tacco.

Il 20 maggio del 1998 la Juve è ancora in finale. Un gol irregolare del Real Madrid fa fuori Inzaghi e compagni all’Amsterdam Arena.

La Juve sarà semifinalista di Champions anche nel 1999: record di match consecutivi giocati nella competizione e mai più battuto. Stavolta a far fuori la Juve è il Manchester United che andrà a vincere il trofeo.

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Nel 2002/2003 va in scena la finale tutta italiana fra Milan e Juve. La lotteria dei rigori stavolta darà ragione ai milanesi per i clamorosi errori di Montero, Trezeguet e Zalayeta.

Nell’era Capello la Juve uscirà due volte ai quarti contro le finaliste Liverpool (poi vincente contro il Milan nel memorabile recupero da 0-3 a 3-3) e Arsenal (battuto dal mitico Barcelona di Ronaldinho).

Altre Coppe Europee

Nel 1996 la Juve conquista l’Intercontinentale con una gemma di Alex Del Piero e la Supercoppa UEFA. In quest’ultimo caso la Juve strapazza il PSG battendolo 6-1 all’andata e 3-1 a Palermo (e io c’erooooo!).

Pallone d’Oro

Il trofeo vanta un record: la Juve è il club con più Palloni d’Oro nella storia del calcio. Ben 9.

Sono 3 le premiazioni avvenute sotto l’era Moggi.

Roberto Baggio lo vince nel 1993: non è perciò conteggiabile, ma esiste un suo secondo posto nel 1994.

Zinedine Zidane, pagato circa 8 miliardi, arriva terzo nel 1997 e poi lo vince l’anno successivo (1998). Si piazzerà al secondo posto nell’anno 2000 generando non poche critiche sui tabloid internazionali perché a vincere quel premio sarà Figo (che in quell’anno passa dal Barca al Real Madrid per una cifra fantasmagorica). Zidane verrà ceduto al Real per 160 miliardi di lire.

Nel 2003 Nedved straccia tutti e mostra a Torino il Pallone d’Oro.

Nel 2006 avviene il capolavoro bianconero, grazie anche ai Mondiali e a due strepitosi anni targati Capello. Cannavaro, che Moggi scambiò con l’Inter col secondo portiere Fabien Carini, vince strappando il premio a Gigi Buffon (più meritevole del difensore).

Sempre nell’anno 2006 la Juve stabilisce un altro incredibile record: più giocatori scesi in campo in una finale mondiale. Sono 5 juventini per l’Italia e 3 juventini per la Francia. Più i grandi ex e n po’ di persone che lavorano nello staff tecnico della Nazionale a cominciare da Marcello Lippi.

Nel luglio 2006 Guido Rossi e Massimo Moratti misero fine a quel predominio. Andrea Agnelli sta cercando di dare un senso a tutti questi numeri.

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Il silenzio più fastidioso

A pensarci bene, 4 anni fa non mi sarei preoccupato. Anzi, avrei atteso la mezzanotte del 1 settembre 2010, convinto di poter leggere sui giornali o sui internet l’ennesimo colpo targato Moggi. Per tutta l’estate i suoi movimenti consentivano la scrittura di editoriali, di piani, di articoli, di approfondimenti. E poi, come al solito, il nome a sorpresa. Mi ricordo ancora lo stupore assoluto quando, dopo l’esame di accesso all’Università, comprai il giornale con un titolone grosso così e due nomi: Ibra e Cannavaro.

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Oggi invece è tutto diverso. Oggi è molto diverso. E il silenzio pesante che sento attorno alla Juve un po’ mi infastidisce. Colpa loro, non mia. Vorrei certezze e invece sono costretto a ingoiare giorni di dubbi, di nomi, di progetti che cambiano forma e contenuto ogni ora. Il silenzio di Marotta e Andrea Agnelli però comincia a piacermi. Come quelle sensazioni strane che ora ti fanno star bene, ora ti provocano dolore. La speranza è che dietro tale silenzio si nasconda un serio progetto, si nascondano lunghe discussioni su cosa fare.

E’ strana pure la sensazione che da un giorno all’altro ti aspetti che questo è stato ceduto e che l’altro nome è praticamente fuori dai giochi. Ti aspetti di leggere cifre e contratti siglati. Soprattutto in uscita, soprattutto certi cognomi con cui convivo da anni. Mentre in entrata sarà un terno al lotto: giovani? Italiani? Esterni? Chi sarà il bomber?

Dovrò pure fare i conti con certa gente che rimarrà. Irrimediabilmente rimarrà per tutta una serie di problematiche: niente mercato, ingaggio alto, tasso di gradimento vicino allo zero. Inutile fare i nomi, tipo Amauri o Grygera, Zebina o Grosso.

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So, almeno credo, anzi voglio credere, che Marotta ha già da un po’ iniziato una sorte di confessione dei vari appartenenti alla Juve. Buffon ha confermato addirittura una chiacchierata avvenuta qualche settimana fa. Per Chiellini è imminente un incontro. Tutti gli altri devono superare l’esame-Marotta. Era da tempo che la Juve non aveva in società un uomo capace di tale lavoro. C’è bisogno di gente da vera Juve.

L’allarme lanciato da Buffon e Chiellini è fastidioso: “c’è bisogno di gente che sputi sangue per la Juve!”. Che non è una frase rivolta al futuro, ma più propriamente al passato, al recente passato. Che qualcuno si sia fatto gli affaracci propri è lampante. Che qualche altro abbia permesso il perdurare di questa situazione è intollerabile. Quindi è così che si spiega l’allontanamento di Bettega? Non ha saputo mettere una pezza all’interno del gruppo Juve? Non riesco francamente a darmi ulteriori e significative spiegazioni. Eppure Roberto Bettega ha permesso in pochi giorni di liberarsi di due catorci come Molinaro e Tiago, ricavando denaro che ora Marotta intascherà. Eppure Bettega è l’autore dell’acquisto di Candreva che la Juve non può lasciarsi sfuggire. Ma quello che è fatto è ormai fatto.

Se c’è un uomo che più di tutti sa cosa significa giocare nella Juve questo è Del Piero. Sarà logoro e sarà pure vecchio, ma il suo carisma, la sua intelligenza, almeno per questo anno, sarà merce preziosa. Sarà l’ultimo anno. Poi scadenza, forse un’esperienza all’estero motivo studio, e quindi il rientro in società con qualche ruolo di primo piano. Capitano, io sono con te. Sempre, da 17 anni. Perché da te non ho mai avuto delusioni e perché non mi hai mai dato motivo di lamento. E sapere che non c’è nessun nuovo Del Piero all’orizzonte mi mette tristezza. Solo Chiellini e Marchisio mi fanno ritrovare il sorriso. E ringrazio Moggi Luciano per averli allevati e consegnati al presente.

Il resto è tutto un silenzio, di quelli da far paura. E dal silenzio vorrei qualche voce forte, sicura. Vorrei certezze. Io attendo, la Juve è sempre la Juve! E questa mi sembra più Juve degli ultimi quattro anni!

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Strani concetti di grandezza

Esiste un uomo che ha nella Juve ha fatto molto, moltissimo. Prima come giocatore mettendo a segno ben 178 gol, poi come dirigente. E’ stato vice Presidente e quindi uno dei più importanti consulenti di mercato. Membro di una Triade che ha vinto tutto, oggi viene fortemente messo in discussione. Formalmente il suo ruolo viene a scontrarsi con quello di Marotta. Praticamente però il problema si chiama Blanc, ancora lui. In questi mesi in cui Bettega è servito per mettere la faccia nelle situazioni più becere, Blanc ha avuto forti scontri con BobbyGol. Da viceDirettore Generale Roberto pensava di avere reali poteri decisionali. Ma la coppia Elkan-Blanc non intende mollare il progetto: distruggere la Juve e la Juve deve essere distrutta.

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Quindi, qual è il problema? Il problema, di facile e banale soluzione, è il seguente: se esiste incompatibilità fra Blanc e Bettega, a doversene andare via è chiaramente Blanc. Se dovesse accadere il contrario sono pronto a imbracciare fucile e pugnale e assaltare questa colonia di imbecilli. Se si vuole crescere e soprattutto si vuole vincere non si può prescindere dalla competenza di Roberto Bettega e dai suoi contatti all’estero.

Altro punto. Se si vuole crescere e vincere non si può nemmeno rinunciare a Diego. Uno dei trequartisti più interessanti mal gestito da Ferrara prima, da Zaccheroni poi. Dall’intero gruppo dirigente ci si attendeva sicuramente qualcosa di diverso, anche dal punto di vista disciplinare. Analogo discorso Felipe Melo per il quale però esistono seri dubbi di natura tecnica.

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I nomi di Palombo e Ziegler mi fanno paura. A questo punto farei rientrare Ekdal. Mentre ho un certo languorino per quanto concerne il ritorno di Criscito. E magari unito a quello di Palladino. Altri nomi che sono usciti sui giornali mi fanno orrore perché coincidono non con requisiti tecnico-tattici, ma con requisiti squisitamente economici. Con stipendi bassi, prezzi modici e zero difficoltà nelle trattative. Una situazione scandalosa.

Consci, noi tifosi tutti, che altri nomi sono improponibili, se si vuole ripartire bisogna puntare in alto. Giovani e talentuosi, rilanci importanti o acquisti da urlo. Commentare l’acquisto di Palombo, 29 anni, quando all’estero vi sarebbero ottime possibilità di acquisto di un regista mi fa strano. Dover informare dell’avanzare della trattativa di Cossu scambiato con Diego mi sembra ridicolo.

Nel frattempo, attendiamo il ribaltone targato Andrea Agnelli. La fiducia è massima. Ma il tempo stringe!

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Andrea Agnelli mi ha ascoltato

Lasciate stare il titolone, evidentemente fazioso. Ma più volte ho invocato attraverso questo blog il suo aiuto. Paradossalmente non sono pienamente soddisfatto, ma il risveglio è stato piacevolmente sorprendente. Non mi capitava da circa quattro anni. Andrea Agnelli è Presidente della Juventus. Una Juve che comincia a riappropriarsi della propria storia e del proprio titolo. Per ora siamo ai passaggi formali, ma fra qualche settimana vedremo i giochi d’artificio. Perché Andrea Agnelli Presidente vuol dire solo una cosa: aver riconosciuto la sonora sconfitta.

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E’ stato fatto solo un piccolo passo avanti, ma resta da capire quale sia stata la spinta ultima che ha costretto El Can a mollare l’osso. Gli impegni, e altri ne verranno a sentire le indiscrezioni, industriali lo allontaneranno dal calcio e dalla Juve e non poteva fare scelta migliore che cedere le redini al cugino. Un cugino che però a molto di Juve. Prima però di descrivere Andrea è bene sottolineare quanto segue. A che condizioni Andrea ha accettato un simile ruolo? Detto diversamente: avrà reali poteri e pieni poteri sul destino bianconero? Le parole di El Can sono state “affiancherà Blanc alla guida della Juve”. Non fanno certo ben sperare. Come più volte ho sottolineato mi piacerebbe non vedere più Blanc nei panni dell’intenditore di calcio. Come ho più volte detto e ancora lo ribadisco io voglio vedere Blanc con calcolatrice alla mano e telefonino nell’altra per stringere accordi e pianificare campagne di marketing. Su quello, e bisogna essere onesti, è stupendo. Ma, per favore GianClaudio, non mettere più parola nei fatti di calcio. Non è il tuo pane. Non ne capisci nulla. E che ne sarà poi di El Can? Si occuperà esclusivamente degli affari industriali. E che tipo di convergenze ci saranno fra le holding e la Juventus? Fino a quando non avrò capito tutto ciò resto molto diffidente circa questo importante passo.

Le coincidenze poi puzzano da morire. Il processo che si riapre e che per me è già chiuso, la posizione di Moggi velocemente radiato perché “così vuole la volontà popolare”, il fallimento pressocché totale di 4 anni di gestione senza senno della squadra più formidabile del calcio italiano. Coincidenze, sì, ma troppe. Staremo a vedere. Le risposte alle mie precedenti domande arriveranno presto, prestissimo. Fra circa tre settimane.

L’arrivo di Andrea Agnelli, quello che per inciso è stato sempre vicino alla squadra, tanto che Giraudo ne ha spianato il comando se non fosse stato per l’intervento sciagurato e traditore del cugino El Can, mette a posto un po’ di tasselli andati quasi perduti nel luglio 2006. Con Andrea Agnelli Presidente torna in società Pavel Nedved, con un ruolo ancora da ricostruire. Sono vicini di casas e grandi amici, nonché grandi appassionati di golf. Giocano pure insieme a calcetto il giovedì sera. E una figura come Pavel Nedved in questa società, cioè nella sua Juve, mancava. Può fare di tutto secondo me: da personal trainer per un gruppo inspiegabilmente spompato a tornare a giocare, da allenatore delle giovanili a team manager, da ambasciatore juventino nel mondo a consulente di mercato. Sta a lui ritagliarsi il ruolo che più sente suo. Con Andrea Agnelli arriverà un grande allenatore. Troppo bello sarebbe ricostruire il gruppo Capello. Appunto, troppo bello. Così pare certo l’arrivo di Benitez che intanto ha tagliato i fondi per i propri collaboratori. La Juve non vuole cadere in mano a gente estranea al mondo bianconero e circa 10 collaboratori personali per un nuovo tecnico non sono troppi, sono semplicemente ridicoli. Questa mi pare una decisione di Bettega e io la condivido. Benitez ne porterà forse la metà: allenatore in seconda, preparatore, psicologo e tattico (quello che secondo la mitologia trascorre le nottate appresso a videocassette degli avversari). Ci sarà spazio per uno, al massimo due osservatori di mercato. Con Andrea Agnelli e la riduzione delle cariche per Blanc (terrà quella di amministratore delegato) arriverà certamente un direttore generale. Esclusa la possibilità di riavere subito Moggi tutte le strade portano a Beppe Marotta, coautore del miracolo Samp. Rischia grossissimo Alessio Secco, al quale al limite si affiderà il ruolo di portaborse di Marotta. Roberto Bettega tornerà ad occuparsi di mercato e a operare sullo sfondo. Rimarrà comunque vice d.g.

E’ questa la Juve che sta nascendo, anche se per l’ufficialità di tutto si dovranno attendere un po’ di settimane. Ma appare improbabile che, al di là di qualche nome, la Juve non provi con forza a ripartire per recuperare il terreno perduto.

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L’arrivo di Andrea Agnelli – ma non ci crederò fino a quando non vedrò carta bollata – porta con sé una deliziosa novità: la Juve si muoverà ufficialmente nel nuovo processo. O nel vecchio, o come volete chiamarlo. C’è da difendere un onore che El Can ha volutamente smarrito. C’è da difendere due scudetti su cui non grava nessuna colpa, se non quella di averli sfacciatamente dominati sul campo. C’è pure da difendere un nome calpestato e violentato da giornali e TV. Ma come si muoverà la Juve? Beh io mi appellerei all’articolo 39 e poi comincerei a sfornare carte su carte per vedere tornare indietro i due scudetti che qualcuno, Guido Rossi su tutti, ha tolto senza alcuna giustificazione. E ancora, noi abbiamo pagato e gli altri?

P.S.

Era una pista che pochi avevano battuto. Ma oggi La Stampa appare più timida che mai. Avrei tanto voluto non credere al complotto interno…

P.P.S.

Ovviamente, banale sottolinearlo, l’arrivo di Andrea Agnelli non significa che già dal prossimo anno la Juve cominci a vincere. Bisognerà ricostruire tutto, ci vorrà del tempo, ma almeno abbiamo la sicurezza di essere nelle mani giuste. Se non altro tifa e mangia Juve come il Padre!

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