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Juventus Campione d’Italia, ma mancano ancora 9 punti

Ci sarà tempo per dare i voti. Per dire grazie a chi ha firmato una stagione da paura. Per emettere giudizi. Per dare i consigli a un mercato che si preannuncia scoppiettante.

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Nel frattempo c’è un ultimo obiettivo da raggiungere. La fantasmagorica cifra dei 100 punti in campionato, una sorta di muro del suono mai avvicinata prima se non da Capello. Obiettivo vicino.

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Mancano 9 punti, cioè le restanti tre partite, con la Roma di mezzo. Servono 7 punti, quindi due vittorie e un pareggio. Sarebbe qualcosa di veramente leggendario.

270 minuti da vivere da Campioni d’Italia, con meriti indubitabili, inattaccabili.

270 minuti tutti da godere. Alleniamo le vittorie. Il prossimo anno vogliamo andare ancora più alto.

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Di Guido Rossi ce ne é 1 e la Juve ne ha 31

Ditelo a Pistocchi la prossima volta che lo incontrate: la Juve ha scritto 31 perché 31 sono gli scudetti. Proprio perché esistono sentenze di tribunali che lo hanno certificato. Il problema è l’ignoranza, e noi speriamo sia proprio ignoranza, altrimenti dovremmo propendere per la malafede (di cui comunque siamo certi). In ogni caso: buon 31esimo scudetto alle sorelle e ai fratelli bianconeri.

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Sono 31, 1 di più dei punti di vantaggio sui nerazzurri che molti anni fa poterono mostrare e festeggiare (addirittura) uno scudetto mai veramente vinto.

Sono 31, perché dal 1905 questa Società incamera successi su successi, tutti sudati sul campo. Campo nel quale quest’anno sono cadute in molte squadre, massacrate a colpi di gioco, di cattiveria agonistica, di corsa, di qualità, di convinzione.

Sono 31 e 2 portano la firma, più grossa delle altre come poche volte nella storia bianconera, di Antonio Conte. Un condottiero, una sorta di top manager come lo descrisse inconsciamente Gigi Buffon qualche settimana fa. E questo secondo scudetto arriva dopo una cavalcata da paura.

Sono 31, non uno in meno.

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Sono 31, con Marotta e non con Moggi. Con Paratici e non con Bettega. Tanto per confermare che si vince con un piano ben preciso, con alcuni fenomeni in rosa, con un campione assoluto in panchina (come lo furono Lippi e Capello, tanto per intenderci). E si vince senza Moggi, perché con Moggi solitamente si stravince.

Sono 31 ed è il secondo della dinastia Andrea Agnelli. Comprendiamo le difficoltà entro cui deve muoversi il Giovin Signore, ma guai a dimenticare i meriti di questo non ancora quarantenne Presidente della Juve. L’amore che dimostra per la maglia traspare dalla informalità con la quale scende negli spogliatoi ad abbracciare i suoi ragazzi. Sono cambiati i tempi, ma la Juve comanda con uno juventino al comando.

Sono 31 semplicemente perché la Juve è superiore. Quest’anno poi, non ce ne voglia la boria di Agnelli o la tracotanza di Stramaccioni, è stato davvero facile con questo livello di avversari e avversarie. Dove finiscono i meriti e cominciano i demeriti? Difficile dirlo, di certo c’è che sono limpidi i meriti e altrettanto limpidi i demeriti provocati dai meriti bianconeri. Contorto? No: limpido!

Sono 31 e presto saranno di più se solo Marotta piazzasse qualche buon colpo e cedesse al giusto prezzo giocatori che vanno ceduti.

Sono 31 da oggi, ma lo erano praticamente già febbraio quando i passi falsi bianconeri non vennero sfruttati da chi pensava, al sud come al nord, che raggiungere la Juve potesse essere possibile.

Sono 31 e… già pensiamo al prossimo.

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Una domenica senza la Juve non è una domenica

A quest’ora sarei stato tutto preso a guardare possibili formazioni, a scrivere il pezzo di presentazione della domenica mattina, magari ad annunciare la formazione via Twitter per l’anticipo serale del sabato. Invece questo giro staremo fermi. Una domenica senza la Juve non è una domenica.

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Siamo piacevolmente dipendenti dal bianconero, da quelle emozioni impareggiabili che la squadra di Conte ha saputo farci riassaporare dopo gli anni maledetti di Farsopoli.

Siamo piacevolmente dipendenti dal bianconero perché mai la Juve era così piaciuta. Bella a vedersi, bella da guardare, ammirata all’estero e anche in Italia, nonostante i rosiconi antijuventini non lo ammetteranno mai in pubblico.

Siamo piacevolmente dipendenti dei lanci di Andrea Pirlo, delle sue geometrie, delle sue giocate. Siamo piacevolmente dipendenti delle sgroppate di Lichtsteiner e delle incursioni di Marchisio. Siamo piacevolmente dipendenti dei recuperi palla di Vidal e della classe di Pogba.

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La Juve è la Juve, e quella di Conte sembra ancora più Juve delle altre, nonostante le altre potevano vantare nomi da capogiro. Chissà che posto avrebbero avuto Vucinic e Giovinco, Matri e Quagliarella nelle formazioni di Lippi e Capello che invece schieravano Inzaghi e Del Piero, Trezeguet e Ibrahimovic. E proprio questi paragoni danno ancora più valore al lavoro strepitoso di Antonio Conte, uno che per Sacchi andrebbe solo ringraziato.

Una domenica senza la Juve non è una domenica e ce ne dobbiamo fare una ragione. Non potremmo così ammirare i duelli, tutti vinti, di Barzagli o le sportellate di Chiellini. O la sapiente regia di Bonucci, uno che due anni fa lo avremmo mandato volentieri al rogo (vale a poco dire che io l’ho difeso) e invece oggi è un perno a cui Conte non rinuncia mai.

Fa rabbia pensare di dover rinunciare alla Juve per prestare la Juve alla Nazionale, dopo quello che ci combina regolarmente la FIGC. Fa specie pensare che chi durante la normale settimana calcistica fa di tutto per mettere in cattiva luce i nostri ragazzi poi se li coccola quando vestono, in abbondanza, l’azzurro.

Tanto adesso si ricomincia. Ancora qualche giorno e si riparte. Si riparte alla grande. I grandi nemici italiani, i grandi nemici europei. Sfide stimolanti già presenetate da Barzagli e Quagliarella, Bonucci e Matri, Buffon e Chiellini.

Sì, vero, però… una domenica senza la Juve non è una domenica.

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Juve-Napoli, il personaggio: Marcelo Danubio Zalayeta

Se pensi a Juve-Napoli ti vengono in mente tanti protagonisti, per motivi diversi. Può venirti in mente Sivori, ma anche Ferrara o Lippi ad esempio. Noi questa volta abbiamo deciso di ricordare un personaggio diverso, meno di richiamo, ma indissolubilmente legato a questa sfida. Abbiamo pensato a Marcelo Danubio Zalayeta.

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Nell’estate ’97 Luciano Moggi porta a Torino un giovane attaccante del Penarol cresciuto nel Danubio che si era messo in luce nei Mondiali Under 20 chiusi al secondo posto con la nazionale uruguayana. Comincia così l’avventura del diciottenne Zalayeta, pagato 5 miliardi di lire e arrivato insieme al coetaneo e connazionale Pellegrin, un difensore di cui si sarebbe presto persa ogni traccia.
Non è facile neanche per Zalayeta emergere in quella Juventus così spettacolare e forte, con Del Piero e Inzaghi che avrebbero realizzato insieme la bellezza di 59 reti solo in quella stagione. Marcelo rimane nell’ombra come un oggetto misterioso finché Lippi non decide di buttarlo nella mischia durante il secondo tempo di una partita che sulla carta avrebbe dovuto essere una passeggiata. È il 14 marzo 1998 e a Torino si gioca Juve-Napoli, un testa-coda a tutti gli effetti, con la Juve che si stava involando verso il suo venticinquesimo scudetto e il Napoli che si stava rendendo protagonista di una stagione imbarazzante, che l’avrebbe visto arrivare ultimo con soli 14 punti in classifica e 2 partite vinte nell’arco dell’intero campionato. Sembrava una passeggiata e tutto lascia pensare che sarebbe stato così dopo il gol da cineteca inventato da Del Piero. Ma Turrisi pareggia e la partita non si sblocca. Lippi si ricorda di Zalayeta che entra e non delude, realizzando un gol di rapina che sembrava essere decisivo per i tre punti. Purtroppo non basta, perché Protti pareggia e il Napoli porta a casa un punto che non avrebbe però cambiato le sorti del suo campionato, né di quello della Juve.

A quel punto la strada per Zalayeta sembrava in discesa e la Juve decide di mandarlo a maturare un anno ad Empoli, dove però non esplode. Serviranno altri due anni in prestito al Siviglia per convincere i dirigenti bianconeri a riportarlo a Torino, pensando che in fondo uno come lui poteva far comodo come quarta o quinta punta in una grande squadra. Già, perché il Panterone, come veniva soprannominato per il suo passo felpato, quei movimenti da finto lento che potevano sorprendere l’avversario grazie a un fisico imponente coadiuvato da una buona tecnica di base, era un elemento prezioso in rosa. Molto eclettico e generoso, in grado di fare il centravanti, la seconda punta o l’ala, mai polemico nonostante le numerose panchine e tribune, sempre pronto quando veniva chiamato in causa.
E il destino avrebbe ripagato quell’intuizione di Moggi e lo spirito di sacrificio di Marcelo. Clamorosamente, in due occasioni.

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Quarti di finale di Champions, 2002/03. La Juve deve andare a fare la partita al Camp Nou dopo l’1-1 in casa contro il Barcellona con gol di Montero. Una partita difficilissima che assume i connotati dell’impresa quando i bianconeri si ritrovano in 10 per l’espulsione di Davids e sotto di un gol. Pareggia Nedved, si va ai supplementari. È un assedio. Lippi si ricorda di Zalayeta, come aveva fatto cinque anni prima col Napoli e lo manda in campo. Quando siamo ormai all’ultimo minuto del secondo tempo supplementare e la Juve è schiacciata nella propria area, improvvisamente Birindelli esce palla al piede dalla difesa e supera la metà campo sulla destra. Davanti c’è solo lui, il Panterone, in mezzo ai difensori catalani. Birindelli crossa comunque. Zalayeta anticipa tutti e con un piatto preciso gela letteralmente il Camp Nou e porta la Juve in semifinale. Una soddisfazione enorme per tutti, soprattutto per un giocatore un po’ sottovalutato da molti fino a quel momento. Purtroppo poi in finale anche Zalayeta si sarebbe fatto ipnotizzare da Dida dal dischetto in quella partita maledetta.

Chiede alla società di poter giocare di più e così passa al Perugia nel gennaio successivo, dove però un gravissimo infortunio l’avrebbe tolto dai giochi per l’intera stagione e convinto a tornare a Torino.
Il destino aveva infatti in serbo per lui un’altra sorpresa.
Capello lo impiega con maggiore regolarità rispetto al passato, complice anche un lungo infortunio di Trezeguet, e Zalayeta non delude.
Ottavi di Champions, 2004/05. La Juve ospita il Real Madrid e deve ribaltare l’1-0 dell’andata. La gara non si sblocca e Capello manda in campo prima il rientrante Trezeguet e poi anche Zalayeta. David segna e porta la partita ai supplementari. E ancora una volta ci pensa il Panterone sul finire del secondo tempo supplementare a regalare la qualificazione alla Juve con un destro da fuori area che fa impazzire il Delle Alpi.
L’ultima stagione bianconera di Zalayeta sarebbe stata quella delle Serie B, dove Marcelo rispetta il suo solito ruolo di riserva riuscendo comunque a segnare le sue ultime quattro reti torinesi.

Dopo 160 presenze spalmate tra il ’97 e il 2007 condite da 34 reti, Zalayeta lascia definitivamente la Juve e passa proprio al Napoli, la squadra a cui aveva segnato il suo primo gol italiano. Sotto il Vesuvio gioca due stagioni e segna qualche gol importante. Ma purtroppo si rende protagonista di una simulazione proprio contro la sua ex squadra, in quel Napoli-Juve 3-1 datato 2007 in cui Bergonzi regalò due rigori ai partenopei e si rese protagonista di una prestazione imbarazzante. Zalayeta si procura un rigore con un tuffo che viene poi punito dal giudice sportivo con due giornate di squalifica per simulazione, squalifica poi annullata dopo il ricorso di De Laurentis.
Dopo una stagione al Bologna e una in Turchia al Kayserispor, Zalayeta è tornato al Penarol, dove gioca attualmente.

Un Juve-Napoli per lui non sarà mai una partita come le altre, come per i tifosi bianconeri lui non sarà mai un giocatore come gli altri, nonostante non fosse certamente un fuoriclasse né un titolare inamovibile. Per lui parleranno sempre quei due gol in Champions, sarà per sempre l’uomo del secondo tempo supplementare, il Panterone. Peccato solo per quella simulazione, una macchia che avrebbe dovuto evitargli Bergonzi ammonendolo in quella partita, purtroppo arbitrata a senso unico.

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Le confessioni di Almeyda, ex Inter e Parma, fra flebo e partite “cedute”

Adesso allena il River Plate, ma in Italia è conosciuto per aver giocato con le maglie di Lazio, Parma e Inter. Ha recentemente pubblicato un’autobiografia che si intitola “Almeyda, anima e vita”, ma in Italia il libro non è ancora conosciuto. Soprattutto il libro non è pubblicizzato e la Gazzetta lo evita come la morte. Perché mai? Cosa mai ci sarà scritto in questo libro?

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Ecco qualche passaggio interessante, che la dice lunga sul grado di schifezze del calcio italiano e per le quali… piaccia o non piaccia… la Juve è stata sollevata dai Tribunali nonostante questo paese finisca per premiare le farse e i poteri forti.

L’avventura di Parma nasconde il doping? A leggere Almeyda sembrerebbe proprio di sì:

Al Parma ci facevano una flebo prima delle partite. Dicevano che era un composto di vitamine, ma prima di entrare in campo ero capace di saltare fino al soffitto.

Ricordate la flebo di Cannavaro? Il video uscì solamente per destabilizzare la stupenda Juve di Capello. E nonostante ritraesse un parmense Cannavaro, tutti fecero un curioso collegamento con la Juve: solita storia. Ora immaginiamo che la Gazzetta approfondirà il tutto, no?! Anche perché dal Parma all’Inter il passo fu breve per Almeyda e nel 2006 Georgatos lanciò un’accusa pesante al club nerazzurro:

Giravano strane sostanze nello spogliatoio dell’Inter. Ho visto giocatori prendere pillole e fare iniezioni, c’erano gruppi di persone che rifornivano i giocatori.

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Dei suoi tempi nerazzurri Almeyda rivela un particolare scioccante:

Una volta ad Azul, il mio paese, ho bevuto cinque litri di vino, come se fosse Coca Cola, e sono finito in una specie di coma etilico. Per smaltire, ho corso per cinque chilometri finchè ho visto il sole che girava. Un dottore mi ha fatto 5 ore di flebo. Sarebbe stato uno scandalo, all’epoca giocavo nell’Inter.

Lo veniamo a sapere soltanto ora, a proposito delle TV che sputtanano i nerazzurri per favorire la Juve. Soprattutto la domanda che ci poniamo è la seguente: come poteva vincere l’Inter con questi ragazzi negli spogliatoi? Sarà stato per questo che Materazzi scoppiò in lacrime quel 5 maggio? Perché Simeone e compagni non avrebbero offerto vino ai nerazzurri a fine partita?

E veniamo alla dichiarazione più importante. Scudetto 2001, l’anno in cui si cambiano i regolamenti solo a campionato quasi finito e solo per favorire una sola squadra, la Roma di Capello e Sensi. Almeyda rivela un succoso aneddoto:

Sul finire del campionato 2000-01, alcuni compagni del Parma ci hanno detto che i giocatori della Roma volevano che noi perdessimo la partita. Che siccome non giocavamo per nessun obiettivo, era uguale. In campo ho visto che alcuni non correvano come sempre. Allora ho chiesto la sostituzione e me ne sono andato in spogliatoio. Soldi? Non lo so. Loro lo definivano un favore.

Favori fra amici.

E ora come la mettiamo?

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Comunque vada, hanno raggiunto il loro obiettivo

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Pochi giorni fa, nel corso di un’intervista a Sky Sport 24, Aurelio De Laurentiis ha dichiarato: “In Italia, chi vince viene sempre perseguitato”. Sperando che il vulcanico presidente partenopeo non si offenda, noi ci permettiamo di correggere le sue parole, perché l’esperienza ci ha insegnato che in Italia solo la Juventus, quando vince, viene perseguitata. Sei anni di delusioni ci avevano fatto dimenticare il dolce gusto del trionfo, ma anche l’opprimente sensazione di trovarsi sotto assedio. La storia degli ultimi scudetti juventini è chiara: ogni volta che i bianconeri si sono cuciti il tricolore sul petto, si è sempre trovato il modo di infangarli. Senza andare troppo lontano nel tempo, per dimostrare quanto appena detto basterà ricordare le vicende degli ultimi tre grandi allenatori della Vecchia Signora: Lippi, Capello e Conte.

La Juve di Lippi e il processo per doping

Il tecnico viareggino ha collezionato ben tredici trofei in otto anni (dal 1994 al 1999 e dal 2001 al 2004). La sua Juventus è stata presa a modello dai più grandi allenatori del mondo, fra cui anche Sir Alex Ferguson, eppure qualcuno ha avuto il coraggio di dire che gli incredibili risultati raggiunti fossero frutto dell’utilizzo di sostanze dopanti. Nell’estate del 1998, infatti, l’allenatore della Roma Zdnenek Zeman accusò la società torinese di servirsi di medicinali proibiti per incrementare le prestazioni dei propri calciatori. Le sue dichiarazioni furono raccolte dal procuratore di Torino Raffaele Guariniello, il quale decise di portare in tribunale Riccardo Agricola e Antonio Giraudo, all’epoca rispettivamente medico sociale e amministratore delegato della Juventus. Il processo, durato nove anni, si concluse con l’assoluzione dei due imputati. Ciò nonostante, la Juventus di Lippi è entrata nell’immaginario collettivo come la squadra dei dopati.

La Juve di Capello e Calciopoli

Fabio Capello ha guidato la Juventus dal 2004 al 2006, vincendo due scudetti. L’allenatore friulano, in particolare nel secondo anno, aveva a disposizione una squadra formidabile, capace di chiudere il campionato a quota 91 punti. Nel maggio del 2006, però, lo scoppio dello scandalo definito “Calciopoli” o “Moggiopoli” portò alla revoca dei due scudetti vinti (uno dei quali assegnato a tavolino all’Inter) ed alla retrocessione della Juventus in Serie B. Il processo sportivo si basò su un’enorme mole di intercettazioni telefoniche nei confronti di Luciano Moggi, direttore generale della società torinese. L’accusa sosteneva che Moggi fosse a capo di una “cupola” in grado di condizionare le designazioni arbitrali e l’andamento stesso del campionato. Allo scopo di condannare velocemente la Juventus, migliaia di intercettazioni relative ad altre squadre (in particolare l’Inter) furono occultate e fu addirittura abolito un grado di giudizio del processo sportivo. La cattiva gestione delle indagini fu evidenziata dal collegio difensivo di Luciano Moggi, che, durante il processo penale tenutosi a Napoli, portò in tribunale buona parte delle intercettazioni insabbiate, grazie alle quali si dimostrò il pieno coinvolgimento dell’Inter. La squadra di Moratti, oggetto di una dura relazione da parte del procuratore federale Stefano Palazzi, è però riuscita ad evitare il giudizio grazie alla sopraggiunta prescrizione. Nonostante i numerosi ricorsi presentati dalla Juventus, uno dei quali ancora pendente presso il TAR del Lazio, i due scudetti revocati non sono stati ancora restituiti e la corazzata di Capello viene da tutti ricordata come una banda di ladri.

La Juve di Conte e il calcioscommesse

Veniamo ai giorni nostri. Dopo sei anni difficili, la Juventus, guidata dal condottiero Antonio Conte, è finalmente tornata al trionfo, terminando il campionato senza mai perdere una partita. A finire nel mirino, stavolta, è stato proprio l’allenatore bianconero. Sulla base delle parole di Filippo Carobbio, pentito nell’ambito del processo per calcioscommesse ed ex giocatore di Conte al Siena, il tecnico salentino è stato deferito per omessa denuncia e rischia di andare incontro ad una lunga squalifica. Insieme a lui, sono finiti sotto accusa anche Leonardo Bonucci e Simone Pepe. Nonostante i soggetti in questione, all’epoca dei fatti loro addebitati, non fossero tesserati della Juventus, l’opinione pubblica ha subito colto la palla al balzo per infangare anche l’ultimo successo bianconero. Al di là di quelle che saranno le sentenze, dunque, la squadra degli imbattibili verrà ricordata come quella degli scommettitori (anche alla luce delle calunnie lanciate contro Buffon alla vigilia degli Europei).

Anche questa volta, quindi, la macchina del fango ha colto nel segno, dando nuovamente voce alla schiera degli anti-juventini, in attesa di un minimo pretesto per sfogare tutta la frustrazione accumulata nel corso dell’ultima stagione. A differenza del 2006, però, i rosiconi dovranno fare i conti con Andrea Agnelli, il primo tifoso juventino, più che mai determinato a difendere in ogni sede l’onore e la dignità dei suoi tesserati.

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Farsopoli, la Juve e le altre: il tempo è galantuomo…

In un precedente articolo mi sono soffermato sulla trasformazione del calcio italiano, in particolare analizzando il radicale mutamento cui abbiamo assistito: il modo di praticare il mercato è cambiato. Non ci sono più tanti soldi da spendere, si va avanti tra comproprietà e prestiti con diritto di riscatto. I pagamenti vengono sempre più dilazionati, gli ingaggi non possono più essere faraonici. Le cause le abbiamo già indicate, ma ciò che vorrei sottolineare ora è la netta involuzione del sistema del calcio italiano negli ultimi 4-5 anni.

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E come motivo principale non posso che indicare la più grande farsa della storia del calcio italiano, calciopoli per gli atti ufficiali, FARSOPOLI per tutti i tifosi juventini, ma soprattutto per il più grande valore della vita, la verità. Farsopoli ha prodotto due ordini di effetti: immediati e ritardati. Nell’immediato, ha distrutto una squadra che dominava letteralmente in Italia. La Juventus di Capello era una corazzata, una squadra solida e vincente come poche altre. Aveva saputo rinnovarsi dopo il secondo Lippi e soprattutto dopo Ancelotti, e aveva messo sotto tutte le altre, anche il Milan di Kakà. Alla distruzione della Juventus ha fatto seguito il rafforzamento dell’Inter, anche perché i bianconeri erano stati costretti a cedere i pezzi migliori, e Vieira + Ibrahimovic si erano accasati all’Inter. I nerazzurri, grazie a ciò, sono riusciti anche a conquistare l’Europa, impresa che non riusciva da molti anni.

Proprio in Europa, grazie al terremoto calciopoli, si sono affacciate squadre italiane che prima di allora non avevano quasi mai partecipato a competizioni europee. L’Udinese, il Napoli, la Sampdoria: le gerarchie del calcio italiano erano state capovolte, e in seguito allo scandalo, si parlava di calcio pulito, di eliminazione di quei personaggi che avevano gettato nel fango la credibilità del calcio italiano. Paradossale che questa credibilità, secondo l’opinione pubblica, fosse stata ritrovata con il commissariamento della FIGC, al cui vertice fu posto Guido Rossi, che per dieci anni aveva fatto parte del CdA dell’Inter. Direi un leggero conflitto d’interessi!

Guarda caso, lo scudetto revocato alla Juventus fu assegnato proprio all’Inter. In tutto questo il Milan si era un po’ defilato, un po’ per convenienza, un po’ per necessità: perché il Milan è stato letteralmente graziato in questa farsa, visto che era stato tirato in ballo per gli illeciti commessi da Leonardo Meani, dipendente della società rossonera. Stranamente però, quella iniziale penalizzazione inflitta al Milan, e che non permetteva nemmeno l’accesso alla Coppa UEFA, fu notevolmente ridotta, fino a consentire al Milan di poter partecipare alla Champions (edizione poi vinta addirittura!). Il rafforzamento dell’Inter, che aveva acquistato egemonia in questi anni, il ruolo un po’ più marginale del Milan, che ha cercato di non perdere terreno dai cugini milanesi, l’assenza della Juventus, e la presenza di squadre non attrezzate a rappresentare l’Italia in Europa, hanno determinato un progressivo e inarrestabile declino della forza delle italiane in Europa. Il che si è tradotto con la perdita di alcune posizioni nel ranking europeo, e quindi abbiamo avuto meno squadre in Europa.

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Ma tutto ciò che ora sta uscendo fuori in merito a FARSOPOLI, con le responsabilità dell’Inter, in verità già accertate con la relazione di Palazzi, nella quale si parlava di illecito dell’Inter, non più punibile per intervenuta prescrizione (alla quale Massimo Moratti, il presidente degli onesti, non ha voluto rinunciare), ha il sapore di una rivincita per tutti i tifosi juventini, seppure soltanto in parte, perché nessuno ci potrà più restituire il mal tolto. Si era capito già allora, con un processo che ha leso i diritti fondamentali di ogni cittadino di fronte alla legge, e se ne è avuta la conferma alla luce delle ultime dichiarazioni di Tavaroli sul processo Telecom, che quella era stata una congiura nei confronti del più forte, e che, per un motivo o per un altro, andava bene a tutti. All’Inter, che aveva tolto di mezzo chi gli impediva di vincere (perché più forte); al Milan, che era implicato vistosamente e che riuscì a salvarsi; a tutte le altre squadre italiane, perché ora avevano la possibilità di poter fare qualcosa di importante e di diverso. Tutti avevano creduto che da questa vicenda avrebbero potuto trarre dei benefici. E come detto, nell’immediato così è stato.

Ho anche fatto riferimento a un secondo ordine di effetti, che sta prendendo piede pian piano. In realtà hanno iniziato la loro azione soprattutto nell’ultimo anno, anche se nell’anno precedente avevano già dato qualche segno: l’Inter aveva smesso di vincere, dopo 5 campionati dominati causa assenza di degni avversari (il più pericoloso: la Roma, che doveva fare i conti con una crisi finanziaria forte) e il Milan era tornato a vincere, causa sempre assenza di degni avversari (lo scontro diretto per il vertice fu addirittura col Napoli!). Il vento stava cambiando, ma non sembrava così per la Juventus che aveva di nuovo chiuso il campionato al settimo posto. Nell’ultimo anno forse ci siamo resi conto che il tempo è veramente il mezzo più idoneo a risistemare le cose: la Juventus è tornata a dominare addirittura vincendo il campionato senza perdere una gara (record), arrivando in finale di Coppa Italia. Il Milan ha combattuto fino alla fine, ma ormai nulla ha potuto contro una vera e propria macchina da guerra. L’Inter che a stento è riuscita a conquistare un posto in Europa League, il Napoli che è tornato più in basso, nelle posizioni che più gli si addicono. La Roma che viene relegata ancora una volta a un ruolo non più primario, tra incertezze tecniche e debiti societari.Insomma, una sorta di ripristino veloce delle gerarchie. L’elemento che più colpisce però è che l’involuzione dell’ultimo anno di Inter e Milan è direttamente proporzionale ai progressi ottenuti nell’immediato dopo calciopoli. Ecco gli effetti ritardati di cui parlavo: l’Inter, che prima di calciopoli giustificava le mancate vittorie con i presunti illeciti della Juventus, nonostante spendesse barche di soldi, ha da un paio di anni ridimensionato il suo progetto, tagliando ingaggi, vendendo i suoi pezzi migliori, e anche cambiando gli uomini all’interno della società. Ora non spende come faceva una volta, perché l’alone dell’effetto calciopoli è finito. Per il Milan abbiamo assistito a un vero e proprio tsunami, una distruzione di portata biblica: i senatori sono andati tutti via, e a questo si aggiunge la doppia clamorosa cessione di Thiago Silva e Ibrahimovic al PSG, segno di una debolezza economica senza precedenti, dovuta forse anche ad alcune condanne che hanno obbligato il presidente a sborsare qualche soldino per risarcire dei danni. Forse anche a una diatriba interna alla famiglia Berlusconi, ma questo è un campo che non ci interessa.

Ci interessa invece sottolineare i fatto che, chi ha creduto di avvantaggiarsi con FARSOPOLI, illuso anche dagli effetti dell’immediato, ora invece ne paga amaramente le conseguenze, in Italia e in Europa. Pensavano di andare avanti, invece sono tornate indietro. La Juventus nel frattempo, dopo anni di umiliazioni, ha avuto la forza, l’umiltà e la la speranza (mai l’ho persa) di ritornare a riaffermare il suo ruolo di potenza del calcio italiano. A livello dirigenziale, e a livello tecnico, la Juventus ha rimesso le cose a posto e non vorrei fare un azzardo, ma le vicende degli ultimi tempi remano in una sola direzione: il dominio bianconero nei prossimi anni. Magari vincendo in Europa. Già, quell’Europa che la altre ci hanno fatto perdere, quell’Europa mai onorata al meglio con squadre di meta classifica, quell’Europa che ha declassato (giustamente)il calcio italiano: e ora toccherebbe a noi far recuperare all’Italia posizioni nel ranking UEFA?!??! Al diavolo il ranking UEFA, e tutto ciò che viene di conseguenza.

Sconcerti ha detto che “l’assenza della Juventus ha fatto sentire tutti un pò più forti, perché è mancato il punto di riferimento, la squadra più forte“. Bartoletti, in merito alla Nazionale, ha così sentenziato: “Quando sta bene la Juve, sta bene tutto il calcio italiano“. Forse queste due frasi riassumono meglio delle mie tante, e forse anche noiose parole, il concetto di base: senza la Juve il calcio in Italia non può esistere, perché la Juve è sempre stata la migliore squadra di cui l’Italia ha potuto vantarsi. La stessa storia delle società lo dimostra: quale squadra, in Italia e nel mondo, ha sempre avuto la stessa proprietà? La Juventus, oltre che un’azienda, è un gioiello della famiglia Agnelli, una creatura da coccolare e amare, e non un mezzo per farsi pubblicità, o per guadagnare, o per ottenere consenso elettorale. Il Milan è stato grande negli ultimi trent’anni, con l’era Berlusconi che sembra ora essere arrivata al capolinea. L’Inter lo è stata negli anni ’60, ma poi senza FARSOPOLI non avrebbe vinto niente più. La Juve ha avuto una costanza senza pari, proprio perché stabile dal punto di vista societario. E non è un caso che la sua assenza abbia pesato non poco sul declino del calcio italiano, sia da un punto di vista del campo, sia per quanto riguarda la forza economica dell’intero sistema.

Finisce l’era Berlusconi, finisce il Milan. Finisce l’effetto FARSOPOLI, finisce l’Inter. E la Juve? Anche quando ci davano per morti, siamo riusciti a sopravvivere e tornare a vincere, l’unica cosa che conta per noi. Ho un sogno, e spero di poterlo vedere realizzato…: “corsi e ricorsi storici”, così parlava il grande Gian Battista Vico. Il tempo è galantuomo…

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Inghilterra-Italia, quanti incroci

Ci siamo, ce l’abbiamo fatta. Italia ai quarti di finale, incontreremo l’Inghilterra. Sfida affascinante, anche se nelle competizioni ufficiali ci sono stati pochi precedenti.

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Da Euro ’80, quando Tardelli punì gli inglesi, passando per Italia ’90, nella finale per il terzo e quarto posto. Poi Zola che imita Capello, espugnando Wembley nel 1997 con un grande gol, ricordando il gol di Gattuso nell’amichevole del 2000. Domenica un’altra grande sfida, l’ennesima di questa stagione tra calcio inglese e calcio italiano.

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In champions il Milan che negli ottavi ha sconfitto l’Arsenal col brivido, il Napoli che ha fatto l’impresa a Manchester col City, e li ha addirittura annientati al San Paolo. Poi Chelsea-Napoli, e la corsa si è fermata li. Ma Italia-Inghilterra è anche Balotelli contro i suoi compagni di squadra e cioè Lescott e Hart: chissà quale sarà il trattamento riservato a Mario, si conoscono benissimo, e forse qualche provocazione ce la possiamo aspettare.

È anche, o meglio, potrebbe diventare la sfida di Diamanti, lui che nel West Ham si è fatto le ossa. È la gara di Roy Hodgson, ex tecnico dell’ Inter, famoso per aver mandato via un certo Roberto Carlos. O ancora, il nostro Borini cresciuto in Inghliterra, nel Chelsea. Tanti quindi gli incroci, e non possiamo dimenticare che gli inglesi si sono sempre innamorati dei nostri giocatori: da Vialli e Di Matteo che hanno fatto grande il Chelsea, a Zola che è stato nominato Sir, uno dei titoli nobiliari più importanti.

L’Inghilterra che ha inventato il calcio ci deve molto, a partire dalla Champions di quest’anno, capolavoro del calcio all’italiana perfettamente attuato da Di Matteo. E non è un caso che attualmente, in questo Europeo, l’Inghilterra giochi molto prudente, per poi ripartire. Loro hanno inventato, ma noi abbiamo insegnato. E speriamo di poter insegnare ancora, possibilmente con una vittoria domenica.

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Capello allontana Del Piero dalla Juve?

Data astrale marzo 2011. Juve in caduta libera, è la Juve di Del Neri e Krasic, Melo e Aquilani. Qualche mese prima non vi erano dubbi sul rinnovo del tecnico ex Sampdoria, ma i mesi primaverili non hanno lasciato dubbi. Il nuovo corso di Andrea Agnelli aveva esaurito l’anno di rodaggio e bisognava ripartire da una base solidissima. Anzi, bisognava costruirla davvero quella base.

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In quel mese si consuma un fantomatico incontro fra il Presidente bianconero e Fabio Capello. Dopo il Mondiale Don Fabio sarebbe andato via dal Paese della Regina, indipendentemente dai risultati. Troppe polemiche, molte delle quali silenziose e consumate all’interno della Federazione inglese, per continuare. Il sogno di Andrea Agnelli era quello di riportarlo in panchina, lasciata nel 2006 solo perché Calciopoli aveva distrutto la società più forte. Ruolo duplice: tecnico e dirigente. Un manager a tutto tondo, nello stile di Fergusson al Manchester United. Il sogno anche di Capello.

Poi non se ne fece nulla e Andrea Agnelli individuò in Conte l’uomo della rinascita. Non ci esprimiamo, sarebbe banale. Ma l’idea di riportare Don Fabio alla Juve pare esista ancora. Idea che stride, forse, con quella del tecnico di Pieri di continuare ad andare in panchina, preferibilmente all’estero. Complicato accettare la sfida di Moratti, visto che la società non offre nulla di serio.

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Capello alla Juve dietro una scrivania? Perché no, piaccia o non piaccia l’ex numero 10 degli anni ’70 è uno tosto, uno che di calcio ne capisce, uno capace di saldare e cementare un gruppo e portarlo alla vittoria. Numeri e fatti che parlano piuttosto chiaro. Anche se la veste di dirigente sarebbe nuova.

E qui si aprono mille domande. Una è la seguente, una voce che gira sui forum e nelle piazze di Torino: il non rinnovo di Del Piero può essere dettato da un piano simile? I rapporti fra Del Piero e Capello non sono stati idialliaci, ma ci sembra obiettivamente azzardato ipotizzare un simile scenario.

Piuttosto ci sarebbe da capire quale ruolo andrebbe a occupare Don Fabio e come si ripartirebbero i compiti e le responsabilità Marotta e Capello.

Suggestivo, ma certo molto complicato.

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Juventus-Cesena – Conferenza stampa pre-gara di Antonio Conte

Antonio Conte sembra avere ancora le idee chiare. Difende il cambio di modulo col Napoli, ma nello stesso tempo suggerisce che domani potrebbe tornare al 4-2-3-1, con Pazienza favorito per sostituire il genio Pirlo. Rientra Marchisio.

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Come Capello dà indicazioni precise: la prossima partita è sempre quella più importante e non c’è spazio per ragionamenti sui diffidati o il risparmio di energia. Cosa che a questo punto sento di condividere: intanto arrivano i tre punti, poi al prossimo match si penserà.

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Subito il Cesena, poi trasferta a Roma contro i giallorossi.

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