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Tag: champions-league (pagina 1 di 2)

La Juve va, in quale Porto si fermerà?

Dal cambio di modulo, dettato dalla tragica notte di Firenze, la Juventus ha beneficiato in tutto e per tutto: i migliori in campo, più spettacolo, un solo subito, più presenza di Higuain.

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La rotta verso il Porto, che è in realtà la rotta verso un sogno più grande, forse ingombrante, è stata pianificata con arguzia e ingegno, difficilmente sperimentata dall’incoscienza di una sconfitta. Il fascino della soluzione trovata una mattina di gennaio comunque resta.

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In Champions serve qualità, e la Juve l’ha schierata tutta quanta. Tutti gli attaccanti, con Cuadrado e Pjanic, senza rinunciare a Dybala né a Mandzukic. Fuori concorso Higuain che lì davanti ha cominciato a seguire ritmi da fenomeno del gol.

In Champions serve qualità e Allegri adesso ne ha tanta. Se il 3-5-2 strozzava la fluidità di gioco, questo 4-2-3-1 alimenta le potenzialità offensive del team bianconero. E paradossalmente ha permesso di ritrovare equilibri di squadra, quindi difensivi, da 1 gol in 7 gare.

Adesso c’è la prova Europa, contro un frizzante Porto. Modulo che non si tocca, nonostante lì davanti nessuno ha mai davvero rifiatato. Modulo in cerca di conferme europee dove la questione della debolezza delle avversarie italiane può finalmente trovare risposta pratica.

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Juventus – Siviglia / Tra Palco e Realtà

E poi abbiamo già chi ci porta
Fino alla prossima città
Ci mettete davanti a un altro microfono
Che qualche cosa succederà.

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Una delle canzoni di Ligabue che racconta esattamente quanto Allegri e Buffon hanno provato a esprimere in conferenza stampa. Da cui traspare la fame di questo gruppo nel cercare nuove sorprese in Champions League.

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C’è il Siviglia, ma l’idea generale della stagione è che c’è principalmente la Juve. Juve contro Juve, attenzione e umiltà contro pressappochismo e arroganza. Allegri dovrà cercare costantemente un equilibrio che è la chiave di volta per crescere ancora. Via Pogba, dentro Pjanic e Higuain con nuove motivazioni e nuove caratteristiche. E un nuovo Khedira ormai insignito dei gradi di leader.

Il teatro di metà settimana è importantissimo, perché il ciclo nuovo avviato da Allegri potrebbe essere destinato a grandi risultati, e perché questo è l’anno giusto per provarci seriamente. C’è il gruppo, ci sono i campioni, ci sono i fenomeni, e ci sono i presupposti degli anni precedenti.

Buona Champions a tutti. Che qualche cosa succederà.

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Juventus – Manchester City 1 – 0 / Qualificati e soddisfatti

Un paio di appunti al volo sulla qualificazione agli ottavi con un turno d’anticipo (non accadeva da molti anni, ormai).

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La squadra si sente più a suo agio (stimolata?) in Europa rispetto al campionato. Problemi di stimoli. Certo è che si vede tutt’altra cattiveria e concentrazione (Marchisio a parte).

La percentuale realizzativa è a dir poco imbarazzante, ma fa da contraltare al numero di occasioni create. Per la serie “prima o poi ne veniamo fuori e cominceremo a segnare a raffica” (almeno si spera). Si è sbloccato Mandzukic (quinto gol stagionale, già dietro ai ritmi da goleador di Vidal), si è inceppato Morata.

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Il centrocampo è tornato a macinare gioco ed energia. Con un Pogba finalmente autoritario (anche se spesso distratto) e uno Sturaro ritrovato. Considerando che mancavano Khedira, Pereyra e Asamoah, pare che un reparto l’abbiamo risistemato.

Buffon e la difesa tengono. Più che tengono, hanno proprio annullato centinaia di milioni di euro di investimenti. Giusto un paio di spaventi, nati peraltro da carenza di attenzione. E poi quella fortuna-sfortuna che in qualche modo si bilancia.

La migliore sorpresa è Alex Sandro. Corre come un motorino, dribbla come Tomba, scodella in area palloni che Trezeguet ha sempre sognato in carriera. Terzo assist decisivo nelle ultime partite. 26 milioni… ben spesi.

E ora dritti al campionato dove la rimonta più che possibile… è goduriosa.

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Juve in Europa: quanto vali?

Cara mia Juve, ci siamo. Prima delle due finali. Da vincere. E convincendo.

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Perché se vuoi diventare grande in Europa, devi cominciare a ragionare da grande. Senza troppi timori, senza alcuna emozione. Il Malmoe non può essere un ostacolo.

Poche ore e si comincerà a correre. 11 contro 11, solo che noi siamo la Juve e loro no. Nessun altro è la Juve. Quindi, la Juve facciamola noi.

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Prima il Malmoe, poi l’Atletico, poi chiunque altro. Come in Italia: prima o poi ci toccherà affrontare tutti, e lo facciamo senza troppi problemi. Tanto dobbiamo solo e soltanto vincere.

E convincere.

Perché è così che si diventa grandi. Così lo siamo diventati.

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Attacco alla Champions: oggi i sorteggi

L’Italia si presenta ai blocchi di partenza con sole due squadre. Una Roma assente dal grande calcio da tanto tempo, e una Juventus che insegue i sogni di gloria che passano necessariamente da un’acquisizione lenta e progressiva della mentalità europea. Sembrano passati secoli quando mandavamo regolarmente un’italiana in finale.

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Oggi pomeriggio via ai sorteggi. I bianconeri, in seconda fascia, farebbero meglio a non fare pronostici: Copenaghen e Galatasaray non sono bastati per passare il turno lo scorso anno. E poi vale il detto, molto usato nel Wrestling americano, che “se vuoi essere campione, devi battere il campione”. Molto più stimolante beccare le big che giocare facile, rischiando peraltro la brutta figura.

Di ieri sera l’ennesima disfatta italiana. Dopo il Mondiale più che opaco, dopo Tavecchio, dopo un mercato ancora di seconda fascia, ecco la figuraccia del Napoli. Strapazzato dall’Athletic Bilbao che ha sfoggiato uno stadio semplicemente magnifico. Atheltic Bilbao, vale a dire la nostra Samp o la nostra Lazio. Altra cultura. Altro mondo.

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Il punto è: a cosa possiamo ambire qui in Italia? Champions impossibile, l’idea era almeno portarci a casa qualche Europe League. Se ne deduce quindi che Capello non aveva, in fondo in fondo, torto: il nostro è un campionato poco allenante?

Tornando alla Champions, la curiosità è capire dove giocherà Falcao. In quarta fascia col Monaco o, a sorpresa, in Spagna o in Inghilterra?

Non è cambiato moltissimo dall’inizio dell’estate. La Juve non ha in cassa risorse per un altro colpo. Specie se si tratta di cifre come quelle per il colombiano. A meno che:

  • Agnelli non decida (?) di accedere ai nuovi introiti Champions destinandoli a parte dell’ingaggio di Falcao (con la conseguente liquidazione monegasca si dovrebbe riuscire a mantenere l’attuale stipendio del ragazzo, oltre 10 milioni di euro netti all’anno);
  • Marotta non abbia il via libera (!) per un prestito oneroso che si aggirerebbe fra i 5 e gli 8 milioni di euro; con diritto di riscatto tutto da vedere;
  • il Monaco non ceda al fatto che nessun acquirente fin qui si è presentato in Francia con un assegno cospicuo. E il Real sembra freddo in quest’ottica, con l’Arsenal che non può spendere altri 40 milioni di euro.
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Un sorteggio durissimo e per questo belissimo

Se vuoi essere campione, devi battere il campione.

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Non c’è altro modo di descrivere il sorteggio che mette la Juve di fronte al Real Madrid di Carlo Ancelotti e al Galatasaray di tanti campioni recuperati al calcio. Più una trasferta a Copenaghen che rappresenta l’insidia ultima di un girone complesso.

La trasferta in Turchia in particolare è complessa: ambiente e rosa non lasciano tranquilli, ma noi siamo la Juve.

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Il doppio confronto col Real Madrid è propiziatorio per confrontarsi con un club importante e una rosa ben assortita, quindi per scrivere nuove pagine di storia come direbbe Conte. Difficile, complicato, ma noi siamo la Juve.

Sulla carta si potrebbero fare intensi ragionamenti su cosa conviene, su come conviene, sul dove, sul quando. Ma sarebbe inutile. Dipende tutto dallo stato di forma, mentale e fisico, con cui giungi a ridosso delle sfide.

Superare un simile turno darebbe stimoli importanti per proseguire con le eliminatorie dirette.

Avanti Juve: ormai il grande calcio ti ha ritrovata!

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Juve europea e Juve italiana: trova le differenze

La Juve sta macinando tutto. E tutti visto che la stagione è ben inoltrata. Campionato di Serie A e Champions. Competizioni che vedono brillare la nostra Juve.

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Un girone di andata di campionato eccellente, con Conte praticamente silenziato e allontanato dal campo perché così credevano di limitarci.

Un girone di qualificazione di Champions esaltante, con le tre vittorie nelle ultime tre partite contro Chelsea e Shakhtar in particolare. E poi gli schiaffoni dati a Lennon e al Celtic negli ottavi.

Scaliamo il ranking in Europa e continuiamo a dettar legge in Italia. Ma le storie sono differenti.

La velocità della Juve sembra diversa in Europa rispetto all’Italia, specialmente in questo 2013. La psicologia, si sa, gioca brutti scherzi e non puoi certo programmare determinati pensieri.

In Italia si pensava, si pensa tuttora, di poter vincere a mani basse, senza troppo sudore. Mai pensiero fu più errato. In Europa la Juve ha un passo più deciso. Più organizzata, più cinica, più europea. Come se Conte avesse lavorato su due mentalità.

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Le ragioni in realtà sono anche tattiche. In Europa si gioca a calcio, in Italia spesso la Juve deve giocare contro 11 uomini nella propria metà campo e contro un gioco più distruttivo che alternativo (alternativo all’avversario, si intende). Questo permette alla Juve di sfogare tutti i suoi cavalli solo a giornate alterne. In più mettiamoci pure una certa “sfortuna” in certi ambiti.

E’ l’attacco in particolare che desta impressione. Andiamo ai numeri:

  • quattro reti per Quagliarella che addirittura vanta una media gol superiore a Messi;
  • tre reti per Vidal;
  • due reti per Matri e Giovinco e Marchisio e Vucinic;
  • un gol per Bonucci.

In pratica gli attaccanti hanno segnato tutti nelle otto partite, con buona alternanza. Più il solito apporto del centrocampo (cinque gol fra Vidal e Marchisio) e un gol dalla difesa.

In campionato la storia cambia, pur essendo migliore rispetto allo scorso anno. E allora la domanda è: perché in Italia gli attaccanti faticano così tanto?

Forse torniamo ai discorsi tattici. Come ha ben spiegato Conte i suoi ragazzi d’attacco sono costretti a un lavoro molto pesante in fase di costruzione e di non possesso. Soprattutto è fondamentale per il tecnico leccese l’apertura di spazi in cui si fiondano i centrocampisti e i laterali. Puntualmente questo accade. E forse si spiegano così i numeri discreti dell’attacco in campionato. Con in più l’arroccamento delle squadre avversarie che rinunciano spesso a giocare.

Con queste medie e queste prestazioni è lecito allora sognare, pur sapendo da dove si viene.

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La Juve giocherà per vincere o per pareggiare?

Lucescu può dire quello che vuole. Anche che senza il fallo di Glik non avremmo mai battuto il Torino. Perché siamo prevedibili nell’attaccare. Non ce ne frega niente del suo giudizio.

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Ci interessa molto di più come ordinerà alla sua squadra di giocare mercoledì sera. Giocherà per vincere? Si accontenterà di un pareggio?

Ha già detto che giocherà per vincere. Ma Lucescu è una vecchia volpe, per cui è meglio attendere il campo.

Certo che per lui ogni tattica va bene. Ha ormai passato il turno. Male che vada rischia di perdere il primo posto. Che però gli darebbe molto fastidio.

Mettiamoci ora invece nella testa di Conte. È ormai un anno e mezzo che sta martellando i suoi giocatori sul fatto che bisogna giocare sempre in attacco, per vincere. E seguitare ad attaccare quando si vince.

Farà la stessa cosa mercoledì sera?

Solo il Brasile di Pelè poteva giocare senza curarsi di chi avesse contro.

Tutte le altre grandissime squadre della storia del calcio, quando hanno peccato di presunzione, hanno rischiato o addirittura hanno pagato.

Per andare al recente, l’ultimo campionato del mondo è stato meritatamente vinto dalla Spagna. Ma quanta fatica per partorire il goal di Iniesta. E che errori ha commesso Robben, lasciato libero nelle praterie della difesa spagnola! L’Olanda, decisamente meno forte, difendendosi ha avuto occasioni molto più clamorose che non gli spagnoli.

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Il Chelsea, inferiore a Barcellona e Bayern, li ha battuti l’anno scorso difendendosi. Se li avesse attaccati ne sarebbe uscito fuori massacrato.

Tornando a Conte, farà giocare la sua solita Juve oppure, per l’occasione, utilizzerà una tattica diversa?

Battaglia senza esclusione di colpi, oppure atteggiamento cauto per non stuzzicare gli avversari?

Meglio due feriti che un morto, per dirla alla Buffon?

E se pareggio dovesse uscire, senza rischi per nessuno, chi salverebbe Conte dai media che tirerebbero certamente fuori la manfrina degli accordi, del Siena e di Carobbio?

E noi juventini preferiremmo uscire dalla Coppa dopo una onorevole sconfitta  o rimanerci dopo un pareggio sospetto?

Sì, lo so, preferiremmo rimanerci dopo un’epica vittoria. A posteriori.

Ma prima della partita che pensieri agitano le nostre menti? E quelle dei giocatori? E quella di Conte?

Il futuro in Champions è legato a questi pensieri.

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Nordsjaelland-Juve, il personaggio: Nicklas Bendtner

Copenaghen assume sempre più i connotati del crocevia fondamentale, dello snodo decisivo, dell’esame da superare per la Juve in formato europeo.
Praticamente perfetta in Italia e altalenante in Champions fino a questo momento, la squadra di Conte deve vincere, senza se e senza ma, contro il Nordsjaelland per continuare a cullare ambizioni europee. Dopo la prova di forza nella rimonta di Londra sul campo dei campioni in carica del Chelsea e dopo la prova opaca contro il frizzante Shakthar nell’atmosfera surreale dello Stadium, ora la Juve si trova davanti la squadra danese esordiente in Champions dopo aver vinto per la prima volta nella sua storia (recente, essendo nata nel 1991 col nome di Farum Ballklub, diventando Nordsjaelland solo nel 2003 dopo un cambio proprietario) il campionato.

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Servono 6 punti nelle due sfide contro i danesi, non si può sbagliare.

Si parte da Copenaghen, dove gioca le sue partite europee il Nordsjalleand essendo lo stadio della cittadina di Farum, un sobborgo della capitale di 19mila abitanti da dove nasce la favola di questa squadra, troppo piccolo per ospitare competizioni Uefa.
Serve una svolta alla Juve europea, soprattutto in attacco. Tornerà Vucinic, chi affiancargli? Noi riteniamo che Bendtner possa essere la chiave di questa partita. Oggetto misterioso fino a questo momento e utilizzato solo in una decina di minuti contro il Chievo. Il ragazzo però si sta allenando bene e con impegno, la cura Conte sta dando i suoi frutti come dimostrano le due buone prestazioni della scorsa settimana con la nazionale danese. Un gol decisivo contro la Bulgaria e tante sportellate e sponde aeree contro l’Italia, con tanto di gol di testa annullato. Lo stesso Nicklas ha detto di sentirsi molto in forma grazie agli allenamenti a cui si è sottoposto a Vinovo, tanto che al termine della gara contro la Bulgaria ha dichiarato di non sentirsi minimante stanco nonostante i 90 minuti giocati, grazie alla mole di lavoro a cui l’ha sottoposto lo staff bianconero.

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Nicklas è pronto, la sensazione è che a questo punto abbia solo bisogno di una chance. Ci sentiamo di sbilanciarci nel dire che se Conte decidesse di schierarlo contro i suoi connazionali, segnerebbe di sicuro. Contro il Chievo aveva gli occhi giusti, che facevano trasparire quella fame che chiede Conte ai suoi uomini. In questi oltre 50 giorni passati a Torino dovrebbe aver assimilato gli schemi e i movimenti richiesti da Conte, oltre ad aver recuperato la forma fisica che non poteva essere al top avendo saltato gran parte della preparazione con l’Arsenal.

Bendtner torna a Copenaghen, la sua città natale, e vuole farlo da protagonista. L’ambiente potrebbe esaltarlo, conosce gli avversari e si sente davvero un giocatore importante in Danimarca come dimostra il suo score con la nazionale e il riconoscimento di miglior calciatore danese dell’anno vinto nel 2009.

Bendtner non ha mai giocato nella massima divisione danese essendosi trasferito appena sedicenne nell’Arsenal, ma con la nazionale biancorossa ha giocato in tutte le compagini, dall’Under 16 fino a quella maggiore, bruciando le tappe come sempre nella sua carriera. Con la nazionale maggiore vanta 21 reti in 53 presenze, tra cui 2 gol all’ultimo Europeo e 1 all’ultimo Mondiale, mentre con l’Arsenal ha totalizzato 46 gol in 155 presenze. In particolare sono 9 le marcature di Nicklas in Champions nelle 29 partite da lui giocate. Memorabile la sua tripletta ai danni del Porto nel marzo 2010 all’Emirates Stadium.
Queste statistiche per dire che a livello internazionale Bendtner c’è, ha la capacità e l’esperienza, nonostante la giovane età, per poter essere decisivo o almeno utile alla causa di questa Juve, magnifica fino a trequarti campo per poi spesso incepparsi sul più bello e dover per questo soffrire più del dovuto per portare a casa il risultato.

Diamo una chance a Bendtner in terra danese, a casa sua, e vedrete che non ci deluderà.

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Dal Delle Alpi allo Juventus Stadium: ricordi e speranze da Champions

È tempo di Champions anche per lo Juventus Stadium finalmente, quasi 13 mesi dopo la sua indimenticabile inaugurazione.
Torino aveva salutato la Champions mestamente contro il Bayern Monaco ma da allora possiamo dire con certezza che tutto è cambiato: presidente, dirigenza, allenatore e molti giocatori. Soprattutto è cambiata la mentalità, o meglio, è tornata quella mentalità vincente che da sempre ha contraddistinto la Juve. Il merito va a tutte le componenti societarie perché la mentalità non puoi certo comprarla al mercato, o ce l’hai o non ce l’hai, e non è neanche facile inculcarla nella testa di giocatori ovviamente sfiduciati dopo due annate da dimenticare.

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Per fortuna ce l’abbiamo fatta e gran parte del merito va ad Antonio Conte, il capitano di mille battaglie che ha saputo trasmettere qualcosa di speciale ai suoi ragazzi, quel qualcosa in più che ti regala il vestire la maglia bianconera, un’aura di magia che ti fa andare a mille in campo e ti fa sentire sicuro di te stesso. Gli occhi da tigre, che intimoriscono gli avversari prima ancora di scendere in campo, come ai bei tempi.
È cambiato anche lo stadio da allora. Adesso ci sentiamo davvero a casa allo Stadium, è quella la sensazione che ti pervade quando arrivi in tribuna. Lo Stadium è senz’altro un’arma in più da sfruttare, un aiuto fondamentale per i nostri giocatori in grado di caricarli nei momenti di difficoltà e spingerli a gettare il cuore oltre l’ostacolo.
Quando sei dentro lo Stadium e respiri quell’atmosfera ti capita di pensare a come fosse possibile che fino a qualche anno prima saresti stato all’interno del Delle Alpi. Non c’è paragone con il cattedralico Delle Alpi, capace di infiammarsi solo per le grandissime partite e con le tribune così lontane dal campo dal rendere il tutto più ovattato, emotivamente distante.

Sarà l’esordio per lo Stadium dunque, ma sarà un po’ come tornare a giocare la Champions negli anni del Delle Alpi, sia per la stessa collocazione geografica che per la stessa sensazione di essere una grande squadra che provavamo quegli anni.
Dimentichiamo gli anni grigi dell’Olimpico, dimentichiamo il Bayern e pensiamo alle esaltanti notti europee che ha saputo regalarci il Delle Alpi. Quelle tre vittorie sul Real che abbiamo sempre eliminato per esempio. La punizione di Del Piero e il gol di Padovano che ci portano in semifinale nel ’96 facendo capire a tutti che il sogno di vedere Vialli alzare al cielo di Roma la coppa potesse diventare realtà. La partita perfetta nel 2003 in semifinale, una delle partite più esaltanti della storia bianconera rovinata purtroppo da un eccesso di protagonismo dell’arbitro a una manciata di minuti dalla fine che getta nello sconforto il giocatore che più di ogni altro avrebbe meritato di giocare quella finale. E quegli ottavi con Capello che inserisce Trezeguet e Zalayeta che ci portano dritti ai quarti, con il Panterone che fa letteralmente venire giù lo stadio nel secondo tempo supplementare. Emozioni forti, come le tante sfide col Manchester United. Come dimenticare quel gol di Inzaghi quando ormai avevamo un piede e mezzo fuori dalla prima fase della Champions 1997/98? Come dimenticare il primo gol alla Del Piero a Torino di Alex contro la Steaua? O l’urlo di Conte contro l’Olimpiakos, che fortunatamente avrebbe ripetuto anche ad Atene durante il ritorno di quei quarti di finale. O anche quella partita contro il Bayer Leverkusen che la nebbia sembrava non voler far giocare a tutti i costi. Dopo 2 rinvii consecutivi alla fine si giocò nel primo pomeriggio, sembrava una partita domenicale di campionato.

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Esiste anche un rovescio della medaglia ovviamente. Quella doppia eliminazione ai quarti negli anni capelliani ad esempio, due scialbi 0-0 con Liverpool e Arsenal nonostante avessimo uno squadrone. Quella sconfitta con l’Amburgo negli anni di Ancelotti con Zidane e Davids che perdono la testa e lasciano la squadra in 9 nel primo tempo, gettando le basi per il naufragio europeo. C’è soprattutto quell’incredibile semifinale con lo United con la Juve avanti di due reti dopo dieci minuti grazie alla doppietta di Inzaghi ma incapace di contenere la reazione dei Red Devils guidati da Yorke e Cole.

Portiamo dentro di noi anche queste sconfitte perché siano un monito a non abbassare mai la guardia, ma concentriamoci sui momenti belli, quelli che ti caricano. Un gol inaspettato come quello di Tudor contro il Deportivo, un gol capace di farti schizzare in paradiso quando ormai solo pochi secondi ti separavano dall’inferno dell’eliminazione, ad esempio.
I nostri giocatori devono caricarsi con questi ricordi, aiutati in questo anche dalla “galleria dei capitani”, il corridoio che porta allo spogliatoio della Juve nel quale sono appese le immagini dei grandi capitani della storia della Juventus. La Storia è importante perché la Storia siamo noi, i giocatori lo sanno e trasmettono con le loro prestazioni la stessa sensazione ai tifosi.
Scendiamo in campo, lo spettacolo dello Juventus Stadium aspetta solo la Champions.

P.S. Indovinate di chi è la fotografia dell’ultimo capitano che i giocatori vedono prima di entrare nello spogliatoio?
Facile, di Antonio Conte, solo con la sua immagine inizia a caricarli a dovere e a mantenere alta la concentrazione!

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