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Tag: delio-rossi

Sampdoria-Juventus 0-1: sfatato un tabù

Sette lunghi anni prima di tornare a urlare contro la Sampdoria. Avversario tosto, molto tosto. Soprattutto perché Delio Rossi ha dato alla sua Sampdoria un’organizzazione tattica che ha innervosito la Juve di Conte.

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Ma la classe ha avuto la meglio. Quella strana non-logica del mondo del calcio è stata abbattuta dalla fredda superiorità tecnica degli uomini bianconeri. Il gol che regala i primi tre punti di questa stagione è un gioiellino degno dei migliori giocatori di PlayStation.

Si è scaldato a lungo Llorente e proprio quando lo spagnolo si è alzato dalla panchina, Vucinic si è messo a giocare. E’ da una sua incursione sulla sinistra che nasce la giocata decisiva: Pogba (servito da Vidal) si è infilato nello spazio aperto dal montenegrino e ha dato un cioccolatino a Tevez. Ma per la stragrande parte del match Mirko si è fatto letteralmente odiare un po’ da tutti. Ciabatte infilate, scarpini nello spogliatoio e indisponenza a tonnellate. Si dia una mossa velocemente perché Llorente, a detta di Conte, è ormai pronto.

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E certo Tevez è in crescita. Pensate cosa potrà fare quando si sarà inserito perfettamente negli schemi di Conte e avrà raggiunto il 100% della condizione fisica. Cinico come solo i grandi argentini sanno essere, pronto per lottare, buono per ricevere ogni tipo di pallone. Sono del parere che andrebbe innescato più in verticale, ma ci sarà tempo per vedere simili giocate. Intanto, 2 partite e 2 gol. Questo pesa un macigno.

Pirlo detta legge, con un po’ meno vigore, ma siamo solo agli inizi. Accanto a lui due giganti, due a cui il contratto andrebbe fatto firmare col sangue e per la vita. Pogba e Vidal, i due elementi imprescindibili della Juve di Conte e di qualunque formazione vogliate mandare in campo. Qualità da capogiro, quantità che nemmeno quelli del football americano. Loro regalano il gol a Tevez, loro costruiscono e toccano ogni pallone che passa dalla metà campo bianconera.

Fino al gol la Juve è apparsa comunque un po’ impallata. Nel primo tempo pochissime occasioni da rete. Sicuramente pochissime occasioni limpide. Qualche magone per le accelerazioni di Gabbiadini (teniamolo d’occhio) e qualche inserimento di Obiang (teniamo d’occhio pure questo ragazzone). Con un Barzagli che dopo due anni perfetti sta peccando di piccole incertezze: nulla di che, l’infortunio patito fa ancora male a uno che ha superato i 32 anni.

Nella serata che vede cadere fragorosamente il Milan, la Juve non casca nel tranello doriano. Applica la lezione di capelliana memoria, intasca i tre punti e aspetta la Lazio per una rivincita tutta da gustare.

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In scia alla Sampdoria

Sabato si comincia. Si è già cominciato per la verità, ma sabato si comincia a fare sul serio anche in campionato. Prima tappa di un lunghissimo percorso. Non promettiamo nulla, perché non si promette nulla tranne una cosa: il massimo impegno. Vinca il più forte. Come diceva l’Avvocato: “sono fortunato perché spesso la più forte è la Juve”.

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Affronteremo un avversario ostico, rognoso. Organizzato come lo sono le squadre di Delio Rossi, rognoso come lo sono le squadre di Delio Rossi. Con un Gabbiadini in più.

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Manolo, attaccante molto più vicino a una seconda punta molto tecnica, è in rampa di lancio per una grande stagione che potrebbe consacrarlo nel calcio che conta. Un precampionato bollente, condito da gol e prestazioni molto positive. E’ nostro, lo controlliamo noi, ma ce lo ritroveremo di fronte. Con calma, con attenzione, disinnescheremo tutto.

Tornando all’impegno, sarebbe ottimo ritrovare lo spirito della Supercoppa e siamo certi che gli occhi saranno gli stessi: aggressivi, con la voglia di confermarsi e anzi di stupire ancora. Cattivi agonisticamente, ancora più in palla, tecnici, propositivi. Con questi ingredienti, visto gli ultimi due anni, nessun avversario potrà resistere a lungo.

Sampdoria, poi Lazio. La formazione, in entrambi i casi, sembra fatta. Un po’ perché le gambe devono girare a mille, un po’ perché Conte manda in campo sempre la formazione più competitiva. Piuttosto c’è da aspettarsi un primo impiego di Llorente: a mio parere può tornare molto utile.

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Riparte la sfida

IoJuventino torna più veloce di prima. Siamo ormai a meno di 48 ore dalla sfida con la Sampdoria che sancisce la ripresa delle attività. Le vacanze sono servite per ricaricare le batterie e per ottenere un rinforzo in più (leggi Peluso). Conte ha torchiato i suoi con duri allenamenti e ripetizioni tattiche. D’ora in avanti non ci sarà spazio per rifiatare visto che il mese di gennaio è pieno zeppo di impegni.

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Si comincia con la Samp di Delio Rossi e poi c’è il Milan in Coppa Italia. Una lunga volata verso gli ottavi di Champions League.

Da dove si riparte? Da una Juve consapevole di una grande forza, da una Juve matura capace di amministrare un terribile momento come l’assenza dell’allenatore per diversi mesi.

I punti di vantaggio non devono assolutamente distrarre: bisogna insistere, bisogna aggredire ogni singolo minuto in campo e, se possibile, aumentare i punti di distacco. Chi sia la seconda poco ci interessa, l’importante è che il distacco sia sempre maggiore.

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Da Vucinic a Giovinco la Juve attende l’esplosione finale dei suoi immensi talenti. Se Pirlo, Marchisio e Vidal sono le sicurezze, escludendo tutta la difesa (la migliore d’Europa per rendimento), ora si attendono risposte dall’attacco. Non è un caso che Quagliarella e Matri sono sempre in bilico, nonostante i gol di Eta Beta e la doppietta al Cagliari di MitraMatri. E incombono diversi affari.

Ai giornali crediamo poco, per cui l’unica pista per adesso percorribile è quella che porta a Llorente. Perfino Conte si è espresso su questo nome promuovendolo, di fatto. Ma tutto sembra già fatto per giugno quando il basco arriverà a parametro zero a Torino. Per gennaio Marotta invece dovrà fare uno sforzo economico, non superiore ai 4/5 milioni di euro. Se il Bilbao accetta allora sarà fatta, altrimenti Llorente arriverà a giugno.

Restano i nomi di Suarez (sarebbe perfetto per Conte, ma costa tantissimo) e di Drogba (solo 6 mesi? L’ivoriano non accetterebbe pretendendo almeno 18 mesi di contratto).

Intanto domani si va in campo con i ragazzi che hanno permesso tutto questo.

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Povera Gazzetta, costretta a mentire e a disinformare sulle vicende del padroncino Moratti

Che la nevrosi nerazzurra per clamorosa assenza di tecnico abbia intaccato la sfacciata redazione della Cazzetta Rosa? Parrebbe di sì a leggere le prime pagine del quotidiano più disinformante dell’italico paese.

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Ben 9 le pagine dedicate all’uomo che guiderà l’Atalanta di Milano, appena pochi giorni fa. Si trattava di Bielsa. 9 pagine piene zeppe di commenti, con una specie di editoriale di Arrigo Sacchi che stancamente tentava di convincere tutti sulla genialità di questo allenatore. Ma la Cazzetta Rosa ha nascosto, in quelle 9 pagine, che Bielsa aveva rifiutato. Un secco no. Ma tant’é: pur di insabbiare pure i rifiuti, oltre ai fattacci di casa nerazzurra, 9 pagine e altro!

Dal giorno successivo la Cazzetta, che non prevede altro titolo se non l’Atalanta di Milano, ha esposto il casting morattiano che, in realtà, altro non è che una collezione di “no” arrivati dal 90% degli allenatori ancora in attività.

Da Ancelotti a Capello, da Lippi a Hiddink.

Non si fa accenno al rifiuto di questo o quell’altro allenatore, piuttosto si scrive “casting”, si scrive “sondaggio”, si scrive “ricerca del profilo adeguato”.

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Epperò la Cazzetta Rosa aveva fatto lo scoop: conosceva l’ora di arrivo di Bielsa a Milano, la nuova casa, che tipo di colazione avesse programmato per la firma del contratto, la provenienza della carta su cui si sarebbe stampato il contratto, quanti tornei aziendali avesse vinto Bielsa e via così.

Oggi, dopo aver, appena qualche mese fa, scritto una specie di necrologio su Gasperini e Zenga, la Cazzetta improvvisamente si è convertita. E da ex-bianconero (con chiara accezione negativa) Gasperini viene ora dipinto come mago del 3-4-3, come uno che insegna calcio, che fa giocare bene le squadre. Il che è pure vero, ma questo cambio di opinione a cosa è dovuto?

E’ dovuto al fatto che Moratti in mano ha poco o nulla. Tenterà il tutto per tutto offrendo tanti, ma proprio tanti soldi. Potrebbe addirittura riportare in Italia Spalletti. In ogni caso i nomi da dare in pasto agli intertristi sono diventati Gasperini, Mihajlovic (che a Firenze hanno implorato di andare in fretta e furia a Milano, e non certo con spirito propositivo), Zenga, Delio Rossi. Che poi potrebbero anche essere migliori dei vari Villas Boas o Capello stesso, per quanto mi riguarda.

Se poi giri pagina, su quel giornalaccio, scopri che da una parte non viene raccontata la verità sui tecnici che rifiutano la panchina nerazzurra, dall’altra si continua una lagna incredibile sulle parole di Marotta, ben più attrezzate in termini di serietà e coerenza con l’attualità politica-economica della società per cui lavora.

Ma tant’é: il padroncino ordina, la Cazzetta esegue! Da notare: è il primo quotidiano sportivo in Italia. Pensa come stiamo messi!!!

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La 29° giornata del Torneo Aziendale: cosa è successo?

Sono ventinove le giornate. Ne mancano nove al termine di questo entusiasmante Torneo Aziendale, quinta edizione.

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A Cesena la Juve non guarisce. Alessandro Matri firma altre due reti, ma non bastano per chiudere una pratica molto più che abbordabile, nonostante l’uomo in meno. Chiudere senza coppe a questo punto potrebbe essere solo un beneficio per la prossima stagione, in vista di una programmazione che non può trovare alcuna giustificazione.

Un giorno prima, chissà perché poi, l’Atalanta di Milano era stata ospite di un buon Brescia. Di 3 rigori da fischiare ne è stato concesso soltanto uno ai padroni di casa, contravvenendo a una parcondicio della moviola di cui Moratti andava fiero fino a qualche giornata fa. A fine partite le interviste per il clamoroso stop degli uomini di Leonardo hanno lasciato spazio a parole che, in quel preciso contesto, sono apparse ai più ridicole. L’ennesimo schermo per non prendersi responsabilità davanti a una professione che, purtroppo, chiama a un duro lavoro. Mi riferisco, per capirci meglio, a quel “Un brutto pareggio, ma perde di significato per quanto accaduto in Giappone” di Leonardo a una precisa domanda di un giornalista, dopo che lo stesso allenatore aveva già parlato di calcio con gli house organ.

A ora di pranzo il Milan, che poteva già chiudere la pratica Torneo Aziendale, ha fallito. Sarà stato per colpa di un guardalinee che voterà Italia dei Valori o Rifondazione Comunista, sarà stato per un certo nervosismo postTottenham (leggi Ibrahimovic), ma questo pareggio sa di sconfitta. Allungare a più 7 avrebbe significato navigare in acque tranquille nelle prossime giornate. Invece tutto è ancora aperto.

Curioso il commento Sky sull’episodio che ha visto protagonista Ibra. Un cazzotto, una confessione palese (come si potrebbe spiegare altrimenti gli occhi a terra di Ibra già prima ancora che l’arbitro facesse vedere il colore del cartellino?), eppure il commento ha fatto passare il gesto come uno schiaffo. Forse forte, addirittura! Già perché lo schiaffo è conteggiato come gesto antisportivo, mentre il pugno è calcolato come gesto violento. Balla un turno in più di squalifica. Vedremo cosa riuscirà a combinare Ghedini perché Ibra rischia di saltare il derby fra qualche settimana. Come a dire: chi di spada ferisce… di spada perisce (Galliani, do you remember? Ibra con la Juve squalificato, Krasic con la Juve squalificato).

Espulsione di Ibra

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Ancora più curioso il commento all’episodio nelle varie TV nazionali. Felipe Melo rischiò l’arresto, mentre Ibra va capito, va compreso. E’ solo un gesto censurabile. Ha tutta la stima, fra l’altro, di Antonini e Abate. Quasi come quando Eto’o sferrò una capocciata a un avversario del Chievo e la Cazzetta-Rosa poi mostrò quanti soldi il camerunese aveva sborsato per beneficenza.

Nel frattempo Guidolin dirige l’orchestra più bella del calcio italiano. Una sinfonia di tattica e di genio. Una batteria incredibile di centrocampisti che corrono come pochi e smistano come pochissimi palloni in quantità industriale. Zero o pochissimi lanci e una manovra da favola. Velocità e scatti, chiusure e ripartenze. E’ l’Udinese: quella di Di Natale (che Marotta avrebbe voluto a tutti i costi in bianconero) e Sanchez (che mezza Europa vorrebbe). Adesso è terza, e vallo a dire a De Laurentiis che il suo Napoli dovrà dividere quel gradino ancora per un po’. Fino a quando durerà lo stato di forma stratosferico dei bianconeri del Friuli?

Roma e Lazio hanno dato vita all’ennesimo derby senza emozioni. Intendendo emozioni tecniche. Tranne qualche spintone e qualche sporadico tiro in porta, non c’è stato verso di dire “che gran giocata”. Eroe del pomeriggio Francesco Totti. Era dal 2005 che non segnava in un derby e torna a farlo proprio adesso. Gran papera di Muslera nel primo caso, solito rigore nel secondo. Già perché Totti in gol su azione è ormai un terno al lotto. Sono però felice per Montella. Gentile ha denunciato i tecnici raccomandati (probabilmente riferendosi a Piagnisteo Mancini e al suo compare Mihajlovic), mentre l’Aeroplanino sta divertendosi e sta mostrando una intelligenza che francamente in pochi si aspettavano. Sta gestendo le grane giallorosse come meglio non si potrebbe, ottenendo buoni risultati (a parte la Champions).

E aveva proprio ragione Zamparini a proposito del modo di Delio Rossi di schierare in difesa gli uomini del Palermo. Adesso i rosanero perdono, ma con meno gol di scarto. Senza, oltretutto, segnarne nemmeno uno, cosa che non Delio Rossi capitava di rado. Involuto Pastore, fuori ruolo Ilicic e centrocampo che ha perso fosforo e un po’ di ordine. Ancora proprio non riesce a capire che il problema del Palermo è proprio l’uomo che ne detiene il potere assoluto, esercitandolo nel peggiore dei modi?

Sorte analoga per la Sampdoria di Cavasin. Come se il problema fosse l’allenatore che d’un tratto fa diventare campioni chi campione non lo è proprio, e mai potrà esserlo. Il miracolo Samp aveva quattro nomi precisi: Marotta (nonostante i facili commenti ironici che qualcuno farà alla luce dell’attuale Juve), Paratici, Cassano e Pazzini. Tolti questi quattro ecco che il valore aggiunto di una formazione mediocre è tornato sotto la soglia di guardia e i risultati non possono essere differenti da quelli che sono arrivati.

Discorso completamente opposto, e anche abbastanza misterioso, a Bologna. Cosa ha portato una formazione ormai data per spacciata sotto il profilo tecnico e finanziario a giocare un girone di ritorno da paura? Sarà stata la fame di calcio, finalmente spogliato da contratti e stipendi? Sarà stato perché proprio la non-garanzia di soldi (tanti, ma proprio tanti considerando quanto guadagna una maestra di scuola o un impiegato comunale che si fa un mazzo così per 6 giorni la settimana) ha portato i ragazzi a dare molto di più per la causa in corso e a moltiplicare energie per mettersi in mostra e prendersi una netta rivincita con la società, unica colpevole di un disastro annunciato e per il momento solo allontanato?

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Chi gioca veramente a calcio in Serie A?

Troppe analisi, troppe persone. Troppa gente che ha fallito e si mette a fare il professorone davanti le telecamere. E allora si finisce per non capirci più nulla. Gente che farebbe fatica a raccattare un posto in una squallida segreteria di qualche minuscolo ufficio diventa improvvisamente e senza preavviso Maestro di Tattica del Giuoco del Calcio e su queste basi si danno vita a trasmissioni d’approfondimento calcistico. Così non va, anche perché ne viene fuori una realtà completamente distorta e gravemente lesiva di un minimo di pudore.

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Tutti questi fantomatici professoroni hanno nome e cognome. Da Pistocchi a Sacchi, da Ciccio Colonnese (sì, proprio il grande difensore dell’Atalanta di Milano di fine anni ’90) a Ferri. E non se ne può più di lecchini e maestrini di ripiego. Perfino Pagliuca ora si mette a quella lavagnetta a spiegare cosa dovrebbe fare Del Neri o quali cambi dovrebbe operare Allegri o Mazzarri o Guidolin.

Peccato non avere immagini a sufficienza, ma sarebbe carino confrontare quanto da loro detto con quanto realmente accaduto. Un esempio su tutti. Si giocava a Torino Juventus-Cagliari e Beppe Signori ebbe a dire su Krasic:

Non assomiglia per nulla a Nedved. Corre, ma non è così veloce e segna poco.

Il destino regalò a Beppe Signori una standing ovation da parte dell’Olimpico di Torino per la tripletta con cui Krasic distrusse i sardi. E da lì Krasic giocò un girone d’andata semplicemente spettacolare. A parte il calo di flessione, legittimo e fisiologico, da cui sembra uscito già da un paio di partite.

Ma guardiamo in faccia la realtà.

Il Milan di Allegri, imbottito di così tanti acquisti che non riescono più a stare appresso ai numeri delle maglie, vive unicamente sulla foga e le invenzioni di Mister Ibrahimovic, quello scoperto da Moggi in Olanda, pagato 19 milioni di euro e mostrato al mondo intero come uno dei talenti più puri e originali, capace di segnare (16 gol all’esordio in A e una valanga di assist per Trezeguet e Del Piero e perfino Zalayeta) e di impostare, di sobbarcarsi il lavoro di un intero reparto e risolvere le partite da solo. Se Ibra rallenta il Milan rallenta. Togli i gol di Ibra al Milan e ricalcola posizione e punteggio. Il gioco del primo Milan di Ancelottiana memoria non c’è appunto da anni. Sostituito da quel meraviglioso concetto proprio degli inglesi e cioè kick and run! Il kick è solitamente dei difensori o di Pirlo e il running è delegato ai vari Robinho, Pato e Ibra. La manovra è a tratti molto sterile fino a quando la palla non capita tra i piedi di Ibra e solitamente ne esce un’azione personale o un assist (vedi l’ultima meraviglia sfoderata per mandare in rete Pato).

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Il Napoli di Mazzarri basa tutto, o quasi, sulla spinta del San Paolo e sulla corsa contropiedista dei vari Lavezzi, Hamsik, Maggio e sul bimbo prodigio Cavani (cui tutto riesce in questo momento). Per il dinamismo inesauribile degli esterni e dei centrocampisti che accompagnano costantemente l’azione è la squadra più divertente da seguire, insieme all’Udinese che vive della luce di Di Natale e di Sanchez.

La Lazio è imperniata su una batteria di registi eccezionali: Ledesma e Hernanes su tutti, capaci di innescare le punte come pochi nel campionato italiano. Basta leggere il numero di assist dei due e il numero di gente mandata in gol. Ma la grande Lazio del girone d’andata sembra spenta. Pesano gli infortuni e le assenze, ma soprattuto pesa il calo di forma dei centrocampisti. Ne seguono i vari pareggi delle ultime giornate.

Si parla poi troppo poco di Parma e Bologna: con una rosa evidentemente inferiore (forse il Parma, in valore assoluto, sembra quella meglio attrezzata per una salvezza più che tranquilla) stanno facendo miracoli. Il Parma sfoderando come al solito un corredo di giovani di alto valore, se solo gli lasciassero il tempo di crescere. A Bologna, per la situazione che stanno vivendo, servirebbe invece un SuperPremio per il buon Malesani, che dimostra ancora una volta di saperci fare su quelle panchina. Purtroppo per lui bussano alla porta solo squadrette, con tutto rispetto di Siena e Bologna.

E infine c’è il Palermo, forse la più bella realtà di questo campionato. Due giocatori praticamente sconosciuti si sono imposti come due fra i centrocampisti più interessanti: Bacinovic e Ilicic. Il secondo potete leggerlo, con merito, nelle parti alte della classifica cannonieri. Pastore deve scrollarsi di dosso un po’ di brutti pensieri dalla testa di natura narcisistica e lavorare molto di più per la squadra. Quando lo fa è semplicemente devastante. In più Delio Rossi è costretto a sovvertire due grosse difficoltà: un Presidente senza senno e ricambi inesistenti. Eppure vi riesce guadagnando l’accesso al prossimo turno di Coppa Italia con un ragazzino sudamericano di appena 18 anni e continua a macinare punti senza punte.

Su Roma e Atalanta di Milano glisso: troppa discontinuità per i giallorossi e troppi regali per i nerazzurri per redigere un bilancio che sia anche solo serioso.

Tutte le nostre squadre sono rigorosamente in difficoltà in campo estero, proprio sul profilo della personalità e del gioco. E nel nostro campionato mostrano pause da paura.

All’estero invece ho potuto apprezzare il tentativo di gioco dell’Arsenal, costretto da disgrazie economiche a vendere e comprare sempre meno, arrangiandosi con un settore giovanile da paura. Le lamentele di Mourinho per l’organico a disposizione mi sembrano un oltraggio all’intelligenza dei più su questa Terra, buone solo a nascondere l’incapacità di lottare ad armi pari con chi il calcio sa giocarlo e cioè Guardiola. Come Mou, ma con ben altri toni, Ancelotti: gli hanno affidato una specie di auto di lusso, ridotta a carretta per motivi che forse lui sa bene, ma che non ha mai del tutto spiegato. Gente ormai stanca per i Blues (Lampard e Terry su tutti?). Gente inadeguata?

Detto questo continuo ancora a pensare positivo quando sento la parola Del Neri: lo hanno tirato dentro una delle situazioni più disastrate degli ultimi anni nel mondo del calcio. Una specie di società che ha buttato via soldi e un patrimonio tecnico da paura. Una sorta di incubo bianconero, con lo stesso nome, ma con ben altra sostanza. Bene da lui si pretendeva il bel gioco, tanti punti, magari un primo o un secondo posto e tanti gol segnati (che sono arrivati, ma i numeri si usano solo per dare contro al tecnico) e pochi presi (beh questo non è avvenuto) senza fare i conti con la squadra che si è ritrovato (i più positivi li ha voluti lui o li ha rigenerati, ha floppato solo su Motta e fin qui Martinez) o che gli hanno fatto ritrovare (non credo conoscesse Traoré e Sorensen e ha detto sin da subito che non voleva Grosso). Ma stiamo scherzando?

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