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Tag: derossi

Juventus: una partita trappola

Lunedì la Juventus affronterà la Roma degli “americani” allo Stadio Olimpico.

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Una Roma incerottata e in piena crisi, sia di gioco che di risultati, che si vedrà costretta a schierare De Rossi centrale di difesa per ovviare alle tante assenze. Tornerà Francesco Totti nel ruolo di trequartista e la coppia d’attacco sarà formata sembra dal giovane Lamela e dal “rissoso” Osvaldo. Al contrario la Juventus, a parte l’assenza di Vucinic, sarà al completo e si presenterà all’Olimpico imbattuta e prima in classifica.

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A un primo frettoloso esame della partita si potrebbe dedurre che per la squadra di Antonio Conte si presenterà lunedì sera un compito abbastanza facilitato e relativamente semplice, ma noi non siamo assolutamente d’accordo con questa tesi, anzi. Temiamo fortemente quest’incontro per tante ragioni, ci fa paura la voglia di rivalsa della squadra di Luis Enrique, ci fa paura il fatto che la Juventus porti enormi e incredibili stimoli in chi l’affronta, soprattutto se l’avversario di turno sono i giallorossi capitolini. Ci fa riflettere il fatto che Totti finora non sia mai andato a segno in questa prima parte del campionato e che mediti uno scherzetto all’amico Del Piero. E poi ci fa meditare la disperazione di chi si trova con l’acqua alla gola e ha una ghiotta occasione a portata di mano per allontanare dubbi e crisi, cioè quella di disputare una grande partita contro la capolista del campionato, che tra l’altro porta il nome dell’odiata Juventus.

Per questi e altri motivi non ci fidiamo assolutamente della trasferta di Roma, ma altresì confidiamo nell’esperienza di Conte nel saper indottrinare i propri giocatori e far capire chiaramente loro le difficoltà e trabocchetti a cui andranno incontro nell’affrontare un avversario del genere lunedì sera.

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Fuori le prime due italiane dalle Champions

E sono due, in attesa della terza, così da poterci concentrare meglio sul campionato più bello del mondo. Almeno a detta degli house organ delle società più potenti d’Italia. Fuori con disonore (nel caso della Roma, bacchettata da un eccellente persona come Lucescu) e con un po’ di vergogna (nel caso del Milan giunto a Londra da prima della classe in Italia e col solito pippone di Galliani a rivendicare un passato che, ahinoi, è appunto passato).

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Il presente racconta di figuracce (i sei pareggi della Juve, per esempio) e di tanta, troppa inferiorità tecnico-tattica. Di fronte a formazioni organizzatissime e che hanno mostrato una crescita incredibile sotto diversi punti di vista. Andiamo con ordine.

La Roma di Montella, che sta comunque dimostrando la stessa personalità con la quale scendeva in campo fino a poco tempo fa, si è nuovamente sciolta di fronte a un livello di gioco leggermente più alto rispetto alle trasferte di provincia. Dando l’impressione, come già accaduto nella Juve e alla Juve, di essere un gruppo poco omogeneo e poco compatto, a differenza dei soliti gesti di Ranieri (avete presente: mani a coppa che si uniscono, come a volere una squadra corta e compatta appunto). Nervosismo e tanta improvvisazione. Ordini saltati (tipo il rigorista che viene scavalcato da chi avrà pure fatto 25000 gol, ma quello più importante non l’ha saputo segnare) e gerarchie riviste. Gomitate e una caccia all’uomo perfino giustificata di fronte ai microfoni. Come a ribadire che noi Italiani non sappiamo perdere e, purtroppo, nemmeno più vincere.

Mircea Lucescu ha dato a tutto il Paese una lezione di stile con pochi precedenti. Ha parlato di lealtà e di correttezza, ha sgridato un suo giocatore per aver esagerato nei tocchetti e nelle leziosità di fronte a un avversario che ha descritto come “nervoso, pauroso e sgarbato”. A fronte di una prestazione eccezionale, con tanti giovani in campo e buonissime individualità. Il risultato, molto rotondo, è lo specchio dei due match.

Discorso per certi versi analogo quello che riserveremo per il Milan. Sia chiaro: senza Mediaset e la Cazzetta-Rosa oggi potremmo realmente avviare un’analisi significativamente costruttiva sul calcio italiano e la maniera di approcciarsi all’Europa che conta. Purtroppo, non ho avuto modo di verificare ma mi giocherei un braccio intero, assisteremo ai soliti sermoni e articoli che nasconderanno tutte le inferiorità mostrate.

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Facciamo un esempio: che ne é della partita di Ibra rispetto a quella di Crouch? In valore assoluto sarà più forte Ibra, ma il pennellone inglese ha segnato e deciso la qualificazione, giocando molto meglio del collega avversario. Qualche tifoso bianconero ricorderà per certo cosa si diceva dello svedese nei primi anni di Juve: un leone contro i piccoli, piccolo contro i leoni. Poca roba. Inconsistente, quasi mai decisivo e mai nelle partite che contano per davvero. Un limite troppo forte ed evidente per puntare a chissà quali obiettivi personali. E il Milan ne ha risentito pesantemente.

Anche perché gli episodi non girano come in Italia. Punizioni e rigori, falli di mano e falli di gioco vengono puntualmente segnalati dai fischietti europei e tolti questi vantaggi gli uomini di Galliani fanno fatica a imporsi come dentro i confini del nostro paese.

Un modesto Tottenham, che certo non ha i 5 punti di vantaggio sulla seconda in Inghilterra, e che non ha potuto contare sull’apporto (a questo punto diremo “meno male” per il bene rossonero) di Gareth Bale (pensate a lui contro Abate o Antonini o Sokratis o Bonera!), ha fatto fuori la corazzata rossonera (almeno restando in Italia). Pensate un po’ se avessimo affrontato formazioni del calibro di Arsenal, Barcelona o ManUTD?!

Con un episodio gravissimo già dimenticato per ordini superiori: quel Gattuso che starà fuori altre quattro giornate di Champions.

E l’Italia perde così punti per il ranking, squadre in corsa e la faccia. Perché dopo Gattuso, anche De Rossi ha voluto lasciare un segnale forte e deciso: una gomitata ben assestata contro Srna, non Baresi né Nesta o il miglior Cannavaro. Peccato, ma tanto non impareremo mai dalle sconfitte. Chissà chi sarà il colpevole di queste eliminazioni. Ci sarà sicuramente un complotto della Svizzera Comunista?

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L’Italia riparte: troppo freddo in SudAfrica

I Nazionali torneranno a casa. Per molti sarà l’occasione propizia per riposarsi e cercare di capire se dal calcio intendono solo riscuotere o intendono pure dare. Perché la Slovacchia, costretta a disfare valigie già pronte, ha corso, si è impegnata, ha applicato alcune utili idee al calcio, ha tentato e alla fine ha meritatamente vinto. Ci ha messo il cuore e tanta umiltà. Esattamente il contrario di quanto fatto dagli azzurri. Non tutti. Per esempio quel pazzo di Fabio Quagliarella che per poco non cambia la faccia a una storia che sembrava scritta. Quel Quagliarella cui si è preferito Di Natale o Gilardino o lo stesso Iaquinta, tutti terribilmente indietro (si salva solo Iaquinta, in tal senso) di personalità. Mentre il cucchiaio con cui il napoletano ha messo dentro il definitivo 3-2 è di quelli che significano “io le palle ce le ho e le ho messe”. Un po’ quello che ha detto il suo sguardo, conscio dell’inutilità di una simile prodezza. Riceverà i complimenti delle redazioni sportive mondiali, ma il gol è già dimenticato. Si torna a casa perché è giusto così, perché siamo di molto inferiori rispetto alle altre Nazionali, comprese Nuova Zelanda e Slovacchia. Perché il valore assoluto nel calcio non esiste: c’è da correre sempre, c’è da lottare per novanta minuti, c’è da dimostrare costantemente le proprie doti. Chi potrebbe oggi dire che questo o quel giocatore ha messo in campo umiltà, cuore, determinazione e intelligenza?

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D’accordo che hai sulla coscienza il gol slovacco, ma caro De Rossi devi svegliarti e reagire, non nasconderti e perdurare in uno stato catatonico imbarazzante. Si corre e si sbaglia, ma smettere di correre e lottare mai! Non ce lo possiamo permettere. Strana a quel punto la sostituzione di Gattuso, col fantasma di De Rossi in campo. Dov’è ora la tessera del bravo calciatore?

Su Di Natale ho finito gli insulti, che poi insulti non sono. Si tratta di sana coscienza civile: forte coi deboli (Serie A) e debole coi forti. E’ lo stato naturale dell’uomo medio, giusto che sia così. In natura qualunque specie animale obbedisce alla regola precedente. A casa Totti e Del Piero e dentro Di Natale: la sostanza e la forma cambia, in modo decisivo. L’hanno voluto in campo, e al di là di un ovvio gol a porta vuota, al di là pure degli errori da dilettante commessi, in campo Di Natale non si è visto. Doveva essere il collante fra un centrocampo muscolare (Montolivo, De Rossi e Gattuso) e i due velocisti (Iaquinta e Pepe). Si è nascosto per gran parte del match, salvo tentare il tutto per tutto incoraggiato da Quagliarella, reo di aver svegliato molti da un sonno o un letargo imbarazzante. Totò, torna in provincia, non c’è nulla di male. Si fa molta più strada e ci si diverte di più se si conoscono i propri limiti. Spero Prandelli lo abbia osservato attentamente.

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Facile, facilissimo prendersela con Cannavaro, eppure se solo si riuscisse per una volta e una volta soltanto a guardare il tutto con occhi obiettivi è facile accorgersi che è uno fra i più positivi, in un deserto di nullità. Qualche buona chiusura, ma pure tanti errori di squadra e di concetto. Nessun filtro del centrocampo, esterni carenti in fase difensiva e nulli in fase offensiva: nemmeno un muro avrebbe retto. Coraggio, ti massacreranno, ma tanto sarai lontano i petroldollari allevieranno i tuoi dolori.

Chi crede al caso saprà già la risposta: se Buffon non poteva prendere parte attiva in questo mondiale un motivo c’era e, ora, è evidente. Mi fermo qui. Analogo discorso vale per Pirlo: ricordo un paio di giocate in cui lui aveva la palla e non riusciva a trovare un compagno libero, costretto a girarla a Cannavaro o a Chiellini. Non può essere colpa di Lippi.

E così arriviamo al punto chiave della vicenda. Ora usciranno i genietti di turno: è tutta colpa sua, non doveva tornare, è incapace, è permaloso. Le solite cazzate che su di lui si dicono da sedici anni. Non sarà un amicone della stampa e dei giornalisti, ma un po’ di oggettività la si deve pur usare. Mi riferisco a Lippi e al suo ruolo in questa vicenda. Cominciamo col elencare chi ha lasciato a casa, escludendo per ragioni ben descritte da Gattuso (non uno qualunque nel gruppo Azzurro) i vari Balotelli (che io non avrei voluto, non per ragioni tecniche) e Cassano (che io avrei portato solo e solamente per ragioni tecniche, ma in fondo sono d’accordo con Gattuso), e che poteva cambiare le sorti del mondiale italiano: Cossu, Matri, Motta, Candreva, Pellissier, Cristiano Lucarelli, Matteo Ferrari? Forse gli unici errori sono appunto due: Cassano e Giuseppe Rossi. Per il resto il trucco è semplice: chiunque avesse giocato nell’undici titolare di queste tre partite avrebbe fatto la fine di chi ha poi giocato. Svuotati dentro di ogni energia nervosa, come dimostra il tempo perso a recuperare palloni o protestare per il pestone ricevuto. Svuotati dentro di un minimo di dignità, perchè il solo fatto di partecipare a un campionato del mondo dovrebbe regalarti emozioni e uno spirito unico, almeno credo. Immagino che essere in quei 23 dovrebbe permetterti di proporti in campo con la voglia di spaccare il mondo, quello stesso mondo che ti sta guardando in TV. La domanda perciò è la seguente: le non sovrapposizioni sulla fascia, i non inserimenti, la mancanza di dialogo fra le punte, o la mancanza di punte vere, i tiri che nessun attaccante ha scoccato, i cross inesistenti, davvero sono problematiche riconducibili a Lippi? Quello stesso Lippi che aveva plasmato un gruppo di poco superiore a quello attuale portandolo in vetta al mondo! L’ha detto Buffon, per ultimo: a casa di fenomeni non ce ne sono, e questo gruppo è inferiore a quello di quattro anni fa. Buffon, non uno qualunque. Amen.

Per finire e meglio descrivere il nostro paese, bisognerà che Bossi risponda a una domanda semplice semplice: non è arrivato il bonifico in casa slovacca o che altro? Perché serve la faccia come una parte anatomica chiamata sedere per dire certe cose, mettere le mani avanti e poi scusarsi. Troppo facile, ovvio, perfino banale. Ma ora come la mettiamo? Di fronte alla voglia e alla serietà di ragazzi che in fondo si potevano far bastare il gironcino a tre, di fronte alla umiltà mostrata in campo e all’attaccamento a quei colori, beh come la mettiamo? Siamo sicuri che i palloni gonfiati che siamo fanno bene al futuro dell’Italia? Siamo sicuri che nei nostri meccanismi civili non ci sia proprio nulla da cambiare, a partire dalla gente che decide per noi, in campo politico come nello sport e come nella cultura? Siamo sicuri che non siamo su una strada terribilmente contorta e sbagliata? Caro Bossi, hai perfettamente dimostrato come ragione l’italiano. Dell’uscita dal Mondiale mi vergogno, del fatto che all’estero mi vedono come tuo (tuo in senso esteso, alla categoria di chi la pensa come te) conterraneo… beh questo mi fa schifo! Col cuore!

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Moggi si difende, De Rossi attacca e Mourinho scappa

In un venerdì che regalerà parecchie emozioni perché arriva un Mortirolo che sa di scontro frontale (oltre che finale, probabilmente), anche il calcio ne regala parecchie.

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Prima o poi dovrò decidermi a creare una rubrica che metta sotto osservazione le prime pagine dei giornali. Sono talmente tante le stronzate raffigurate o scritte che vien voglia di leggere Topolino la mattina, almeno è divertente di per sé.

Tuttosport dà quasi per fatto il passaggio di Aguero alla Juve. In cambio noi diamo Tiago (valutato circa 8 milioni di euro) più Diego (valutazione quasi pari al suo acquisto) e un conguaglio di circa 15 milioni di euro. Ma c’è di più: si sta cercando il modo per mandare a Madrid anche la palestra di Vinovo e un paio di seggiolini del Comunale di Torino. Più, ovviamente, un cesto colmo dei sapori tipici piemontesi. In tutto questo non è stata minimamente considerata la volontà di Diego e soprattutto l’impossibilità di arrivare a Aguero. A meno che, non si parli del figlio, cioè del nipotino di Maradona. Allora quello sarebbe un altro discorso. Quello che però mi inquieta è il fatto che un paio di ragazzi-lettori trascorrano più di dieci minuti cercando di capire quando verrà ufficializzato.

De Rossi, si sa, è un tipo istintivo. In campo questo è anche un pregio, ma fuori è certamente un difetto. In una Italia vittima della violenza e di certi tifosi che, conviene ribadirlo, TIFOSI NON SONO servono misure estremamente forti per combattere la maleducazione sfociata ormai in terrorismo. Quando chiedi ai tuoi vicini o ai tuoi colleghi perché non si organizza una gita allo stadio ti senti rispondere 99 volte su 100 “e perché devo rischiare la vita?”. Allora un motivo ci sarà se su questo argomento vige l’attenzione più sfrenata. Chiariamo subito: lo stadio, come negli altri paesi civili, dovrebbe essere un posto di sfogo. Di sfogo delle passioni, però. Di sfogo dell’amore per il calcio. Uno spettacolo, un semplice spettacolo. Una partita di calcio, una normale e santissima partita di calcio. Ma quelle mazze che si vedono, allora? E quei tipi incappucciati nemmeno dovessero rapinare una banca o assaltare un carro merci? E quella schiera di poliziotti? E le bombe carta non certo costruite nei bagni dello stadio? E come fanno a passare le mazze e tutte le armi di distruzione che si vedono regolarmente in ogni stadio italiano? Forse conviene davvero la pena di fermarsi a riflettere e provare a mettere un punto. E ricominciare da capo. Serve la schedatura della gente che va allo stadio? Potrebbe davvero servire a limitare la delinquenza? Allora proviamo. Si prova e si cerca di capire se funziona o meno. Chi l’ha stabilito che lo stadio è una zona franca dove tu, persona normale in ufficio o a scuola, ti trasformi in un terrorista? Chi l’ha stabilito che lo stadio non ti pone limiti circa i comportamenti da tenere? Scherziamo o cosa? Così l’uscita di De Rossi non solo non la capisco, ma ho paura che nasca dalle viscere di certa tifoseria. Immaginati un teatro e immaginati ultras a teatro che fanno uguale casino come allo stadio. Al prossimo botteghino verrebbero certamente allontanati. Perché non può valere pure allo stadio. Sarebbe la volta buona che famiglie proverebbero ad andarci nella più totale tranquillità, o no? Inoltre non capisco proprio la “tessera del poliziotto”. Fermo restando che i tipi strani esistono in ogni categoria professionale, caro Daniele: lo fai tu quel lavoro di merda con una paga di merda combattendo gente di merda, che è la stessa che ti fischia o ti applaude ogni domenica? Prova a fare cambio per un paio di mesi, e poi rifai la conferenza stampa. Troppo facile parlare mettendo a rischio il culo degli altri.

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Da un caso all’altro. Mourinho ha praticamente dato l’addio già dopo la Champions. Lo aveva già fatto al Porto. Prima dello scoppio dell’indagine su arbitraggi sospetti, e dopo aver vinto una Champions farsa come quella appena conclusa, con la consapevolezza di essere stato baciato dalla fortuna e non solo da quella, il talento della panchina fa la valigia e va via. Come a dire: quando mi ricapita più una botta di culo come questa? Strano, eh. Perché si è parlato di ciclo, si è parlato di anni di successi, di trofei ancora da incamerare. Ma, allora, perché te ne vai? Il pubblico italiano? Suvvia, José, non scherzare. I media italiani? Andiamo, non fare il burlone. Una leccata come quella italiana non la troverai in nessun altro paese al mondo. Un giornale tutto tuo negli altri campionati non c’è. Una difesa così protettiva composta da una serie di trasmissioni e una schiera di giornali Spagna e Inghilterra non ce l’hanno. Attento José e prova a capire che l’Italia ti è stata offerta per fare esperienza di vita. Strana pure la vita di Moratti Massimo. Nemmeno ha alzato la Champions dalla base, perché le orecchie di cartone potevano rompersi, che ha dovuto fare i conti con una RAI che non ha fatto una 48 ore di diretta consecutiva, con Milito indeciso perché vorrebbe 10 milioni di euro di ingaggio, con Maicon tentato dalle sirene spagnole, con Mourinho che ha abbandonato e con quella maledetta Teresa Casoria che non accenna a chiudere quel processo che sta prendendo una piega mooooolto pericolosa. Sia chiaro, Dottore Massimo Moratti: Moggi con questo modo di procedere non c’entra nulla. E meno che meno, le assicuro, la sua amata Juve: messi come stiamo, guardi…

Al Processo di Napoli Moggi sta dando ampia prova di come ci si difende da accuse farlocche. Le sue dichiarazioni senza contraddittorio, come dice la Gazzetta della Vergogna, in realtà hanno un nome preciso e in Tribunale  non solo sono permesse, ma sono pure importanti ai fini del Processo. E le sue, quelle di Moggi, lasciano sempre il segno. Risponde ad Ancelotti elencando una serie di casi interessanti e lascia tutti in silenzio quando afferma “ma scusate, che razza di Cupola è se i miei arbitri fanno gli interessi del Milan a mio svantaggio?”. Interessante. A questa domanda il Tribunale dovrà rispondere stavolta con argomenti seri, perché altrimenti sarà l’inizio di uno dei periodi più brutti della nostra storia italiana. Comunque non capisco perché i vari Moratti, Tronchetti, Oriali e via dicendo, non debbano rispondere ad alcune semplici domande. Sono testimoni dell’accusa o no?! Che poi fra 50 signori-accusatori se ne è salvato solo uno. Anzi, no, praticamente nessuno. E dire che di prove ce n’erano, eh?! Ahh, se ce n’erano. Addirittura Nicola Penta ha fatto capire di aver in mano altre intercettazioni molto particolari.

Nel frattempo credo di aver trovato i soldi per i prossimi mercati. Se il Brescia (Moggi dice: “Ma se avete venduto i migliori, come pensavate di salvarvi?”) chiede circa 60 milioni di euro, immaginatevi la Juve. Non c’è bisogno di consulenza commerciale o contabile, è semplice fare due calcoli. Nell’anno della retrocessione la Juve ha perso di netto 130 milioni di euro. A questi va sommata la mancata partecipazione alla Champions (inseriamo solo quella del 2006/2007 evitando strane ipotesi sulle Champions a seguire, perché Capello poteva anche fallire tutto e arrivare ottavo con quella squadra là, o no?!?) valutata in 25 milioni di euro. A questo bisognerebbe aggiungere pure la svalutazione patrimoniale dei calciatori venduti, fatta la tara con quel poco incassato: circa 50 milioni di euro (basti pensare a Ibra: con Moggi in barca l’avremmo venduto al Real per 100 milioni di euro, come nel caso Zidane). Ecco, sarebbe proprio un bel risarcimento. Ma sarebbe anche troppo semplice, oltre che ridicolo. Ma noi non siamo il Brescia. E, a vedere gli ultimi quattro anni, non siamo nemmeno la Juve. Vabbè, forza Andrea e Marotta. Al lavoro, c’è da recuperare tempo.

P.S.

Oggi si sposa Diego. Tanti auguri, veramente. Io credo in te perché le immagini che ho visto sono le tue. I numeri sono i tuoi. In questo anno così maledetto sei solo additato come il principale responsabile perché ti abbiamo visto come il Messia. Ma non siamo così scemi da buttarti al cesso. Non è colpa tua se attorno a te non c’è mai stato movimento e gli attaccanti hanno praticamente latitato per 12 mesi. Eppure di assist ne hai serviti. E qualche gol, meno di quanto ci aspettassimo, è pure arrivato. Il tipo di giocatore quale tu sei impone un lavoro importante da parte del tecnico. Oltre modo, sei uno fuori dagli schemi: né un trequartista puro (mi sto sempre più convincendo di ciò), né un regista stile vecchia maniera. Per chiarirci: né Zidane né Pirlo. Una via di mezzo? Il consiglio che una parte di tifosi che conosco è il seguente: ricarica le batterie, ritrova il sorriso e la serenità. Ci vediamo a luglio, ma come dice Buffon, bisognerà sputare sangue. E trovare una quadratura del cerchio finora lontana. Non credo sia un problema squisitamente tattico, ma di compattezza di undici. Scarso movimento sulle fasce, scarsi movimenti in attacco, nessun appoggio dei centrocampisti. Dai, ma che poteva fare da solo?

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