Si gioca così. Perché alla fine il calcio è un gioco semplice, con poche regole pratiche, intese per il ragazzo che si veste con i colori di una maglia e scende in campo per piazzare il pallone dentro la porta avversaria, evitando che il collega con i colori diversi ai suoi segni un punto. Alcuni testi del 1900 descrivevano così il gioco del calcio e, di fatto, tale è rimasto.

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Si gioca così, con corsa, movimento, coralità e tanto tanto tanto talento. La differenza fra un grande giocatore e un buon giocatore è la velocità con la quale il primo riesce a fare tutto quello che il secondo compie a un ritmo inferiore. Per dirla breve: Klose si è mosso ieri a una velocità superiore di Rooney, e a poco conta se in valore assoluto il secondo è nettamente superiore al primo. Così come Muller e Podolski, ma vale anche per Ozil e il giovane Bastian, hanno corso di più e meglio rispetto agli avversari. Della squadra di Capello rimane l’amarezza di aver sbagliato clamorosamente il pronostico. Troppo scarichi, troppo stanchi, svuotati di cattiveria e un agonismo che è perno del calcio inglese. Strano, molto strano: non sono fatte così le squadre di Capello. Sono pronto a giocarmi qualche euro: ancora due anni di lavoro e Sir Fabio potrebbe davvero trovare il bandolo della matassa. Gli inglesi mancano di qualità abbinata alla disciplina. Non esiste più un David Platt né Lineker, in porta i tempi in cui Seaman aveva la meglio sui pretendenti sono solo amari ricordi rispetto alla scelta fra le varie calamità, come i giornali inglesi amano definire i goalkeeper a disposizione della Nazionale. Troppo gossip, poca concretezza. E anche Capello ha gettato la spugna, con un atteggiamento remissivo. Non si aspettava nemmeno lui il flop, ma è arrivato. Il tentativo di nasconderlo dietro i due metri, quelli che separavano il pallone dalla riga di porta, è vano, persino ridicolo e vigliacco. I due anni preparatori al Mondiale sono stati illusori, a Capello e alla squadra capire il perché.

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Di contro il tecnico tedesco meriterebbe la panchina d’oro. Facile dirlo ora con quello che ha mostrato al mondo. Difficile capirlo prima quando scelse questi 23. E, badate, non è solo un discorso tecnico, ma anche umano: Cacau, i vari polacchi, quelli ereditati dalla Serbia e poi non ricordo più se c’è uno svizzero trapiantato in Germania. Sì, proprio la Germania. E’ l’evoluzione di un Paese che sta alzando la testa, in tutti i settori. E’ l’esempio di come si riesce a ricostruire o costruire qualcosa partendo dal talento, dalla forza in casa propria, dalla programmazione, dalla pazienza. Tutte cose che l’Italia ha dimenticato, ha ignorato e violentato col metodo dei palloni-gonfiati. E intanto i vari Muller (sino all’anno scorso uno scolaretto cui piaceva il calcio) e Podolski (incomprensibile il cambio di passo fra Colonia e Nazionale), Ozil e Neuer incantano. Avevano messo paura pure quando persero con la Serbia, una partita strana. Ma i giornali italiani attaccarono in fretta con il discorso de “zero punti contro il punticino dell’Italia”. Già i giornali italiani, quelli che adesso non possono più provare a indovinare la formazione perché l’Italia del punticino è già in vacanza. La Germania ha mostrato di avere le idee chiare e conoscere alla perfezione le caratteristiche dei 23: modulo perfetto, movimenti ottimi, cambi azzeccati. Non può essere solo fortuna come qualche vagabondo del calcio scritto ha azzardato in TV. Siamo accecati ancora dall’odio contro Moggi e la Juve che ci siamo persi gli obiettivi annuali, tutti miseramente falliti dal 2006 ad oggi: sconfitte politiche e sul campo, scelte errate in panca e fra i selezionati, giustizia sportiva amministrata come peggio non si potrebbe. Non servono neppure le dimissioni di qualcuno, servirebbe piuttosto un ammutinamento generale e un azzeramento di tutto il comparto dirigente del calcio italiano. Non avverrà, così saremo costretti a gustarci Germania e Argentina.

Perché Maradona non sarà un tecnico con esperienza, non avrà una mente molto equilibrata, ma il suo lavoro lo sta facendo bene. Molto bene, anche troppo per quanto mi riguarda. Premesso che non ha nulla, neppure lui, da insegnare a Messi, Tevez, Higuain, Mascherano e gli altri, il Pibe de Oro si limita a fare il team manager: sprona, lavora sull’autostima, martella sulla vittoria e azzecca le mosse. Milito va fuori, Zanetti non è mai stato preso in considerazione, Cambiasso è comodamente seduto sul divano, alcuni argentini di Spagna sono in vacanza. A Diego serviva il peso della tradizione (Heinze, Veron), la pazzia del sangue argentino (Tevez), l’amore del pubblico (Martin Palermo) e la classe infinita (Messi) unita alla necessità del ragionamento (Mascherano). Ingredienti che ti permettono di ottenere quel vantaggio necessario a superare difficoltà (quali?) e momenti bui (assenti!) e quindi vincere. Che poi Maradona rischia di non portare a casa la Coppa, beh questo è un altro discorso perché gli ostacoli sono altissimi. Intanto ha messo a segno parecchie vittorie, sul campo e fuori. Sorprendendo chi del calcio conosce solo uno stupido corso di Coverciano e la solita burocrazia. Probabilmente perché non ha mai corso col pallone fra i piedi.

Oggi c’è il Brasile, che ha messo da parte la pazzia preferendo la razionalità feroce di Dunga. Aveva già dimostrato che questo approccio può funzionare, precisamente nella Coppa America di qualche anno fa quando battè l’Argentina favoritissima, lasciando a casa qualche campioncino svogliato. Stesso binario di questo Mondiale, chissà se porterà al capolinea dove si trova la Coppa.

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