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Tag: eto’o

Sogni di un tridente di mezz’estate

Dal 3-5-2 di Conte al 4-3-3 di Allegri? Sarà questo il passaggio più importante del cambio di gestione tecnica? In questa prima fase di precampionato ci sono tutti i segni.

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Il lavoro di Max Allegri verte su un principio di conservazione dei vecchi schemi a cui aggiungerà le sue idee. Progressivamente, senza quel trauma tattico che potrebbe recare più danno che benefici.

La più interessante è il tridente offensivo, già provato in queste partite, anche con discreti risultati.

Chi c’è e cosa manca alla rosa?

In questo tridente offensivo trovano posto tutti gli attaccanti a disposizione. Da Llorente, perfetto come boa centrale e terminale prezioso dei cross degli esterni, a Tevez, che può agire indistintamente su una delle due fasce, a Giovinco, che può riscoprire il ruolo in cui tanto fece bene nell’Under 21.

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Quando rientrerà, Morata avrà a disposizione due ruoli differenti: o attaccante esterno o vice-Llorente.

Chiaro allora che qualcosa manchi, a prescindere dal numero dei 5 attaccanti che Allegri vorrebbe in rosa. E a questo punto, con Pepe pienamente recuperato, non resta che decidere fra due differenti profili: o più trequartista, o un puro attaccante esterno.

Quali sono i profili?

Nelle vesti di puro attaccante esterno troverebbe spazio uno come Lavezzi. Solo che il PSG non lo libera così facilmente come qualcuno sta scrivendo. E sarebbe pure buona la soluzione Nani, precedentemente bocciata da Conte. Mentre l’età brucerebbe il nome Eto’o. La ricerca dunque continua. E certo Jovetic non lo daranno in prestito.

Viceversa, è un mondo tutto nuovo quello che si apre per il trequartista d’attacco. Un regista alla Zidane, una sorta di James Rodriguez. Un Lamela, per esempio, o un Pastore. O ancora Jovetic, in un ruolo più vicino alla seconda punta con doti da rifinitore. Con evidenti difficoltà sulle trattative.

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Come completare il mercato senza la partenza di Vidal?

Sembra non ancora terminata la telenovela Vidal. Mentre il guerriero twitta e mostra le foto di lui sorridente insieme ai compagni bianconeri, la stampa e lo stesso Marotta si interrogano come proseguire il mercato.

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Già, proseguire il mercato.

Fin qui la Juve si è rinforzata, sicuramente per due evidenti motivi:

  1. è riuscita a trattenere tutti i suoi migliori pezzi: Vidal, appunto, poi Pogba, e mettiamoci pure i vari Pirlo, Tevez e Llorente;
  2. ha migliorato il comparto delle seconde linee, aggiungendo gente come Pereyra e Romulo, Morata ed Evra (che ci perdonerà se lo inseriamo fra le seconde linee).

La sessione non è però finita.

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Mancano infatti un difensore centrale e un quinto elemento d’attacco. Giovinco dovrebbe rimanere: ad Allegri uno così comincia a far comodo per un utilizzo come esterno d’attacco o trequartista. Mentre in difesa c’è bisogno assoluto di una più che valida alternativa a Bonucci, Chiellini e Barzagli.

Basta contare le prime due giornate: out Chiellini (squalifica) e Barzagli (infortunio), resta il solo Bonucci. Sarà difesa a tre allora, perché l’assetto a quattro è improponibile. Inaffidabile, fin qui, Ogbonna. Ma chi sarà il rinforzo difensivo? Piace Nastasic, ma costa, mentre è saltato lo scambio Isla-Savic con la Fiorentina.

In attacco la situazione è più complessa. O un gregario di lusso (Eto’o è stato più volte rifiutato) o un colpo a sorpresa col solito schema del me-lo-prendo-gratis-e-te-lo-pago-forse-tra-un-anno.

E chiudiamo col solito tormentone: se dovesse restare questa Juve, con Vidal e Pogba e addirittura nuovi rinforzi… ma perché mai Antonio Conte ha mollato?

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Non è più il mercato di una volta

Che il calcio sia cambiato negli ultimi anni è un dato di fatto. E che a questo cambiamento abbia fatto seguito un nuovo modo di fare mercato, è cosa assai palese. Siamo ormai lontani dai tempi delle sette sorelle, quando le più forti squadre italiane dominavano la scena anche in Europa, e si davano battaglia sul mercato a suon di miliardi. C’era la Lira.

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Ora c’è l’euro, o meglio: c’è ma non si vede! Un tempo il mercato lo si faceva con i soldi: ti piaceva un giocatore, andavi dal proprietario del cartellino, mostravi la moneta e il gioco era fatto. Ricordo il Parma fortissimo, la Lazio di Cragnotti che non badava a spese (anche se poi sappiamo come è andata a finire), la Fiorentina di Cecchi Gori: squadre di altissimo livello, perchè in quel tempo si comprava, e i soldi da spendere c’erano veramente.

Negli ultimi anni, complice la crisi economica, il mercato non si fa più con i soldi, ma con i prestiti e le comproprietà. Oggi non ci sono più tanti soldi da buttare, e in particolare in Italia non c’è quell’appeal che invece ritroviamo in altri paesi. Gli sceicchi e petrolieri preferiscono investire in altri paesi, come in Inghilterra e Spagna, ma non da noi. Colpa di un calcio ormai malato, e soprattutto non all’avanguardia sotto diversi punti di vista.

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Stadi costruiti nel ’90 e ora da rifare, leggi che vengono fatte e rifatte, ma non cambia mai niente, economia che non aiuta sicuramente il sistema calcio: insomma tutta una serie di fattori che ci hanno impoverito progressivamente e complessivamente, sotto ogni aspetto. Conseguenza naturale quindi è la disfatta calcio: quanti campioni o top player ci sono nel nostro campionato? A parte Ibra e Thiago Silva, poi il nulla. Un tempo tutti volevano giocare nel nostro campionato, ora se ne vanno tutti. Ed è per questo che diventa sempre più difficile prendere un top player.

Gli ultimi due presi, ossia Eto’o e Ibrahimovic, sono stati acquistati in maniera “anomala” e con tanta fortuna: il camerunese aveva ormai chiuso la storia al Barca (addirittura i catalani sborsarono anche 50 milioni di euro nello scambio con Ibra); per Ibra fu decisiva l’incompatibilità con Guardiola, e per questo ceduto ad un prezzo decisamente inferiore al suo valore (24 milioni). Uno dei fattori principali che hanno determinato la caduta italiana è stato calciopoli.

Eliminare uno squadrone come la Juventus ha significato perdita di competitività, sia per quanto riguarda il campionato italiano in se, sia a livello europeo. La perdita di competitività e la scarsa disponibilità di risorse economiche sono i principali deterrenti all’arrivo di campioni. Ora realizziamo tutto questo, e non è più un mistero se le squadre italiane non riescono ad acquistare campioni. Addirittura il Milan, squadra più titolata al mondo, deve guardarsi dagli attacchi del Barcellona, che vuole soffiargli Thiago Silva. Ma l’esempio lo abbiamo avuto anche con Aguero: la Juve non ha potuto competere con il Manchester City. È la dura realtà. Per questo si fa molta fatica a prendere campioni.

Il mercato è cambiato, soprattutto in Italia, a causa di tantissimi elementi. Non c’è più il calcio di una volta, perchè oggi il calcio non è più soltanto calcio.

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Delirio Eto’o: cosa c’è che non va nella sua lettera d’addio

Scendendo dall’aereo che l’avrebbe portato in sede in Russia ha detto:

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I soldi non sono tutto. Non ho scelto questa squadra per i soldi, ma per il progetto calcistico.

Il gene nerazzurro ha plagiato perfino questo, che a detta di molti, è un bravo ragazzo, con la testa sulle spalle. Probabilmente la testa gli gira ancora, e figuriamoci il contrario con ben 20 milioni di euro sul proprio conto per correre appresso a un pallone appena un anno.

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Delirio Eto’o con una lettera di saluto ai suoi compagni di mille battaglie, e non una autentica (di battaglie si intende). Già perché il conto delle vittorie di Eto’o è curiosamente errato: Eto’o, con la maglia dell’Atalanta di Milano, ha vinto 1 Torneo Aziendale Italiano e 2 Coppe Moratti (quella che prima era chiamata Coppa Italia). Poi sulla bacheca sono finiti una triste coppa con le orecchie firmata Walter Gagg e 1 Coppa del Nonno (perché così fu salutata quando a vincerla era stato il Milan). E non una di queste vittorie è autentica perché falsata clamorosamente da un Presidente che è certamente un diavolo, per quante ne ha combinate su questa Terra, e non il famoso Creatore del Cielo e della Terra invocato senza alcun rispetto per chi pratica quella religione dal capitano del Camerun (lui stesso dice di essere cattolico, dunque ignora alcune semplici regole della religione medesima).

Delirio Eto’o perché a salutarlo, di converso, è una imprecisione, per carità, un dettaglio assolutamente trascurabile, ma visto che di dettagli una società è stata quasi uccisa, e non uno di quei dettagli era vero o anche solo veritiero, è buona cosa sottolineare quanto segue: il comportamente esemplare di Eto’o è stato messo a dura prova appena un anno fa da una clamorosa testata rifilata a un avversario del Chievo. Fra l’altro, episodio niente affatto isolato: nel 2008 colpì un giornalista (Philippe Bony) solo perché l’aveva criticato in passato. Chiaro segno, quest’ultimo, di una perfetta sintonia con l’italico paese e il malcostume di non affrontare mai le proprie responsabilità, anzi fuggirle a colpi di indagini pilotate, di prescrizioni, di polemiche futili e sterili, di toni accesi sempre e comunque.

Infine: auguri a Samuel per il nuovo progetto sportivo… è così che si dice, no?

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Una carezza in un pugno, canta Ibra: ma il derby salta uguale

Niente da fare. Eppure PierSilvio aveva sperato. Sulle orme del padre l’aveva sparata grossa su Ibrahimovic e la giustizia. Strana idea di giustizia, un po’ come quella del padre. Riepiloghiamo i fatti.

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Milan-Bari. A San Siro ricordano benissimo il pareggio per 1-1 contro gli ultimi in classifica. In Italia ricordano invece il pugno che Ibra sferrò a Rossi. Sarà pure un caso, ma questo difensore continua a prenderle. Prima Chivu che giustamente restò fuori per 4 partite: da pazzo il gancio destro con cui il romeno colpì il barese. L’Atalanta di Milano non presentò ricorso, e come poteva! Quattro giornate di squalifica e il solito piagnisteo per evitare un giusto processo in TV riservato a Krasic per interi mesi e poi a Felipe Melo per il calcetto di Parma.

Tornando a Ibra. Rosso diretto in campo e lo svedese rientrò moggio moggio negli spogliatoi sapendo di aver fatto una stronzata. Perché di lì a breve ci sarebbe stato il derby. Derby che vale praticamente una intera stagione. Chi vincerà il Torneo Aziendale? La migliore risposta è: chi ha offerto di più. E allora pare che Moratti riesca ancora a spuntarla.

L’avvocato Cantamessa ha tentato il miracolo. O, se volete, l’ennesimo colpo basso a una giustizia sportiva che non esiste ormai da 4 anni. Le regole si fanno a Milano, fra Via Turati e Via Durini. Loro le fanno e loro si fanno la guerra.

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In un primo momento si era pensato a Mubarak: fare passare Ibra per suo nipote non avrebbe comunque prodotto il risultato di ottenere uno sconto totale sulle giornate di squalifica. Poi però si è puntato forte su “Una carezza in un pugno“. In aula, a testimoniare sul caso Ibrahimovic, mancava solo Celentano.

Il gesto di Ibra è inequivocabilmente classificato come gesto violento: pugno sullo stomaco. Non c’è verso di sfogliare il dizionario dei sinonimi e contrari per trovare un termine che alleggerisca il gesto. E’ un pugno punto e basta. Che non abbia poi avuto la forza di quello di Chivu non importa. Proprio non importa. Essendo un pugno scattano, automaticamente, le 3 giornate di squalifica. Presentare ricorso non solo è allucinante e vergognoso, ma rischia di creare un precedente importante: d’ora in avanti chiunque, tipo Eto’o o Gattuso, sa benissimo che può anzicché tirare testate conviene sparare pugni agli avversari. Al massimo si saltano 2 partite. Solo 2 partite. Col Milan in difficoltà in campionato non viene difficile pensare a una scelta politica: Ibra torna in campo così il Milan non rischia di dover giocare i preliminari di Champions, visto l’andamento di Udinese e Napoli. Evviva le regole. Nemmeno l’uomo che giunse sulla terra 2000 anni fa sarebbe riuscito a trasformare un pugno in un qualcosa di simile al gesto dell’ombrello o all’insulto verbale. Cantamessa e il Milan ci sono riusciti.

Non hanno parlato Galliani e nessuno del Milan, tranne Thiago Silva che ha commentato con “E’ scandaloso!”.

Mentre il Petroliere Disonesto si è detto contento: ti piace vincere facile?

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La 29° giornata del Torneo Aziendale: cosa è successo?

Sono ventinove le giornate. Ne mancano nove al termine di questo entusiasmante Torneo Aziendale, quinta edizione.

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A Cesena la Juve non guarisce. Alessandro Matri firma altre due reti, ma non bastano per chiudere una pratica molto più che abbordabile, nonostante l’uomo in meno. Chiudere senza coppe a questo punto potrebbe essere solo un beneficio per la prossima stagione, in vista di una programmazione che non può trovare alcuna giustificazione.

Un giorno prima, chissà perché poi, l’Atalanta di Milano era stata ospite di un buon Brescia. Di 3 rigori da fischiare ne è stato concesso soltanto uno ai padroni di casa, contravvenendo a una parcondicio della moviola di cui Moratti andava fiero fino a qualche giornata fa. A fine partite le interviste per il clamoroso stop degli uomini di Leonardo hanno lasciato spazio a parole che, in quel preciso contesto, sono apparse ai più ridicole. L’ennesimo schermo per non prendersi responsabilità davanti a una professione che, purtroppo, chiama a un duro lavoro. Mi riferisco, per capirci meglio, a quel “Un brutto pareggio, ma perde di significato per quanto accaduto in Giappone” di Leonardo a una precisa domanda di un giornalista, dopo che lo stesso allenatore aveva già parlato di calcio con gli house organ.

A ora di pranzo il Milan, che poteva già chiudere la pratica Torneo Aziendale, ha fallito. Sarà stato per colpa di un guardalinee che voterà Italia dei Valori o Rifondazione Comunista, sarà stato per un certo nervosismo postTottenham (leggi Ibrahimovic), ma questo pareggio sa di sconfitta. Allungare a più 7 avrebbe significato navigare in acque tranquille nelle prossime giornate. Invece tutto è ancora aperto.

Curioso il commento Sky sull’episodio che ha visto protagonista Ibra. Un cazzotto, una confessione palese (come si potrebbe spiegare altrimenti gli occhi a terra di Ibra già prima ancora che l’arbitro facesse vedere il colore del cartellino?), eppure il commento ha fatto passare il gesto come uno schiaffo. Forse forte, addirittura! Già perché lo schiaffo è conteggiato come gesto antisportivo, mentre il pugno è calcolato come gesto violento. Balla un turno in più di squalifica. Vedremo cosa riuscirà a combinare Ghedini perché Ibra rischia di saltare il derby fra qualche settimana. Come a dire: chi di spada ferisce… di spada perisce (Galliani, do you remember? Ibra con la Juve squalificato, Krasic con la Juve squalificato).

Espulsione di Ibra

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Ancora più curioso il commento all’episodio nelle varie TV nazionali. Felipe Melo rischiò l’arresto, mentre Ibra va capito, va compreso. E’ solo un gesto censurabile. Ha tutta la stima, fra l’altro, di Antonini e Abate. Quasi come quando Eto’o sferrò una capocciata a un avversario del Chievo e la Cazzetta-Rosa poi mostrò quanti soldi il camerunese aveva sborsato per beneficenza.

Nel frattempo Guidolin dirige l’orchestra più bella del calcio italiano. Una sinfonia di tattica e di genio. Una batteria incredibile di centrocampisti che corrono come pochi e smistano come pochissimi palloni in quantità industriale. Zero o pochissimi lanci e una manovra da favola. Velocità e scatti, chiusure e ripartenze. E’ l’Udinese: quella di Di Natale (che Marotta avrebbe voluto a tutti i costi in bianconero) e Sanchez (che mezza Europa vorrebbe). Adesso è terza, e vallo a dire a De Laurentiis che il suo Napoli dovrà dividere quel gradino ancora per un po’. Fino a quando durerà lo stato di forma stratosferico dei bianconeri del Friuli?

Roma e Lazio hanno dato vita all’ennesimo derby senza emozioni. Intendendo emozioni tecniche. Tranne qualche spintone e qualche sporadico tiro in porta, non c’è stato verso di dire “che gran giocata”. Eroe del pomeriggio Francesco Totti. Era dal 2005 che non segnava in un derby e torna a farlo proprio adesso. Gran papera di Muslera nel primo caso, solito rigore nel secondo. Già perché Totti in gol su azione è ormai un terno al lotto. Sono però felice per Montella. Gentile ha denunciato i tecnici raccomandati (probabilmente riferendosi a Piagnisteo Mancini e al suo compare Mihajlovic), mentre l’Aeroplanino sta divertendosi e sta mostrando una intelligenza che francamente in pochi si aspettavano. Sta gestendo le grane giallorosse come meglio non si potrebbe, ottenendo buoni risultati (a parte la Champions).

E aveva proprio ragione Zamparini a proposito del modo di Delio Rossi di schierare in difesa gli uomini del Palermo. Adesso i rosanero perdono, ma con meno gol di scarto. Senza, oltretutto, segnarne nemmeno uno, cosa che non Delio Rossi capitava di rado. Involuto Pastore, fuori ruolo Ilicic e centrocampo che ha perso fosforo e un po’ di ordine. Ancora proprio non riesce a capire che il problema del Palermo è proprio l’uomo che ne detiene il potere assoluto, esercitandolo nel peggiore dei modi?

Sorte analoga per la Sampdoria di Cavasin. Come se il problema fosse l’allenatore che d’un tratto fa diventare campioni chi campione non lo è proprio, e mai potrà esserlo. Il miracolo Samp aveva quattro nomi precisi: Marotta (nonostante i facili commenti ironici che qualcuno farà alla luce dell’attuale Juve), Paratici, Cassano e Pazzini. Tolti questi quattro ecco che il valore aggiunto di una formazione mediocre è tornato sotto la soglia di guardia e i risultati non possono essere differenti da quelli che sono arrivati.

Discorso completamente opposto, e anche abbastanza misterioso, a Bologna. Cosa ha portato una formazione ormai data per spacciata sotto il profilo tecnico e finanziario a giocare un girone di ritorno da paura? Sarà stata la fame di calcio, finalmente spogliato da contratti e stipendi? Sarà stato perché proprio la non-garanzia di soldi (tanti, ma proprio tanti considerando quanto guadagna una maestra di scuola o un impiegato comunale che si fa un mazzo così per 6 giorni la settimana) ha portato i ragazzi a dare molto di più per la causa in corso e a moltiplicare energie per mettersi in mostra e prendersi una netta rivincita con la società, unica colpevole di un disastro annunciato e per il momento solo allontanato?

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Testata di Eto’o e non stiamo parlando di un giornale

Prima una grande simulazione per un pugno non ricevuto. L’arbitro evidentemente non interviene, altrimenti dovrebbe ammonire il giocatore dell’Atalanta di Milano. Il gioco sta per riprendere quando in una zona di campo non trafficata e con ampia visuale per tutti, il signor Eto’t si avvicina a un avversario e… bum, supertestata al petto. L’avversario cade a terra e subito l’arbitro, che ha visto tutto, si avvicina. Pare abbia detto “ehi, caspiterina, Samuel… non fare il monellino altrimenti non ti faccio più giocare con la Xbox!”. Dopo un buffetto figurato e la silenziosa obbedienza verso il padroncino petroliere, il gioco può riprendere come se nulla fosse successo.

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Eto’o continuerà a giocare, così come il difensore. Addirittura segnerà nel finale. Gol inutile perché la Seconda Squadra di Milano perderà il match. Inutile quasi come il gesto di questo qua che non può farla franca. Perché, è triste doverlo ripetere, il REGOLAMENTO DEVE VALERE PER TUTTI!

Curioso poi come qualcuno ha già provveduto a minimizzare tutto: può capitare, chissà cosa gli ha detto, che gli avrà fatto, che ha mangiato questa mattina, è colpa delle tasse, forse hanno scoperto un’altra figlia, ha paura del buio e via così. Protezione massima. Così come i regimi mediatici insegnano.

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Curioso inoltre constatare come al minimo accenno di contraddittorio tecnico (leggi Juve e Milan), la Seconda Squadra di Milano si sia sciolta improvvisamente.

P.S.

Non confondiamo le due testate, cioè quella di Zidane e questa qui. Zizou ha mostrato classe. Tanta classe. E conosco gente assolutamente riconoscente con il francese più forte degli ultimi venti anni!

P.S.S.

Ovviamente questo post rientra nella categoria “sdrammatizziamo per non piangere”, ma colgo l’occasione per sottolineare il grave gesto visto da tutti, tranne dall’arbitro, dai guardalinee e dal quarto uomo. Ora si attendono sviluppi, così da capire se dobbiamo attrezzarci di pazienza o possiamo continuare a far finta di guardare la Serie A. Il torneo aziendale continua.

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Inter-Juventus 0-0 Prova di maturità

Un pari, ma a essere rammaricati oggi sono sicuramente i bianconeri. La prima sensazione al fischio finale è stata, certamente di soddisfazione, ma evidentemente di sincero ringraziamento al lavoro di Del Neri. Dopo aver tanto scritto e bistrattato la vecchia dirigenza e lo staff tecnico, oggi si deve riconoscere a Marotta e Andrea Agnelli di aver creato un gruppo coeso in tutte le sue parti. Un gruppo che in campo, finalmente, se la gioca alla pari con tutti, che non soffre di quello strano complesso di debito contro le avversarie storiche. Si deve, insomma, a Marotta e Andrea Agnelli il ripristino delle caratteristiche bianconere. Che prima ancora del risultato finale mostravano un alto senso della battaglia, grande personalità (che è clamorosamente mancata nel dopo Calciopoli, tranne che nell’anno in cui Deschamps era sulla panca Juve) e spirito di sacrificio. Ieri, per stanchezza, non per altro, è mancato lo spunto finale. E’ mancato a Iaquinta che aveva spremuto il cuore e le gambe come pochi e a lui va il mio più sincero ringraziamento per aver onorato così i nostri colori. E’ mancato a Quagliarella, autore di una prova che non mi aspettavo, fatta di rientri e coperture, di attacchi e  tentativi purtroppo falliti. E’ mancato a Krasic perché ci si è dimenticati che trattasi di essere umano con due polmoni e un cuore che pompa sangue, nonostante anche ieri non è sceso sotto il 7 in pagella.

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Una Juve quadrata, come da tempo non la si vedeva. Grintosa, coperta, corta e pronta a sprintare. Pronti via ci sono subito le novità di formazione che non ti aspetti. Recuperato Aquilani, eccezionale in mezzo al campo, sarà anche decisivo quando avrà trovato tempi e fiato, e messo in coppia con Felipe Melo, schierato Quagliarella a fare da trottola impazzita là davanti, spostato Marchisio a sinistra perché il suo senso tattico e la sua classe servivano più in fase di contenimento ieri sera, e il Principino ha sfoderato una prestazione attenta e parsimoniosa. Non ti aspetti nemmeno un Grygera che da un po’ di partite non scende sotto la sufficienza. E che addirittura non va in difficoltà contro i vari Johnson, Tevez, Eto’o, Silva e via così. Simbolo e segno che da lunedì al sabato la Juve di Del Neri, Marotta e Andrea Agnelli lavora sul serio sui campetti d’allenamento.

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Una Juve matura, che non prende gol, che sa sopperire alle fatiche colossali delle 7 partite ravvicinate e delle trasferte pesanti. Un plauso va a Storari: ero scettico, mi ha fatto cambiare idea. Un miracolo, tanta sicurezza. Complimenti. Il vice Buffon non poteva essere migliore di questo 33enne prelevato dalla Milano rossonera. Un affare che assomiglia, sebbene il calibro sia nettamente differente, a quello che portò un certo Edgar Davids alla corte di Lippi. Serviva come il pane: grazie Marotta. Una Juve accorta, ma pungente. Del Piero prima o poi infilerà un calcio di punizione. Mentre Quagliarella davanti la porta non può sbagliare. E Krasic troverà più fortuna nelle prossime partite. Ecco la chiave di quest’anno: il rammarico per le occasione che potevano essere sfruttate meglio, piuttosto che lanciare accuse e feroci critiche contro i nostri giocatori. E’ la svolta rispetto al recente passato dove la tendenza era diversa, oltre che sbagliata. Merito della nuova dirigenza. Di un Presidente che conosce come pochi altri lo stile Juve, che può rispondere con la dovuta intelligenza alle stronzate che piovono dalla solita parte d’Italia e che può permettersi di guardare tutti dall’alto verso il basso: come la storia insegna, come la storia impone.

Psicologia mostrata in campo. Vai a rivedere le immagini e scopri che il nervosismo è leggibile nelle facce dei giocatori dell’Atalanta di Milano. Nervosismo e un po’ di timore, perché Krasic è guardato a vista da un cecchino del terzo anello e il movimento costante di Iaquinta mette pressione ai vecchietti. Peccato non avere la giusta lucidità per punire, ma sarà per la prossima volta. In fase difensiva si soffre il giusto, contro l’extraterrestre Eto’o. Se non ci fosse lui, assieme a Roma e Parma a questo punto poteva trovare ampio spazio questa formazione orfana del suo uomo più importante. Pur di dare buca in un appuntamento importante, davanti al giudice Teresa Casoria, ha fatto sposare la figlia in un luogo lontano. Non ha visto il match, non era presente a incitare gli animi, e guarda caso non è accaduto nulla di clamoroso nel dopo partita. Ma è solo un caso.

Non è un caso, invece, l’atteggiamento del Capitano. A 36 anni arriva il momento di tirare un attimo i remi in barca, godersi le onde, rifiatare un po’ e conservare e concentrare le energie per poche vogate. Tipo gli ultimi 20 minuti quando, accolto dai soliti testardi tifosi che non danno retta a certa stampa che lo vorrebbe pensionato, subentra a un ottimo Iaquinta per tentare gli assalti finali. Danza tra il centrocampo e l’attacco. Ci prova dalla distanza, tiene palla e la smista con la consueta eleganza e intelligenza. Oltre alla pecora Dolly forse è il caso di provare la clonazione sulla sua persona. Lo rimpiangeranno tutti quando smetterà. Anche perché, e ci torno in un altro post, le sue parole dopo ogni partita sono lucide e intelligenti, come poche volte accade in questo strano e deludente mondo del calcio. Esalta la scelta di Del Neri di puntare su Quagliarella. Lui, il napoletano, non aveva giocato in coppa ed era fresco e infatti è servito come il pane in questa sfida. Lui, il Capitano, era reduce da tutte le partite faticose in questo tour de force. Non piace a nessuno stare fuori, figuriamoci a lui, il Capitano, la Gigi Del Neri che di professione fa l’allenatore della Juve ha fatto la scelta più giusta per il bene della Juve. Chapeau: non è il primo Alex, non sarà l’ultimo.

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