Alberto Jimmy Fontana non è un cantante, ma un portiere. Uno dei più longevi portieri della Serie A. Ha vestito un’infinità di maglie: Bari, Cesena, Chievo, Napoli, Atalanta, in ordine sparso. E vanta – ammesso che sia un vanto – un’esperienza con la Seconda Squadra di Milano. In verità appena 10 presenze, ma sufficienti a decretarlo leader nerazzurro. Talmente leader e talmente inebriato dall’aria della Pinetina che…

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Vero. Qualcosa di strano si percepiva, ma nessuno pensava fino a questi livelli. Era tutto molto strano. Io vi dico che l’Inter è una big, ma né per peso politico, né per altro. E’ una big solo per la bacheca, com’è giusto che sia. Vi racconto un aneddoto: prima del famigerato 5 maggio, si parlava di un forte interessamento dell’Inter per Nesta. Ebbene, in quella settimana che precedeva la partita, la dirigenza decise di interrompere le trattative per correttezza. Un gesto che fa capire a che livello erano Moratti e Facchetti rispetto ad altri.

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Il solito vizio italiano: si parla a vanvera, o almeno si parla senza vedere il quadro intero, isolandone una parte. Una parte conveniente a chi parla, il che non è una gran bella cosa perché si perde la visione intera, viene a essere truffato il giudizio complessivo che, in questo specifico caso, è ben diverso rispetto a quello cui è giunto Alberto Fontana.

L’idea, ancora, di rimarcare l’onestà e la bontà di Moratti e Facchetti cozza con una realtà ben diversa. Da Napoli, ammesso che ve ne era di bisogno, è stato accertato che il duo al comando dell’Inter hanno commesso molti e più reati rispetto a quanto si millantava di Moggi a Torino. Realtà dura e cruda che il popolo italiano antijuventino fatica e faticherà ad accettare. Ma, purtroppo per loro, è solo la realtà: dura e cruda.

Al povero Fontana non resta che augurare una prosieguo di carriera con molte più soddisfazioni rispetto a quella professionale. E ci permettiamo un suggerimento: provi a dare un’occhiata alle carte di Napoli, provi un po’ a leggere delle malefatte aziendali di Moratti e Facchetti. E se poi, anche dopo queste letture, non avrà cambiato parere… beh certo questa condizione non può imputata a noi. Qui in Italia si è abituati così: si spara al medico e non alla malattia.

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