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Tag: georgatos

Doping e Milan: il caso Fuentes

Complotto? Con Berlusconi in campo la parola è sempre ben accetta, benché tutta da verificare in ogni sua sfumatura. Ci sono le elezioni e tutto è utile quando una storia può contribuire a incrementare il numero di voti. Compreso quest’ultima news.

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Arriva dalla Spagna lo scoop che tira in ballo il Milan nel caso Fuentes, il medico sotto processo a Madrid per doping. Fra le sue carte spunta il Milan accanto al nome della Real Sociedad.

Che Fuentes abbia avuto un ruolo significativo in Spagna, in merito al doping, non vi sono più dubbi. La Real Sociedad, indicata nel foglietto sequestrato con la sigla Rsoc, ha confessato. Ben 320mila euro per dotarsi di ormoni della crescita. Una confessione che ha spiazzato i giornalisti e soprattutto confermato le brutte storie legate al medico spagnolo. E sotto la sigla Rsoc spunta il Milan.

Riscontri? Sebbene il dottore sia legato molto al ciclismo, non si ha memoria dell’esistenza di squadre ciclistiche col nome Milan. Tutto il resto è da confermare.

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Resta il fatto che chiarezza andrebbe fatta, mentre abbiamo come il sospetto che la storia cadrà nel dimenticatoio molto presto. Per esempio oggi nessun titolo sui giornali, solo un trafiletto sulla Gazzetta. E non uno dei giornalisti senior a commentare.

Sul foglietto, datato 2005, si capisce pure che tipo di prodotto sia legato a quest’operazione: Insulin Growth Factor, ormone della crescita, identificato con la sigla Ig.

Ora molti cercano riscontri. Intanto basterebbe aprire una inchiesta, tipo quella che ha portato la Juve sotto processo per ben 10 anni e che ha portato al nulla assoluto. Anzi no: eccesso numero di farmaci. Fra questi nessuna traccia di doping. Probabilmente il processo era giusto, era l’obiettivo sbagliato. Bastava forse spostarsi da Torino a Milano.

Già perché in entrambe le sponde ci sarebbe da indagare. Da Ronaldo (il Fenomeno) a Georgatos, dalla Grande Inter di Herrera dopata col caffé alla censurata intervista di Javi Moreno. Per finire coi casi Gattuso e Pato. Ma siamo in Italia: interessa solo la Juve. Non la salute di tutti i ragazzi.

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Il Corinthians accusa il Milan: “Che sostanze usate?”

Non è la prima volta che qualcuno punta il dito contro Milano. Solo che quando accade il mainstream della nostra bella penisola provvede a insabbiare tutto. Già accaduto con Javi Moreno riguardo il Milan e poi ci sono i casi Georgatos per l’Inter e Crasson per il Napoli, ma tutto tace. Addirittura, storia recentissima, i gravi problemi di Batistuta (attaccante della Fiorentina, della Roma e dell’Inter). Per dieci anni si sono inseguite strane teorie sulla Juve naufragate fra controlli, leggi cambiate e dibattiti vuoti che hanno prodotto, appunto, il nulla.

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E ora ci pensa il Corinthians a rinfrescare una domanda che noi rilanciamo molto volentieri: che sostanze usano a Milano?

Pato sbarca in Brasile, rilascia qualche dolce dichiarazione del tipo “non torno fra 2 anni, adesso sto bene” e chissà la stampa cosa si inventerà. Vuoi mettere “Pato comunista, complotto contro il Milan”?

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La realtà è che gli infortuni di Pato non possono spiegarsi solo con la malasorte, vista anche la crescita muscolare del ragazzo. In realtà adesso attendiamo pure come vanno le cose in Brasile, ma se arrivasse una continuità di presenze in campo? Ma non è bianconero e allora non interessa, così come non interessò il malanno di Gattuso. Piuttosto che fare luce per il bene di tutti i ragazzi, anche dei ragazzi che noi tifiamo con tanto amore e cioè quelli che sono alla Juve, piuttosto che esigere assoluta pulizia perché alla fine questo è e deve rimanere un gioco, piuttosto che tutto si preferisce insabbiare. E allora vai col disco… Giraudo e Agricola, solo che nessuno racconta mai il Processo, i fatti del Processo e come è andata a finire veramente.

P.S.

Ci si rifugia spesso nelle dichiarazioni di Carlo Petrini, pace all’anima sua, dimenticando la sua permanenza al Milan. Ci si rifugia anche nel nome di Stefano Borgonovo a cui vanno i nostri migliori auguri, ma annotiamo ancora la sua permanenza in maglia rossonera negli anni ’80. Saremo pure cinici, ma un controllino forse occorre farlo anche al di fuori del nome Juventus. Sempre che si tiene davvero alla salute di tutti o alle disgrazie soltanto di qualcuno (come ogni tanto sospettiamo)

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Vialli e quel “paraculo” a Zeman: il coraggio della verità

Il ricordo che ho di Vialli è di un giocatore mai pulito. Il sudore che imperlava la faccia e la testa calva, quell’espressione comunque di fatica per le sfuriate in campo, i pantaloncini sporchi per le battaglie e qualche gesto acrobatico. Uno di quei personaggi che mi hanno fatto amare il gioco del calcio, fatto di sacrificio, corsa, cuore e passione. Culminato con l’ultima immagine del Capitano che alzò la Champions, nel cielo stellato di Roma, in quel maggio del 1996.

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Qualcuno ha provato a sporcare quel periodo e Vialli, non l’unico per la verità, ogni tanto restituisce quella vigliaccata al mittente. Il mittente in questione è sempre uno, e uno soltanto: Zdenek Zeman, 30 anni di carriera fra bel calcio, schemi offensivi e nessuna vittoria. Che 30 anni di calcio, fra esoneri e risultati modesti, siano da spiegare per qualche tipo di complotto mondiale ordito da Moggi (che pure aveva altro a cui pensare) è una barzelletta che non più ridere.

Però Zeman serve. Serve alla stampa antijuventina che spera in questo modo di accalappiare i poveri tifosi che in questa Italia così mediocre prestano sempre molta attenzione alle vicende bianconere nel tentativo di screditarne ogni tipo di azione. Purtroppo per loro la parola azione si riconduce spesso alla parola vittoria. Come la vittoria di Vialli, fra scudetti e Champions, fra le altre cose.

A distanza di anni, dopo accuse gratuite e mai provate, accuse per le quali Zeman non ha mai risposto, ecco la risposa di Vialli che esprime semplicemente il pensiero di più di 14 milioni di tifosi. Di più perché i tifosi che hanno deciso di non spegnere il cervello concordano con noi sulla storia calcistica del boemo che per attirare l’attenzione su di sé doveva trovarsi un nemico grande, un nemico facile da attaccare: la Juve!

Ecco Viallo, allora:

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Zeman? E’ un paraculo perché combatte solo le battaglie che gli servono.

E cosa serve a un allenatore che ha collezionato anni di sconfitte clamorose ed esoneri vergognosi? Siamo stanchi di ripetere il suo curriculum e perciò vi rimandiamo a un nostro dettagliato articolo. Ciononostante rispondiamo a questa domanda: cosa serve a un allenatore che sostanzialmente ha fallito nel suo lavoro? Serve un modo per distogliere l’attenzione su di sé ed ergersi a paladino di qualcosa che in natura non esiste.

Non esiste il doping della Juve perché dopo 10 anni i tribunali hanno trovato solo farmaci per i quali si è poi cambiata la legge in corsa, tutto per arrivare a quella famosa prescrizione che sottolinea il numero elevato, ma sottolinea pure l’assenza di doping. Ricordiamo come in Italia i doping accertati si riferiscono alla Grande Inter, alla Roma degli anni ’60 (guarda caso con a capo Helenio Herrera) e alla Fiorentina, con svariati altri casi che non riguardano giocatori bianconeri. Piuttosto curiosa come statistica, non trovate?

E proprio oggi la Gazzetta esce col solito pezzo terrorista, nascondendo i fatti e vaneggiando chissà cosa su un caso tutto italiano. D’altronde, se la Gazzetta riconosce scudetti nerazzurri… come può, in coerenza, non affermare il doping bianconero. Ci saremmo scandalizzati del contrario…

Più che altro ci chiediamo: a Zeman è sembrata anomala la crescita di Del Piero (che infatti figura oggi fra gli uomini più forti del pianeta, dotato di muscoli degni di un bodybuilder) e non ha mai notato la differenza abnorme fra i quadricipidi di Zanetti Javier fra i 18 e i 25 anni di età? Le figurine ci sembrano eloquenti. Perché denunciare Vialli e Del Piero e non altri casi? E che ne pensa Zeman di Georgatos e di Javi Moreno?

Probabilmente Vialli ha ragione: si tratta di paraculite, malattia che in Italia viene innescata da chi ha il fegato rovinato a causa del suo tifo antijuventino. Ma questo non può essere un nostro problema.

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Juve e il doping. Ma le altre? L’ultimo caso Crasson

La Juve è stata l’unica società in Italia, di quelle più blasonate, ad andare a processo per doping. Un processo vero, si intende, mica quelle chiacchiere da bar nate e morte, appunto, in un bar della procura milanese o romana.

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Perché se c’è di mezzo la Juve, dipende dal punto di osservazione, il Processo si svolge regolarmente, o le leggi giurisprudenziali vigenti pure in Libia vengono rase al suolo per perseguire l’obiettivo (leggi Farsopoli).

Però la Juve è stata assolta per doping, anche se in giro ci sono articoli molto faziosi che non traggono spunto minimamente dalle carte del processo. E se lo fanno riescono nell’impresa, artefatta, di variare parole ed estrapolare singole frasi da alcune pagine e rimontandole mostrano un quadro che non è però quello.

Ok, Juve assolta, prescritta per alcuni fatti che col doping proprio non c’azzeccano nulla (come direbbe un politico molisano), condannabile per abuso di farmaci: troppe tachipirine somministrate ai giocatori. Questi birbanti bianconeri vincono proprio sporco, eh?!

Al processo per doping si è giunti dopo un’accusa spaventosa di Zeman. Fra 11.000 giocatori professionisti, all’epoca, scelse due individui a caso e denunciò il doping. Questi individui erano Vialli e Del Piero. Avrà avuto le prove? Sì, più o meno quelle raccontate recentemente al Processo di Calciopoli a Napoli: scena muta, non so e non ricordo, erano miei idee, ho supposto e cose così. Ma se c’è la Juve di mezzo è tutto ok.

Non hanno invece avuto seguito le denunce di almeno tre calciatori. Il che è strano: se doping c’è, come nel ciclismo e in altri sport, andrebbe fatto un controllo a tappeto. Solo che il controllo a tappeto c’è stato solo per la Juve, le altre sono state tenute fuori. Un brutto pensiero vaga la mia mente, soprattutto quando sento frasi come queste:

C’erano molte flebo all’epoca e non si sapeva cosa contenessero.

Mi dicevano che erano sali minerali, ma se poi erano altre cose…

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C’erano analisi delle urine ogni settimana ma è un’ipocrisia… all’epoca c’erano certamente prodotti che non si riuscivano a scoprire nell’urina.

Queste parole sono di Crasson, Bertrand Crasson, 37 volte nazionale belga. Ma soprattutto: ex giocatore del Napoli. E lui si riferisce proprio a quel periodo napoletano. Flebo, sali minerali, ma prodotti difficilmente rintracciabili all’epoca.

Il seguito? Ma quale seguito? I giornali non se ne sono occupati e in Italia le procure hanno ben altro da fare che indagare gentiluomini di questo genere. E poi chissà cosa è diventato Crasson oggi: un inventore? Un racconta storie? Sì perché in Italia basta il lamento di un petroliere per avviare indagini illegali che portano a un nulla di fatto, sebbene una Federazione riesce nell’impresa a sovvertire le regole processuali e mandare all’inferno una società, viceversa le denunce di Crasson, di Georgatos e di Javi Moreno vengono censurate, insabbiate, addirittura ribaltate.

Georgatos? Javi Moreno? Memoria corta, eh?!? Almeno quando si tratta di accuse di doping a Milan e Inter.

Sul primo personaggio potete leggere tranquillamente una storia reale, realmente accaduta. Sul secondo personaggio vi lascio una piccola anticipazione:

La Serie A non è pulita come si pensa. Quando ero al Milan, giravano strane pillole in refettorio, e ho visto con questi occhi più di un giocatore sottoposto a flebo nell’intervallo delle partite.

A gennaio, quando incontrammo l’udinese, doveva giocare Roque Junior. Questi, però si rifiutò di sottoporsi ad una flebo il venerdì e venne mandato in tribuna, con la minaccia di essere ceduto ad una squadra minore.

Parole su cui è stato posto un veto. Talmente forte questo veto che sono scomparsi i link da Wikipedia (che in questo blog viene fatta passare come Verità Assoluta, non conoscendo come viene aggiornata) e non si trovano i riferimenti ad alcuni archivi storici dei quotidiani liberi nazionali.

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L’Inter, il doping e una storia insabbiata

Nei primi mesi del 2006 sui giornali appare uno strano articolo, poi replicato sui vari quotidiani italiani. L’argomento scottante riguarda il doping nel calcio e i titoli sono più o meno identici: un giocatore greco lancia pesanti accuse al calcio italiano. Parzialmente vero. Solo parzialmente vero, perché bisogna infatti raddrizzare il tiro.

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Il giocatore greco in questione ha un nome e un cognome e il suo attacco ha un obiettivo preciso: l’Inter e non il calcio italiano. Ne avete mai sentito parlare? Probabilmente no, in quanto in questa storia, lunga in realtà almeno 50 anni, non si fa menzione di Juve né di bianconero e quindi tali assenze non contribuiscono alla polemica. Ma la verità dovrebbe essere trasversale e trasparente al colore politico o al tifo, quindi vediamo i dettagli.

Chi è Georgatos e di quale Inter parla?

Grigorios Georgatos è un terzino sinistro. Il suo piede mancino era piuttosto riconoscibile per l’abilità nel calcio. Da qui a passare per il Nuovo Roberto Carlos…  Classe ’73, fu acquistato dalla Seconda Squadra di Milano nel 1999 per un motivo ben preciso. Gli 007 nerazzurri leggono un articolo del più famoso quotidiano greco nazionale dove c’era scritto che un terzino sinistro si laurea capocannoniere della propria squadra. La squadra è l’Olympiakos e il giocatore è proprio Georgatos. Viene acquistato per la sorprendente cifra di 7 milioni di euro e colleziona al primo anno di nerazzurro ben 28 presenze, con soli 2 gol. Narra la leggenda che fu proprio la Juve a far scoprire Georgatos ai rivali milanesi. Al destino, come sappiamo, non manca il senso dell’ironia.

L’anno seguente viene ceduto in prestito ancora all’Olympiakos, ritorna in nerazzurro nel 2001 timbrando il cartellino una decina di volte e quindi viene venduto definitivamente all’AEK Atene.

Per cosa è ricordato Georgatos?

Il terzino sinistro non ha influito in alcun modo sui destini dei nerazzurri. Di lui ricordiamo però una serie di uscite sui giornali circa la sua ex-squadra milanese. Con precisi riferimenti a pratiche antisportive. Riportiamo una sua frase rilasciata a Ethno Sport che venne subitamente insabbiata dai giornali italiani:

In squadra [l'Inter, ndr] c’era chi prendeva pillole [...] [Io] non ho mai fatto uso di anabolizzanti nella mia carriera, ma ho visto alcune cose ed ho capito cosa stava accadendo [...]

In un paese normale, amante del gossip e degli scandali, paese dove sono servite due settimane per cancellare dal calcio italiano un fenomeno come la Juve per il gusto di poche persone, queste dichiarazioni avrebbero portato a indagini e interrogatori, dibattiti e inchieste. Invece nulla. Silenzio, cioè lo strumento per eccellenza per mettere a dormire le più scomode verità.

Purtroppo, o per fortuna, il buon Georgatos non ha stilato alcuna lista di suoi ex compagni coinvolti (possibilmente) in queste vicende di doping. Ma nell’aria risuonano forti le sue parole:

[...] chi gioca per tanti anni ad alti livelli non ha bisogno di ricorrere agli anabolizzanti… chi gioca pochi anni ad altissimi livelli e poi sparisce invece…

In parte Georgatos tenta di allontanare la dirigenza nerazzurra da possibili responsabilità dicendo che

Ho visto giocatori prendere pillole e fare iniezioni, ma l’Inter non centrava nulla, c’erano gruppi di persone che fornivano i giocatori.

E sarebbe curioso capire chi, come, perché, tranne che siamo in Italia, tranne che qui di Juve non c’è nulla eppure basterebbe poco per fare chiarezza sul caso.

A rispondere duramente, e neppure tanto, all’ex terzino nerazzurro è l’allora Presidente Facchetti:

Georgatos dovrà assumersi la responsabilità di quanto abbiamo letto, anche perchè tutti sanno, lui fra questi, che all’Inter il doping non era, non è e non sarà mai tollerato.

Il destino cinico e beffardo è però dietro l’angolo. Il buon Facchetti morirà più tardi di tumore al pancreas e quell’ultima frase trascina con sé ancora mistero e altre domande. Il doping all’Inter non è e non sarà mai tollerato? Così non la pensano in molti.

La pasticca nerazzurra raccontata da Ferruccio Mazzola

Internet è forse il più grande archivio oggi esistente. Perdere informazioni è praticamente impossibile. A meno che qualcuno non pensi di cancellarle con pochi clic di mouse. Probabilmente è quanto accaduto nel sito principale de L’Espresso dove un grande articolo di Alessandro Gilioli oggi è inesistente. Per fortuna esistono le copie, una delle quali rintracciabile a questo indirizzo. Il titolo dell’articolo, che in realtà è una sorprendente intervista a Ferruccio Mazzola (fratello minore del più famoso Sandro), è tutto un programma: Pasticca nerazzurra.

Si parla di strani caffé e rituali, di pasticche da sciogliere nei bicchieri dei giocatori. Si parla in sostanza di doping e stavolta i nomi ci sono, abbondanti e purtroppo ci sono pure riscontri oggettivi che vanno al di là di mere e stupide polemiche di tifo e di colori. Si parla di ragazzi, di uomini e di uno sport che è il più divertente del mondo. L’approccio corretto a questa riflessione dovrebbe proprio essere la consapevolezza che stiamo parlando di un divertimento che, giocoforza, è stato trasformato brutalmente in business. E nel business purtroppo valgono le regole anche brutte, vergognose e illegali.

Ecco alcune confessioni di Ferruccio Mazzola:

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Sono stato in quell’Inter anch’io, anche se ho giocato poco come titolare. Ho vissuto in prima persona le pratiche a cui erano sottoposti i calciatori. Ho visto l’allenatore, Helenio Herrera, che dava le pasticche da mettere sotto la lingua. Le sperimentava sulle riserve (io ero spesso tra quelle) e poi le dava anche ai titolari. Qualcuno le prendeva, qualcuno le sputava di nascosto. Fu mio fratello Sandro a dirmi: se non vuoi mandarla giù, vai in bagno e buttala via. Così facevano in molti. Poi però un giorno Herrera si accorse che le sputavamo, allora si mise a scioglierle nel caffè. Da quel giorno ‘il caffè’ di Herrera divenne una prassi all’Inter.

Una rivelazione talmente pesante da incrinare i rapporti fra i due fratelli Mazzola. E’ lo stesso Ferruccio a dirlo durante l’intervista:

Oggi tutti negano, incredibilmente. Perfino Sandro[...] da quando ho deciso di tirare fuori questa storia, non ci parliamo più.

Ma perché non parlarne? Perché insabbiare tutto? Nel blog di Beppe Grillo si può leggere una frase molto interessante e che dovrebbe stimolare una discussione aperta, se si vuole salvare questo sport e soprattutto la vita di milioni di ragazzi offuscati da soldi e fama:

Se Ferruccio Mazzola ha ragione ci sono in giro dei delinquenti che drogano i ragazzi. Che gli inoculano i tumori. Chi sono, per che squadre lavorano, da chi prendono gli ordini? Forse Facchetti vorrebbe saperlo, forse anche noi.

[Via Beppe Grillo]

Invece nulla di nulla. Silenzio assordante. Eppure il tentativo di Ferruccio Mazzola raccolte nel libro intitolato Il terzo incomodo è preciso e ha un fine nobile. Gilioli gli chiede dei ragazzini e lui risponde così:

Ormai iniziano a dare pillole e beveroni a partire dai 14-15 anni. Io lavoro con la squadra della Borghesiana, a Roma, dove gioca anche mio figlio Michele, e dico sempre ai ragazzi di stare attenti anche al tè caldo, se non sanno cosa c’è dentro. Ho fatto anche una deposizione per il tribunale dei minori di Milano: stanno arrivando decine di denunce di padri e madri i cui figli prendono roba strana, magari corrono come dei matti in campo e poi si addormentano sul banco il giorno dopo, a scuola. Ecco, è per loro che io sto tirando fuori tutto.

Abbiamo assistito a un decennio in cui la Juve è stata pesantemente accusata di pratiche illegali salvo trovare aspirine e tachipirine o armadietti pieni di prodotti vari e variegati per poi ignorare una vicenda che ha ampi margini oscuri. E un passato che ritorna in modo prepotente.

La grande Inter… ammalata

Sotto la presidenza di Angelo Moratti crebbe e prosperò la Grande Inter, una corazzata allenata da Helenio Herrera che fra gli anni 1962-1966 vinse tre scudetti, due coppe dei campioni e due intercontinentali. Di quella formazione tutti dovrebbero ricordare i nomi di Facchetti e Burgnich, Mazzola e Suarez, Jair e Corso. La lista è lunga. E c’è pure un’altra lista, ben più lugubre e meno piacevole da ricordare.

Dopo la Fiorentina degli anni ’70 (falcidiata dalle morti sospette), la Grande Inter è la seconda squadra più colpita dai decessi più o meno improvvisi e misteriosi. A far rabbrividire sono le tempistiche che hanno portato alla morte alcuni grandi calciatori. Legare insieme le diverse vicende induce a riflettere sul fenomeno doping di quegli anni, che ha distrutto famiglie e ragazzi.

Escludendo Armando Picchi, morto a 35 anni per un male incurabile al midollo osseo nel maggio del 1971, le altri morti riguardano:

  1. Marcello Giusti (tumore al cervello, morto a 54 anni);
  2. Fernando Miniussi (cirrosi da epatite C, morto a 62 anni);
  3. Giuseppe Longoni (ictus, morto a 63 anni);
  4. Giacinto Facchetti (tumore al pancreas, morto a 64 anni);
  5. Mauro Bicicli (tumore al fegato, morto a 66 anni);
  6. Carlo Tagnin (tumore alle ossa, morto a 68 anni).

Qualcuno la definisce il timing della morte, per il presentarsi di mali incurabili quasi a una scadenza matematica. Come se la causa fosse a comune fra tutti e  affondasse le radici nello stesso periodo storico.

E la domanda che probabilmente frullerà in testa a molti lettori, peraltro abbastanza evidente e banale, Alessandro Gilioli l’ha rivolta a Ferruccio Mazzola e cioè: si dopava solo la Grande Inter? La risposta è evidentemente negativa e molto articolata:

Certo che no. Io sono stato anche nella Fiorentina e nella Lazio, quindi posso parlare direttamente anche di quelle esperienze. A Firenze, il sabato mattina, passavano o il massaggiatore o il medico sociale e ci facevano fare delle flebo, le stesse di cui parlava Bruno Beatrice a sua moglie. Io ero in camera con Giancarlo De Sisti e le prendevamo insieme. Non che fossero obbligatorie, ma chi non le prendeva poi difficilmente giocava. Di quella squadra, ormai si sa, oltre a Bruno Beatrice sono morti Ugo Ferrante (arresto cardiaco nel 2003) e Nello Saltutti (carcinoma nel 2004). Altri hanno avuto malattie gravissime, come Mimmo Caso, Massimo Mattolini, lo stesso De Sisti…

[...] Quando Herrera passò alla Roma, portò gli stessi metodi che aveva usato all’Inter. Di che cosa pensa che sia morto il centravanti giallorosso Giuliano Taccola, a 26 anni, durante una trasferta a Cagliari, nel ’69?

Curioso, anche sospetto, ma non si fa accenno alla Juve. E non si fa accenno ad indagini che o sono state insabbiate o neanche avviate. A conferma come la volontà sia quella di sfruttare questo business e non prestare attenzione al fattore umano.

Soprattutto questa storia, ampiamente nascosta dai media, mette in risalto la grande abilità tutta italiana di creare scandali ad arte, cioè quando servono, cioè quando servono a certe persone. Si è tirato in ballo il nome della Juve in doping e contraffazioni di partite e campionati ricavandone solo anni abbastanza ridicoli e vuoti di verità accertate. Addirittura con Calciopoli si è toccato il fondo di un barile che non pare finire mai del suo vino inebriante e fatto di antijuventinità e disinformazione. E pur di gustarsi scandali, veri o presunti, si riesce a mettere da parte e ignorare il dolore di famiglie che hanno, loro più di tutte, subite gli effetti di quelle pratiche che prima ancora che antisportive sono antiumane. Come il dolore della vedova di Beatrice, un centrocampista della Fiorentina degli anni ’70, che potete leggere qui e qui.

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