Nei primi mesi del 2006 sui giornali appare uno strano articolo, poi replicato sui vari quotidiani italiani. L’argomento scottante riguarda il doping nel calcio e i titoli sono più o meno identici: un giocatore greco lancia pesanti accuse al calcio italiano. Parzialmente vero. Solo parzialmente vero, perché bisogna infatti raddrizzare il tiro.

Advertisment

Il giocatore greco in questione ha un nome e un cognome e il suo attacco ha un obiettivo preciso: l’Inter e non il calcio italiano. Ne avete mai sentito parlare? Probabilmente no, in quanto in questa storia, lunga in realtà almeno 50 anni, non si fa menzione di Juve né di bianconero e quindi tali assenze non contribuiscono alla polemica. Ma la verità dovrebbe essere trasversale e trasparente al colore politico o al tifo, quindi vediamo i dettagli.

Chi è Georgatos e di quale Inter parla?

Grigorios Georgatos è un terzino sinistro. Il suo piede mancino era piuttosto riconoscibile per l’abilità nel calcio. Da qui a passare per il Nuovo Roberto Carlos…  Classe ’73, fu acquistato dalla Seconda Squadra di Milano nel 1999 per un motivo ben preciso. Gli 007 nerazzurri leggono un articolo del più famoso quotidiano greco nazionale dove c’era scritto che un terzino sinistro si laurea capocannoniere della propria squadra. La squadra è l’Olympiakos e il giocatore è proprio Georgatos. Viene acquistato per la sorprendente cifra di 7 milioni di euro e colleziona al primo anno di nerazzurro ben 28 presenze, con soli 2 gol. Narra la leggenda che fu proprio la Juve a far scoprire Georgatos ai rivali milanesi. Al destino, come sappiamo, non manca il senso dell’ironia.

L’anno seguente viene ceduto in prestito ancora all’Olympiakos, ritorna in nerazzurro nel 2001 timbrando il cartellino una decina di volte e quindi viene venduto definitivamente all’AEK Atene.

Per cosa è ricordato Georgatos?

Il terzino sinistro non ha influito in alcun modo sui destini dei nerazzurri. Di lui ricordiamo però una serie di uscite sui giornali circa la sua ex-squadra milanese. Con precisi riferimenti a pratiche antisportive. Riportiamo una sua frase rilasciata a Ethno Sport che venne subitamente insabbiata dai giornali italiani:

In squadra [l'Inter, ndr] c’era chi prendeva pillole [...] [Io] non ho mai fatto uso di anabolizzanti nella mia carriera, ma ho visto alcune cose ed ho capito cosa stava accadendo [...]

In un paese normale, amante del gossip e degli scandali, paese dove sono servite due settimane per cancellare dal calcio italiano un fenomeno come la Juve per il gusto di poche persone, queste dichiarazioni avrebbero portato a indagini e interrogatori, dibattiti e inchieste. Invece nulla. Silenzio, cioè lo strumento per eccellenza per mettere a dormire le più scomode verità.

Purtroppo, o per fortuna, il buon Georgatos non ha stilato alcuna lista di suoi ex compagni coinvolti (possibilmente) in queste vicende di doping. Ma nell’aria risuonano forti le sue parole:

[...] chi gioca per tanti anni ad alti livelli non ha bisogno di ricorrere agli anabolizzanti… chi gioca pochi anni ad altissimi livelli e poi sparisce invece…

In parte Georgatos tenta di allontanare la dirigenza nerazzurra da possibili responsabilità dicendo che

Ho visto giocatori prendere pillole e fare iniezioni, ma l’Inter non centrava nulla, c’erano gruppi di persone che fornivano i giocatori.

E sarebbe curioso capire chi, come, perché, tranne che siamo in Italia, tranne che qui di Juve non c’è nulla eppure basterebbe poco per fare chiarezza sul caso.

A rispondere duramente, e neppure tanto, all’ex terzino nerazzurro è l’allora Presidente Facchetti:

Georgatos dovrà assumersi la responsabilità di quanto abbiamo letto, anche perchè tutti sanno, lui fra questi, che all’Inter il doping non era, non è e non sarà mai tollerato.

Il destino cinico e beffardo è però dietro l’angolo. Il buon Facchetti morirà più tardi di tumore al pancreas e quell’ultima frase trascina con sé ancora mistero e altre domande. Il doping all’Inter non è e non sarà mai tollerato? Così non la pensano in molti.

La pasticca nerazzurra raccontata da Ferruccio Mazzola

Internet è forse il più grande archivio oggi esistente. Perdere informazioni è praticamente impossibile. A meno che qualcuno non pensi di cancellarle con pochi clic di mouse. Probabilmente è quanto accaduto nel sito principale de L’Espresso dove un grande articolo di Alessandro Gilioli oggi è inesistente. Per fortuna esistono le copie, una delle quali rintracciabile a questo indirizzo. Il titolo dell’articolo, che in realtà è una sorprendente intervista a Ferruccio Mazzola (fratello minore del più famoso Sandro), è tutto un programma: Pasticca nerazzurra.

Si parla di strani caffé e rituali, di pasticche da sciogliere nei bicchieri dei giocatori. Si parla in sostanza di doping e stavolta i nomi ci sono, abbondanti e purtroppo ci sono pure riscontri oggettivi che vanno al di là di mere e stupide polemiche di tifo e di colori. Si parla di ragazzi, di uomini e di uno sport che è il più divertente del mondo. L’approccio corretto a questa riflessione dovrebbe proprio essere la consapevolezza che stiamo parlando di un divertimento che, giocoforza, è stato trasformato brutalmente in business. E nel business purtroppo valgono le regole anche brutte, vergognose e illegali.

Ecco alcune confessioni di Ferruccio Mazzola:

Advertisment

Sono stato in quell’Inter anch’io, anche se ho giocato poco come titolare. Ho vissuto in prima persona le pratiche a cui erano sottoposti i calciatori. Ho visto l’allenatore, Helenio Herrera, che dava le pasticche da mettere sotto la lingua. Le sperimentava sulle riserve (io ero spesso tra quelle) e poi le dava anche ai titolari. Qualcuno le prendeva, qualcuno le sputava di nascosto. Fu mio fratello Sandro a dirmi: se non vuoi mandarla giù, vai in bagno e buttala via. Così facevano in molti. Poi però un giorno Herrera si accorse che le sputavamo, allora si mise a scioglierle nel caffè. Da quel giorno ‘il caffè’ di Herrera divenne una prassi all’Inter.

Una rivelazione talmente pesante da incrinare i rapporti fra i due fratelli Mazzola. E’ lo stesso Ferruccio a dirlo durante l’intervista:

Oggi tutti negano, incredibilmente. Perfino Sandro[...] da quando ho deciso di tirare fuori questa storia, non ci parliamo più.

Ma perché non parlarne? Perché insabbiare tutto? Nel blog di Beppe Grillo si può leggere una frase molto interessante e che dovrebbe stimolare una discussione aperta, se si vuole salvare questo sport e soprattutto la vita di milioni di ragazzi offuscati da soldi e fama:

Se Ferruccio Mazzola ha ragione ci sono in giro dei delinquenti che drogano i ragazzi. Che gli inoculano i tumori. Chi sono, per che squadre lavorano, da chi prendono gli ordini? Forse Facchetti vorrebbe saperlo, forse anche noi.

[Via Beppe Grillo]

Invece nulla di nulla. Silenzio assordante. Eppure il tentativo di Ferruccio Mazzola raccolte nel libro intitolato Il terzo incomodo è preciso e ha un fine nobile. Gilioli gli chiede dei ragazzini e lui risponde così:

Ormai iniziano a dare pillole e beveroni a partire dai 14-15 anni. Io lavoro con la squadra della Borghesiana, a Roma, dove gioca anche mio figlio Michele, e dico sempre ai ragazzi di stare attenti anche al tè caldo, se non sanno cosa c’è dentro. Ho fatto anche una deposizione per il tribunale dei minori di Milano: stanno arrivando decine di denunce di padri e madri i cui figli prendono roba strana, magari corrono come dei matti in campo e poi si addormentano sul banco il giorno dopo, a scuola. Ecco, è per loro che io sto tirando fuori tutto.

Abbiamo assistito a un decennio in cui la Juve è stata pesantemente accusata di pratiche illegali salvo trovare aspirine e tachipirine o armadietti pieni di prodotti vari e variegati per poi ignorare una vicenda che ha ampi margini oscuri. E un passato che ritorna in modo prepotente.

La grande Inter… ammalata

Sotto la presidenza di Angelo Moratti crebbe e prosperò la Grande Inter, una corazzata allenata da Helenio Herrera che fra gli anni 1962-1966 vinse tre scudetti, due coppe dei campioni e due intercontinentali. Di quella formazione tutti dovrebbero ricordare i nomi di Facchetti e Burgnich, Mazzola e Suarez, Jair e Corso. La lista è lunga. E c’è pure un’altra lista, ben più lugubre e meno piacevole da ricordare.

Dopo la Fiorentina degli anni ’70 (falcidiata dalle morti sospette), la Grande Inter è la seconda squadra più colpita dai decessi più o meno improvvisi e misteriosi. A far rabbrividire sono le tempistiche che hanno portato alla morte alcuni grandi calciatori. Legare insieme le diverse vicende induce a riflettere sul fenomeno doping di quegli anni, che ha distrutto famiglie e ragazzi.

Escludendo Armando Picchi, morto a 35 anni per un male incurabile al midollo osseo nel maggio del 1971, le altri morti riguardano:

  1. Marcello Giusti (tumore al cervello, morto a 54 anni);
  2. Fernando Miniussi (cirrosi da epatite C, morto a 62 anni);
  3. Giuseppe Longoni (ictus, morto a 63 anni);
  4. Giacinto Facchetti (tumore al pancreas, morto a 64 anni);
  5. Mauro Bicicli (tumore al fegato, morto a 66 anni);
  6. Carlo Tagnin (tumore alle ossa, morto a 68 anni).

Qualcuno la definisce il timing della morte, per il presentarsi di mali incurabili quasi a una scadenza matematica. Come se la causa fosse a comune fra tutti e  affondasse le radici nello stesso periodo storico.

E la domanda che probabilmente frullerà in testa a molti lettori, peraltro abbastanza evidente e banale, Alessandro Gilioli l’ha rivolta a Ferruccio Mazzola e cioè: si dopava solo la Grande Inter? La risposta è evidentemente negativa e molto articolata:

Certo che no. Io sono stato anche nella Fiorentina e nella Lazio, quindi posso parlare direttamente anche di quelle esperienze. A Firenze, il sabato mattina, passavano o il massaggiatore o il medico sociale e ci facevano fare delle flebo, le stesse di cui parlava Bruno Beatrice a sua moglie. Io ero in camera con Giancarlo De Sisti e le prendevamo insieme. Non che fossero obbligatorie, ma chi non le prendeva poi difficilmente giocava. Di quella squadra, ormai si sa, oltre a Bruno Beatrice sono morti Ugo Ferrante (arresto cardiaco nel 2003) e Nello Saltutti (carcinoma nel 2004). Altri hanno avuto malattie gravissime, come Mimmo Caso, Massimo Mattolini, lo stesso De Sisti…

[...] Quando Herrera passò alla Roma, portò gli stessi metodi che aveva usato all’Inter. Di che cosa pensa che sia morto il centravanti giallorosso Giuliano Taccola, a 26 anni, durante una trasferta a Cagliari, nel ’69?

Curioso, anche sospetto, ma non si fa accenno alla Juve. E non si fa accenno ad indagini che o sono state insabbiate o neanche avviate. A conferma come la volontà sia quella di sfruttare questo business e non prestare attenzione al fattore umano.

Soprattutto questa storia, ampiamente nascosta dai media, mette in risalto la grande abilità tutta italiana di creare scandali ad arte, cioè quando servono, cioè quando servono a certe persone. Si è tirato in ballo il nome della Juve in doping e contraffazioni di partite e campionati ricavandone solo anni abbastanza ridicoli e vuoti di verità accertate. Addirittura con Calciopoli si è toccato il fondo di un barile che non pare finire mai del suo vino inebriante e fatto di antijuventinità e disinformazione. E pur di gustarsi scandali, veri o presunti, si riesce a mettere da parte e ignorare il dolore di famiglie che hanno, loro più di tutte, subite gli effetti di quelle pratiche che prima ancora che antisportive sono antiumane. Come il dolore della vedova di Beatrice, un centrocampista della Fiorentina degli anni ’70, che potete leggere qui e qui.

Advertisment