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Tag: kaka

Kaka, ritorna, ‘sta casa spetta a te

Mentre la Nazionale italiana conferma, ancora una volta, la pochezza di talento che il nostro Paese ha prodotto (in realtà sarebbe meglio dire “che ha sfruttato”, ma pare una differenza da nulla) pareggiando con una modestissima Irlanda del Nord, lo stop in campionato obbliga a parlare d’altro.

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Se si vuole tacere sull’ennesimo flop andato in scena a Napoli davanti al Giudice Casoria (visto che non c’è nessun testimone capace di reggere l’accusa, anzi tutto il contrario), si deve allora parlare di calciomercato. Immancabili i commenti, e non mancano certo gli argomenti. La Juve pare dover ricorrere a mutui pur di comprare ancora, ma fortunatamente l’era dei Secco e dei Cobolli, dei Blanc che aveva potere e dei Ranieri è finita. Clamorosamente finita, a detta di certi che avevano fatto l’abitudine a trovare in casa Juve materiale per la critica. Oggi c’è Marotta a condurre le danze e Andrea Agnelli a far valere il peso di una storia bianconera che ha pochi concorrenti seri in giro per il mondo. E mentre l’Atalanta di Milano deve trovare il modo per non far riaffiorare problemi legati a falso in bilancio e conti taroccati (da qui la saggia scelta di non intervenire sul mercato, piuttosto limitare ogni spesa folle, tranne quella per gli aumenti di ingaggio), si finisce per parlare di Kaka.

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Avevo più volte scritto circa Kaka e la sua breve carriera. Azionando la leva dell’obiettività, a parte tre anni in cui il brasiliano è stato super, il resto ha mostrato un giocatore più che normale, solo con qualche raro lampo di genio. Raro, come quelle punizioni o colpi balistici che il più normale degli essere umani riesce a trovare una volta nella vita (da Capuano a Cassani contro Buffon, da Vanoli a gente dell’est capace delle giocate più incredibili, ovviamente mai più ripetute). La sua cessione al Real Madrid da parte di Galliani somigliava (correzione: era) a un’operazione da “devo farlo per rassettare un bilancio in negativo, perché qui di soldi non ne vedo più”. Una sessantina di milioni di euro da parte di quel benefattore convinto che con le figurine si riesce a vincere di sicuro. Fra l’altro, da quella cifra andrebbero sottratti i 16 milioni di euro necessari per acquistare Huntelaar. In ogni caso, qualunque sia la cifra, Kaka al Real ha fruttato solamente qualche maglietta venduta e un paio di contratti di marketing. Probabilmente, il vero scopo dell’intera operazione. Tra un infortunio e l’altro e prestazioni opache, il brasiliano ha brillato meno che un ferro arrugginito e vecchio. A Madrid si chiedono se non sia qualche fratello assai somigliante con quello visto e piaciuto con la maglia del Milan nel 2005 o nel 2007. Si attendevano progressioni e giocate, assist e gol: niente di tutto ciò.

Tanto che con l’arrivo di Mourinho, prima ancora che le solite ridicole uscite del portoghese (parentesi: notate che il calcio italiano abbia beneficiato moltissimo dall’assenza di questo tecnico che a parole è tanto efficace quanto ridicolo?), ha prodotto più che un problema: Kaka sì o Kaka no? I soldi spesi per il brasiliano obbligano a rispondere di sì. Ma se Cristiano Ronaldo sta bene, Ozil non ha problemi e Di Maria corre, lo spazio per il brasiliano diventa sempre più ristretto. E si parla di cessione. Ancelotti lo vorrebbe a Londra e Abramovich è uno dei pochi capace di mettere la firma su qualche milionario assegno (non certo i 60 milioni sborsati dai galacticos), mentre il Milan lo riprenderebbe. Pazienza se è in pensione: il primo amore non si scorda mai. A quel punto conviene pensare alla domanda: Kaka al posto di chi in questo Milan? Tanto vale richiamare Evani a dare una mano al centrocampo o perché no Baresi in coppia con Thiago Silva? Sempre che Tassotti non decida di svestire giacca e cravatta e tornare a indossare scarpette da calcetto. In tutto questo, in Germania, Paese che continua a stupirmi sotto tutti i punti di vista, il Mainz viaggiava a punteggio pieno fino a qualche giorno fa. Non hanno acquistato Diego, né Kaka, né operato in modo folle sperperando milioni. E dire che hanno un’ala che al confronto Martinez (mister 12 milioni di euro) pare l’ultimo dei raccattapalle.

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Sulla parola Campione

Che succede a Kaka? Nulla, semplicemente nulla. E’ un pò la stessa domanda che molti si ponevano su Ronaldinho. Prima ancora su Owen e chissà quanti altri. Ma è proprio la domanda ad essere sbagliata. Soprattutto le valutazioni.

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Ho imparato che una grande star diventa tale solo dopo molti molti anni, magari anche dopo la sua scomparsa, quando si hanno reali elementi per poter mettere su il teorema del “è stato un grande uomo”. Perchè la vita ti dà sempre modo si sbagliare e di prendere sonore cantonate. Facile costruire, ancora più facile distruggere quanto fatto. Difficile, se non impossibile, rimanere ad altissimi livelli. Vale per il calcio, vale per ogni altra professione. Serve impegno e dedizione, servono sacrifici incredibili per mantenere una posizione che hai raggiunto con fatica.

Il calcio, invece, come la TV, costruisce dei mostri: strapagati e con un valore umano ai limiti delle bestie che molti tengono in casa. Giocare a pallone, divertirsi e beccarsi milioni di euro presuppone qualcosa che ancora non so spiegare. Alla luce del lavoro e della vita che i tifosi, quegli stessi che ti fanno grande, devono fare. Troppo duro? Troppo cattivo? No, mi sembra normale. Mi sembra anormale che qualcuno non la pensi così.

Sia chiaro: i soldi se li possono tenere, e possono tenersi pure la vita che fanno. Anzi, mi diverto e poi la vita ha deciso così. Però certi termini che per me hanno un valore molto elevato devono essere evitati. Tipo campione, tipo fenomeno. Anche io li uso in questo blog spinto dall’amore per una maglia o per un giocatore, ma il termine è buttato lì. Non gli dò valore e non credo che altri, leggendolo, diano valore.

Bene: allora che succede a Kaka? E che è successo a Ronaldinho? Nulla, non è successo nulla. Si dice che nella vita di ogni uomo siano nascosti circa due o tre anni di “culo stratosferico”. Quegli anni e quelle occasioni in cui qualsiasi cosa tu faccia si trasforma in oro. Qualsiasi mossa diventa arte. Ed ecco la spiegazione: Ronaldinho, come Kaka adesso, come altre mille meteore del calcio, hanno speso e consumato i loro anni migliori. Anzi, mesi migliori. Poi la mancanza di professionalità e la mancanza di talento puro (ciò di cui parlavo prima: umiltà, sacrificio, lavoro, dedizione, passione) diventano il tuo nemico più forte. E ti batte. E tu torni ad essere quello con la maglia numero 8 o numero 10 blaugrana o numero 22 rossonera. Una maglia, già rimpiazzata. Restano le tue giocate, sì, ma giocate che si contano in numero discreto. Restano lontane, tra l’altro, ben relegate in un intervallo di tempo preciso. Attorno c’è il nulla.

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Purtroppo la stampa deve vendere giornali e continua il suo processo di beatificazione.

Lo dico da una vita e la dimostrazione più palese sono proprio le prestazioni, viste però con l’obiettività necessaria in questi casi.

Io ricordo di un Maradona che ha spostato letteralmente gli equilibri a favore del Napoli per un paio di anni. E poi stop. Ma le cose che ha fatto Maradona non le ha mai più replicate nessuno. Nessuno con la sua stessa forza, col suo talento immenso. Riconosciuto da tutti. Da contraltare a tale immenso successo la solita vita che da una parte ti dà, dall’altra ti leva. Ma di Maradona ne è esistito uno. E pur con le sue mille difficoltà (donne, vita mondana ed è un eufemismo, droga, niente allentamenti) è stato il numero uno. Indiscutibile. Mentre questi qui, i moderni fenomeni, fanno sì la bella vita, ma poi faticano a rendere. Tipo Ronaldinho, tipo il campione Adriano. Probabilmente le cause di Kaka sono diverse, ma credo siano un paio di anni che non becca più un complimento.

Poi ci sono altri personaggi, di quelli da stampare e da far vedere ai più piccoli: “vedi, questo qui è stato un grande uomo. Educato, ha lavorato e sudato tantissimo, ha giocato, si è comportato sempre bene, dentro e fuori il campo e ha ricevuto dalla vita molti doni, fra coppe e successi personali e di squadra. Leggi e impara!”. Hanno nomi, nomi precisi. I più recenti si chiamano Paolo Maldini e Alessandro Del Piero. Lontano nel tempo Giampiero Boniperti, recentemente Franco Baresi e Gaetano Scirea. E l’elenco potrebbe continuare. Gente che ha messo il cuore e ha dedicato veramente la propria vita per questo sport e per la propria maglia. Eppure, per esempio, Paolo Maldini è stato duramente contestato nel giorno dell’addio – roba che all’estero si chiedono ancora se quello là era uno scherzo o faceva parte della italica realtà triste – mentre Del Piero viene regolarmente attaccato perchè finito, nonostante gli statistici non riescono ad andare dietro alle sue gesta. Che vi vuoi fare – mi dicono tutti – i tempi sono cambiati.

Che tempi di merda!

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