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Tag: lippi (pagina 1 di 3)

Di Guido Rossi ce ne é 1 e la Juve ne ha 31

Ditelo a Pistocchi la prossima volta che lo incontrate: la Juve ha scritto 31 perché 31 sono gli scudetti. Proprio perché esistono sentenze di tribunali che lo hanno certificato. Il problema è l’ignoranza, e noi speriamo sia proprio ignoranza, altrimenti dovremmo propendere per la malafede (di cui comunque siamo certi). In ogni caso: buon 31esimo scudetto alle sorelle e ai fratelli bianconeri.

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Sono 31, 1 di più dei punti di vantaggio sui nerazzurri che molti anni fa poterono mostrare e festeggiare (addirittura) uno scudetto mai veramente vinto.

Sono 31, perché dal 1905 questa Società incamera successi su successi, tutti sudati sul campo. Campo nel quale quest’anno sono cadute in molte squadre, massacrate a colpi di gioco, di cattiveria agonistica, di corsa, di qualità, di convinzione.

Sono 31 e 2 portano la firma, più grossa delle altre come poche volte nella storia bianconera, di Antonio Conte. Un condottiero, una sorta di top manager come lo descrisse inconsciamente Gigi Buffon qualche settimana fa. E questo secondo scudetto arriva dopo una cavalcata da paura.

Sono 31, non uno in meno.

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Sono 31, con Marotta e non con Moggi. Con Paratici e non con Bettega. Tanto per confermare che si vince con un piano ben preciso, con alcuni fenomeni in rosa, con un campione assoluto in panchina (come lo furono Lippi e Capello, tanto per intenderci). E si vince senza Moggi, perché con Moggi solitamente si stravince.

Sono 31 ed è il secondo della dinastia Andrea Agnelli. Comprendiamo le difficoltà entro cui deve muoversi il Giovin Signore, ma guai a dimenticare i meriti di questo non ancora quarantenne Presidente della Juve. L’amore che dimostra per la maglia traspare dalla informalità con la quale scende negli spogliatoi ad abbracciare i suoi ragazzi. Sono cambiati i tempi, ma la Juve comanda con uno juventino al comando.

Sono 31 semplicemente perché la Juve è superiore. Quest’anno poi, non ce ne voglia la boria di Agnelli o la tracotanza di Stramaccioni, è stato davvero facile con questo livello di avversari e avversarie. Dove finiscono i meriti e cominciano i demeriti? Difficile dirlo, di certo c’è che sono limpidi i meriti e altrettanto limpidi i demeriti provocati dai meriti bianconeri. Contorto? No: limpido!

Sono 31 e presto saranno di più se solo Marotta piazzasse qualche buon colpo e cedesse al giusto prezzo giocatori che vanno ceduti.

Sono 31 da oggi, ma lo erano praticamente già febbraio quando i passi falsi bianconeri non vennero sfruttati da chi pensava, al sud come al nord, che raggiungere la Juve potesse essere possibile.

Sono 31 e… già pensiamo al prossimo.

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Antonio, addestra per bene i soldatini

Titolo emblematico. Fossi in curva mi inventerei uno striscione di questo tipo. Il ricordo è ancora vivo, benché trovai abbastanza divertente l’uscita rosicona di Cassano.

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Ricordate anche voi? La dichiarazione di Cassano che spiegando i motivi del suo “no” alla Juve disse “lì preferiscono i soldatini”. Complicato capire fin dove abbia ragionato Cassano e da quale punto in poi l’istinto abbia avuto il sopravvento prendendo possesso delle corde vocali. Resta il fatto: coi soldatini si vince.

Si vincono le battaglie e si vincono le guerre. Pensate al “soldatino” per eccellenza, tale Angelo Di Livio. Solo 3 gol in 186 presenze, ma sarebbe fin troppo banale sottolineare l’importanza del primo numero. In quella Juve di Lippi, Angelo Di Livio era un perno fondamentale. Quindo di centrocampo, quarto di centrocampo, ala, perfino quinto di difesa quando in un periodo storico particolare Lippi schierava Lombardo su una fascia e Di Livio sull’altra.

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Soldatino è colui che sa rispondere benissimo alle chiamate dei generali, e Antonio Conte è un generale. Un sergente, un colonnello, un capitano, un quello-che-volete-voi. Soldatino è uno di quelli che ascolta un compito e lo esegue. E nel calcio, nel calcio ragionato, nel calcio programmato, questo è fondamentale. Talmente fondamentale che Conte ci ha stravinto uno scudetto e adesso sta lottando per obiettivi importanti.

Conte coi soldatini ha distrutto un campionato contro ogni tipo di previsione. Senza nessun pallone d’oro in campo (chiediamo scusa a Del Piero, Buffon, Pirlo che il pallone d’oro ce l’hanno incorporato), solo con soldatini perfettamente addestrati e perfettamente adatti ad ascoltare i compiti e le lezioni di Antonio Conte.

La domanda sorge spontanea: qual é il problema?

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Una domenica senza la Juve non è una domenica

A quest’ora sarei stato tutto preso a guardare possibili formazioni, a scrivere il pezzo di presentazione della domenica mattina, magari ad annunciare la formazione via Twitter per l’anticipo serale del sabato. Invece questo giro staremo fermi. Una domenica senza la Juve non è una domenica.

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Siamo piacevolmente dipendenti dal bianconero, da quelle emozioni impareggiabili che la squadra di Conte ha saputo farci riassaporare dopo gli anni maledetti di Farsopoli.

Siamo piacevolmente dipendenti dal bianconero perché mai la Juve era così piaciuta. Bella a vedersi, bella da guardare, ammirata all’estero e anche in Italia, nonostante i rosiconi antijuventini non lo ammetteranno mai in pubblico.

Siamo piacevolmente dipendenti dei lanci di Andrea Pirlo, delle sue geometrie, delle sue giocate. Siamo piacevolmente dipendenti delle sgroppate di Lichtsteiner e delle incursioni di Marchisio. Siamo piacevolmente dipendenti dei recuperi palla di Vidal e della classe di Pogba.

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La Juve è la Juve, e quella di Conte sembra ancora più Juve delle altre, nonostante le altre potevano vantare nomi da capogiro. Chissà che posto avrebbero avuto Vucinic e Giovinco, Matri e Quagliarella nelle formazioni di Lippi e Capello che invece schieravano Inzaghi e Del Piero, Trezeguet e Ibrahimovic. E proprio questi paragoni danno ancora più valore al lavoro strepitoso di Antonio Conte, uno che per Sacchi andrebbe solo ringraziato.

Una domenica senza la Juve non è una domenica e ce ne dobbiamo fare una ragione. Non potremmo così ammirare i duelli, tutti vinti, di Barzagli o le sportellate di Chiellini. O la sapiente regia di Bonucci, uno che due anni fa lo avremmo mandato volentieri al rogo (vale a poco dire che io l’ho difeso) e invece oggi è un perno a cui Conte non rinuncia mai.

Fa rabbia pensare di dover rinunciare alla Juve per prestare la Juve alla Nazionale, dopo quello che ci combina regolarmente la FIGC. Fa specie pensare che chi durante la normale settimana calcistica fa di tutto per mettere in cattiva luce i nostri ragazzi poi se li coccola quando vestono, in abbondanza, l’azzurro.

Tanto adesso si ricomincia. Ancora qualche giorno e si riparte. Si riparte alla grande. I grandi nemici italiani, i grandi nemici europei. Sfide stimolanti già presenetate da Barzagli e Quagliarella, Bonucci e Matri, Buffon e Chiellini.

Sì, vero, però… una domenica senza la Juve non è una domenica.

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Chiudiamo bene l’anno: c’è il Cagliari

Antonio Conte ha messo in guardia i suoi: guai a rilassarsi, proprio ora, proprio adesso che bisogna accelerare e dare un altro segnale a chi gufa ormai da un anno e più.

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La Juve guarda tutti dall’alto della sua incredibile classifica. E’ in buona salute fisica nonostante qualche acciacco (Chiellini e Pepe out, Vucinic non al meglio) e ha diverse carte da potersi giocare.

Rientra Pogba, ma Conte è intenzionato a mandare in campo i migliori 11. La formazione la daremo solo dopo pranzo, ma sembra ormai fatta. Giovinco guiderà l’attacco e ci mancherebbe: per molti è una delle pedine più importanti nello scacchiere del tecnico, e questo perché consente soluzioni che l’anno scorso non avevamo. Crescerà anche sul piano della realizzazione (quanti errori contro l’Atalanta?) e ha bisogno del pieno sostegno dei tifosi. Conte crede tantissimo in lui e, di riflesso, dobbiamo farlo pure noi.

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C’è il Cagliari, in leggera flessione rispetto all’arrivo del duo che sta in panchina. C’è Cellino che ha già cominciato a ritagliarsi un po’ di spazio sui giornali e in TV. E’ colpa della Juve se non si gioca a Quartu, è tutta colpa della Juve. E’ solo colpa della Juve. E allora prendiamocela tutta questa colpa.

Voglio una squadra feroce, senza pause. Voglio un Vidal in gol, voglio un Pirlo ancora sublime, voglio tante reti e non ne voglio subire nemmeno una. E’ l’ultima partita dell’anno, l’ultimo sforzo in un 2012 che resterà impresso nella mia mente come pochi altri anni solari.

Un magnifico Conte ha guidato una delle Juventus più belle e più forti. Assurdo giocare su paragoni impossibili, ma riguardando le immagini del passato è oggettivo constatare come quella di Conte abbia una identità e un gioco difficilmente rintracciabile nelle Juventus di Trapattoni o di Lippi. Con meno Zidane o Platini, con meno Del Piero e Trezeguet, ma con un copione di assoluto livello. Prima c’era Furino, poi ci fu Deschamps, ma oggi c’è Pirlo. Prima c’era Tardelli, poi ci fu Davids, ma oggi c’è Vidal. Prima c’era Zoff o Tacconi, poi ci fu Peruzzi, ma oggi c’è Buffon. Prima c’era Trapattoni, poi ci fu Lippi, ma oggi… e ringrazio il Cielo ogni mattina… c’è Antonio Conte.

Ultimo strappo del 2012, mandiamo in frantumi i fegati di chi affannosamente cerca di ostacolarci. Poi un po’ di vacanza e poi un altro anno magnifico. I believe in Antonio Conte!

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Juve-Napoli, il personaggio: Marcelo Danubio Zalayeta

Se pensi a Juve-Napoli ti vengono in mente tanti protagonisti, per motivi diversi. Può venirti in mente Sivori, ma anche Ferrara o Lippi ad esempio. Noi questa volta abbiamo deciso di ricordare un personaggio diverso, meno di richiamo, ma indissolubilmente legato a questa sfida. Abbiamo pensato a Marcelo Danubio Zalayeta.

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Nell’estate ’97 Luciano Moggi porta a Torino un giovane attaccante del Penarol cresciuto nel Danubio che si era messo in luce nei Mondiali Under 20 chiusi al secondo posto con la nazionale uruguayana. Comincia così l’avventura del diciottenne Zalayeta, pagato 5 miliardi di lire e arrivato insieme al coetaneo e connazionale Pellegrin, un difensore di cui si sarebbe presto persa ogni traccia.
Non è facile neanche per Zalayeta emergere in quella Juventus così spettacolare e forte, con Del Piero e Inzaghi che avrebbero realizzato insieme la bellezza di 59 reti solo in quella stagione. Marcelo rimane nell’ombra come un oggetto misterioso finché Lippi non decide di buttarlo nella mischia durante il secondo tempo di una partita che sulla carta avrebbe dovuto essere una passeggiata. È il 14 marzo 1998 e a Torino si gioca Juve-Napoli, un testa-coda a tutti gli effetti, con la Juve che si stava involando verso il suo venticinquesimo scudetto e il Napoli che si stava rendendo protagonista di una stagione imbarazzante, che l’avrebbe visto arrivare ultimo con soli 14 punti in classifica e 2 partite vinte nell’arco dell’intero campionato. Sembrava una passeggiata e tutto lascia pensare che sarebbe stato così dopo il gol da cineteca inventato da Del Piero. Ma Turrisi pareggia e la partita non si sblocca. Lippi si ricorda di Zalayeta che entra e non delude, realizzando un gol di rapina che sembrava essere decisivo per i tre punti. Purtroppo non basta, perché Protti pareggia e il Napoli porta a casa un punto che non avrebbe però cambiato le sorti del suo campionato, né di quello della Juve.

A quel punto la strada per Zalayeta sembrava in discesa e la Juve decide di mandarlo a maturare un anno ad Empoli, dove però non esplode. Serviranno altri due anni in prestito al Siviglia per convincere i dirigenti bianconeri a riportarlo a Torino, pensando che in fondo uno come lui poteva far comodo come quarta o quinta punta in una grande squadra. Già, perché il Panterone, come veniva soprannominato per il suo passo felpato, quei movimenti da finto lento che potevano sorprendere l’avversario grazie a un fisico imponente coadiuvato da una buona tecnica di base, era un elemento prezioso in rosa. Molto eclettico e generoso, in grado di fare il centravanti, la seconda punta o l’ala, mai polemico nonostante le numerose panchine e tribune, sempre pronto quando veniva chiamato in causa.
E il destino avrebbe ripagato quell’intuizione di Moggi e lo spirito di sacrificio di Marcelo. Clamorosamente, in due occasioni.

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Quarti di finale di Champions, 2002/03. La Juve deve andare a fare la partita al Camp Nou dopo l’1-1 in casa contro il Barcellona con gol di Montero. Una partita difficilissima che assume i connotati dell’impresa quando i bianconeri si ritrovano in 10 per l’espulsione di Davids e sotto di un gol. Pareggia Nedved, si va ai supplementari. È un assedio. Lippi si ricorda di Zalayeta, come aveva fatto cinque anni prima col Napoli e lo manda in campo. Quando siamo ormai all’ultimo minuto del secondo tempo supplementare e la Juve è schiacciata nella propria area, improvvisamente Birindelli esce palla al piede dalla difesa e supera la metà campo sulla destra. Davanti c’è solo lui, il Panterone, in mezzo ai difensori catalani. Birindelli crossa comunque. Zalayeta anticipa tutti e con un piatto preciso gela letteralmente il Camp Nou e porta la Juve in semifinale. Una soddisfazione enorme per tutti, soprattutto per un giocatore un po’ sottovalutato da molti fino a quel momento. Purtroppo poi in finale anche Zalayeta si sarebbe fatto ipnotizzare da Dida dal dischetto in quella partita maledetta.

Chiede alla società di poter giocare di più e così passa al Perugia nel gennaio successivo, dove però un gravissimo infortunio l’avrebbe tolto dai giochi per l’intera stagione e convinto a tornare a Torino.
Il destino aveva infatti in serbo per lui un’altra sorpresa.
Capello lo impiega con maggiore regolarità rispetto al passato, complice anche un lungo infortunio di Trezeguet, e Zalayeta non delude.
Ottavi di Champions, 2004/05. La Juve ospita il Real Madrid e deve ribaltare l’1-0 dell’andata. La gara non si sblocca e Capello manda in campo prima il rientrante Trezeguet e poi anche Zalayeta. David segna e porta la partita ai supplementari. E ancora una volta ci pensa il Panterone sul finire del secondo tempo supplementare a regalare la qualificazione alla Juve con un destro da fuori area che fa impazzire il Delle Alpi.
L’ultima stagione bianconera di Zalayeta sarebbe stata quella delle Serie B, dove Marcelo rispetta il suo solito ruolo di riserva riuscendo comunque a segnare le sue ultime quattro reti torinesi.

Dopo 160 presenze spalmate tra il ’97 e il 2007 condite da 34 reti, Zalayeta lascia definitivamente la Juve e passa proprio al Napoli, la squadra a cui aveva segnato il suo primo gol italiano. Sotto il Vesuvio gioca due stagioni e segna qualche gol importante. Ma purtroppo si rende protagonista di una simulazione proprio contro la sua ex squadra, in quel Napoli-Juve 3-1 datato 2007 in cui Bergonzi regalò due rigori ai partenopei e si rese protagonista di una prestazione imbarazzante. Zalayeta si procura un rigore con un tuffo che viene poi punito dal giudice sportivo con due giornate di squalifica per simulazione, squalifica poi annullata dopo il ricorso di De Laurentis.
Dopo una stagione al Bologna e una in Turchia al Kayserispor, Zalayeta è tornato al Penarol, dove gioca attualmente.

Un Juve-Napoli per lui non sarà mai una partita come le altre, come per i tifosi bianconeri lui non sarà mai un giocatore come gli altri, nonostante non fosse certamente un fuoriclasse né un titolare inamovibile. Per lui parleranno sempre quei due gol in Champions, sarà per sempre l’uomo del secondo tempo supplementare, il Panterone. Peccato solo per quella simulazione, una macchia che avrebbe dovuto evitargli Bergonzi ammonendolo in quella partita, purtroppo arbitrata a senso unico.

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Juventus-Chievo I precedenti

Quarta giornata di campionato, allo Stadium alle 20e45 si presenta il Chievo Verona di Mimmo Di Carlo; la Juve arriva da 3 vittorie su 3 partite disputate mentre il Chievo con una vittoria alla prima giornata e 2 sconfitte.

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Avversari da non sottovalutare i gialloblù, l’ultima vittoria dei bianconeri infatti risale alla prima giornata del campionato 2009/10, quando sulla panchina c’era Ciro Ferrara, vittoria che arriva grazie al gol di Vincenzo Iaquinta. Nei 5 incontri che seguono la Juve non riesce ad andare oltre il pareggio, perdendo addirittura a Verona il 17 Gennaio. Juventus e Chievo si sono affrontate 20 volte in incontri ufficiali, 12 vittorie bianconere, 7 pareggi e una sola vittoria dei Clivensi. Da ricordare la sfida del 15 Settembre del 2001 che vide il Chievo in vantaggio di 2 reti dopo venti minuti, grazie alla doppietta di Marazzina, poi TacchinardiTudor e Salas su rigore diedero i 3 punti alla squadra allenata da Marcello Lippi.

Partita molto sentita dai gialloblù viste le dichiarazioni di più giocatori convinti di poter infliggere la prima sconfitta alla Juventus, a partire dal portiere Sorrentino, passando per l’ex Rigoni e arrivando all’attaccante Di Michele, tutti convinti di poter fermare l’11 di Mister Conte, purtroppo ancora rinchiuso in tribuna.

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Le emozioni della Champions e quel conto aperto col destino

Ormai ci siamo. Dopo 2 anni la Juve torna dove più le compete. Torna a calcare il palcoscenico più prestigioso d’Europa. Champions League, finalmente. Uno scrigno pieno di emozioni che non vedevamo l’ora di tornare a cullare.

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Uno scrigno che racchiude di tutto. Dall’impresa epica alla più cocente delusione, dal trionfo più bello fino alla sconfitta più dura da sopportare. Contiene anche il dramma che nessuno potrà mai dimenticare perché nessuno deve scordare dove può spingersi la bestialità umana. L’Heysel fa parte della nostra storia e della storia della Champions, l’apice del dolore e un monito imperituro per chi vede lo stadio come il luogo migliore per sfogare una rabbia insulsa.

I tifosi non stanno più nella pelle, si riparte da Londra, da Stamford Bridge e ce la vedremo subito contro i campioni uscenti del Chelsea. Francamente non poteva esserci un ritorno migliore di questo, direttamente dalla porta principale.

Partiamo con molta fiducia e da imbattuti in campionato, siamo infatti “undefeated” come ha ricordato Lampard, a dimostrazione che l’Europa sa che stiamo costruendo davvero qualcosa di buono. Il clima intorno alla squadra è di grande euforia e non potrebbe essere altrimenti dopo un’annata indimenticabile come quella passata con la rivoluzione di Conte, il trentesimo scudetto e la risalita dagli inferi dove ci avevano sbattuto per 6 anni. Dopo il 2006 abbiamo già partecipato due volte alla Champions ma stavolta siamo consapevoli davvero che non dobbiamo porci limiti. In tutti noi è ancora fresca nella mente la delusione dall’ultima volta, quell’ 1-4 in casa col Bayern che ha segnato l’inizio della fine per Ferrara e in generale per una squadra che si sarebbe avviata verso un doppio e umiliante settimo posto.

Ma oggi è diverso, dicevamo. Siamo consapevoli che non possiamo partire coi favori del pronostico ma abbiamo il dovere di giocarcela. Perché siamo la Juve e abbiamo imparato dalla nostra storia che sono gli altri che devono farsela addosso all’idea di trovarci come avversari. Sappiamo che la nostra squadra è formata da molti elementi alla prima esperienza in Champions o comunque con scarsa esperienza internazionale. Ma possiamo andare oltre questo problema perché abbiamo la capacità e la qualità per farlo.

Dobbiamo mettere in campo la stessa fame e lo stesso spirito che ci ha guidati l’anno scorso al compimento di una vera impresa. Dobbiamo imporre il nostro gioco, fare la partita con intensità e concretizzare le occasioni da gol.

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Se riusciremo a rispettare questi tre dogmi andremo lontano perché l’Europa impone ritmi alti e se ti fai schiacciare in trasferta rischi di uscirne con le ossa rotte. Dovremo essere più cattivi sotto porta perché non avremo mai venti occasioni nitide per riuscire a segnare un gol. Non sarà facile, certo. Come appunto non sarà da sottovalutare l’emozione di molti nostri giocatori nell’esordire in Champions. Ma dobbiamo avere fiducia. Nella stagione 1995/96 esordirono in Champions oltre a Lippi anche Peruzzi, Pessotto, Torricelli, Carrera, Marocchi, Di Livio, Conte, Tacchinardi, Del Piero, Ravanelli e Padovano. Ma tutti sappiamo come è andata a finire. E quella volta il successo è arrivato perché siamo riusciti ad imporci e a fare il nostro gioco ovunque e contro chiunque. Ricordo solo una grande sofferenza durante il primo tempo al Bernabeu nei quarti di finale, oltre all’avvio shock a Dortmund dove però riuscimmo a rimontare agevolmente quel gol subito dopo pochi secondi di gioco.
La Champions è così, puoi avere tutto o niente, puoi gioire come non mai e puoi precipitare nello sconforto.

La Champions può regalarti di tutto: un giovanissimo Del Piero che all’esordio inventa un tiro e lo ripete per tre volte di fila dandogli per sempre il suo nome e un vecchio Alex che incanta il Bernabeu fino a una standing ovation da brividi, Ravanelli che si copre la faccia con la maglietta, un gol pesante come un macigno di Conte ad Atene, un capolavoro di Platini, un cross di Cabrini, un’incornata di Montero, un rigore parato da Buffon a Figo, un inserimento di Tardelli, un gol da centravanti di Torricelli a Glasgow, una chiusura di Gentile, un tiro al volo in pieno recupero di Tudor, i panni dell’eroe dei tempi supplementari vestiti da Zalayeta, un gol rocambolesco di Emerson, il cuore di Nedved, Trezeguet che bastava toccasse un pallone per renderlo d’oro, Zidane che prende per mano la squadra ad Amsterdam, la grinta feroce di Davids, il rigore di Jugovic e le braccia verso il cielo di Roma di Vialli.
La Champions è questo e molto altro…sono anche le cinque maledette finali perse, l’ammonizione e le lacrime di Nedved, la testata di Zidane e l’espulsione di Davids che di fatto ci eliminano contro l’Amburgo, la rimonta incredibile in semifinale del Manchester a Torino dopo che Inzaghi aveva segnato due gol nei primi dieci minuti, il sortilegio inglese che impedisce a Capello di andare oltre i quarti.

Abbiamo un conto aperto col destino in questa competizione e noi tifosi lo sappiamo bene. Abbiamo perso cinque finali che potevamo e dovevamo vincere, e che avremmo meritato di portare a casa guardando il valore delle squadre. Passi la prima volta con il grande Ajax dato che si trattava della nostra prima finale europea, ma già con l’Amburgo nell’83 il destino ci ha messo molto di suo per metterci i bastoni tra le ruote. Il destino che ha vestito i panni dell’arbitro nelle finali del ’97 e del ’98. Non abbiamo giocato come sapevamo né con il Borussia Dortmund né con il Real ma gli errori arbitrali sono stati marchiani. Contro i tedeschi tra rigori non dati e fuorigioco si è perso il conto, contro il Real evidentissimo offside di Mijatovic non visto dal guardalinee. A questo si aggiunga un Del Piero a mezzo servizio entrambe le volte per problemi fisici. Destino ancora più beffardo quando Alex riesce a segnare un gol meraviglioso di tacco ma inutile a Monaco di Baviera. E lo stesso destino che se la ride al pensiero che la traversa dell’Old Trafford trema ancora oggi dopo quel tuffo di testa di Conte con Dida ormai battuto. Una finale maledetta, una Juve nettamente superiore al Milan che paga carissimo l’assenza di Nedved e gli errori di formazione di Lippi. Una Juve che cede ai rigori, con Ferrara che quella notte a differenza di sette anni prima non se la sente di presentarsi dal dischetto. Segnano solo Del Piero e Birindelli, a nulla vale una partita perfetta da parte di Buffon.

Per capire quanto sia maledetta per noi questa coppa basta anche vedere le nostre due vittorie. Dell’Heysel si è già detto, è una sconfitta per la vita e per la civiltà. A Roma nel ’96 ci sono voluti i rigori per avere la meglio su un grande avversario come quell’Ajax che però era stato dominato in lungo e in largo durante l’arco dei 120 minuti. Ricordo bene quel giorno, avevo solo 9 anni ma fu una gioia immensa. Ricordo la tensione prepartita in casa, io che avevo tirato fuori qualsiasi cosa avessi di bianconero per metterlo sul divano anche se avrei tanto voluto essere a Roma quella notte. Ricordo l’emozione alla musichetta iniziale e la nostra indimenticabile maglia blu con le stelle, quel gol da posizione impossibile di Penna Bianca e quel mezzo errore di Peruzzi che consente a Litmanen di pareggiare. Ricordo Conte costretto a uscire per infortunio, Del Piero che non riesce a dipingere capolavori marcato strettissimo dai difensori e Vialli che lotta con sé stesso e con i suoi fantasmi blucerchiati oltre che con il muro olandese che si ritrova davanti. Ricordo che facciamo la partita ma non riusciamo a dare il colpo del Ko. Si va ai rigori e Van Der Sar sembra occupare tutta la porta da quanto è alto rispetto a Peruzzi. Ricordo che mio papà si chiude in un’altra stanza perché non vuole vedere i rigori e penso che aveva fatto lo stesso anche nella finale Mondiale di Usa ’94 quindi un po’ inizio a temere che sarebbe finita male ancora una volta. Ma ci pensa subito Peruzzi a mettere le cose a posto parando due rigori. Da noi segnano tutti: Pessotto, Ferrara, Padovano e Jugovic. Ricordo che al gol di Jugovic sono corso a chiamare mio papà per andare in giro a festeggiare, ovviamente dopo aver visto Vialli che salutava la Juve alzando al cielo di Roma quella coppa talmente bella e maledetta da sembrare impossibile.

Dobbiamo ripartire da qui, da questa immagine. Da un gruppo di uomini, prima ancora che calciatori che hanno saputo diventare grandi insieme lottando sul campo e dando l’anima. Lo spirito di quella Juve di Lippi permea alla grande anche l’attuale Juve di Conte e questa è una cosa fondamentale. Perché i giocatori e gli allenatori sono sempre passati ma la Juve resta. E la parola Juve racchiude tutta una serie di valori che non devono mai mancare: la mentalità vincente, il furore agonistico, lo spirito indomito, la volontà di imporsi e il non aver paura di nessuno. Conte ha riportato tutto questo in un solo anno in un posto dove al suo arrivo aveva trovato un cumulo di macerie. Fa soffrire davvero pensare che non potrà vivere in panchina, al fianco dei suoi ragazzi, quel sogno per il quale ha lavorato tanto e per il quale è riuscito a costruire un capolavoro. In Europa siamo sicuri che sono più consapevoli che molti italiani delle porcate che succedono all’interno della nostra Federazione, ma questa è un’altra storia.

Torniamo in Champions, dunque, a testa alta e dalla porta principale. Non poniamoci limiti perché se giochiamo come sappiamo possiamo toglierci grandi soddisfazioni. Dunque: imporre il nostro gioco, fare la partita con intensità e concretizzare le occasioni. E ricordiamoci quel conto aperto col destino che merita di essere saldato.

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Comunque vada, hanno raggiunto il loro obiettivo

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Pochi giorni fa, nel corso di un’intervista a Sky Sport 24, Aurelio De Laurentiis ha dichiarato: “In Italia, chi vince viene sempre perseguitato”. Sperando che il vulcanico presidente partenopeo non si offenda, noi ci permettiamo di correggere le sue parole, perché l’esperienza ci ha insegnato che in Italia solo la Juventus, quando vince, viene perseguitata. Sei anni di delusioni ci avevano fatto dimenticare il dolce gusto del trionfo, ma anche l’opprimente sensazione di trovarsi sotto assedio. La storia degli ultimi scudetti juventini è chiara: ogni volta che i bianconeri si sono cuciti il tricolore sul petto, si è sempre trovato il modo di infangarli. Senza andare troppo lontano nel tempo, per dimostrare quanto appena detto basterà ricordare le vicende degli ultimi tre grandi allenatori della Vecchia Signora: Lippi, Capello e Conte.

La Juve di Lippi e il processo per doping

Il tecnico viareggino ha collezionato ben tredici trofei in otto anni (dal 1994 al 1999 e dal 2001 al 2004). La sua Juventus è stata presa a modello dai più grandi allenatori del mondo, fra cui anche Sir Alex Ferguson, eppure qualcuno ha avuto il coraggio di dire che gli incredibili risultati raggiunti fossero frutto dell’utilizzo di sostanze dopanti. Nell’estate del 1998, infatti, l’allenatore della Roma Zdnenek Zeman accusò la società torinese di servirsi di medicinali proibiti per incrementare le prestazioni dei propri calciatori. Le sue dichiarazioni furono raccolte dal procuratore di Torino Raffaele Guariniello, il quale decise di portare in tribunale Riccardo Agricola e Antonio Giraudo, all’epoca rispettivamente medico sociale e amministratore delegato della Juventus. Il processo, durato nove anni, si concluse con l’assoluzione dei due imputati. Ciò nonostante, la Juventus di Lippi è entrata nell’immaginario collettivo come la squadra dei dopati.

La Juve di Capello e Calciopoli

Fabio Capello ha guidato la Juventus dal 2004 al 2006, vincendo due scudetti. L’allenatore friulano, in particolare nel secondo anno, aveva a disposizione una squadra formidabile, capace di chiudere il campionato a quota 91 punti. Nel maggio del 2006, però, lo scoppio dello scandalo definito “Calciopoli” o “Moggiopoli” portò alla revoca dei due scudetti vinti (uno dei quali assegnato a tavolino all’Inter) ed alla retrocessione della Juventus in Serie B. Il processo sportivo si basò su un’enorme mole di intercettazioni telefoniche nei confronti di Luciano Moggi, direttore generale della società torinese. L’accusa sosteneva che Moggi fosse a capo di una “cupola” in grado di condizionare le designazioni arbitrali e l’andamento stesso del campionato. Allo scopo di condannare velocemente la Juventus, migliaia di intercettazioni relative ad altre squadre (in particolare l’Inter) furono occultate e fu addirittura abolito un grado di giudizio del processo sportivo. La cattiva gestione delle indagini fu evidenziata dal collegio difensivo di Luciano Moggi, che, durante il processo penale tenutosi a Napoli, portò in tribunale buona parte delle intercettazioni insabbiate, grazie alle quali si dimostrò il pieno coinvolgimento dell’Inter. La squadra di Moratti, oggetto di una dura relazione da parte del procuratore federale Stefano Palazzi, è però riuscita ad evitare il giudizio grazie alla sopraggiunta prescrizione. Nonostante i numerosi ricorsi presentati dalla Juventus, uno dei quali ancora pendente presso il TAR del Lazio, i due scudetti revocati non sono stati ancora restituiti e la corazzata di Capello viene da tutti ricordata come una banda di ladri.

La Juve di Conte e il calcioscommesse

Veniamo ai giorni nostri. Dopo sei anni difficili, la Juventus, guidata dal condottiero Antonio Conte, è finalmente tornata al trionfo, terminando il campionato senza mai perdere una partita. A finire nel mirino, stavolta, è stato proprio l’allenatore bianconero. Sulla base delle parole di Filippo Carobbio, pentito nell’ambito del processo per calcioscommesse ed ex giocatore di Conte al Siena, il tecnico salentino è stato deferito per omessa denuncia e rischia di andare incontro ad una lunga squalifica. Insieme a lui, sono finiti sotto accusa anche Leonardo Bonucci e Simone Pepe. Nonostante i soggetti in questione, all’epoca dei fatti loro addebitati, non fossero tesserati della Juventus, l’opinione pubblica ha subito colto la palla al balzo per infangare anche l’ultimo successo bianconero. Al di là di quelle che saranno le sentenze, dunque, la squadra degli imbattibili verrà ricordata come quella degli scommettitori (anche alla luce delle calunnie lanciate contro Buffon alla vigilia degli Europei).

Anche questa volta, quindi, la macchina del fango ha colto nel segno, dando nuovamente voce alla schiera degli anti-juventini, in attesa di un minimo pretesto per sfogare tutta la frustrazione accumulata nel corso dell’ultima stagione. A differenza del 2006, però, i rosiconi dovranno fare i conti con Andrea Agnelli, il primo tifoso juventino, più che mai determinato a difendere in ogni sede l’onore e la dignità dei suoi tesserati.

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Farsopoli, la Juve e le altre: il tempo è galantuomo…

In un precedente articolo mi sono soffermato sulla trasformazione del calcio italiano, in particolare analizzando il radicale mutamento cui abbiamo assistito: il modo di praticare il mercato è cambiato. Non ci sono più tanti soldi da spendere, si va avanti tra comproprietà e prestiti con diritto di riscatto. I pagamenti vengono sempre più dilazionati, gli ingaggi non possono più essere faraonici. Le cause le abbiamo già indicate, ma ciò che vorrei sottolineare ora è la netta involuzione del sistema del calcio italiano negli ultimi 4-5 anni.

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E come motivo principale non posso che indicare la più grande farsa della storia del calcio italiano, calciopoli per gli atti ufficiali, FARSOPOLI per tutti i tifosi juventini, ma soprattutto per il più grande valore della vita, la verità. Farsopoli ha prodotto due ordini di effetti: immediati e ritardati. Nell’immediato, ha distrutto una squadra che dominava letteralmente in Italia. La Juventus di Capello era una corazzata, una squadra solida e vincente come poche altre. Aveva saputo rinnovarsi dopo il secondo Lippi e soprattutto dopo Ancelotti, e aveva messo sotto tutte le altre, anche il Milan di Kakà. Alla distruzione della Juventus ha fatto seguito il rafforzamento dell’Inter, anche perché i bianconeri erano stati costretti a cedere i pezzi migliori, e Vieira + Ibrahimovic si erano accasati all’Inter. I nerazzurri, grazie a ciò, sono riusciti anche a conquistare l’Europa, impresa che non riusciva da molti anni.

Proprio in Europa, grazie al terremoto calciopoli, si sono affacciate squadre italiane che prima di allora non avevano quasi mai partecipato a competizioni europee. L’Udinese, il Napoli, la Sampdoria: le gerarchie del calcio italiano erano state capovolte, e in seguito allo scandalo, si parlava di calcio pulito, di eliminazione di quei personaggi che avevano gettato nel fango la credibilità del calcio italiano. Paradossale che questa credibilità, secondo l’opinione pubblica, fosse stata ritrovata con il commissariamento della FIGC, al cui vertice fu posto Guido Rossi, che per dieci anni aveva fatto parte del CdA dell’Inter. Direi un leggero conflitto d’interessi!

Guarda caso, lo scudetto revocato alla Juventus fu assegnato proprio all’Inter. In tutto questo il Milan si era un po’ defilato, un po’ per convenienza, un po’ per necessità: perché il Milan è stato letteralmente graziato in questa farsa, visto che era stato tirato in ballo per gli illeciti commessi da Leonardo Meani, dipendente della società rossonera. Stranamente però, quella iniziale penalizzazione inflitta al Milan, e che non permetteva nemmeno l’accesso alla Coppa UEFA, fu notevolmente ridotta, fino a consentire al Milan di poter partecipare alla Champions (edizione poi vinta addirittura!). Il rafforzamento dell’Inter, che aveva acquistato egemonia in questi anni, il ruolo un po’ più marginale del Milan, che ha cercato di non perdere terreno dai cugini milanesi, l’assenza della Juventus, e la presenza di squadre non attrezzate a rappresentare l’Italia in Europa, hanno determinato un progressivo e inarrestabile declino della forza delle italiane in Europa. Il che si è tradotto con la perdita di alcune posizioni nel ranking europeo, e quindi abbiamo avuto meno squadre in Europa.

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Ma tutto ciò che ora sta uscendo fuori in merito a FARSOPOLI, con le responsabilità dell’Inter, in verità già accertate con la relazione di Palazzi, nella quale si parlava di illecito dell’Inter, non più punibile per intervenuta prescrizione (alla quale Massimo Moratti, il presidente degli onesti, non ha voluto rinunciare), ha il sapore di una rivincita per tutti i tifosi juventini, seppure soltanto in parte, perché nessuno ci potrà più restituire il mal tolto. Si era capito già allora, con un processo che ha leso i diritti fondamentali di ogni cittadino di fronte alla legge, e se ne è avuta la conferma alla luce delle ultime dichiarazioni di Tavaroli sul processo Telecom, che quella era stata una congiura nei confronti del più forte, e che, per un motivo o per un altro, andava bene a tutti. All’Inter, che aveva tolto di mezzo chi gli impediva di vincere (perché più forte); al Milan, che era implicato vistosamente e che riuscì a salvarsi; a tutte le altre squadre italiane, perché ora avevano la possibilità di poter fare qualcosa di importante e di diverso. Tutti avevano creduto che da questa vicenda avrebbero potuto trarre dei benefici. E come detto, nell’immediato così è stato.

Ho anche fatto riferimento a un secondo ordine di effetti, che sta prendendo piede pian piano. In realtà hanno iniziato la loro azione soprattutto nell’ultimo anno, anche se nell’anno precedente avevano già dato qualche segno: l’Inter aveva smesso di vincere, dopo 5 campionati dominati causa assenza di degni avversari (il più pericoloso: la Roma, che doveva fare i conti con una crisi finanziaria forte) e il Milan era tornato a vincere, causa sempre assenza di degni avversari (lo scontro diretto per il vertice fu addirittura col Napoli!). Il vento stava cambiando, ma non sembrava così per la Juventus che aveva di nuovo chiuso il campionato al settimo posto. Nell’ultimo anno forse ci siamo resi conto che il tempo è veramente il mezzo più idoneo a risistemare le cose: la Juventus è tornata a dominare addirittura vincendo il campionato senza perdere una gara (record), arrivando in finale di Coppa Italia. Il Milan ha combattuto fino alla fine, ma ormai nulla ha potuto contro una vera e propria macchina da guerra. L’Inter che a stento è riuscita a conquistare un posto in Europa League, il Napoli che è tornato più in basso, nelle posizioni che più gli si addicono. La Roma che viene relegata ancora una volta a un ruolo non più primario, tra incertezze tecniche e debiti societari.Insomma, una sorta di ripristino veloce delle gerarchie. L’elemento che più colpisce però è che l’involuzione dell’ultimo anno di Inter e Milan è direttamente proporzionale ai progressi ottenuti nell’immediato dopo calciopoli. Ecco gli effetti ritardati di cui parlavo: l’Inter, che prima di calciopoli giustificava le mancate vittorie con i presunti illeciti della Juventus, nonostante spendesse barche di soldi, ha da un paio di anni ridimensionato il suo progetto, tagliando ingaggi, vendendo i suoi pezzi migliori, e anche cambiando gli uomini all’interno della società. Ora non spende come faceva una volta, perché l’alone dell’effetto calciopoli è finito. Per il Milan abbiamo assistito a un vero e proprio tsunami, una distruzione di portata biblica: i senatori sono andati tutti via, e a questo si aggiunge la doppia clamorosa cessione di Thiago Silva e Ibrahimovic al PSG, segno di una debolezza economica senza precedenti, dovuta forse anche ad alcune condanne che hanno obbligato il presidente a sborsare qualche soldino per risarcire dei danni. Forse anche a una diatriba interna alla famiglia Berlusconi, ma questo è un campo che non ci interessa.

Ci interessa invece sottolineare i fatto che, chi ha creduto di avvantaggiarsi con FARSOPOLI, illuso anche dagli effetti dell’immediato, ora invece ne paga amaramente le conseguenze, in Italia e in Europa. Pensavano di andare avanti, invece sono tornate indietro. La Juventus nel frattempo, dopo anni di umiliazioni, ha avuto la forza, l’umiltà e la la speranza (mai l’ho persa) di ritornare a riaffermare il suo ruolo di potenza del calcio italiano. A livello dirigenziale, e a livello tecnico, la Juventus ha rimesso le cose a posto e non vorrei fare un azzardo, ma le vicende degli ultimi tempi remano in una sola direzione: il dominio bianconero nei prossimi anni. Magari vincendo in Europa. Già, quell’Europa che la altre ci hanno fatto perdere, quell’Europa mai onorata al meglio con squadre di meta classifica, quell’Europa che ha declassato (giustamente)il calcio italiano: e ora toccherebbe a noi far recuperare all’Italia posizioni nel ranking UEFA?!??! Al diavolo il ranking UEFA, e tutto ciò che viene di conseguenza.

Sconcerti ha detto che “l’assenza della Juventus ha fatto sentire tutti un pò più forti, perché è mancato il punto di riferimento, la squadra più forte“. Bartoletti, in merito alla Nazionale, ha così sentenziato: “Quando sta bene la Juve, sta bene tutto il calcio italiano“. Forse queste due frasi riassumono meglio delle mie tante, e forse anche noiose parole, il concetto di base: senza la Juve il calcio in Italia non può esistere, perché la Juve è sempre stata la migliore squadra di cui l’Italia ha potuto vantarsi. La stessa storia delle società lo dimostra: quale squadra, in Italia e nel mondo, ha sempre avuto la stessa proprietà? La Juventus, oltre che un’azienda, è un gioiello della famiglia Agnelli, una creatura da coccolare e amare, e non un mezzo per farsi pubblicità, o per guadagnare, o per ottenere consenso elettorale. Il Milan è stato grande negli ultimi trent’anni, con l’era Berlusconi che sembra ora essere arrivata al capolinea. L’Inter lo è stata negli anni ’60, ma poi senza FARSOPOLI non avrebbe vinto niente più. La Juve ha avuto una costanza senza pari, proprio perché stabile dal punto di vista societario. E non è un caso che la sua assenza abbia pesato non poco sul declino del calcio italiano, sia da un punto di vista del campo, sia per quanto riguarda la forza economica dell’intero sistema.

Finisce l’era Berlusconi, finisce il Milan. Finisce l’effetto FARSOPOLI, finisce l’Inter. E la Juve? Anche quando ci davano per morti, siamo riusciti a sopravvivere e tornare a vincere, l’unica cosa che conta per noi. Ho un sogno, e spero di poterlo vedere realizzato…: “corsi e ricorsi storici”, così parlava il grande Gian Battista Vico. Il tempo è galantuomo…

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Quando la critica si traduce in antijuventinità

L’Italia batte l’Irlanda e si qualifica per i quarti di finale di Euro 2012, dove incontrerà una tra Francia, Inghilterra e Ucraina. Tutto si può dire di questa nazionale, soprattutto col senno di poi facciamo i complimenti a Prandelli e ai ragazzi. Tutta l’Italia è felice, e quando si vince o si ottiene qualche risultato positivo, le critiche e iproblemi, come per magia,spariscono. Ma questo è nel nostro DNA, siamo italiani, non dimentichiamolo.

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Questa nazionale però non ha convinto affatto, e già dalle convocazioni si erano viste le prime perplessità. Dubbi confermati poi dal campo, non una, non due, ma per ben tre volte. Contro Spagna, Croazia e Irlanda abbiamo fatto poco, appunto il minimo. Abbiamo fatto cose non da Italia vera, e questo è dipeso un po’ da tutto. Come detto prima, il positivo oscura il negativo, ed è singolare che, al di la del passaggio del turno, la critica mossa a Prandelli dopo le rime due gare sia stata così clemente rispetto a quella mossa a Lippi dopo le prime due gare del mondiale 2010, in Sudafrica: anche in quella occasione avevamo fatto due punti, ma la critica si era scatenata nei confronti del tecnico viareggino. Perchè?

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Forse perchè pagava lo scotto di essere stato una bandiera juventina. Fu fortemente criticato per aver portato ancora i campioni del 2006 (solo alcuni): ma ora che Prandelli non li ha, nessuno si lamenta del fatto che la mediocrità di questa nazionale in parte dipende proprio dall’assenza di giocatori di una certa caratura. Mister Lippi fu condannato per aver fatto giocare Marchisio fuori ruolo, ma Prandelli nelle prime due ha fatto un delitto con Giaccherini a sinistra. E nella terza ha fatto peggio con Motta dietro le due punte. Marcello Lippi al rogo perchè aveva convocato Montolivo: Prandelli lo ha portato lo stesso, ma non importa. Si parlò molto di Pepe convocato perchè lo aveva appena acquistato la Juventus, ma dopo l’ultimo campionato avrebbe sicuramente meritato un posto nei 23!

E di Cassano? Qui possiamo dire molte cose, ma ne basta una: la critica affermo che Lippi non lo aveva convocato perchè Cassano aveva litigato col figlio: storie di procuratori. È da dire che Cassano aveva fatto ottime cose con la Samp. Ma quest’anno meritava la convocazione, dopo che è stato fuori per ben 4 mesi per un problema di salute? Colpisce quindi che gli errori, commessi dall’uno e dall’altro, siano valutati diversamente, sicuramente non con la stessa obiettività. Dopo il clamoroso fallimento del 2010, si parlò di rinnovamento, meritocrazia, di nuovo corso. Arrivarono Albrtini, Baggio, e anche altri personaggi. Ma cosa è cambiato? Il merito è stato premiato? In parte si, ma gli errori lo commettono tutti. E come tali devono essere valutati. Non possono essere giudicati diversamente solo perchè il colore della maglia è diverso.

Lippi al rogo nel 2010, ma sul piedistallo nel 2006. Eppure li c’era una massiccia presenza di juventini, ma niente elogi. Buffon, Zambrotta, Cannavaro pallone d’oro, Del Piero, Camoranesi. In quattro titolari fissi, con Alex in staffetta a Totti ( e li il capitano della Roma giocò malissimo, perchè appena recuperato da un infortunio, ma nessuno criticò Lippi: chiaro, Totti non giocava nella Juve). Per questo ritengo che la critica anti juventina sia ormai una pratica consolidata: se si perde è tutta colpa dell’ItalJuve. Ricordatelo…

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