Due personaggi hanno parlato in questo fine settimana e tutti e due, per un verso o per un altro, hanno detto due sonore stupidaggini. Uno è il capitano dell’Atalanta di Milano salito alle cronache per aver alzato una serie di futili trofei di cartone che non hanno avuto peso né riscontro nei giornali europei (evidentemente di sinistra o ecologisti, visto il casino che ha travolto il dott. ing. col. Moratti). L’altro è l’attuale tecnico del Bologna che i più ricorderanno per gli anni di Parma, felici, e quelli greci con la seconda più famosa conferenza stampa mai andata in onda  (dopo quella del Trap al Bayern di Monaco) e si chiama Malesani. Un tecnico che stimo e ammiro perché si vede lontano un miglio che soffre e gioisce come pochi in un mondo falso e contornato da valori non propriamente positivi. Ma che hanno detto?

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Dopo Nesta e Del Piero in aula, che hanno mostrato due modi completamente diversi di approcciare all’intelligenza e all’onestà, ecco che il capitano della Seconda Squadra di Milano scivola su un ragionamento che evidentemente non è suo o non sa far suo. Ha per anni ribadito con forza che le minchiate commesse in campo dai suoi compagni erano frutto di un malvagio malocchio lanciatogli da Moggi Luciano. Ha per anni fatto sue vittorie e trofei mai conquistati né lontanamente sfiorati. Non un accenno alla gestione maledettamente incompetente di una società di calcio, agli sperperi plurimilionari di un presidente che capisce di calcio quanto di patata il pur bravo Tiziano Ferro. Niente di tutto questo: la colpa era di Moggi. Se il mercato regalava solo finti fuoriclasse, se a bilancio Recoba pesava quanto Zidane e Del Piero messi insieme pur incidendo nulla era colpa di Moggi. Se la seconda squadra di Milano pareggiava per 10 volte consecutivamente in campionato non era colpa di un attacco che schierava Cruz e Suazo, ma di Moggi.

Dopo Calciopoli si sono potuti sfogare, solo che nessuno gli ha realmente dato retta. Così come si fa con i bambini capricciosi e potenti che non inviteresti al compleanno perché portano tristezza e non fanno bene alla compagnia. Come quei bambini viziati che devono ottenere quello che vogliono, senza tuttavia imparare che nella vita le cose si conquistano col sacrificio e col lavoro e non con i complotti e le sentenze comprate. Sospettava il buon Zanetti, cosa però non riesce a dirlo. E poi scivola su una frase che di concetto è corretta, ma che evidentemente stona forzatamente con quanto affermato fin qui:

Sono convinto che i giocatori della Juve non c’entrassero nulla, facevano solo il loro lavoro. E sul campo meritavano.

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Sul campo meritavano? Ma è proprio il campo che decreta chi vince un match e non certo il conto di chi falsifica bilanci o di quanti stranieri hai in rosa. E’ proprio quel terreno di gioco che ti fa capire se hai lavorato bene in settimana e se le pedine scelte dalla dirigenza sono quelle corrette. Perché non importa avere 11 fenomeni in campo se questi non riescono ad assomigliare a un team che lavora insieme. Sempre ammesso che quella rosa atalantina-milanese avesse fenomeni in squadra. Affermare che la Juve meritava quelle vittorie e appropriarsi di quelle vittorie è uno di quei paradossi maledetti che alla neuro ancora non hanno decifrato. Insomma, stiamo ai fatti: quella Juve che meritava sul campo è stata distrutta perché falsificava il campo? Eppure questo strano capitano col cervello all’ammasso dovrebbe sapere che a Napoli la ricerca di un testimone non ha prodotto risultati. Hanno sfilato in trecento, venuti sin dalla vicina Svizzera, ma nulla. Né uno straccio di prova né una testimonianza che provveda a mettere in cella quell’individuo malvagio, ma maledettamente competente, che risponde al nome di Luciano Moggi.

Meritare sul campo è tutto quello che il calcio ti permette. Oculata gestione del gruppo, scelta dei protagonisti sul mercato e via a martellare all’interno di uno spazio verde che misura, circa, 100 metri per 60 metri. Un portiere e 10 giocatori di movimento. Un paio sanno difendere, un paio sanno interdire e un paio sanno attaccare. Il resto fa legna. Regola banale, quasi becera, ma terribilmente corretta. Regola cui si è attenuto Luciano Moggi. E così la Juve vinceva e umiliava quella stessa squadra che a suon di milioni di euro era costretta ad aggrapparsi a strani concetti di sospetto e lamentele pressocché quotidiane. Fossi in Prioreschi porterei in aula questo terzo pubblico menestrello. L’idiozia è certo un diritto umano, ma abusarne in questo modo proprio non è possibile.

Molti anni fa Fabio Cannavaro era il difensore arcigno di un sorprendente Parma. A furia di bilanci in rosso e quote di mercato strampalate e operazioni finanziarie ai limiti di Al Capone dopo la sbronza, quel Parma aveva stupito tutti in Italia e in Europa. Ottimi acquisti e ottimi solisti, ottimo gruppo e ottime vittorie. Successe, una domenica come tante, che Fabio Cannavaro salì su un calcio d’angolo a favore e colpì di testa. Fischio dell’arbitro poco prima che il pallone si insaccasse in porta e pareggio evidentemente annullato. Un fallo, un fallo di confusione, un fischio di paura, un colpo di tosse, una svista, un trucco per far vincere la Juve. L’enciclopedia delle moviole ha tirato fuori tante frasi, sceglietene una. A molti anni di distanza Malesani, l’allora tecnico gialloblu, torna su quell’episodio che va sempre di moda (come Ronaldo e Iuliano, come i compianti Sandra e Raimondo, Stanlio e Ollio) ed esordisce in conferenza stampa, che dovrebbe parlare di come fermare il centrocampo bianconero e quella furia di Krasic, le invenzioni di Del Piero e battere la retroguardia di Del Neri, con:

Mi dissero che avevo fatto bene a non fare polemiche. Forse sbagliai, perchè lì c’era qualche persona che tanto signore non era. Dopo ho capito che c’era qualcosa di strano, e che essere signori non è il massimo della vita.

Lui, molto chiaro fra tecnici criptici, dovrebbe però spiegare cosa non risultava chiaro. Perché ad oggi non risulta nulla di non chiaro dopo 4 anni di interrogatori, processi, sfilate in aula e quanto altro. Si è comportato da signore? Dipende qual è il suo concetto di signore. Perché se è la stessa parola che ha usato in riferimento a Moratti… beh allora noi ripudiamo quell’accezione lì. Signore è stato il tifoso bianconero che non ha buttato giù il palazzo della Gazzetta dello Sport o quello in cui vivono gente come Abete e, ancora oggi, Carraro e poi i vari Collina, Galliani & Co. Signore è colui che tifando bianconero non ha poi realmente boicottato i Tornei Aziendali che fin qui sono andati in scena. Chi insomma ha deciso, per il bene di un calcio malato (falsi in bilancio, mercato, operazioni finanziarie, dossieraggi), di addossarsi le colpe, raccogliere l’ultimo brandello di polvere e da lì ripartire. Signore è insomma colui che dopo quanto accaduto nel 2006 oggi si sente ancora più orgoglioso di un nome e di una storia, di un marchio che non ha eguali nel mondo. Quel marchio, quella storia e quel nome hanno il sapore di Juve. Il resto… proprio non conta.

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