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Tag: maradona

E comunque un vero argentino, gioca, segna e regala magie a Torino!

Maradona tié!

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Alle parole come sempre poco lucide di Maradona, Tevez ha risposto sul campo. Come la Juve fa da oltre 100 anni.

Un vero argentino gioca, segna e regala magie a Torino. Lo fece Sivori tanti e tanti anni fa. Recentemente anche Camoranesi (col sangue pienamente argentino). E adesso proprio Carlitos Tevez.

L’impatto dell’Apache è stato devastante. Un precampionato con tanti dubbi e prestazioni evidentemente condizionate dai metodi di Conte. Fino alle partite ufficiali. Sono tre fino ad adesso, con tre gol. Tutti diversi uno dall’altro, tutti così pesantemente pregni di quel numero 10 finalmente di nuovo sul tabellino.

Spalle larghe, grande talento, ottimo carattere a dispetto di quanto si raccontava. Questo perché l’ambiente juventino predispone bene. Un ambiente in cui conta giocare a calcio. Giocare a calcio in un determinato modo: dare tutto per la maglia, nel tentativo di scrivere la storia.

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L’argentino che voleva smettere è rimasto folgorato dalla chiamata. E adesso predica calcio con la maglia numero 10.

Da seconda punta comincia a rendersi conto dei movimenti che Conte gli chiede. Ora li padroneggia e la condizione cresce giornata dopo giornata. A virgola, rientrando fin sulla linea di centrocampo, ad allargarsi per consentire l’inserimento dei centrocampisti. E poi i movimenti che gli sono propri: ricezione del pallone e sgommata verso la porta avversaria, con quel vizio di tentare il tiro da fuori.

Trema ancora la traversa di Marchetti dopo lo stupendo scambio con Vidal. E la vendetta di ieri sera si è tradotta in un tiro di biliardo di precisione cinica e beffarda. Dopo una sterzata degna del miglior Tomba.

Tevez alla Juve ha portato un ulteriore livello di gioco: maggiormente più efficace delle altre punte, col vizio del gol, con una maggiore fisicità e idee diverse. Mancava l’uomo dallo spunto dei venti metri palla al piede. Mancava chi poteva dialogare con disarmante semplicità con Vucinic e i centrocampisti bianconeri. Mancava chi alcune partite sa sbloccarle e risolverle anche semplicemente col piattone a due metri dalla linea di porta (leggi Sampdoria).

E come Sivori tanti anni fa, e come Camoranesi recentemente, nonostante le avventate parole di Maradona… un vero argentino, gioca, segna e regala magie a Torino!

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Dalle banane di Balotelli ai deliri di Maradona

Che popolo. Che popolo che siamo. Stupendi, originali, unici. Il Nano torna in vita, rianimato da un 1/3 di italiani che o hanno giocato una burla a tutti gli altri o andrebbero depositati in un manicomio; Moratti pubblica una lettera in cui fa presente che i suoi 18 anni di Inter sono senza macchia, anzi è a credito e non si sa bene perché e per cosa; le banane lanciate dai nerazzurri a Balotelli sono gesti goliardici non razzisti, anzi simpatici; Maradona invece si autoproclama padrone del Fisco, CapoComico insieme a Bersani e dimostra che da quando ha lasciato il campo di calcio non c’azzecca più nulla (cit. Di Pietro). Con ordine.

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L’Italia è ingovernabile. Lo si sapeva già, ma ora abbiamo la conferma numerica dopo il voto. Voto che testimonia come questo Paese non cambierà mai. Vergogna, vergogna e vergogna. Aggrappati a un comico, stavolta di professione quale é Grillo, forse perché ci meritiamo questo. La cosa triste è che Grillo sembra il più in gamba di tutti gli altri, certamente il meno peggio. Ma dove sprofonderemo?

La Juventus è una delle società più multate della Serie A. Colpa dei suoi tifosi. Direte voi: siamo 14 milioni, qualche stupido dovrà pur esserci. E per la legge dei grandi numeri questo è corretto. Il problema è il seguente: possibile che sono tutti lì ad ascoltare ed enfatizzare i cori dei bianconeri quando negli altri stadi accadono le stesse identiche cose? Perché far passare l’armata bianconera come l’unica incivile d’Italia è veramente allucinante. Così durante il derby fischi, cori e banane contro Balotelli non sono stati attenzionati. Perfino Piccinini ha ridotto il tutto a goliardia, semplici burle. Basta cambiare un colore, il rosso al posto del bianco o  l’azzurro al posto del bianco e il razzismo, d’improvviso, diventa goliardia. Complimenti. Mi sa che questo qui ha davvero votato Berlusconi.

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Non avrà votato Berlusconi, ma le sue uscite assomigliano molto a quelle del Presidente del Milan. Parliamo di Maradona. Deve al Fisco una quantità di soldi buona per aiutare chi sta in difficoltà, specie alcune famiglie massacrate da tasse e da chiusura di lavoro. Ma lui tenta una magia, stavolta molto poco apprezzata rispetto a quella che era solito concedere in campo: annullare tutto. Come il buon Jovanotti, Maradona chiede a Napolitano “cancella il debito”. Morale della favola: in un Paese dove l’idiozia la fa da padrona, ecco che molti napoletani, gli stessi che protestano per le troppe tasse, per la mancanza di lavoro, per i pochi aiuti, per la sete di giustizia, sembravano volergli concedere questo onore. Io devo pagare fino all’ultimo centesimo di tasse, lui, Maradona, dopato e drogato, è esente. Perché?

Dulcis in fundo ecco la solita domanda sulla Juve, dal solito giornalista che ancora non ha gradito il dominio di Conte. E a domanda Maradona risponde:

La Juve ha una gran fortuna.

Sì. Abbiamo la fortuna di aver preso Pirlo e Vidal, di aver costruito in casa Marchisio, di avere Buffon in porta. Soprattutto: abbiamo la fortuna che nessun altro ha e cioè abbiamo Conte come allenatore. Pace all’anima vostra.

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Napoli: alla decima rapina… arriva la stella sulla maglia?

E’ di oggi [ieri, ndr] la dichiarazione del PM che sta seguendo il caso della rapina ad Hamsik. C’è un tentativo in corso di far male alla città di Napoli tutta. Dice lui. Poiché tale dichiarazione è ambigua, ci piace sottolineare quanto segue.

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Visto che in Italia non c’è limite alla mediocrità di pensiero, soprattutto alla scarsità di intelligenza e lucidità circa questioni etiche e specialmente se riguardano il calcio, sarà bene considerare il quadro d’insieme.

Napoli è una delle città più belle al mondo, una di quelle con un’atmosfera particolare. Ma i recenti anni sono stati bui, molto pesanti, colpa di una situazione generale che ha visto sprofondare il nostro Paese sempre di più. Sprofondare in termini di civiltà, di impegno, di etica, di crescita collettiva e non solo economica. In Napoli vivono perciò la città meravigliosa, con gusti, colori, usi e costumi impareggiabili, e purtroppo un livello di sicurezza triste. Molto triste.

Ricordo il San Paolo pieno col Napoli nelle categorie più basse del professionismo: qualcosa di magico e unico. Ma ricordo pure, e questo il PM doveva e dovrebbe sottolinearlo, che l’ultima rapina ad Hamsik è solo, appunto, l’ultima di una lunghissima serie.

Nemmeno Maradona è stato al sicuro a Napoli, per non parlare di Zalayeta narcotizzato, o della moglie di Cavani aggredita nonostante il pancione, o sempre di Hamsik in passato, o ancora Lavezzi. Specialmente gli ultimi tre rappresentano molto della resurrezione azzurra degli ultimi anni eppure non sono stati al sicuro da questi episodi di teppismo.

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E visto che ci siamo, converrebbe anche citare le risse che hanno coinvolto i tifosi napoletani in Europa – ma che bella pubblicità per l’Italia – e anche in Italia stessa. I bagni e qualche settore dello Juventus Stadium erano stati pesantemente danneggiati qualche mese fa.

Diciamo questo perché a sentire le parole del PM pare quasi un altro complotto. Un complotto contro il Napoli: in pratica tifosi avversari scenderebbero nella città partenopea perpetrando queste rapine? Come si chiama questo libro?

Conviene allora cominciare una rieducazione efficace di tutto il popolo italiano, non già quello napoletano. Perché a Verona, coi loro gesti e cori razzisti (questi sì!) non sono da meno. E così, mi viene da dire, tutto il mondo è paese: a Milano, sponda rossonera, si festeggia l’infortunio a Milito; a Milano, sponda nerazzurra, si cantano cori razzisti contro Balotelli; a Napoli si salta per far morire un altro Agnelli; a Torino si salta ancora in modo indegno e vergognoso; a Bologna e Roma si espongono striscioni contro Pessotto e si canta pure; a Firenze si espongono magliette contro l’Heysel e si esulta per un tragedia di molti anni fa.

Siamo un popolo da riformare.

Intanto, alla decima rapina il Napoli metterà una stella sul petto? Chissà se i napoletani apprezzeranno la battuta: si tratta, in fondo, di una battuta, di una semplice battuta.

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Napoli Calcio: l’illegalità del passato

Gridano così tanto contro la Juve… per bloccare ogni tipo di informazione sul loro conto. Sembra essere questa la soluzione trovata a Napoli dai tifosi. Perché nelle ultime settimane sono uscite fuori notizie molto interessanti, e non già semplici spifferi creati ad arte da giornali vicini al mondo bianconero (chi ne trova… 1 milione di dollari).

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Dopo il medico specialista in doping e molto vicino al Napoli Calcio, ecco che da Torre Annunziata rimbalza una dichiarazione shock:

Fui il firmatario di un’ordinanza cautelare nei confronti di Guillermo Coppola, procuratore di Diego Armando Maradona. Il nome del numero 10 del Napoli compariva spesso in quell’atto e furono chiamati a testimoniare quasi tutti i calciatori azzurri dell’epoca.

Maradona faceva da tramite per l’arrivo della droga ad altri componenti della rosa, in molti soffrivano di vere e proprie forme di dipendenza.

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Sui giornali non sto vedendo nulla di particolarmente interessato all’argomento eppure visto quanto emerso ci sarebbe da chiedersi: ma che tipo di scudetti hanno vinto a Napoli in quel periodo?

A pronunciare le parole di sopra è Raffaele Marino, procuratore aggiunto di Torre Annunziata: farlo passare per bianconero sembra davvero esagerato, ma qualcuno ci proverà.

Se questa inchiesta (mai partita) per droga ci interessa a poco, perché si tratta di problemi davvero gravi degli individui prima ancora che dei giocatori, resta l’inchiesta già insabbiata: che ne é del medico specialista in doping? Non interessa perché di mezzo c’è il Napoli? E quanti conoscono questa vicenda?

P.S. E non dimenticate il caso Crasson!

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Che bel paese l’Italia: la storia dell’Inter (e delle altre), quella vera

Che bel paese l’Italia, chi gli trovò questo soprannome doveva essere davvero un genio. Il paese della dolce vita, delle belle donne, degli scandali, dei Berlusconi, dei Moratti, il paese dove tutto viene fatto alla luce del sole e dove se cerchi la verità ti basta aprire un giornale e sei sicuro di star leggendo il Vangelo.

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La vera storia dell’Inter

Quel paese dove “Se tu vinci ti pedino e ti intercetto“, e visto che il pallone è il mio o mi fai vincere o me ne vado e non si gioca più. Ed ecco che così se mi rendo conto di essere totalmente un incapace dai denti gialli e indecifrabili, inizio a riempire vasetti di merda e a spalmarla ovunque facendo credere che il mio avversario è il più disonesto che mai si sia visto in circolazione, metto il mio vestito da Superman, spazzo via i mie nemici e divento il più forte di tutti!

Eh sì, ora senza la Kriptonite bianconera sono davvero il più forte di tutti, il più forte e il più onesto! Il più onesto? Andiamo un pò a vedere che ci racconta la storia passata e recente allora mio caro SuperMan:

  • furto del primo scudetto nel 1910 (Pro Vercelli costretta dall’Inter a giocare coi bambini, in un ineguagliato esempio di totale mancanza di sportività);
  • salvezza comprata nel 1922, dopo una retrocessione sul campo;
  • record assoluti nella storia dei campionati sia a 16 che a 18 squadre di rigori a favore nell’arco di un campionato (dati ufficiali): 99 PARTITE CONSECUTIVE SENZA AVERE UN RIGORE CONTRO!
  • tentativo di rubare uno scudetto alterando le provette di urina del Bologna (nel 1964). Erano gli anni in cui, secondo quanto riferiscono tutti gli addetti ai lavori dell’epoca, Angelo Moratti regalava orologi d’oro agli arbitri;
  • tentativo di rubare un mondiale per club juniores schierando giocatori più anziani del consentito: vinsero il torneo, ma furono scoperti. La Fifa ordinò di restituire il trofeo, cosa che avvenne tra gli sbeffeggiamenti generali e l’indignazione dell’opinione pubblica e della Fifa per il comportamento della dirigenza mafiosa interista (anni ’80);
  • qualificazione in Coppa Campioni grazie alla famosa finta lattina di Moenchengladbach. L’inter, sconfitta sul campo 7-1, consegnò una lattina tirata fuori dal nulla all’arbitro e disse che aveva colpito Boninsegna. In sede di giudizio, il potere politico dell’inter, nettamente superiore a quello del provinciale Borussia, spinse i vertici Uefa a disporre l’incredibile ripetizione dell’incontro. Anni più tardi gli stessi interisti protagonisti della vicenda ammisero di avre truccato le carte;
  • passaporto e patente di Recoba falsificati. L’Inter schiera illegalmente, per ben un campionato e mezzo (1999/2000 e 2000/01), Alvaro Recoba come comunitario, sfruttando un passaporto italiano poi risultato completamente falso e mai emesso da nessuna Questura;
  • plusvalenze e bilanci taroccati, con buchi di milioni di euro, ma l’ Inter comunque si iscrive ai campionati regolamente come se non fosse successo nulla;
  • lo scandalo Farsopoli con l’Inter in primo piano con le intercettazioni della TELECOM il cui propretario era Tronchetti Provera DIRIGENTE DELL’ INTER, in seguito un’ ex dirigente dell’Inter Guido Rossi viene nominato presidente della FIGC e assegna lo scudetto a tavolino all’Inter. Dopo un mese magicamente Guido Rossi si dimette ed entra a far parte della TELECOM. Nello stesso scandalo si apprende che l’Inter ha fatto pedinare illegalmente l’ arbitro De Santis e alcuni suoi giocatori;
  • nella Champions League 2009/2010 vinta dagli “onesti” ci sono almeno 9-10 errori decisivi a favore dell’ Inter, e nella semifinale dell’Inter l’arbitro è un portoghese amico di Mourinho e socio di un ristorante sempre insieme a Mourinho allenatore appunto dell’Inter, sarà tutto un caso? Nell’ estate del 2010 si apprende che sta per uscire un dossier che prova tutti gli imbrogli fatti dall’Inter nella fase finale della Champions League in questione, staremo a vedere…;
  • nel aprile del 2010 scoppia Calciopoli 2 con le telefonate dell’Inter che finalmente escono allo scoperto, telefonate vergognose e gravissime che non possono essere messe a paragone con quelle di Moggi. Ci sono telefonate dove Facchetti dice a Bergamo che Moratti ha un regalino per lui, telefonate dove Facchetti chiede espressamente un arbitro scelto da lui, telefonate dove sempre Facchetti chiede che un arbitro dopo 4 vittorie, 4 pareggi e 4 sconfitte deve fare 5 vittorie a favore dell’ Inter, e tante altre telefonate molto ma molto più gravi di quelle di Moggi e intanto l’Inter è sempre in serie A;
  • è storia moderna poi il dossier Tavaroli nell’affare Telecom Italia dove si accusa chiaramente la squadra di Kripton, nelle persone del suo presidente ed i suoi dirigenti, di spionaggio industriale e pedinamenti e intercettazioni illegali nei confronti di società concorrenti e di privati cittadini;

E vabbene, ma a salvare il nostro bel paese prò ci sono sempre gli altri, i cugini per esempio, quelli con la maglia rossonera.

Il Milan e il Napoli: è tutto chiaro?

Nel 1979-80 il Milan fu retrocesso dalla Serie A alla Serie B dopo lo scandalo scommesse del Totonero. Due giocatori e il presidente Felice Colombo facevano parte di un’associazione che scommetteva sulle partite in cui giocavano gli scommettitori. Colombo fu arrestato dopo una partita dalla Guardia di Finanza. Quella fu la prima retrocessione del Milan nella sua storia.

Il Milan s’è ritrovato nuovamente in uno scandalo nel 2006, quando fu coinvolto nello scandalo Calciopoli che provocò la retrocessione della Juventus in Serie B. Il Milan ebbe 15 punti di penalizzazione e fu esclusa dalla Champions league, ma grazie a un miracoloso appello la penalizzazione scese a -8 e soprattutto il Milan potè giocare in UEFA Champions League. Il Milan non solo riuscì a partecipare alla Champions League 2006-2007, ma la vinse in finale contro il Liverpool.

Beh, allora proviamo a spostarci un po’ più a Sud, dove hanno vinto solo due scudetti e quelli saranno sicuramente onestissimi, ed ecco a riprova un’intervista dell’allora presidente Corrado Ferlaino:

Dalla domenica sera al mercoledì Diego era libero di fare quel che voleva, ma il giovedì doveva essere pulito. Moggi, Carmando, il medico sociale chiedevano ai giocatori se erano a posto. Io non sapevo cosa accadeva, ma qualche anno dopo ho scoperto che, se qualcuno era a rischio, gli si dava una pompetta contenente l’urina di un altro; lui se la nascondeva nel pantalone della tuta e nella stanza dell’antidoping, invece di fare il suo ‘bisognino’, versava nel contenitore delle analisi l’urina ‘pulita’ del compagno. Nonostante questo Diego, quel giorno del 1991, fu trovato positivo.

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Moggi – continua Ferlaino- aveva chiesto a Maradona se era in condizione e lui rispose: sì, lo sono, va tutto bene. Il fatto è che i cocainomani mentono a sé stessi. Risultò positivo e quando l’allora presidente federale Nizzola mi chiamò in via confidenziale per darmi la notizia fu troppo tardi. Insistetti, gli dissi: presidente dimmi cosa posso fare, ma lui rispose: ormai non puoi fare più nulla.

E sul sistema di controllo in vigore oggi:

Non si può andare in tuta a fare i controlli, bisogna essere nudi, quindi il trucco della pompetta è irrealizzabile. Adesso c’è una lista con dei numeri, ognuno corrisponde a un calciatore, un medico preposto li estrae a sorte. Ma non è difficile trovare medici amici. Per cui basta toccare con le mani inumidite dalla saliva i numeri dei giocatori sicuramente puliti, così i numeri diventano più luccicanti e quando si estrae si sa come scegliere. Una specie di sorteggio pilotato, insomma.

Altre rivelazioni sul secondo scudetto vinto dal Napoli nel 1990:

Allacciai buoni rapporti con il designatore Gussoni. Il Milan aveva un arbitro molto amico, Lanese, a noi invece era vicino Rosario Lo Bello, che era un meridionalista convinto. Il campionato si decise il 22 aprile: il Milan giocava a Verona, Gussoni designò Lo Bello per quella partita; successe di tutto, espulsioni, milanisti arrabbiati che scaraventarono le magliette a terra: persero 2-1. Noi vincemmo serenamente a Bologna per 4-2 e mettemmo in tasca tre quarti di scudetto.

E la famosa monetina di Alemao a Bergamo?

Fu colpito – spiega l’ingegnere – forse ingigantimmo l’episodio, ma la partita comunque era già vinta a tavolino. Facemmo un po’ di scena. L’idea fu del massaggiatore Carmando. Alemao all’inizio non capì, lo portammo di corsa all’ospedale, gli feci visita e quando uscii dichiarai addolorato ai giornalisti: ‘Non mi ha riconosciuto’. Subito dopo scoppiai a ridere da solo, perché Alemao era bello e vigile nel suo lettino.

Eh si, gran bel paese l’Italia, potrei andare avanti parlando di Rolex d’oro, di false fideiussioni e di tanti altri scandali riguardanti un po’ tutti, ma rischierei di essere esiliato anch’io su qualche altro pianeta…

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Perchè fare il libero è più facile…

L’ultimo esempio di difensore adattato lo abbiamo avuto ieri: De Rossi centrale in una difesa a tre, contro la Spagna. Ottima gara, attento e puntuale nelle chiusure, bravo a controllare la difesa, e a dettare i tempi. Ma non è un difensore di ruolo. Allora perchè ha giocato così bene? Tante le ragioni. Innanzitutto l’evoluzione tattica verso la quale il calcio si è diretto. Storicamente abbiamo avuto un cambiamento epocale quando si è passati dalla marcatura a uomo a quella a zona. Nella prima veniva fuori il vero difensore: quello che si attaccava all’avversario, lo seguiva ovunque, lo asfissiava. Lì c’era bisogno di non fare respirare l’attaccante, cercando di non fargli prendere la palla, o comunque tallonandolo in ogni dove: insomma c’era più un rapporto diretto, nel quale si miglioravano la tenacia, la voglia di  non mollare mai. Quello che più veniva sviluppato era il senso dell’anticipo, fondamentale in un difensore. Esempi storici: Gentile su Maradona. Immenso.

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Il calcio a zona è diverso: meno contatto diretto, minore necessità di controllare direttamente l’avversario. L’attenzione si concentra più nel controllare la zona nella quale si gioca, senza dover per forza trovare nell’anticipo il punto di forza. Il senso della posizione conta di piu rispetto alla capacita di anticipare, appunto perche non c’è quel contatto diretto, ma si controlla la zona.È più un calcio fatto di chiusure, che di marcature. E questo è molto diverso. Si è meno difensori. Il libero vecchio stampo giocava così: aveva tre difensori avanti, di cui uno era il cosiddetto terzino fluidificante, gli altri due molto più difensori. Spesso si staccava dalla difesa, aveva possibilità di giocare la palla e di marcare di meno. Scirea su tutti. Era chiaramente un altro calcio.

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Altra ragione fondamentale per il successo del libero è appunto il modulo: in una difesa a quattro i due centrali devono entrambi marcare, con meno possibilità di lasciarsi andare. Nella difesa a tre invece si ripete un po’ il motivo del calcio del passato: due forti marcatori, col centrale che deve più comandare e dirigere. Così Bonucci nella Juve: nella difesa a tre gioca benissimo, meno nella difesa a quattro.

Ecco le principali ragioni del successo di De Rossi , avvantaggiato a mio avviso dal fatto che la Spagna abbia giocato senza punte di ruolo, ma con soli centrocampisti. Sono anche convinto che con un attaccante vero, sarebbe andato un po’ più in difficoltà. Ed ecco perchè nel calcio di oggi la difesa a tre può dare più garanzie rispetto a una difesa a 4.

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Verso Juve Napoli, raccontata da uno juventino di Napoli.

Ci avviciniamo alla finale di Coppa Italia, a Juventus-Napoli: partita segnata da grandi rivalità, da immensi calciatori e da spettacolari gare, spesso ricche di gol.

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E ve la racconto da tifoso juventino, che vive nella provincia di Napoli. Cos’è Napoli-Juve per i tifosi azzurri? E’ la madre di tutte le gare, la partita delle partite, quella del tutto esaurito, quella del “non dobbiamo sbagliare niente oggi”.

Quando la Juve arriva al San Paolo, lo stadio indossa lo smoking delle grandi occasioni. Non importa la competizione per la quale si gioca, come si dice a Napoli “a Juve è a Juve” (la Juve è la Juve), per sottolineare l’importanza di quella sfida.

Coreografie spettacolari, tifo più assordante del solito, accoglienza da arena romana: si mostra alla Juve il lato bello, artistico della coreografia, degli striscioni ricchi di significato, per dire “guardate cosa siamo capaci di fare”; ma nello stesso tempo c’è la sfida senza pietà, da giocare col coltello tra i denti, appunto come in un’arena.

Ne resterà uno solo, questa potrebbe essere l’espressione giusta per descrivere Napoli Juve dal punto di vista dei napoletani. Vincere contro la Juve è come vincere un derby: non importa cos’hai fatto nelle altre 36 gare, conta vincere quella. Come se fosse uno scudetto. E per i napoletani lo è veramente.

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Essere juventino a Napoli è sempre un dentro o fuori: non ci sono vie di mezzo, se vinci godi su tutti, se perdi devi subire gli sfottò, pungenti. Per settimane, mesi addirittura. A volte anni. Ed è anche comprensibile, perchè il Napoli che batte la Juve significa che ha fatto il colpaccio, il ribaltone. E’ rivoluzione! La piccola che batte la Signora, Davide che sconfigge Golìa, il popolo che sovverte l’ordine costituito.

Questo è quello che prova un napoletano, perchè battendo la Juve si fa la storia. E’ proprio il caso di dire che la rivalità tra Juve e Napoli ha una sua storia, che parte nel lontano 1987, quando la Juventus andò a giocare a Napoli da imbattuta. Era la Juve di Platini, era il Napoli di Maradona.

Quel Napoli vinse tre a uno, con una punizione magistrale di Diego: da dentro l’area di rigore, riuscì a far passare il pallone sopra la barriera! Un giocatore normale non lo avrebbe nemmeno pensato, lui lo fece, segnando addirittura: palla nel sette. Quella fu la rivoluzione per i napoletani, avevano sconfitto la squadra più forte di sempre in Italia. Così come quando Renica segnò al 120′ nei quarti di finale di Coppa Uefa, nel 1989: dopo che la Juve aveva vinto l’andata per 2-0 a Torino, al ritorno subì la rimonta napoletana, e la beffa all’ultimo minuto dei supplementari, quando Renica segnò il 3 a 0 che valse la qualificazione.

Ma quelli erano gli anni del grande calcio, del gioco lento, della qualità: Platini contro Maradona, la ragione contro l’istinto, il più grande uomo del calcio contro il più grande animale (in senso positivo) del calcio. In mezzo due tifoserie legate dalla stessa passione per le rispettive squadre, e per questo uguali ma sempre in rivalità continua, sempre.

Milioni di tifosi sparsi per il mondo, anche questa è Juve Napoli. Per questo vivere a Napoli, per un tifoso juventino, è una condizione particolare. In un attimo sei in capo al mondo, subito dopo corri il rischio di essere condannato a un eterno sfottò. Perchè vincere contro la Juve significa caroselli che durano per giorni, bandiere che sbucano da ogni finestra, l’ironia di striscioni che poi restano. Questa è Napoli Juve!

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Il punto su SudAfrica 2010 #6

Passano le migliori. Le migliori in quel momento, magari anche in quella serata. E’ il calcio di oggi, troppo misterioso per essere capito fino in fondo. I valori assoluti non contano più, serve correre, creare, tirare e provarci. Sempre, comunque. Se poi si ha pure un minimo di idea di gioco e tanti talenti, di quelli che hanno voglia di sacrificarsi, allora il più è fatto. Pare la descrizione della Nuova Germania, la squadra più tosta, divertente e concreta finora vista. Un passo indietro la Spagna, aggrappata a Villa, a Xavi, a Iniesta e a una difesa per adesso ottima. Eclettica e imprevedibile l’Olanda, che corre e macina gioco, ma che resta un’incognita.

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E’ questo il Mondiale 2010, con l’aggiunta di un sorprendente Uruguay che ha potuto usufruire di un cammino agevole, anche troppo. Come accaduto all’Italia del 2006.

Che Maradona non era un allenatore si sapeva già. Oggi nessuno scopre nulla. Maradona per la Federazione Argentina voleva dire accendere il fuoco del tifo nel Paese. E Maradona aveva e ha avuto proprio tale significato: passione, sogno. Ma l’Argentina è priva di pedine che in una squadra di calcio sono necessarie: difensori forti, terzini che corrono e centrocampisti che lavorano. Invece i sudamericani sono pieni di stelle e fenomeni come Tevez e Messi e Higuain, di ottimi ragionatori come Mascherano. Dietro di loro il vuoto. Vuoto assoluto. E basta vedere come hanno preso i quattro gol che la Germania si è limitata a segnare. Basta vedere come i tedeschi potevano ripartire dalla loro metà campo, senza uno straccio di opposizione avversaria. Non basta Mascherano, insufficiente Veron, troppo sbilanciati in avanti e incuranti della fase difensiva i vari Di Maria, Messi, Tevez e Higuain. Quattro contro tutti, era stato il canovaccio di Diego Armando fin qui. Quattro contro tutti nell’attesa che Messi si sbloccasse. Non è accaduto e l’Argentina va giustamente fuori.

Di contro una squadra maestosa. Non si fa fatica a capire come Ballack sia stato una manna dal cielo. L’infortunio, intendo. Dove giocherebbe Ballack in questa formazione? Al posto di Ozil? Impensabile. Al posto di Khedira? Improponibile. Capitano non giocatore, a tifare da bordo pista. Spazio ai giovani, e che giovani. Lahm ha asfaltato la fascia meglio di Maicon. Podolski è stato stupefacente, per quantità e qualità. Muller, il ventenne Tomas, riesce ad abbinare, come pochi, tecnica e grinta, concretezza e praticità. Beato Van Gaal che pure metteva in panchina Mr Klose, che se avesse realizzato anche solo il 20% dei gol sbagliati a quest’ora sarebbe il Capocannoniere del Torneo con tre giornate di anticipo. Della Germania va sottolineato lo spirito con cui i giocatori scendono in campo: rilassati e tranquilli, come di chi sa bene qual è il compito che deve svolgere ed è conscio delle proprie qualità e della propria condizione. Un’autorevolezza che fa paura, a conferma delle sensazioni venute fuori dal gironcino di qualificazione. Il rischio è sedersi e ammirare il proprio talento, quanto di buono fatto finora. Un rischio che però i tedeschi non sanno concedersi. Erano cattivi, sono diventati pure belli. Complimenti a tutta la Nazione che ha saputo dare la svolta a una storia improvvisamente povera di emozioni.

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L’Olanda è la pazzia. Un gioco che coinvolge tutti gli undici in campo, movimenti continui e costanti, dinamismo incredibile di cui Robben è il portatore sano per eccellenza. Dribbling, tecnica e gran tiro. Caratteristiche che sembrano distribuite ottimamente fra i vari giocatori arancioni. E pensare che giocano praticamente senza una punta di ruolo, perché Van Persie è tutto tranne che una prima punta. Epperò il gioco e l’organizzazione, gli inserimenti e il martellare sulla corsa riescono benissimo a compensare l’assenza di un bomber.

Il Brasile è stato schiantato dal proprio ego. Troppi complimenti, anche i miei. E troppo poco senso brasiliano per poter pensare di farla franca. Giocatori sotto tono o spompati, poche idee lucide là davanti, con Kaka che è semplicemente il Kaka degli ultimi anni, cioè un giocatore normale che testardamente vuole fare il fenomeno. Saranno problemi fisici, sarà la tranquillità interiore che gli manca, sarà tutto ma questo non è un fenomeno. Non lo è più, almeno. E probabilmente ha tolto spazio ad altra gente. Un conto, poi, è avere Ronaldo o Romario là davanti, un altro conto è avere Luis Fabiano. Favoloso solo nel nomignolo, che se non fosse per il palleggio di mani e il passaporto verrebbe dipinto come un attaccante normalissimo. Il solo Robinho, l’unico a tentare di creare qualcosa di diverso, non può bastare. Esce Dunga, tradito dal suo pupillo Melo. Esce Dunga e il Brasile si spacca: chi vuole cacciarlo e chi vuole picchiarlo. La domanda però è sempre la stessa: chi è rimasto a casa che poteva cambiare le sorti di questo Mondiale?

Su Tabarez onestamente non posso dire tanto. Non ho seguito i sudamericani e non avevo idea di seguirli. Il cammino facile credo sia la descrizione di questa semifinale. Con giocatori interessanti, questo sì. I vari Suarez e Hernandez. Perché questo Cavani è solo l’ombra di quello ammirato nel Palermo e perché credo che 9 persone su 10 faticherebbero a ricordare i nomi degli undici titolari.

A meno di ulteriori colpi di scena, mi chiedo perciò chi sfiderà l’Olanda in finale. Sarà un match fra prime volte? O vale ancora il famoso “il gioco del calcio è quello sport in cui due squadre si sfidano e  in finale va la Germania”?

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Il punto su SudAfrica 2010 #5

Si gioca così. Perché alla fine il calcio è un gioco semplice, con poche regole pratiche, intese per il ragazzo che si veste con i colori di una maglia e scende in campo per piazzare il pallone dentro la porta avversaria, evitando che il collega con i colori diversi ai suoi segni un punto. Alcuni testi del 1900 descrivevano così il gioco del calcio e, di fatto, tale è rimasto.

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Si gioca così, con corsa, movimento, coralità e tanto tanto tanto talento. La differenza fra un grande giocatore e un buon giocatore è la velocità con la quale il primo riesce a fare tutto quello che il secondo compie a un ritmo inferiore. Per dirla breve: Klose si è mosso ieri a una velocità superiore di Rooney, e a poco conta se in valore assoluto il secondo è nettamente superiore al primo. Così come Muller e Podolski, ma vale anche per Ozil e il giovane Bastian, hanno corso di più e meglio rispetto agli avversari. Della squadra di Capello rimane l’amarezza di aver sbagliato clamorosamente il pronostico. Troppo scarichi, troppo stanchi, svuotati di cattiveria e un agonismo che è perno del calcio inglese. Strano, molto strano: non sono fatte così le squadre di Capello. Sono pronto a giocarmi qualche euro: ancora due anni di lavoro e Sir Fabio potrebbe davvero trovare il bandolo della matassa. Gli inglesi mancano di qualità abbinata alla disciplina. Non esiste più un David Platt né Lineker, in porta i tempi in cui Seaman aveva la meglio sui pretendenti sono solo amari ricordi rispetto alla scelta fra le varie calamità, come i giornali inglesi amano definire i goalkeeper a disposizione della Nazionale. Troppo gossip, poca concretezza. E anche Capello ha gettato la spugna, con un atteggiamento remissivo. Non si aspettava nemmeno lui il flop, ma è arrivato. Il tentativo di nasconderlo dietro i due metri, quelli che separavano il pallone dalla riga di porta, è vano, persino ridicolo e vigliacco. I due anni preparatori al Mondiale sono stati illusori, a Capello e alla squadra capire il perché.

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Di contro il tecnico tedesco meriterebbe la panchina d’oro. Facile dirlo ora con quello che ha mostrato al mondo. Difficile capirlo prima quando scelse questi 23. E, badate, non è solo un discorso tecnico, ma anche umano: Cacau, i vari polacchi, quelli ereditati dalla Serbia e poi non ricordo più se c’è uno svizzero trapiantato in Germania. Sì, proprio la Germania. E’ l’evoluzione di un Paese che sta alzando la testa, in tutti i settori. E’ l’esempio di come si riesce a ricostruire o costruire qualcosa partendo dal talento, dalla forza in casa propria, dalla programmazione, dalla pazienza. Tutte cose che l’Italia ha dimenticato, ha ignorato e violentato col metodo dei palloni-gonfiati. E intanto i vari Muller (sino all’anno scorso uno scolaretto cui piaceva il calcio) e Podolski (incomprensibile il cambio di passo fra Colonia e Nazionale), Ozil e Neuer incantano. Avevano messo paura pure quando persero con la Serbia, una partita strana. Ma i giornali italiani attaccarono in fretta con il discorso de “zero punti contro il punticino dell’Italia”. Già i giornali italiani, quelli che adesso non possono più provare a indovinare la formazione perché l’Italia del punticino è già in vacanza. La Germania ha mostrato di avere le idee chiare e conoscere alla perfezione le caratteristiche dei 23: modulo perfetto, movimenti ottimi, cambi azzeccati. Non può essere solo fortuna come qualche vagabondo del calcio scritto ha azzardato in TV. Siamo accecati ancora dall’odio contro Moggi e la Juve che ci siamo persi gli obiettivi annuali, tutti miseramente falliti dal 2006 ad oggi: sconfitte politiche e sul campo, scelte errate in panca e fra i selezionati, giustizia sportiva amministrata come peggio non si potrebbe. Non servono neppure le dimissioni di qualcuno, servirebbe piuttosto un ammutinamento generale e un azzeramento di tutto il comparto dirigente del calcio italiano. Non avverrà, così saremo costretti a gustarci Germania e Argentina.

Perché Maradona non sarà un tecnico con esperienza, non avrà una mente molto equilibrata, ma il suo lavoro lo sta facendo bene. Molto bene, anche troppo per quanto mi riguarda. Premesso che non ha nulla, neppure lui, da insegnare a Messi, Tevez, Higuain, Mascherano e gli altri, il Pibe de Oro si limita a fare il team manager: sprona, lavora sull’autostima, martella sulla vittoria e azzecca le mosse. Milito va fuori, Zanetti non è mai stato preso in considerazione, Cambiasso è comodamente seduto sul divano, alcuni argentini di Spagna sono in vacanza. A Diego serviva il peso della tradizione (Heinze, Veron), la pazzia del sangue argentino (Tevez), l’amore del pubblico (Martin Palermo) e la classe infinita (Messi) unita alla necessità del ragionamento (Mascherano). Ingredienti che ti permettono di ottenere quel vantaggio necessario a superare difficoltà (quali?) e momenti bui (assenti!) e quindi vincere. Che poi Maradona rischia di non portare a casa la Coppa, beh questo è un altro discorso perché gli ostacoli sono altissimi. Intanto ha messo a segno parecchie vittorie, sul campo e fuori. Sorprendendo chi del calcio conosce solo uno stupido corso di Coverciano e la solita burocrazia. Probabilmente perché non ha mai corso col pallone fra i piedi.

Oggi c’è il Brasile, che ha messo da parte la pazzia preferendo la razionalità feroce di Dunga. Aveva già dimostrato che questo approccio può funzionare, precisamente nella Coppa America di qualche anno fa quando battè l’Argentina favoritissima, lasciando a casa qualche campioncino svogliato. Stesso binario di questo Mondiale, chissà se porterà al capolinea dove si trova la Coppa.

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Il punto su SudAfrica 2010 #1

Fin qui, in attesa che l’Italia entri in campo questa sera, la migliore Nazionale vista e piaciuta è certamente la Germania. Espressione perfetta di un mondo che è cambiato, negli aspetti sociali soprattutto. Gente di colore, gente che tedesca non lo è, gente che lo è a metà. Ma è un gruppo solido, unito e pare pure molto compatto. Il capitano Lahm, 25 anni, si è detto meravigliato per le caratteristiche tecnica di una Germania da sempre affidata all’orgoglio e al carattere dei suoi interpreti. Questa Germania ha talento, ha fantasia, ha corsa e voglia di stupire. Il tecnico Low ha assemblato un undici molto dinamico, con movimenti gradevoli. Giocano di prima, sono capaci a cambiare ritmo, la dinamica è corale. Gli esterni Podolski e Muller fanno un gran lavoro e garantiscono superiorità, corsa e perfino reti. Klose fa un lavoro eccezionale aprendo gli spazi per i centrocampisti. Tempo fa un ragazzo mi disse che la Juve probabilmente aveva sbagliato ad acquistare Diego e che lui preferiva Ozil. Difficile dargli torto riguardando questo anno di calcio. Il 4-0 è tondo tondo, anche se va fatta la tara con una Australia fin troppo arrendevole e con le idee confuse, tutta un’altra cosa rispetto all’undici di Hiddink quattro anni fa.

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L’Inghilterra di Capello delude. Troppa pressione o troppe aspettative. Poca fantasia, ma molta corsa. L’idea è che la Nazionale sia bloccata dal troppo clamore creato attorno alla figura di Don Fabio. Le potenzialità ci sono, certo se poi il portiere Green ne combina una a partita allora diventa dura. Il verdetto è rimandato.

Fino ad adesso non ho capito bene se è il Mondiale di Messi o quello di Maradona. Di certo il giocatore più forte di tutti i tempi ci sta mettendo del suo, con atteggiamenti palesemente buoni per le telecamere e con quel suo prendere il calcio con leggerezza e con la giusta cattiveria. Un tecnico fuori dagli schemi canonici, perfino pure elegante. Il suo alter-ergo Messi è autore di una prestazione autorevole nonostante il bottino nullo in fase realizzativa. E’ la punta di diamante che se ingrana dà la svolta alla squadra intera. Maradona ha costruito uno schema che tenta di coprire le lacune difensive dei sudamericani. Il modulo è una sorta di 6-4: tutti in difesa, poca spinta e attacco affidato ai magnifici quattro. Da questi ultimi è escluso Milito: l’Argentina può prescindere dal pur bravo attaccante nerazzurro, così come può fare a meno di un rallentatore di gioco come Cambiasso a tutto vantaggio del vecchietto Veron che fa correre il pallone a beneficio dei folletti in attacco. Velocità, estro, Tevez, Messi e Higuain: ecco l’Argentina di Maradona che dimostra comunque di avere il gruppo in mano. Curioso di capire dove potrà arrivare.

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La Serbia di Stankovic non è stata deludente, come qualcuno ha detto. E’ stata semplicemente la solita Serbia. Lo scorso Mondiale salutò tutti con zero punti. Idee tattiche assenti, equilibrio precario, attacco nullo. Deludente il capitano giocatore nerazzurro, imbarazzante l’apporto di Krasic (non è che sta subendo il tira-e-molla tra CSKA e Juve?), piuttosto scarso il contributo di Kolarov. Per quanto mi riguarda, a meno di colpi di scena clamorosi, la Serbia è già fuori visto che il prossimo match sarà contro la Germania. Sorprendente il Ghana che oltre la forza fisica mette in mostra una buona organizzazione di gioco e una discreta tecnica.

La Francia non è un pericolo. Fino a quando su quella panchina ci sarà Domenech, beh sarà tutto facile. Spogliatoio spaccato, ruoli poco chiari. Gli assi non bastano se poi questi vanno in campo senza consegne precise. Almeno questa è l’idea che mi sono fatto.

E stasera tocca a Lippi. Sarà un 4-2-3-1 con l’esperimento di Marchisio trequartista e Montolivo in cabina di regia. Anche se credo che la tattica sarà leggermente diversa durante le fasi di gioco. In attacco Pepe, il sesto juventino in rosa in attesa di altri due colpi, e Iaquinta sosterranno Gilardino. Fuori Di Natale e per me lo stupore è assente: fuori dal campetto parrocchiale di Udine Totò ha sempre dimostrato di soffrire pressione e di non reggere il confronto coi grandi. Il che non è una colpa, ma una semplice condizione umana. Le qualità tecniche non si discutono, ma i valori assoluti vanno poi messi a confronto con i vari contesti che la vita ti impone.

In chiusura mi piace sottolineare quanto segue. L’Australia ha la sua punta di diamante in un giocatore del Sassuolo, Serie B. Ghezzal (Siena) è stato espulso in 15 minuti, l’ex-viola Kuzmanovic ha sulla coscienza i tre punti persi dalla sua Nazionale, Lukovic (Udinese) si è visto sventolare contro un giusto rosso. E poi dicono che la Serie A è il campionato più bello del mondo. Qualcosa da rivedere c’è!

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