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Tag: mihajlovic

Juventus – Sampdoria / Mezzogiorno di fuoco

Ore 12:30. Juventus contro Sampdoria. I bluecerchiati sono in un momento di forma eccezionale e il loro campionato è da favola. La Juve deve accelerare e mettere più pressione alla Roma.

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Tevez contro Okaka, l’hanno descritta. Piuttosto, è Juve contro Samp, Allegri contro Mihajlovic.

A disposizione, prima delle vacanze natalizie, due sfide di campionato, nel tentativo di poter allungare sui giallorossi o mantenere invariate le distanze. Samp prima, giovedì Cagliari, e poi chiusura con la Supercoppa contro il Napoli tentando di capire chi parteciperà alla premiazione.

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Morata è favorito per giocare dal primo minuto. In settimana si erano sparse voci (si erano sparse? Qualcuno aveva avviato l’ennesima campagna di disinformazione) su un Morata lontana da Torino a gennaio. Allegri, che sta gestendo benissimo il gruppo bianconero e anche la comunicazione, lo manda in campo da titolare, in una sfida molto importante. Allo spagnolo ex Real il compito di allungare i numeri positivi fin qui messi assieme, in un processo di crescita graduale e prudente voluto dal tecnico livornese.

Riposerà Pirlo, così in cabina di regia ritroveremo Marchisio, anche per contrastare il dinamico centrocampo doriano, molto abile in fase di ripartenza. Vidal in campo con Pogba e Pereyra. A meno di un cambio di scelta dell’ultimo minuto, col genio bresciano in campo.

Difesa ridotto all’osso e uomini obbligati: Bonucci (in diffida) in coppia con Ogbonna (al posto dello squalificato Chiellini), Lichtsteiner a destra, Padoin a sinistra (per far rifiatare Evra).

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Juventus-Sampdoria 4-2 Il ritmo infernale di Conte

Inarrestabile. Con quel senso di impotenza che comune a chi sta davanti la tv e non tifa Juve. La sensazione è che tanto la Juve segna e ammazza la partita. La sensazione è che riaprire il match rischia di riaccendere la rabbia bianconera e prendere quattro gol. Come il Cagliari, anche la Samp cade nel tranello.

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Sono 50 i gol messi a segno e ieri sera si giocava la prima di ritorno di questo buffo campionato. Tolta la Juve, Roma e Napoli (atteso oggi a rispondere alle due vittorie del sabato calcistico) stanno viaggiando a un ritmo infernale. Trovate perciò voi l’aggettivo per la squadra di Conte.

Trascinata da un sublime Vidal che ha già eguagliato il proprio record di reti in campionato e che punta a “voglio fare 20 gol in Serie A e vincere il terzo scudetto di fila”, e supportato dalla sfacciataggine di un 20enne francese, tale Paul Pogba, su cui non si sa bene fino a che punto può ancora migliorare.

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La verità è che l’universo Juve ha beneficiato di quei due là davanti. La Juve ha lo stesso gioco di un anno fa, tranne che adesso ha molte più soluzioni. Tevez difende palla spalle alla porta ed è dotato di quella classe mista a potenza che prima non avevamo, mentre Llorente è l’uomo grosso e forte a cui ti appoggi quando sei in difficoltà o quando c’è bisogno di alzare il pallone. Di più. Tevez e Llorente garantiscono anche nuove soluzioni offensive: l’azione solitaria dell’argentino o il cross per lo spagnolo.

Se a questo aggiungiamo il fatto che Conte ha detto di aver trovato “la quadra con Marchisio lì in mezzo, anche il titolare del ruolo è Andrea”, ecco servito il godimento allo stato più puro.

Dodicesima vittoria consecutiva, una pagina di storia scritta, e sarebbe pure record assoluto in Serie A, tranne che in un torneo aziendale organizzato da Moratti il buon Mancini fece meglio, però in un contesto surreale e falso. Un plauso all’onestà intellettuale di Mihajlovic che ai microfoni ha dichiarato “il pareggio sarebbe stato bugiardo, Juve troppo superiore”. In effetti, la Juve ha fatto tutto da sola: autogol e immensa distrazione sul gol di Gabbiadini. A proposito: dopo Berardi, faremmo bene a osservare questo ragazzo dal tiro maledetto. Chiedere a Buffon i dettagli.

Martedì c’è la Roma, il tranello più pericoloso di tutta la stagione perché da una parte c’è una Juve che potrebbe sentirsi fin troppo forte e rilassata, dall’altra dei ragazzi che hanno già fatto vedere occhi di una violenza agonistica impressionante. Sarà un bel match, sperando che tutta la rabbia giallorossa sia riversata nel gioco. E solo nel gioco.

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Rassegna(ta) stampa sportiva del 16 luglio 2011

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Un po’ per ridere e un po’ per riflettere:

  • Roma, bruciata la concorrenza per Heinze – lo volevano il Bologna, il Manfredonia e la squadra del condominio in cui abita l’argentino!
  • Lecce, Osti: “Strasser? Siamo interessati, aspettiamo una risposta” – ma la domanda era…?
  • Marchisio: vorrei vincere quanto Conte – vorrei… ma non posso?
  • Zanetti: orgoglioso di essere dell’Inter – quando si dice accontentarsi di poco!
  • Lucho Gonzalez, c’è anche l’Inter – figuriamoci se su uno straniero non esiste la squadra di Moratti!
  • Liverpool, accordo per Cissokho - ora la parola al dentista!
  • TuttomercatoWeb: UFFICIALE: Buga al Brasov – quando si dice lo scoop, eh?!?
  • Fiorentina, Mihajlovic scarta Frey – … e segna!
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Scudetto 2006: strano concetto dell’orgoglio di Mihajlovic e Zanetti

E’ dura la vita di chi dal 1995 a oggi ha vinto, nulla o semplicemente ha vinto qualcosa di cui nessuno ne riconosce l’autenticità.

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Per esempio l’ultimo ricordo di Zanetti sorridente è del 2005/2006, SuperCoppa Italiana scippata alla Juve di Capello che aveva vinto i tempi regolamentari per 1-0, gol di Trezeguet che il sodale De Santis annullò per un fuorigioco inesistente. L’Inter arrivò a quel match grazie alla Coppa Italia soffiata alla Roma qualche mese prima. Al di là di questa data bisognerebbe poi risalire al 1998, anno in cui Ronaldo vinse praticamente da solo la Coppa UEFA. Poi il buio assoluto. Eppure l’esperienza nerazzurra di Xavier Zanetti è lunga dal 1995. E’ il secondo più presente nella storia nerazzurra e in così tanto tempo pochi erano riusciti a vincere così poco. Se domandate all’argentino dalla lingua di pezza cui Maradona tolse la fascia di capitano per inesistenza-di-personalità (parole del genero di Aguero) vi risponderà che non riuscivano a vincere per un complotto mondiale cui avrebbero partecipato Putin e Bush padre.

L’altro protagonista di questa triste vicenda è un serbo. Sputò in faccia a Mutu perché l’educazione e i principi di un uomo sono importanti. Durante quella partita riuscì pure nell’impresa di lanciare una bottiglietta contro un delegato UEFA. Si beccò multa e squalifica (per un rosso in gara). Appena 3 anni prima aveva dato del “negro di mer*a” a Patrick Vieira. Anche in quel caso espulsione. Caratterino caldo quello di Mihajlovic che in carriera è sicuramente ricordato come uno dei migliori specialisti su calcio piazzato e come uno dal cartellino facile. In maglia laziale vinse 1 campionato, 1 coppa delle coppe, 2 supercoppa italiana, 2 coppe italia. Passò all’Inter nel 2004/2005 e da quel giorno nulla più.

Ebbene, questi due calciatori professionisti si sono espressi così sullo Scudetto del 2006:

[Mihajlovic] “Lo scudetto del 2006 lo sento mio, spero che poi ci sia più serenità, spero che il campionato riparta con maggiore serenità”

[Zanetti] “Conosco bene Massimo Moratti ed ho avuto la fortuna di conoscere anche Giacinto Facchetti, e questo a me basta. Non ci sono dubbi, quel titolo vale come gli altri.”

Entrambi sprecano cazzate, ampiamente smentibili tramite intercettazioni, fatti, numeri e statistiche che perfino la Cazzetta Rosa ha pubblicato negli anni. Errore madornale per la redazione al servizio del duo Berlusconi-Moratti. Ma andiamo con ordine.

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Mihajlovic sente suo lo scudetto del 2006. Per la cronaca, la Juve di Capello lo vinse a quota 91, tagliando il traguardo d’andata a una cifra spaventosa: 52 punti. Quella squadra vantava il seguente centrocampo: Nedved, Emerson, Vieira, Camoranesi, Del Piero, Trezeguet, Ibrahimovic. Emergenti, calciatori non ancora maturi, evidentemente. Forse Mihajlovic allude ai “negri di mer*a” che la Juve schierava a centrocampo, bah, vai a saperlo! Tanto per la cronaca, ecco cosa successe nei due match fra Atalanta di Milano e Juventus:

 

La cosa più stupefacente è che Mihajlovic pare ora un moderato. Spera che il nuovo campionato, dopo le porcate combinate dalla FIGC e non ancora finite su Calciopoli, Scommessopoli, prescrizioni e articoli 6 trasformati in biricchinate, sia equilibrato e sereno. Forse non ha capito, il dottor Mihajlovic, che è stata innescata una guerra. Per fortuna rimarrà verbale, rimarrà confinata sui forum e sui blog. Almeno speriamo. Di sicuro, a innescarla sono state le istituzioni. Noi stiamo tentando di difendere un onore. Forse sentiamo il bisogno di difenderci proprio per l’esistenza di un onore, cosa che dall’altra parte pare assente. O insabbiato pure quello, assieme a tutti gli altri scandali.

Per quanto riguarda Zanetti, non trovo parole per descrivere quanto detto. Il fatto che lui presuma di conoscere Facchetti e Moratti è totalmente irrilevante. Probabilmente l’intelligenza tattica che dimostra in campo è inversamente proporzionale a quella di tutti i giorni. Perché da intercettazioni comandate dal suo Presidente-attuale si evince chiaramente come gli unici truffaldini dell’Italia del calcio vestono il nerazzurro, nonostante qualcuno ha avuto l’idea di indossare un abito bianco ora sporco di fango, e fango non è!

Ed è pure evidente che non basta il pensiero di Zanetti. Purtroppo vincere il cartone non è permesso nell’olimpo dei campioni. E i meri numeri di presenze in campo non bastano a elevarsi a chissà cosa. In ogni caso anche lui sente suo qualcosa che suo non lo è mai stato. E non lo sarà mai. In quel campionato la sua squadra arrivò terza, a 15 punti di distanza dalla prima che era la Juve di Capello.

Il resto sono solo sciocchezze. La violenza verbale degli interisti e queste frasi ai limiti dell’assurdo umano derivano proprio dalla consapevolezza di non aver vinto una mazza. O meglio, di non poter paragonare i trofei aziendali con i veri trofei vinti e stravinti dalle altre formazioni, italiane ed europee. Purtroppo è l’unica verità e realtà possibile. E nonostante le conferenze stampa e un paio di quotidiani al servizio, la memoria dell’uomo di calcio è piuttosto lucida, ferma. Da una parte ci sono i campioni, dall’altra… a proposito, ma Zanetti e Mihajlovic formano una coppia, no? E chi vanno in coppia?

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Povera Gazzetta, costretta a mentire e a disinformare sulle vicende del padroncino Moratti

Che la nevrosi nerazzurra per clamorosa assenza di tecnico abbia intaccato la sfacciata redazione della Cazzetta Rosa? Parrebbe di sì a leggere le prime pagine del quotidiano più disinformante dell’italico paese.

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Ben 9 le pagine dedicate all’uomo che guiderà l’Atalanta di Milano, appena pochi giorni fa. Si trattava di Bielsa. 9 pagine piene zeppe di commenti, con una specie di editoriale di Arrigo Sacchi che stancamente tentava di convincere tutti sulla genialità di questo allenatore. Ma la Cazzetta Rosa ha nascosto, in quelle 9 pagine, che Bielsa aveva rifiutato. Un secco no. Ma tant’é: pur di insabbiare pure i rifiuti, oltre ai fattacci di casa nerazzurra, 9 pagine e altro!

Dal giorno successivo la Cazzetta, che non prevede altro titolo se non l’Atalanta di Milano, ha esposto il casting morattiano che, in realtà, altro non è che una collezione di “no” arrivati dal 90% degli allenatori ancora in attività.

Da Ancelotti a Capello, da Lippi a Hiddink.

Non si fa accenno al rifiuto di questo o quell’altro allenatore, piuttosto si scrive “casting”, si scrive “sondaggio”, si scrive “ricerca del profilo adeguato”.

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Epperò la Cazzetta Rosa aveva fatto lo scoop: conosceva l’ora di arrivo di Bielsa a Milano, la nuova casa, che tipo di colazione avesse programmato per la firma del contratto, la provenienza della carta su cui si sarebbe stampato il contratto, quanti tornei aziendali avesse vinto Bielsa e via così.

Oggi, dopo aver, appena qualche mese fa, scritto una specie di necrologio su Gasperini e Zenga, la Cazzetta improvvisamente si è convertita. E da ex-bianconero (con chiara accezione negativa) Gasperini viene ora dipinto come mago del 3-4-3, come uno che insegna calcio, che fa giocare bene le squadre. Il che è pure vero, ma questo cambio di opinione a cosa è dovuto?

E’ dovuto al fatto che Moratti in mano ha poco o nulla. Tenterà il tutto per tutto offrendo tanti, ma proprio tanti soldi. Potrebbe addirittura riportare in Italia Spalletti. In ogni caso i nomi da dare in pasto agli intertristi sono diventati Gasperini, Mihajlovic (che a Firenze hanno implorato di andare in fretta e furia a Milano, e non certo con spirito propositivo), Zenga, Delio Rossi. Che poi potrebbero anche essere migliori dei vari Villas Boas o Capello stesso, per quanto mi riguarda.

Se poi giri pagina, su quel giornalaccio, scopri che da una parte non viene raccontata la verità sui tecnici che rifiutano la panchina nerazzurra, dall’altra si continua una lagna incredibile sulle parole di Marotta, ben più attrezzate in termini di serietà e coerenza con l’attualità politica-economica della società per cui lavora.

Ma tant’é: il padroncino ordina, la Cazzetta esegue! Da notare: è il primo quotidiano sportivo in Italia. Pensa come stiamo messi!!!

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La disinformazione della Gazzetta non paga: il denaro di Moratti non attira più!

Il denaro può comprare tutto, tranne la dignità di un professionista. A patto, ovviamente, che il professionista lo sia per davvero, nei principi e nelle azioni.

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Capita perciò che la squadra più forte del millennio si ritrovi d’un tratto senza allenatore e con una valanga di rifiuti. Rifiuti che sono ufficiali e pervenuti tramite i media tradizionali: TV e quotidiani. Oltre che dichiarazioni e comunicati stampa apparsi sui siti ufficiali del Web.

Da Mihajlovic, che ben ha compreso la fine del suo maestro Mancini e di un’altra creatura della stampa Zenga, a Villas Boas (che non ha nulla a che vedere con l’arroganza e l’inconsistenza di Mourinho), da Bielsa ad Ancelotti.

La storia è semplice, nonostante la Cazzetta Rosa racconti una favola ampiamente smentita dai fatti. Il denaro non è tutto nella vita e quelle che sembravano vittorie si sono rivelate, perché il tempo è galantuomo, una serie di inutili nefandezze sportive cui nessuno ha creduto per davvero. Principalmente all’estero dove i vari guru del calcio, Fergusson su tutti, hanno messo in guardia sulle vittorie di cartone della banda Moratti.

La storia, dicevamo, è semplice. Una valanga di no, uno in particolare clamoroso, ma scontato. Carlo Ancelotti, l’uomo che è stato massacrato a Torino per aver collezionato ben 144 punti in due campionati senza tuttavia vincere nulla (altri tempi, si direbbe oggi), che ha reso grande il Milan, proprio non ci si vedeva su quella panchina. Perché Carletto, così lo chiamano in Inghilterra, è uomo, un grande uomo. Perché ai colori rossoneri è legato, al di là di contratti e quattrini.

Storia ben diversa da Leonardo, uno dei tanti mercenari del mondo del pallone che per sfizio è andato a Milano ad allenare l’Atalanta di Milano e di lui si ricordano, nell’ordine:

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  1. l’1-0 contro la Juve, colpo di testa di Matri, che ha dato ossigeno a una formazione ridotta al minimo per autostima e carattere;
  2. il 7-3 complessivo in Champions contro l’11° squadra del campionato tedesco;
  3. il 3-0 contro i cugini-rivali milanisti, gara che probabilmente ha consegnato lo scudetto ai Diavoli rossoneri (per via anche di una campagna elettorale da portare a termine, ma questa è un’altra storia).

A questo si deve aggiungere che perfino gli stessi giocatori oggi nutrono dubbi, seri dubbi sulla validità di questo progetto, ammesso che ce ne sia davvero uno. Da Eto’o a Lucio, da Snejder a Maicon.

Si tratta della solita barzainter, una matta di dirigenti messi insieme per inerzia societaria (Saras, Telecom Italia, RCS) e tenuta dai soldi profumatamente elargiti da colui che non ha mai risposto delle proprie malefatte:

  • passaporti falsi;
  • doping finanziario;
  • spionaggio;
  • alterazione di campionati e coppe.

Se il calcio italiano è stato ridotto a un ridicolo scontro milanese in cui si è inserita, per patti extra calcistici, la Rometta dei Sensi… un motivo ci sarà. E negli ultimi 5 anni, cioè il periodo di declino, non ci si può nemmeno attaccare a Moggi che non ha potuto operare e probabilmente non opererà più causa radiazione.

P.S.

Resta in corsa un ultimo mercenario, della specie più strana. Un grandissimo professionista, ma umanamente poca roba. Uno che è in grado di cambiare la storia, ma dietro di sé lascia un deserto triste (Milan, Roma, Juve). Si chiama Fabio, e di cognome fa Capello.

P.P.S.

L’ultimo no è arrivato da Marcello Lippi.

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Su Ranieri e Sinisa, due che non ce l’hanno fatta

Un po’ di anni fa qualcuno lanciò un’accusa precisa: “Roberto Mancini allena perché è un raccomandato”. La realtà parzialmente confermò il fatto che la gavetta è fondamentale per un processo di crescita completo e sano. Dico parzialmente perché in Italia si è inscenata la farsa di regalare a Mancini e i Suoi Compari dei titoli talmente finti che, ad anni di distanza, molti si sono già pentiti di aver festeggiato quelle false vittorie. Che, con Mancini al comando, vittorie non furono. Oggi, in special modo a Firenze, il ritornello pare nuovamente di moda. E, che strano questo destino, il bersaglio è un pupillo e un amico di Mancini: tale Sinisa Mihajlovic. Il difensore che sputò a Mutu, uno dei massimi specialisti di calci di punizione, ex difensore dell’Atalanta di Milano, è un allenatore. Precisamente della Viola che con Prandelli ha conosciuto un’età splendida, dopo i misfatti famosi con Cecchi Gori alla guida del club.

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Prandelli alla Fiorentina ha lasciato ricordi immensi. Per la persona, schietta e pulita come poche volte vi capiterà di conoscere in questo calcio, e per il suo modo di fare calcio. Con prodotti non sempre maturi (leggi giovani e giovanissimi) e risultati apprezzabili. Da quest’anno Prandelli è il commissario tecnico della Nazionale Italiana. Sulla panchina della Fiorentina si è seduto Mihajlovic. Quali meriti per questo signore? Che tipo di lavoro ha fatto per meritare questa importanza? Ma, soprattutto, che soluzioni offre questo allenatore?

La Fiorentina oggi è una squadra bucabile e che davanti non punge. Le ali non funzionano, eppure sono le stesse che lo scorso anno impressionarono pure l’Europa (leggi Van Gaal). Gli equilibri difensivi non sono solidi, la manovra stenta. Mihajlovic non ha saputo dare la giusta scossa e più volte è andato in difficoltà durante le conferenze stampa non riuscendo mai a parlare di tattica. Ha sempre ripetuto lo stesso ritornello: “se vincono è merito dei ragazzi, se perdono è demerito mio”. L’involuzione di Gilardino è preoccupante, mentre Frey appare inerme. L’unica colpa che Mihajlovic ha sottolineato è quella del giovane Ljajic, reo di mangiare troppa cioccolata ed essere appassionato di computer (probabilmente, come circa 3 miliardi di persone sulla faccia della terra, naviga in rete e gioca a qualche tipo di videogame). Sui giornali si fa fatica ad analizzare il momento viola. Sinisa gode di una sorta di scudo protettivo particolare, in quanto non si entra mai nel merito del suo lavoro. Si fa presente (e sarebbe naturale, ma deve valere per tutti) che ha infortunati e che è da poco tempo su quella panchina. Ma su altre panchine altre persone sono state linciate sin dal primo giorno, pagando pure a caro prezzo il fatto di aver bruciato le tappe. Uno su tutti: Ciro Ferrara, da dirigente a allenatore e quindi, oggi, disoccupato. Pure lui aveva infortunati e viveva in un contesto tremendo per qualsiasi professionista del mondo del calcio. Due pesi e due misure.

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Ciro Ferrara aveva sostituito Ranieri sulla panca bianconera di Torino. Claudio Ranieri venne cacciato a furor di popolo in quanto ritenuto inadatto a sedere su quelle poltrone, inadatto a governare il mondo Juve. Così è stato e mai mossa più azzeccata fu compiuta da quella sciagurata dirigenza. Immediatamente alla chiusura del rapporto Juve-Ranieri i mezzi di informazione si scatenarono prendendo le difese del tecnico romano. Che è successo nel frattempo? Perché quei tifosi juventini lo volevano fuori da Torino e gran parte del gruppo allenato (che, fra parentesi, aveva conosciuto altri tecnici e certamente altre situazioni lì alla Juve) non lo seguivano più?

Nel frattempo è accaduto che il tecnico romano e romanista ha coronato il sogno di una vita: allena la Roma. Chiamato da Rosella Sensi a colmare il posto lasciato vacante da Spalletti dopo pochissime giornate di campionato, Claudio Ranieri ha compiuto un eccezionale lavoro nella Capitale. Una squadra allo sbando è stata rimessa in riga dal vecchio staff bianconero: da Damiani al preparatore atletico, dal preparatore dei portieri a quel gran signore di Montali (lui, persona pulita in un mondo marcio). La Roma è risorta, ma paradossalmente ha confermato le paure e le sensazioni del popolo bianconero. Alla Juve si è abituati a vincere e dominare, mentre Ranieri ha nel suo credo una umiltà che è propria di chi non riesce proprio a giungere sul gradino più alto. Solo piazzamenti e riscosse, solo battaglie vinte, ma mai la guerra definitiva. Ciò che è accaduto a Roma è stato ovviamente capovolto dalla carta stampata e da certe trasmissioni. I giallorossi, a un certo punto del campionato, erano primi dopo un inseguimento epico. E’ finita con l’Atalanta di Milano prima (così come vuole il regolamento del Torneo Aziendale Italiano) e Ranieri a raccogliere i “coraggio, è stato bello comunque”, “grazie per le emozioni”, “ci rifaremo”.

In questo secondo anno di Roma si assiste a un remake del secondo anno bianconero: flessioni, casi spinosi all’interno dello spogliatoio, acquisti sballati, innesti poco sfruttati, cambi allucinanti, sconfitte clamorose e soltanto pochi inutili sprazzi di gioia (tipo Vucinic che a 60 secondi dal termine fa vincere il match contro i rivali). Si parla di panchina traballante, di cattiva gestione del gruppo, di infortuni che alla Juve, quest’anno, con Marotta, Del Neri e Andrea Agnelli sono drasticamente diminuiti, e si parla di possibilità di un cambio in corsa. Non accadrà. Non accadrà perché la Roma si risolleverà, illudendo i propri tifosi di poter vincere tutto e finendo per non vincere niente. Come accaduto a Torino. Ma Ranieri non molla: “noi ci proviamo, se gli altri sbagliano noi ci saremo”. Ecco, se gli altri sbagliano. Al momento questi altri che dovrebbero sbagliare si chiamano: Lazio, Atalanta di Milano, Napoli, Milan, Chievo, Brescia, Juventus, Palermo, Catania, Genoa, Bari, Lecce, Cagliari, Sampdoria, Bologna, Cesena, Fiorentina e Parma. Forse a Torino non eravamo proprio pazzi a volerlo fuori dalla società chiamata Juventus.

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