Quella di domenica sera è stata, senz’ombra di dubbio, la prestazione della nostra Nazionale più positiva e – finalmente, verrebbe da dire – anche piacevole a vedersi.

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Prandelli, dopo la semidisastrosa partita contro l’Irlanda, di cui è lecito salvare il solo risultato, ha confermato contro gli Inglesi il modulo 4-3-1-2, accantonando definitivamente il 3-5-2.

Già, il 3-5-2. Considerando i moduli a cui la maggior parte dei giocatori in rosa sono abituati, non è stata un’idea malvagia provare ad applicarlo in Nazionale. A dire il vero, questo schieramento, utilizzato per affrontare Spagna e Croazia, non ha funzionato a dovere a causa di uomini fuori ruolo e/o autori, inaspettatamente, di performance estremamente deludenti.

Il primo caso è rappresentato da Emanuele Giaccherini: mai schierato da Conte esterno a sinistra in un centrocampo a 5 (il leccese, in quel ruolo, gli ha sempre preferito Estigarribia o De Ceglie, o, in alternativa, lo ha posizionato interno al fianco di Pirlo o ala sinistra nel 4-3-3 o nel 4-2-4), la Pulce di Talla si è ritrovato a dover addirittura fungere da terzino sinistro, accollandosi un lavoro di copertura non indifferente e tutt’altro che semplice, considerate le sue caratteristiche fisiche e i clienti scomodi di turno (Jesus Navas, David Silva, un quasi ubiquo Iniesta; e poi Corluka e Perisic, tra l’altro ben arginati). L’altra categoria, ben più affollata, conta tra le proprie fila l’irriconoscibile Maggio (si vede che lo schema napoletano “palla a Lavezzi/Maggio/Cavani/Hamsik/Dzemaili, testa bassa e pedalare”* non dà buoni frutti in Nazionale), l’evanescente e “moviolesco” Thiago Motta (sia da interno, sia da trequartista) e l’irritante duo di salvatori della patria, Cassano e Balotelli, incapaci di metterla dentro per due partite nonostante le buone occasioni avute. Un difetto, questo, che ancor di più risalta se consideriamo il rapporto tiri/goal (2:1) dell’altro Antonio, quello meno simpatico, Di Natale, autore di sole 86 reti nelle ultime 3 stagioni (contro le 38 del palermitano e le 24 del barese). Per carità, mica è colpa loro se vengono schierati sempre e comunque titolari, si intende.

Ad ogni modo, due pareggi per 1-1 e 3-5-2 bocciato.

Il 4-3-1-2 “ammirato” contro gli Irlandesi Repubblicani era riuscito quasi a far rimpiangere il suddetto modulo. Poco gioco, poche idee (ma questi difetti non sono dovuti al solo schieramento, è chiaro) e due reti su altrettanti calci piazzati, gli stessi che ci avevano consentito di passare in vantaggio contro la Croazia. I sacrificati sono, non a caso, Maggio e Giaccherini, sostituiti dai terzini “puri” Abate e Balzaretti. E Thiago Motta? In campo. Trequartista, yet again. E i due attaccanti?I soliti. E dire che Giovinco e Di Natale non avevano demeritato contro la Spagna, mentre il campano, attaccante di profondità, era rimasto soffocato dalle maglie a scacchi dei Croati nella seconda partita del girone. Ma tant’è: 2-0, entrambi i gol su corner.

E così, in barba al paventato, ridicolo e tutto italiano pericolo “biscotto”, l’Italia passa ai quarti di finale, e l’avversario è tosto: l’Inghilterra.

Checché l’ex allenatore interista** ne dica, la sua Nazionale è riuscita ad incarnare lo stereotipo dell’Italia “catenacciara” ben più di quanto l’Italia stessa sia mai riuscita a fare. Ma vediamo di non dirlo al buon Hodgson, che ha candidamente affermato a fine partita che “entrambe le squadre hanno avuto delle occasioni”. Bisognerebbe piuttosto ammettere che è difficile dire se l’utilizzo del plurale sia lecito o meno in riferimento ad un’Inghilterra che avrà tirato in porta forse un’unica volta, al quinto minuto. Ma, anche stavolta, tant’è.

Dopo un buon inizio, condito dal palo clamoroso colpito dalla distanza da De Rossi su assist di Marchisio, era l’Italia a soffrire la pressione degli Inglesi, almeno per una quindicina di minuti. Il gioco sulle fasce, vero marchio di fabbrica dei Three Lions, mette spesso in crisi i nostri due esterni: le sovrapposizioni di Glen Johnson ed Ashley Cole trovano costantemente in inferiorità numerica (e spesso piantati sui piedi..) degli arrendevoli Balzaretti ed Abate, sistematicamente saltati. Non è un caso che proprio dalla parte del giocatore ex Juventus arrivi la triangolazione che per poco Johnson non corona al meglio mettendo in rete. E non per demerito proprio, ma per un miracolo di un portiere che in tanti avrebbero volentieri cacciato dalla Nazionale per aver comprato dei Rolex o degli appezzamenti di terreno, o per essere amico del proprietario di una tabaccheria, la cui percentuale di vincita, quanto a scommesse, era addirittura al di sotto degli standard nazionali. E anche qui, tant’è. Imparerà a star zitto la prossima conferenza.

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La svolta alla partita è di marchio prandelliano: ricorda a Montolivo, schierato per l’occasione trequartista, il suo compito: galleggiare fra le linee di centrocampo e di difesa inglesi in fase di possesso e rinculare al centro in fase di non possesso. Risultato: De Rossi, Marchisio e il giocatore di madre polacca a turno raddoppiano sugli esterni, curandosi con la stessa regolarità di affiancare Pirlo al centro, formando così una sorta di 4-4-2 speculare a quello degli avversari, certamente meno vulnerabile ai cambi di campo e agli inserimenti centrali, peraltro sporadici.

Da lì in poi, vuoi per un ritrovato feeling col pallone, vuoi per un Inghilterra rinunciataria fino all’inverosimile, l’Italia esercita una pressione continua e costante sulla retroguardia dei Tre Leoni, formata per l’occasione da 8/9 giocatori, distribuiti in due serrate fila di quattro uomini. E’ un gioco piacevole, ponderato, mai frutto della frenesia. E quest’ultimo è forse il merito più grande degli Azzurri: anche davanti alle palle-gol divorate da Balotelli e De Rossi su tutti, la Nazionale è rimasta lucida e compatta, guidata magistralmente dall’uomo-simbolo del nostro calcio, oltre che della Juve e della Nazionale, che porta il numero 21 sulle spalle.

Ad ogni modo, tra pali, tiri goffi o scagliati sulla schiena degli avversari e un paio di conclusioni dell’unico trequartista di ruolo in rosa, Alessandro Diamanti, giocatore tutto estro finito al Bologna alle buste, si arriva ai rigori. E’ proprio il mancino di Prato a battere col suo sinistro angolato l’ultimo rigore, spiazzando il portiere dei neo-campioni di Inghilterra, Hart, i cui tentativi di deconcentrazione a suon di linguacce e smorfie hanno, ahilui, prodotto un magro bottino.

Insomma, l’Italia vince, meritatamente, e tutti salgono sul carro dei “vincitori” (ringraziamo Buffon per aver ricordato a tutto il mondo pallonaro cosa significa “vincere”). Di buono c’è che Pirlo e De Rossi a centrocampo producono gioco a getto continuo e che Nocerino può essere una validissima alternativa a Marchisio e non solo; c’è che finalmente la palla ha smesso di scottare tra i piedi degli Azzurri; c’è la grande generosità dei due terzini; c’è il lavoro sporco per far salire la squadra da parte di Balotelli, trovatosi curiosamente in campo tra un grattacielo e l’altro; c’è un Buffon in formissima, e addirittura capace di parare un rigore (mi perdonerà Gigi per questa piccola cattiveria); c’è un Montolivo che si è dimostrato un  ”trequartista di copertura” migliore rispetto a Motta, e un Diamanti in grande spolvero; c’è, infine, la prestazione solidissima dei due centrali bianconeri, Barzagli e la “pippa” a priori Bonucci, raccomandato e favorito da Prandelli, che lo ha voluto con sé nonostante il codice etico. E d’incanto tutti si scordano che, per quello stesso codice, anche il fenomeno del City avrebbe dovuto rimanere a casa. Ma tant’è, appunto.

L’errore, tuttavia, starebbe nel non considerare ciò che di negativo la serata di ieri ha evidenziato: 15-20 minuti regalati agli avversari con errori di copertura e posizionamento anche molto gravi; l’incapacità cronica di concretizzare la mole di gioco creata; la forma fisica precaria di Cassano; l’infortunio di Abate, nota dolente soprattutto alla luce della squalifica di Maggio; l’enorme sacrificio richiesto in copertura a Marchisio, che si sfianca in difesa e non può, giocoforza, inserirsi con la frequenza a lui solita; a questo è da correlare l’assenza di giocatori in area di rigore pronti a  spingere in rete i palloni provenienti dalle fasce.

Si aggiunga, per onestà, che l’avversario non è stato dei più probanti, almeno per testare la solidità della difesa schierata. Sui contropiedi gli Azzurri ieri hanno difeso magistralmente contro interpreti del calibro di Walcott, Milner, Young, Rooney e Wellbeck; contro i Tedeschi, diventati anch’essi maestri del possesso palla, servirà mantenere alta la concentrazione e serrare le linee il più possibile per togliere spazio vitale alla batteria dei tre dietro l’unica punta Gomez (presumibilmente).

Certo, se poi si riuscisse a confermare il 70% di possesso palla anche contro i teutonici..

Note:

* Per completezza d’informazione, secondo Mazzarri la Juventus avrebbe “copiato” il modo di giocare del suo Napoli. Lascio a chi ha seguito il campionato il giudizio su questa affermazione.

** E la sua anima nerazzurra è venuta ben fuori nel finale di partita, nell’atto di inveire contro Proença (che, dal canto suo, aveva appena fischiato un fallo a favore di Carroll), reo, a dire del mister Inglese, di non aver sanzionato numerosi presunti falli subiti a centrocampo (!) dai suoi giocatori. Una Calciopoli europea in vista? Gentili ieri parlava dei buoni rapporti ancora intercorrenti tra Hodgson e Moratti.

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