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Crollo Italia: la vecchia guardia scarica i presunti fenomeni

E arrivò finalmente il momento in cui qualcuno si prese la responsabilità – o forse semplicemente la briga – di dire le cose come stanno.

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Ci ha pensato Gigi Buffon a mettere in chiaro un paio di punti, anticipando la stampa e, anzi, offrendo alla stampa del materiale utile per costruirci sopra un po’ di articoli. Preciso, puntuale, sereno, vero. Talmente ovvio che non è stato possibile travisare o ribaltare i suoi concetti, sottoscritti poi da Daniele De Rossi che ci ha messo il carico.

I vari Balotelli e Cassano hanno rotto. Basta così con questi fenomeni tutti mediatici su cui pende la colpa, gravissima, della stampa e della TV. Una generazione di fenomeni ha lasciato un vuoto per adesso non colmato. Chi ce li darà più Buffon e Pirlo? Del Piero e Maldini?

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Le parole di Buffon e le accuse di De Rossi (“ci servono uomini veri, non figurine o personaggi”) sanciscono una spaccatura molto violenta e netta fra i vecchietti, almeno così li chiamano, e le nuove leve. Prive di personsalità, vuoti di leadership, incapaci di incidere quando conta.

La sensazione ultima è che Prandelli abbia pagato colpe non tutte sue. D’altronde non ha lasciato a casa Tevez o Llorente, per fare due nomi a caso, ma ha dovuto barcamenarsi fra un livello di mediocrità generale in cui la pochezza di Balotelli e Cassano viene semplicemente esaltata, sottolineata.

Ci auguriamo, da adesso in poi, che le scelte del prossimo CT della Nazionale – ammesso che Prandelli non rientri in gioco – vengano giustamente ponderate: uomini veri, non figurine o personaggi.

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Che Mondiali saranno?

Ma che Mondiali saranno? Neymar inaugura oggi l’apertura della Coppa del Mondo per Nazioni, fra qualche giorno toccherà all’Italia, intanto attenderemo gli esordi di Argentina, Spagna, Portogallo, Cile.

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64 partite in cui spettatori interessati saranno anche i direttori sportivi dei principali club europei, pronti a darsi battaglia per assicurarsi i big.

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Tante le stelle in vetrina, così come sono tante le stelle rimaste a casa. Ibra, certo, ma anche infortunati, acciaccati, i clamorosamente esclusi (tipo quei due che hanno guidato la Juve alla storica soglia dei 102 punti).

L’Italia dovrà difendersi. Troppo forte lo spirito di dignità dei ragazzi di Prandelli, ma tantissimi i dubbi. Fra formazione ed esperienza, fra uomini da scegliere e avversari da affrontare.

Ma è pur sempre un Mondiale. Ci aspettiamo spettacolo e attendiamo la sorpresa. In un nome, in una Nazione.

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Lo strano caso dello strano caso di Barzagli

Numeri e prestazioni alla mano, Andrea Barzagli è di gran lunga il difensore più remunerativo degli ultimi 3 anni. Una continuità spaventosa unita a giocate degne dei migliori difensori della storia del calcio. Un autentico muro. Barzaglione, come è stato ribatezzato da molti tifosi bianconeri.

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Preso a zero euro dalla Germania, dimenticato da tutti, a 30 anni ha svoltato la carriera. Due scudetti consecutivi con la Juve, due Supercoppa Italiane e tantissime soddisfazioni tolte, compreso un campionato vinto da imbattuto. Per grosso suo merito, visto che la media voto del primo anno è stata bestiale.

In Nazionale le cose sono andate in linea col livello generale della Nazionale. Livello che, benché la presenza nutrita di bianconeri, non è certo equiparabile al livello della Juve. Due mondi differenti, due filosofie differenti. Eppure, oggi, arriva la puntata delirante de “lo strano caso di Barzagli”.

Opinionisti ai limiti dell’investigatore privato si improvvisano scopritori della verità assoluta e si chiedono come mai l’impiego di Barzagli in Nazionale è balbettante. Dimostrando memoria corta, ovviamente. Il retropensiero, nemmeno tanto velato, è che il ragazzo faccia il furbo per saltare le fatiche di Prandelli.

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Prima risposta, a pelle: lo diciamo da un po’ che i bianconeri dovrebbero non più andare in Nazionale. Questo Paese non merita il nostro sforzo. Che si arrangino da soli, visto questo tipo di trattamento.

Seconda risposta: ma quanto male ci fa la Nazionale? Ci stanca e ci rompe. Ci rompe nel senso fisico del termine visto che i problemi di quest’anno di Barzagli derivano proprio dagli impegni con la Nazionale. Probabilmente è un fattore medico o semplicemente, a 32 anni, Barzagli non riesce a gestire per bene l’impegno Juve-Nazionale. Io non faticherei di certo a scegliere da che parte stare.

Il punto è che l’attacco a Barzagli è vile e meschino. E’ lo stesso difensore che ci ha permesso di giocare una finale europea. E’ lo stesso difensore che sta permettendo di andare al prossimo mondiale. Inoltre, ci piacerebbe capire se questo dubbio vale solo per Barzagli o anche per altri tizi. Dai Totti e Vieri dei primi anni 2000 quando saltavano puntualmente le qualificazioni ad altre curiose assenze.

Un altro punto è che i club, specialmente quello preso continuamente in giro dalla Federazione, tendono a preservare i propri ragazzi da impegni che diventano più un disturbo che un piacere. Segno che molto, nella comunicazione, è stato fatto per allontanare un po’ di passione dalla maglia azzurra. Almeno è quello che è accaduto a me, come tifoso. Sempre i club tendono, detto in altro modo, a preservare i propri costi e i propri impegni. Ben più importanti, ormai, di amichevoli storiche.

E’ business amico mio, è business. Cioè quello che è diventato il calcio. Non certo per colpa mia.

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Juventini in Nazionale: figli di un Dio minore?

Finisce la Confederation Cup fra le solite vane polemiche. Vane in realtà non lo sono: fanno parlare, fanno vendere, accendono i cuori. Di un Paese che non finisce di stupire, anche se in negativo.

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Terzo posto, in uno di quei tornei che se se lo vinci o lo perdi non cambia moltissimo. Come ha detto bene Chiellini “alla fine è importante aver trascorso un po’ di tempo insieme, perché è così che si cresce“. Pensiero nobile, ma poco afferrabile da chi ha solo voglia di litigare e sputare fango. Preferibilmente contro i soliti.

Vale un motto: non importa che sia vero, l’importante è dare contro al bianconero!

Se solo si fosse chiamato Giaccherini

Negli studi RAI, fra un ballerino e un segato – rispettivamente Zazzaroni e Stramaccioni, la cui rima è molto pericolosa visto che vanno in coppia – si esalta la totale inconsistenza delle opinioni. Si passa perciò dal solito vile attacco a Giaccherini che Zazzaroni sottolinea “non facente parte di nessuna Juve titolare” alla campagna marketing pro El Sharaawy, passando per una boutade su Buffon che Bizzotto scambia sempre per Zoff in telecronaca.

Bonnie e De Sciglio: trova le differenze!

E mentre Bonucci è stato silurato sul Web, De Sciglio acquisisce quasi punti per il rigore sbagliato. Concetti paradossali a cui conviene quanto meno rispondere.

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Partiamo proprio da Bonucci e dalla difesa tutta. Non basta schierare gli uomini juventini per ritrovare la solidità juventina. Idiota chi semplicemente lo pensa. Conte è Conte, Prandelli – col massimo rispetto, e lui sa cosa sto per dire – è Prandelli e la Nazionale non è la Juve. Schemi e meccanismi bianconeri valgono in quell’orologio di tattica costruito da Conte. Barzagli bollito, Bonucci inadeguato, Chiellini scarpone e Buffon pensionato. Umiliazioni di opinionisti col patentino di giornalista: vergogna!

A Zazzaroni, per l’ultima volta, proviamo a rispondere in questo modo. Metta da parte i rosicamenti per il suo tifo nerazzurro. Giaccherini non è titolare nella Juve perché ha davanti gente come Pirlo, Vidal, Marchisio e Pogba. Ma gode della profonda stima di Conte che lo usa quando può, quando serve. E sì che qualche partita l’ha risolta il buon Giak. Fosse milanista o nerazzurro a quest’ora i giudizia sarebbero completamente diversi. Prova ne sia El Sharaawy, incensato di complimenti e vai a capire il perché. Un 2013 da incubo per il faraone che dovrà fare attenzione al suo percorso di crescita. Ma conta la maglia e a Galliani i favori si fanno con piacere.

Buffon: il rispetto arriva dall’estero

Favori che, in modo imbarazzante, non riguardano Buffon. Uno di quelli che il mondo ci invidia. Ieri, finita la gara, all’appello di chi lo ha applaudito fragorosamente mancava solo Papa Bergoglio. E gran parte del tifo italiano. Triste vedere Buffon ai microfoni sentenziare “mi sento umiliato da certe critiche“. Mentre è Prandelli a ristabilire un minimo di serietà: “In Italia si dicono tante fesserie“. Gli uomini veri ormai si contano sulle dita di una mano in questo strano mondo del pallone. E fra questi menzioniamo Bonucci, pronto a tirare il rigore alla faccia di chi lo dava per depresso. Un anno fa la caccia all’uomo, con 3 anni e mezzo di squalifica con un televoto fra i tifosi antijuventini e sostenuto da Palazzi; oggi con quello strano pensiero di mortificarlo per un rigore gettato in tribuna, come Baresi, Baggio, Di Biagio, Albertini, De Rossi, Di Natale e… la lista è lunghissima!

Infortuni: paghiamo sempre noi?

Finiamo con la situazione infortuni. E’ di oggi – e per noi è un sospiro di sollievo – la news che riguarda Balotelli: recuperabile per il Milan nel giro di due/tre settimane. Mentre attendiamo che qualcuno ci indichi lo status di Pirlo e Barzagli e Marchisio. Spremuti pure Giaccherini e Chiellini, ieri Zazzaroni sottolineava la supremazia del Milan nella formazione iniziale di Prandelli. Ed ecco un altro punto su cui la dirigenza juventina dovrà migliorare: occorre rispetto, occorre soprattutto guardare molto in casa bianconera e molto poco in casa azzurra. Come fa Galliani. Come non fa Andrea Agnelli.

Scusate, ma è da un po’ che non riesco a tifare per benino la Nazionale e a certe cose proprio non riesco a non rispondere.

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Zazzaroni contro Giaccherini: chi butti giù dalla torre?

Siamo un popolo strano, stranissimo. Un giornalista può permettersi di prendere in giro un giocatore, sulla base di una critica che, con quel tono, non lo è più, non lo è mai. Zazzaroni contro Giaccherini: chi butti giù dalla torre?

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La situazione è la seguente. C’è un commissario tecnico, tale Cesare Prandelli, che ritiene Giaccherini una pedina importante del suo sistema di gioco. Vuoi perché di esterni forti italiani ce ne sono pochi, vuoi perché ogni allenatore ha le proprie convinzioni. Vuoi soprattutto per la duttilità mostruosa di un ragazzo che si è sudato tutto ciò che oggi ha o è.

La Juve con Giaccherini ci ha vinto due scudetti e una Supercoppa Italiana. Conte aveva ricordato, con tanto di gesto verso la tribuna dei giornalisti, che quel ragazzo che aveva regalato il passaggio del turno in Coppa Italia si chiamava “G I A C C H E R I N I”. Nello stesso tempo Conte deve scegliere il meglio da mandare in campo, col suo 3–5–2, e allora con Vidal e Marchisio e Pirlo la scelta non si pone nemmeno. Tanto più se a disposizione hai uno come Pogba.

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Zazzaroni critica proprio questo paradosso: panchina nella Juve, titolare in Nazionale?

Chissà cosa penserebbe del ruolino di Podolski. O cosa penserebbe di numerosi altri casi di gente che in Nazionale si trasforma. Guarda De Rossi: scaricato dalla Roma e dai suoi due ultimi allenatori e perno di Prandelli. Ma con Giaccherini il gioco ironico riesce meglio.

A Zazzaroni mi viene da dire che forse la Juve ha gente troppo più forte di Giaccherini da far giocare titolare, una condizione che alla sua Inter manca. A Zazzaroni mi viene da dire che occorre equilibrio e rispetto quando si ha un ruolo di commentatore e di opinionista. A Zazzaroni mi viene da dire: scusi Lei è un giornalista? Fatichiamo a credere più a questa condizione che a Giaccherini titolare.

Questione di prospettive.

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Abbasso la Juve, abbasso l’Italia

Strano paese il nostro, non ci sorprendiamo piú. La Juve in coppa dava fastidio e allora siamo diventati piú tedeschi: in fondo il Bayern é sempre piaciuto agli italiani. Cambiamo registro e parliamo seriamente?

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Juve fuori e tutti a festeggiare. Facebook e Twitter invasi da messaggi euforici, di scherno e di festa: festa per cosa?

L’Italia é fuori dal calcio che conta, rimaneva giusto la Juve a difendere l’onore. La stessa Juve che rifornisce la Nazionale Italiana di Prandelli e di 56 milioni di tifosi (almeno cosí dicono). Rimaneva la Juve a tentare di difendere un ranking ora molto pericoloso. Spagna, Inghilterra e Germania si allontanano, Francia e Portogallo si avvicinano. Siamo in Serie B nell’Europa del calcio, quindi occorre riflettere per benino prima di festeggiare.

Rimaneva la Juve, ma il piacere dell’antijuventino non poggia su basi intelligenti: basta che la Juve perda, quelle poche volte che succede in 18 mesi tanto vale festeggiare. Lasciatemi peró una riflessione.

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In Italia, da 18 mesi, la Juve non ha rivali. Contano i numeri, parlano i numeri. Basta ascoltare Sacchi (che juventino non solo non lo é, ma non lo sará mai) per rendersi conto che l’unico calcio decente é quello di Conte. E se questo calcio che in Italia ha prodotto una supremazia incontestabile non basta in Europa nemmeno per competere… che si festeggia?

Detto diversamente: se la Juve padrona d’Italia non riesce a scalfire le superpotenze europee, che ne sarà del calcio della nostra penisola? Quante squadre riusciremo a mandare in Champions nei prossimi anni (oltre il Milan di diritto, almeno cosí pare)? Quante squadre riusciranno mai ad avvicinare anche solo l’Europe League?

Il Milan a Barcelona non ha rimediato una buona figura, né il Napoli con quella squadra che sfido-a-ricordarsela-a-memoria, né i nerazzurri. Ma stiamo giocando a chi sta peggio? Noi, l’Italia del calcio, stiamo facendo la conta a chi ha piú ferite?

Sí, stiamo giocando ai poveretti, ai ridicoli. Forse perché sono i nostri giornali che vogliono un paese del genere, dei tifosi del genere.

Dovremmo cercare insieme le soluzioni migliori, invece siamo qui a ragionare se il 4-0 del Barca é meglio o peggio del 2-0 del Bayern. Intanto le altre vanno avanti, investono, costruiscono talenti nei settori giovanili. E noi a dire che la sfortuna ci ha voltato le spalle: “ah fosse entrato quel palo di Niang”. Dopo il gol-di-Muntari ecco un altro tormentone. Intanto le altre vanno a giocarsi le finali europee.

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L’ultima faticaccia, poi di nuovo in bianco e nero

Stasera sarà l’ultima faticaccia. Uomini prestati per scopi a me ignoti, uomini levati dalle cure maniacali di un sergente come Conte a ridosso di sfide importantissime. Il calendario, speriamo, verrà rivisto.

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Stasera la Nazionale sarà composta, presumibilmente, da 6 giocatori bianconeri e 5 rossoneri. Alla faccia di chi si è sforzato di dire che qualcosa è cambiato. Non è cambiato nulla perché la realtà è semplice da decodificare. Le squadre forti hanno giocatori italiani forti. La Juve li ha allevati, in gran parte, gli altri hanno giocoforza scommesso su qualche italiano. Bene così, meglio: bene per noi, male per altri.

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Non so se quelli che scenderanno in campo stasera sono i più forti italiani nel loro ruolo, di certo c’è che qualcuno dovrà ripensare la politica di italianità delle proprie rose.

Nel frattempo io continuo a pregare che 45 minuti posson bastare. Sai che mi frega di Prandelli e dell’Italia quando fra pochi giorni dovrò/dovremo affrontare i nerazzurri, poi il Bayern, poi il Pescara e poi di nuovo il Bayern. Sai che mi frega del verde, bianco e rosso dopo che vengo quotidianamente trattato in un modo malsano da stampa e TV.

Nel frattempo spero che nessuno si faccia male e i miei ragazzi tirino indietro fiato e gamba. Sai che mi frega dell’Italia: io tifo Juve dal 2006, solo Juve. Il resto non mi appartiene più.

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Regaliamo giocatori a una Nazionale che non ci merita

Otto bianconeri non potranno essere ai servizi di Conte. Otto titolari, in realtà sette più uno (se Giaccherini perdonerà questo nostro pensiero). Ma la storia non cambia molto. Senza la Juve non si fa l’Italia e anche stavolta Prandelli è aggrappato alla Juve. Il senso di ipocrisia di questo paesucolo è ormai insopportabile.

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In bianconero criticati, in Nazionale salvatori della patria. Qualcosa non torna, tranne per quelli che sono abituati a giocare due partite contemporaneamente, con regole proprie addirittura.

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Così Conte si ritrova, a pochi giorni dalla delicata sfida di Monaco (perché per preparare una simile partita non bastano due giorni), con la rosa sventrata. Quasi completamente sventrata da Prandelli.

Tre difensori, i migliori in Italia e fra i migliori in Europa se i numeri contano ancora qualcosa. Il miglior portiere al mondo. Il miglior regista al mondo insieme allo spagnolo Xavi. Uno dei centrocampisti più apprezzati al mondo come Marchisio. Poi Giaccherini e Giovinco.

Lo chiamano il blocco Juve o la chiamano anche ItalJuve, a me ormai non interessa più. Mi ritrovo a tifare contro per il motivo semplicissimo di preservare i miei beniamini da fatiche che non ci competono. Non ci competono perché il grado di sevizia mediatica a cui siamo destinati da un po’ di tempo non riesce a farci sorridere, a farci sentire orgogliosi di mandare otto giocatori in Nazionale. La Nazionale, di questo paesucolo, non la sento mia. Che ci posso fare? C’è solo la Juve, solo e soltanto la Juve. E me la portano via questo fine settimana per dare una mano a chi ci ha già rovinato una volta e vorrebbe rovinarci ancora: la FIGC.

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Noi tifosi juventini capiamo poco di calcio

Prandelli non mi sta simpatico.

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Gli sono umanamente vicino per quanto ha sofferto nella vita familiare, lo ricordo con simpatia come sempiterna alternativa a Furino che non decideva mai di smettere e poi scavalcato da Bonini quando Furino smise sul serio, ma come CT non mi sta a genio.

Sarà perché lo ha nominato Abete, sarà per l’abbinamento Nazionale-RAI, sarà perché perdiamo tutte le amichevoli, sarà perché non mi sentivo rappresentato seriamente dalla coppia Cassano-Balotelli, sarà per i sovraccarichi di lavoro che procura ai giocatori della Juventus, ma proprio non mi sta simpatico.

E non mi sono esaltato per un secondo posto agli Europei con un 0-4 in finale.

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Ora leggo le convocazioni e trovo Buffon, Barzagli, Peluso, Pirlo, Giaccherini e Giovinco. Se non ci fossero state squalifiche ed infortuni avremmo letto anche Bonucci, Chiellini e Marchisio.

Peluso, Giaccherini e Giovinco? È evidente che noi tifosi juventini capiamo poco di calcio. Nella partita di coppa con la Lazio abbiamo evidenziato le nefandezze dei tre prodi pedatori, sottolineando che non si trattava di un caso ma di una tendenza. Conte contro il Chievo ha insistito per l’ennesima volta con Giovinco ma si è guardato bene dallo schierare Peluso e Giaccherini. Piuttosto De Ceglie. E neanche a partita in corso. Piuttosto Padoin ed Isla.

Prandelli invece li ha premiati convocandoli in nazionale.

Vuoi vedere che noi tifosi juventini capiamo davvero poco di calcio?

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Il cielo di Natale è a strisce bianconere

Babbo Natale frenò le sue renne proprio davanti all’entrata  dell’albergo dove pernottava la squadra della Juventus. Tutti dormivano, nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di trasgredire al coprifuoco imposto da Conte. Le stanze ospitavano ciascuna quattro letti. Nella penombra causata dalle piccole luci presenti sul suo vestito, Babbo Natale faceva difficoltà a riconoscere i suoi campioni. Sì, i suoi campioni, perché quello era un Babbo Natale juventino che aveva tifato la Juventus tante volte davanti alla  televisione e qualche volta, in borghese, perfino allo Juventus Stadium: non era mancato nemmeno all’inaugurazione. E quanto faticò quella sera a non cedere a un desiderio che cullava in cuore dal 2006: apparire dall’alto, con carro e renne, atterrare sullo stadio e consegnare nelle mani di Andrea Agnelli la terza stella davanti alla faccia, davvero basita, di Abete.

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Ma tant’è.

Dicevamo che faceva difficoltà a riconoscerli con quel poco di luce. Poi passò lievemente la mano sul capo di Giovinco e non ebbe dubbi che si trattava del bomber tascabile: frugò immediatamente nel suo sacco e in un attimo tirò fuori il pallone speciale che aveva preparato per lui, un pallone che centra sempre lo specchio della porta. Pensò: “Se prende in porta tutte le volte che tira vince la classifica cannonieri senza sforzo…….”.

Sul letto vicino c’era l’altro piccoletto: Giaccherini. Aveva avuto grosse difficoltà a scegliergli un dono. In fondo cosa si può regalare ad uno che ha quasi sempre giocato in Seconda divisione e che, improvvisamente, quest’ anno ha giocato con la Juventus, ha vinto da imbattuto lo scudetto ed è diventato uno dei sempre-convocati in Nazionale da Prandelli? Gli posò sul comodino un libro sulla storia di Davide e Golia; se si convince di essere più forte dei giganti, cosa che Conte già sa, non lo ferma più nessuno. Sull’altro lato della stanza, di fronte a questi due lettini, notò due letti che, per quanto grandi, lasciavano fuoriscire i piedi dei dormienti. Due bianchi pallidi, due neri. Bendtner e Pogba. Due stampelle magiche per il danese, che fanno durare meno la convalescenza; un vademecum per Pogba che spiega come si può diventare campioni senza lasciarsi condizionare da Mino Raiola.

Uscì in punta di piedi per rientrare, sempre silenzioso, nella stanza successiva. Lì dormivano Vidal, Isla, Barzagli e Bonucci. Per Arturo aveva portato un contratto a vita con la Juventus, nel quale il giocatore si impegna a vincere, ogni anno, come minimo una competizione. Per l’altro cileno solo una scatola di cioccolatini, per addolcire un anno che dolce non è e che dimostra come serva del tempo per riprendersi da infortuni così gravi. Per Barzagli, il gigante da 300.000 euro, una corona con incisa una semplice scritta: miglior difensore del mondo. Bonnie dormiva sorridendo: Babbo Natale riuscì a vedere il suo sogno e ammirò, in tutto lo splendore del suo inimitabile stile, una giocata di Beckenbauer. Non si meravigliò più di tanto, e difatti per lui aveva portato una gigantografia di re Franz con dedica autografata che recita: “Al mio erede”. Mentre usciva dalla porta Babbo Natale non potè fare a meno di pensare: “Spero di non aver sbagliato il regalo per Bonnie. Se mi si monta la testa finisce che torniamo a vedere le “Bonucciate”. Certo che con Conte in panchina sarà difficile ……..”.

Terza stanza, sempre notte fonda e sonni sereni, sonni di campioni d’Italia, primi in campionato, in corsa per Champions e Coppa Italia: Lichtsteiner, Asamoah, Matri e Quagliarella. Il letto di Forrest Gump era vicino a quello de “o guaglione” di Castellammare di Stabia: “Certo che a Conte piace il rischio” pensò tra sé Babbo Natale “Se a Licht torna in mente il pallone non passatogli contro il Chelsea, sono guai per Quagliarella”. Ma una scelta di Conte non si discute, si accetta e basta. Sul comodino dello svizzero fu poggiata una coppia di bombole d’ossigeno: a vederlo correre in continuazione avanti e indietro sulla fascia evidentemente uno è portato a pensare che un giorno possa anche scoppiare. Ma quel giorno già c’è stato. La maledetta serata con l’Inter. Poi Forrest Gump ha ripreso a correre anche più veloce di prima. Per Asamoah Babbo Natale se la cavò con un regalino che andava di moda negli anni ’70 e che i papà erano soliti avere in auto in evidenza sul cruscotto: la foto dei figli con scritto “non correre papà”. Per Asa è invece la foto di Conte con scritto “corri poco in Coppa d’Africa”. Anche perché quando tornerà dovrà riguadagnarsi il posto. Tutti sanno che con Conte gioca chi se lo merita durante gli allenamenti. Per “o guaglione” Quagliarella un pallottoliere per contare i goals in doppia cifra ed un enorme cerotto da bocca per evitare di cadere di nuovo in tentazione. Nessun regalo per Matri, solo un biglietto con su scritto: “Il regalo di Natale te lo sei già fatto da solo contro il Cagliari. Anzi te ne sei fatti due. Seguita così”.

Altra stanza: Vucinic, Padoin, Marrone, Caceres. Babbo Natale cominciava ad essere stanco a sopportare il peso del sacco. Anche se ovviamente si alleggeriva sempre più. Ma forse più che stanchezza era desiderio di arrivare all’ultima stanza …….. quella di Conte.

Per Mirko un paio di scarpini da calciatore, la celeberrima “pantofola d’oro”, roba per piedi raffinatissimi, marcata con lo scudetto, tre stelle e la data della partita di Trieste siglata, manco a dirlo, dal montenegrino. Ai piedi del letto di Padoin Babbo Natale appoggiò un ritaglio di giornale sportivo con un articolo che riportava le parole di Conte “Finché io sarò alla Juventus, Padoin rimarrà sempre con me. I giocatori come Padoin sono la fortuna degli allenatori”. Al talentuoso Marrone portò due maglie, ambedue scudettate: una bianconera, da difensore, una azzurra dell’under 21, da centrocampista. A Martin il dvd di Milan-Juventus 1-2 di Coppa Italia, doppietta appunto di Caceres.

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Un’altra stanza: Storari, De Ceglie, Pepe, Rubinho. Al il vice-Buffon Babbo Natale posò sul comodino la miniatura di una porta di calcio chiusa con una saracinesca: nella nuova annata ancora zero goal subiti, alla faccia della riserva! Per De Ceglie un vecchio vinile di Lucio Battisti : “Mi ritorni in mente”. Vorremmo rivederlo bello come era. Forse ancor di più…..  A Pepe, nonostante le origini laziali e non napoletane, un enorme corno  rosso contro la sfortuna. Per chi ci crede. A Rubinho una  raccolta di Settimane Enigmistiche per passare il tempo.

Prima della stanza di Conte Babbo Natale fece visita ad una stanza di grande prestigio, quella dei leaders della squadra: Buffon, Pirlo, Chiellini e Marchisio. Per il capitano il rinnovo del contratto fino a quando vuole lui. Per il regista un pallone d’oro tutto personale come augurio di ricevere quello vero alla fine del 2013, dopo aver vinto scudetto e Champions. Per il Chiello una pomata magica per i polpacci. Per il Principino una fascia da capitano, prima o poi da indossare.

Uscito stanco ma felice dalla stanza dei leaders, Babbo Natale si avvicinò alla porta di Conte. Il cuore gli batteva forte quasi fosse un bambino. La mano tremante inclinò la maniglia della porta e fu subito colpito dalla luce accesa. Antonio non era a letto a dormire. Era alla scrivania, con mille brogliacci sotto mano, che disegnava schemi, tattiche, sovrapposizioni, ripartenze. E su ogni foglio scriveva ben chiaro: PRESSING E POSSESSO PALLA.

Antonio si voltò e gli occhi di tigre, seppur meravigliati, si addolcirono alla vista di Babbo Natale.

Fu a quel punto che una umanissima lacrima scivolò sul volto del vecchio. Poi, il vecchio, si staccò la barba bianca e mise a nudo la sua vera identità.

E rivolto a Conte, con la voce rotta dall’emozione, disse:

“Io sono Babbo Natale davvero, uno dei tanti Babbi Natale che portano i regali. Nella vita mi chiamavo Enrico Canfari. Non puoi riconoscermi, ma io fui uno degli studenti che diede vita alla Juventus nel 1897. Ho portato regali a tutti i tuoi ragazzi. Ma sono venuto qui principalmente per te. Non per portarti un regalo. Il regalo lo hai fatto tu a me. Sono qui per dirti grazie, dal profondo del cuore. Noi giovani di un altro secolo creammo la Juventus con la speranza che riuscisse  ad essere ed a rimanere sempre ciò che noi avevamo desiderato, cioè un complesso modo di sentire, un impasto di sentimenti, di educazione, di bohémien, di allegria e di affetto, di fede alla nostra volontà di esistere e continuamente migliorare. I tempi sono cambiati ed io credevo che i valori morali della Juventus fossero andati perduti. Poi sei arrivato tu. Hai trasmesso ai giocatori gli stessi nostri ideali di un tempo, e dal nulla, o quasi, è rinata la Juventus.  Grazie, Mister”.

Ci fu un commosso abbraccio, un intreccio di sentimenti e di epoche, un sentirsi tutt’uno senza essersi mai conosciuti prima.

E prima che l’alba svelasse a qualcun altro l’identità di quel Babbo Natale, Enrico già era in volo con le sue renne. Il cielo era pieno di stelle. Ma pian piano che Babbo Natale saliva più in alto le stelle diminuivano. Alla fine ne rimasero tre. E il cielo si era fatto a strisce bianconere.

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