Ci avviciniamo alla finale di Coppa Italia, a Juventus-Napoli: partita segnata da grandi rivalità, da immensi calciatori e da spettacolari gare, spesso ricche di gol.

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E ve la racconto da tifoso juventino, che vive nella provincia di Napoli. Cos’è Napoli-Juve per i tifosi azzurri? E’ la madre di tutte le gare, la partita delle partite, quella del tutto esaurito, quella del “non dobbiamo sbagliare niente oggi”.

Quando la Juve arriva al San Paolo, lo stadio indossa lo smoking delle grandi occasioni. Non importa la competizione per la quale si gioca, come si dice a Napoli “a Juve è a Juve” (la Juve è la Juve), per sottolineare l’importanza di quella sfida.

Coreografie spettacolari, tifo più assordante del solito, accoglienza da arena romana: si mostra alla Juve il lato bello, artistico della coreografia, degli striscioni ricchi di significato, per dire “guardate cosa siamo capaci di fare”; ma nello stesso tempo c’è la sfida senza pietà, da giocare col coltello tra i denti, appunto come in un’arena.

Ne resterà uno solo, questa potrebbe essere l’espressione giusta per descrivere Napoli Juve dal punto di vista dei napoletani. Vincere contro la Juve è come vincere un derby: non importa cos’hai fatto nelle altre 36 gare, conta vincere quella. Come se fosse uno scudetto. E per i napoletani lo è veramente.

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Essere juventino a Napoli è sempre un dentro o fuori: non ci sono vie di mezzo, se vinci godi su tutti, se perdi devi subire gli sfottò, pungenti. Per settimane, mesi addirittura. A volte anni. Ed è anche comprensibile, perchè il Napoli che batte la Juve significa che ha fatto il colpaccio, il ribaltone. E’ rivoluzione! La piccola che batte la Signora, Davide che sconfigge Golìa, il popolo che sovverte l’ordine costituito.

Questo è quello che prova un napoletano, perchè battendo la Juve si fa la storia. E’ proprio il caso di dire che la rivalità tra Juve e Napoli ha una sua storia, che parte nel lontano 1987, quando la Juventus andò a giocare a Napoli da imbattuta. Era la Juve di Platini, era il Napoli di Maradona.

Quel Napoli vinse tre a uno, con una punizione magistrale di Diego: da dentro l’area di rigore, riuscì a far passare il pallone sopra la barriera! Un giocatore normale non lo avrebbe nemmeno pensato, lui lo fece, segnando addirittura: palla nel sette. Quella fu la rivoluzione per i napoletani, avevano sconfitto la squadra più forte di sempre in Italia. Così come quando Renica segnò al 120′ nei quarti di finale di Coppa Uefa, nel 1989: dopo che la Juve aveva vinto l’andata per 2-0 a Torino, al ritorno subì la rimonta napoletana, e la beffa all’ultimo minuto dei supplementari, quando Renica segnò il 3 a 0 che valse la qualificazione.

Ma quelli erano gli anni del grande calcio, del gioco lento, della qualità: Platini contro Maradona, la ragione contro l’istinto, il più grande uomo del calcio contro il più grande animale (in senso positivo) del calcio. In mezzo due tifoserie legate dalla stessa passione per le rispettive squadre, e per questo uguali ma sempre in rivalità continua, sempre.

Milioni di tifosi sparsi per il mondo, anche questa è Juve Napoli. Per questo vivere a Napoli, per un tifoso juventino, è una condizione particolare. In un attimo sei in capo al mondo, subito dopo corri il rischio di essere condannato a un eterno sfottò. Perchè vincere contro la Juve significa caroselli che durano per giorni, bandiere che sbucano da ogni finestra, l’ironia di striscioni che poi restano. Questa è Napoli Juve!

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