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Tag: salihamidzic

Juventus: c’è una squadra intera da vendere

Eccola qua: Storari; Grygera, Salihamidzic, Motta, Grosso, Martinez, Tiago, Sissoko, Felipe Melo, Amauri, Iaquinta. E’ una vera e propria formazione, ma è un po’ particolare. Sono infatti gli uomini in uscita da Torino e che Marotta deve vendere al meglio.

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Cominciamo dal portiere: dovrebbe rimanere, per tenere le spalle coperte a Gigi Buffon all’ultima chiamata. Oppure Storari può essere girato in Italia o Spagna (Atletico Madrid?) per abbassare il prezzo di qualche cartellino (Lichtsteiner o Aguero).

Grosso è ormai diretto a Dubai per bocca del suo procuratore. Mentre Motta dovrebbe accasarsi in Spagna dove l’esterno ha mercato, a meno che qualche italiana non decida di puntare su di lui. Terza ipotesi: la Juve se lo tiene e Conte proverà a rianimarlo, anche se per lui è prontissima una lunga militanza in panchina, dietro gerarchicamente a Lichtsteiner. Grygera è invece a un passo dalla Turchia. Brazzo è a fine carriera.

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Il capitolo centrocampo è quello più spinoso. Aquilani non verrà riscattato. Martinez, costoso acquisto, verrà girato da qualche parte in ottica scambio o in ottica di recupero crediti. La sua valutazione è evidentemente inferiore ai 12 milioni pagati al Catania. Sissoko e Felipe Melo possono dare ossigeno alle casse bianconere: 8 milioni per il maliano rischiesto in Francia, 12/14 milioni per il brasiliano che starebbe pensando di tornare in Spagna (Atletico Madrid?). Sempre all’Atletico è destinato a rimanere Tiago.

Amauri e Iaquinta hanno floppato in casacca bianconera. Ingaggi pesanti, valutazioni ammissibili per le varie pretendenti (già, quali?).

Vedremo. Di certo non si può acquistare senza aver già piazzato questi nomi.

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Lazio-Juve 0-1 Un po’ di Pepe nel finale di campionato

Le interviste del dopo partita la dicono lunga su quanto fastidio stia dando la Juve. Una squadra morta e sepolta rischia di resuscitare proprio nel finale. Con un colpo di coda a cui non credo ancora. Di più, le immagini tutte bianconere del finale di partita la dicono lunga su che razza di immane positivo lavoro abbiano compiuto Paratici, Marotta, Del Neri e Andrea Agnelli in rigoroso ordine di mole di lavoro smaltita.

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Minuto 87. Manovra lenta ed elaborata della Juve. Palla a Brazzo Salihamidzic che avanza sulla trequarti e scarica un cross su cui arriva, male, Toni che finisce per allungare il pallone sui piedi di Pepe. Stop, un passo e tiro in diagonale. Uno a zero, a pochi secondi dal termine. Come all’andata, come un’onda che si abbatte sul castello in riva al mare. Il castello è quello costruito dalla stampa per raccontare che Agnelli ha sbagliato tutto, che la Juve non esiste, che non merita nulla, che i tifosi sono contro, che Marotta è un incompetente. E invece proprio Pepe firma la vittoria. E corre ad esultare a Roma, in una curva dove i tifosi bianconeri festeggiano perché c’è comunque da festeggiare una vittoria. Quello che accade è significativo e solo chi è in malafede fa finta di nulla: Brazzo, poco più di 100 minuti giocati sino a qui in campionato, corre ad abbracciare Del Neri che viene pure spintonato a festa da Felipe Melo. Buffon urla al cielo e dalla panchina il primo a schizzare in curva è il giovane Bonucci, sacrificato in panchina per rifiatare di una stagione estenuante. Brazzo, Pepe e Bonucci, praticamente tre uomini che dovrebbero avercela più di tutti con Del Neri. Niente da fare. Vince il gruppo, vince Toni che ancora risulta utile ai fini del risultato.

Le parole di Reja e quelle di Lotito lasciano il tempo che trovano. Breve parentesi sulla moviola. Probabilmente c’era un rigore per la Lazio, ma Floccari è abbondantemente già in caduta e aveva già sbagliato stop e direzione. Chiellini lo tocca leggermente, a parti invertite non avrei protestato più di tanto. Come non ho protestato per l’atterramento di Melo cui viene addirittura fischiato il fallo contro. Strano concetto di equità di giudizio delle TV: l’episodio pro Juve viene mostrato, l’altro no. Così come viene mostrato il mani chiaramente involontario di Chiellini in area, ma non viene mostrato il mani meno-involontario di Floccari nel secondo tempo. Ma così provo ancora più piacere ad aver vinto. E soprattutto aver rimesso tutto in gioco.

Probabilmente, anzi quasi sicuramente la Juve non andrà in Champions. Chissenefrega, io voterei addirittura per non andare in Europe League. Ma la soddisfazione di rompere le scatole è immensa. Questo passa il convento.

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Tornando a Del Neri mi sta piacendo la sua sfacciataggine ai microfoni. Ormai è imbarazzante, il solito monologo nauseante di chi-resta-e-chi-va. L’abbiamo capito: Andrea Agnelli su quella panchina, con quell’esposto e il progetto di rinascita dà fastidio. Lapalissiano. Proprio per questo godo, in attesa di riprendermi quanto mi spetta da tifoso.

La partita in sé è stata brutta, molto brutta. La Lazio ha controllato il gioco, ma non ha mai punto veramente. Solo Hernanes da oltre trenta metri, poi di Buffon non si ricorda altro se non una parata di piede su Floccari lanciato da… Aquilani. Dall’altra parte Matri ha sciupato l’unico pallone, casuale per giunta, capitatogli. Poi il buio. Livello basso, Juve apparsa titubante, scarica negli elementi chiave quali Krasic e Aquilani.

Ho apprezzato la diga di Felipe Melo e perciò mi chiedo: ma perché venderlo? Ho apprezzato una difesa che per la terza volta di fila fuori casa non subisce reti, ma il dato non è stato segnalato. Ho apprezzato, dopo che molti avevano chiesto dimissioni, impiccagione e pena di morte, il fatto che la Juve è ancora viva, che questo gruppo lavora sodo benché i risultati attesi fossero altri. Ho apprezzato tutto questo, in attesa di un mercato di qualità in estate. Perché il progetto va avanti, perché per fortuna a Torino, da maggio 2010, sono arrivate persone serie, di cuore e competenti. Perché di più, posti gli infortuni e i flop, non si poteva fare.

Resta da capire il concetto del meritavamo-di-più. Se perfino Pino Insegno (“così mi disinnamoro del calcio!” e chi-cazzo-se-ne-frega buffone!) insegue l’apologia del complotto antiLazio (ma chi li caga?) allora vuol dire che siamo alle comiche finali, più che alle partite finali. Si preoccupassero della quantità di rigori assegnati alla Roma o ai regali per Moratti e Berlusconi. Noi ci rivediamo il prossimo anno, con un’altra Juve, costruita sulla base di quest’anno.

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Brescia-Juventus 1-1 Occasione sprecata?

Chiaro: il risultato è deludente. Ovvio: la Juve dovrebbe vincerle queste partite, e azzarderei pure un facilmente. Però c’è da fare i conti con una situazione complicatissima. Anche ieri defezioni, di quelle importanti, e anche ieri conferme di un concetto facile, banale: questa Juve ha 11 uomini contati, di quelli dal livello alto, di quelli superiori. E poi ha i rincalzi che Marotta aveva provveduto a spolverare ben benino nel corso dell’estate. Tanto lavoro rimane da fare, ma qualche mossa è azzeccatissima. Deve essere letto così il pareggio col Brescia, e non c’è modo di uscire da questo ragionamento.

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La Juve di Marotta e Andrea Agnelli ha cominciato un processo di rivoluzione che piace per tutti gli aspetti positivi proposti. Tali aspetti positivi hanno nomi e cognomi:

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  1. Alberto Aquilani è tornato a livelli mostruosi. Copre e rilancia, imposta come pochi e si approccia alla trequarti come un numero 10. E’ il centrocampista che cercavamo da almeno quattro anni. Adesso fuori i soldi per comprarlo già da gennaio, così da evitare brutte sorprese a giugno;
  2. Marco Storari ha ridato serenità a un ambiente che ha patito l’assenza, fisica e di presenza in campo, di Gigi Buffon, cioè il numero uno fra i numeri uno. Pagato quanto una falange di Milito o di Ibrahimovic, si sta rivelando una delle sorprese più belle di questo campionato. L’ha voluto fortemente Del Neri, l’ha preso Marotta;
  3. Fabio Quagliarella ha numeri e li mette a disposizione della squadra. Il numero più importante è il 6 perché tanti sono i gol firmati da questo napoletano eclettico, capace di scalzare Amauri e Iaquinta da una maglia di titolare che sarà difficile strappargli. Movimento e imprevedibilità, dribbling e copertura. E’ un pazzo o, peggio, in malafede chi tenta di criticare questo attaccante: cosa dovrebbe fare di più? Ieri l’unico rimprovero è quello sul tiro finale che avrebbe regalato la vittoria. Per il resto solo complimenti. E’ stato acquistato da Marotta a un prezzo minore di quanto De Laurentiis aveva speso appena un anno prima. Oggi vale tantissimo, ma la Juve farà bene a tenerselo stretto.
  4. Alex Del Piero, 36 anni. E’ la prima partita dove meriterebbe un 5,5. Cioè è la prima partita, dopo 18, in cui il Capitano scende sotto la sufficienza. Siamo a metà novembre quasi, si gioca ormai da luglio, sarà ragionevole che accada ciò? Alla faccia di chi lo dà finito.

Da questa lista, che regge praticamente la Juve, ho escluso, per evidenze e per assenze che da ora in avanti si faranno sentire, Krasic, Melo (che sarà recuperato, ma che non sta benissimo), Chiellini (recuperato e pronto per tirare la carretta fino a Natale), Marchisio. Tutta gente rivitalizzata da questa dirigenza.

Si poteva certamente fare di più, ma aver recuperato un minimo di spirito battagliero, di aver messo in campo un po’ di audacia e un minimo di qualità, di fare resistenza contro la sfortuna e gli infortuni… beh io sono comunque soddisfatto. Tanto sono sicuro: riusciremo ancora a migliorare. Ora, sotto con la Roma, perché il tempo di fermarsi per riflettere proprio non c’è. Nemmeno, purtroppo, per recuperare un po’ di fiato.

Tornando al match di ieri sera ho solo da segnalare un paio di cosette:

  • sarebbe opportuno capire quando una persona deve essere punita per simulazione: ieri i tuffi sono stati tanti e ripetuti, compreso il buon Diamanti che solo dopo il casino della difesa bianconera ha ammesso di essersi tuffato; questo discorso vale pure per gli avversari di turno tipo Eto’o, Lucio e i vari signorini del calcio pulito;
  • Del Neri ha azzardato una sostituzione che è logica, ma non prudente: fuori Aquilani e dentro Marchisio, a rischio squalifica. Io avrei tolto il Principino, ma è andata bene;
  • assist e un’altra partita buona, non eccezionale, ma di più non si poteva chiedere: è il match di Fabio Grosso, recuperato e integro fisicamente. Non sono del tutto d’accordo col suo rientro, a livello proprio morale o educativo (pensiero del tutto personale, ripeto), ma devo ammettere che ci è utile viste le assenze; discorso uguale, tranne che per la mia totale approvazione, per Brazzo che sabato sarà presumibilmente titolare come terzino destro (Motta è squalificato);
  • che fine ha fatto Armand Traoré: io mi ricordo di un terzino dalla grande corsa e buona tecnica.
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Juventus-Cesena 3-1 Vittoria sofferta

Tre punti servivano e tre punti sono arrivati. Non importava molto come. Praticità e pragmatismo. La seconda è una delle qualità che ha premiato la Juve nel passato e sembra un obiettivo dichiarato della nuova società guidata da Andrea Agnelli. Contro il Cesena va in scena una Juve palesemente incerottata e col morale sotto i tacchi. Le notizie degli stop di Krasic (si parla di un mesetto) e di Legrottaglie (Chiellini a che punto è?) fa il paio con le assenze di De Ceglie e Martinez e il non recupero di Amauri (probabilmente l’assenza che meno pesa) e di Lanzafame (che servirebbe per far tirare il fiato a Marchisio). La difesa cambia ancora, alla faccia del “serve conoscersi e trovare un equilibrio”: Motta a destra, Bonucci (sempre più responsabilizzato) e Sorensen (il baby danese che male non si è comportato) centrali e il reintegrato Fabio Grosso.

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Cominciamo con Grosso. Sulla sua qualità non si discute, piuttosto era da vagliarne la professionalità e lo spirito di sacrificio: praticamente i rimproveri più grossi ricevuti la scorsa stagione (insieme a Fabio Cannavaro). Diciamoci la verità: non è stato quello del Mondiale 2006, ma a sinistra la Juve non ha sofferto, ha spinto e ha difeso bene. Merito suo, una pedina che a questo punto Del Neri può sfruttare in tutta calma. I deficit in rosa sono gravi, per numero e qualità. Di Traoré non si sa nulla ed è un vero peccato. Allora si farà buon viso a cattivo gioco. Per poco, fra l’altro, non ci scappa il gol su calcio d’angolo.

L’altro reintegrato è Brazzo (per il quale ho un debole). Non ha mai rotto le scatole (per usare un termine non volgare) e si è sempre impegnato. E’ entrato nel finale al posto di un acciaccato Melo (entrato pochi minuti prima) e ha servito il pallone che ha chiuso il match. Anche lui, per tamponare la carestia di uomini, potrà risultare utile.

Chiudere il match? A tratti – ed è un eufemismo – la Juve ha dato la sensazione di non voler vincere. Forse aveva paura di vincere. O più semplicemente la Juve non ne aveva più. Già perché i bianconeri erano apparsi sin da subito scarichi, senza energie. Troppe assenze, troppe partite nelle gambe, troppi viaggi e sforzi perennemente concentrati sui soliti giocatori.

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Esemplare il comportamento di Alessandro Del Piero, uno dei più in palla. Compirà fra due giorni 36 anni. Ripetiamo: 36 anni. Molti si sono ritirati dalle scene con disonore, molti altri hanno semplicemente giocato il prepensionamento, aiutati da un passato illustre, non certo un presente gaudente. Eppure questo talento puro che di professione fa il Capitano della Juve è ancora al top. Forma eccezionale, passo ancora rapido, dribbling bruciante e ancora tanta tanta tanta voglia di stupire e divertirsi. Come quando decide di saltare come birilli gli avversari che gli si parano davanti, quando decide di scaraventare al centro qualche buon pallone, quando decide che è arrivato il momento di pareggiare e va a battere il rigore dell’1-1. Gol, ancora uno. Pesante, come il peso che si porta addosso. Il peso di una Juve battuta dalla fatica più che dall’avversario. Ed è la riscossa. Più tardi Marchisio offrirà la palla del vantaggio a Quagliarella: fra i migliori in campo. Dopo un’ora di gioco il Capitano lascerà il campo a Iaquinta. Mercoledì si torna a giocare ed è importante averlo in campo.

Del Piero è al terzo centro in campionato, dopo Lecce e Milan. Quagliarella invece aumenta il bottino. Tanto movimento, buona tecnica, tanta volontà e gol pesanti. E’ il turno della capocciata stavolta. Chissà come segnerà la sua quinta rete. Di fatto è questa la professione dell’attaccante: fare gol. E’ così semplice. Lo sa pure Iaquinta, al suo terzo centro in campionato, più uno in Europa. Chi è fuori, a distanza stellare, da questa ristretta cerchia di lavoratori è Amauri. Gravi le sue lacune. Perché Iaquinta non avrà giocato un grande spezzone di match, però ha lottato, perfino litigato con Quagliarella per un passaggio mal riuscito o un assist non eseguito. E poi ha fatto gol. Il problema Amauri va risolto in fretta, magari già a gennaio.

Capitolo centrocampo. Il Professor Aquilani dispensa lezioni di qualità. Sostanza e tanta qualità. Palla a lui e perfino Sissoko fa una discreta partita. Ma non può bastare. Senza Melo al suo fianco la Juve è parsa troppo vulnerabile. Insufficiente la copertura di Sissoko, troppo stanco (e giustamente) Marchisio (poi traslocato a destra e infine al centro), discreta la prova di Pepe.

Nessun tipo di entusiasmo, dunque, solo un semplice omaggio alla realtà dei fatti. Questa Juve convince per impegno e per umiltà (due componenti tragicamente mancanti nelle precedenti edizioni targate Cobolli, Secco e Blanc), ma conferma di non avere una rosa attrezzata. Bene, anzi benissimo negli 11 titolari, ma manchevole nei rincalzi. C’è tempo per recuperare, magari già da gennaio. Occorre pazienza, ma il lavoro sin qui svolto è ammirevole e buono. Non ancora da Juve, di quella Juve che abbiamo conosciuto con Umberto Agnelli al comando di Moggi e Giraudo e Bettega. Oggi con quella Juve c’è solamente un punto in comune: Andrea Agnelli. E voglio credere che non sia una semplice coincidenza, ma un nuovo punto di partenza!!!

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Juventus-Salisburgo 0-0 A corrente alternata?

La domanda è legittima, la risposta non è semplice. Appurato che è un conto la Juve con Melo e Aquilani e un altro conto è una Juve senza Melo e Aquilani, di fatto esiste una questione molto interessante e, al contempo, preoccupante. Questa Juve non ha ricambi. Ma lo si sapeva già. Il problema diventa grande se i titolari sono rotti (evitatemi la lunga lista) o indisponibili (Quagliarella e Aquilani, appunto). L’ennesimo pareggio in Coppa Europa è deludente e, per certi versi, una conferma del processo di crescita di questa Juve che è ancora lungo e molto tortuoso.

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La Juve scende in campo con una formazione sperimentale: Pepe a sinistra in difesa, Giandonato a centrocampo e Amauri in attacco. Sì: Amauri in attacco. Quasi Giannetti, entrato nei minuti finali, fa più di lui. Svogliato e inconcludente, poco propositivo e sempre nervoso, non fornisce appoggi né allunga la squadra. Il tempo è scaduto: a gennaio andrà via o rimarrà a scaldare la panchina. Al suo posto serve qualcuno in grado di sopportare PER DAVVERO la pressione della maglia bianconera. Per esempio Quagliarella ha dimostrato a più riprese e in modo anche decisivo di poter giocare ad alti livelli, offrendo prestazioni a tratti eccezionali grazie al suo perenne movimento, al suo sacrificio e ai suoi gol. In fondo è il compito di un attaccante, quale che sia la sua struttura fisica o il livello tecnico. Questo Amauri non lo sa più fare, almeno non a Torino. Ma il tempo è scaduto. Finisce qui la sua avventura e sarebbe un peccato vederlo ancora in rosa il prossimo anno, addirittura anche a febbraio. Occorre tornare sul mercato perché il reparto offensivo non può basarsi su Del Piero e Quagliarella per 9 mesi.

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Detto questo, che per me è il capitolo fondamentale per capire i problemi di una Juve senza Aquilani-Melo-Quagliarella, passiamo al centrocampo. Sissoko è un lottatore nato, ma il calcio è basato anche sulla qualità. Lui non ne ha tanta da offrire e perciò accanto a lui serve un ragioniere vero. Non si poteva chiedere di più a Giandonato, né poi a Buchel che è entrato o Liviero o Giannetti. E Marchisio col fiato corto aveva poche energie sul finale. Anche questo è un discorso su cui conviene spendere qualche notte in cerca di una risposta finale: rimpiazzare Sissoko con un uomo di maggiore qualità? Un secondo Aquilani?

Esauriti questi due punti io non ne vedo altri. Questi ragazzi tirano la carretta dall’inizio dell’anno e gli infortuni, traumatici per la maggiore, non aiutano. Stress, viaggi e tanto sudore. Il corpo umano ha bisogno di pause e adesso non ci sono rimpiazzi. La reintegrazione di Grosso (su cui non sono d’accordo) e di Brazzo (su cui sono pienamente d’accordo) permetterà di recuperare due pedine importanti per le fasce laterali. Ma non può bastare.

Poco felice però lanciare lo sguardo verso il mercato di gennaio. Ma altro non si può fare. Krasic e Legrottaglie si sono fermati, Lanzafame starà fuori ancora per un po’ di settimane, di Martinez e De Ceglie sappiamo già. Il quesito più preoccupante è: che garanzie dà Iaquinta nell’arco dei successivi 7 mesi?

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Milan-Juventus 1-2 C’è da essere Allegri

Vedere Melo, visibilmente emozionato, dedicare la vittoria a Chiellini definito “un vero guerriero” è forse la chiave di tutto. Almeno la chiave di questo inizio di stagione strepitoso. L’aggettivo strepitoso deve essere ben capito. Certo non è legato a Milan-Juve, meglio non è legato solamente a Milan-Juve. Piuttosto deve essere riferito a un modo nuovo di concepire la Juve. Un modo nuovo di gestirla e preparare il campo di battaglia durante la settimana. Riepiloghiamo i fatti.

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In quel di Bologna Milos Krasic, praticamente il bianconero più decisivo e forse il giocatore più sorprendente di questo spezzone di Serie A, si tuffa e becca un rigore. La moviola – che ha una natura incomprensibile, almeno per quanto riguarda i metodi d’applicazioni e i target da analizzare, meglio se juventini – vede, Pistocchi fa il razzista e il giudice sportivo provvede a fermare il serbo per due turni. Il primo di questi vede il Milan come avversario dei bianconeri. Ci risiamo: già un po’ di anni fa la Juve perse Ibra in circostanze molto simili, se non che in quel caso lo svedesone aveva di ricorrere. Fu tutto inutile: tre turni, giusti per saltare la sfida scudetto risolta da una rovesciata di Del Piero e una capocciata di Trezeguet. Appena un paio di anni prima Pavel Nedved subì un clamoroso giallo nella semifinale di ritorno contro il Real Madrid. La Juve di Lippi, basata in grande misura sul ceco prossimo pallone d’oro, distrusse i blancos ma in finale non potè usare Nedved. La finale in cui il Milan vinse ai rigori, contro Montero, Trezeguet e Zalayeta che gentilmente offrirono il fianco a Dida. Sarà un vizio quella di squalificare il giocatore più decisivo, sarà solo un caso. Ai posteri l’ardua sentenza.

La settimana bianconera non è felice. Chiellini accusa stanchezza che si concretizzerà con un affaticamento al venerdì mattina. Sabato sera è fuori dai giochi. Alla lettura della formazione, con il comunque grande Legrottaglie in campo, i tifosi bianconeri hanno un tremito di sconforto. Passerà in fretta. La Juve deve rinunciare a Iaquinta e Amauri (a mezzo servizio, il che vuol dire apporto nullo visto che già al servizio completo il brasiliano riesce a combinare poco: starà fuori, in panca), oltre che a Grygera (che, udite udite, fin qui aveva fatto stupendamente bene). Pronti via la Juve dovrà pure rinunciare a un sorprendente Martinez e a un convincente De Ceglie. La difesa Juve, a un certo punto del match, recita: Motta, Bonucci, Legrottaglie e Pepe (improvvisato terzino). Insomma, tutti i presupposti per beccarsi un’imbarcata.

I primi 19 minuti (prego contare correttamente) sono tutti appannaggio dei rossoneri che colpiscono una traversa con Ibra. Poca roba. La Juve si sistema benissimo in campo, registra la difesa con un attentissimo Bonucci, limita gli attacchi sulle fasce e neutralizza Pirlo, si scrolla di dosso un po’ di emozione e comincia a giocare da grande squadra.

A sentire i piagnistei dei milanisti e i singhiozzi trattenuti a forza dai vari Ordine (Controcampo), Sacchi e Pistocchi (Mediaset Premium), Collovati e Civoli (Domenica Sportiva), pare che la Juve abbia approfittato di un Milan mediocre. In parte è la verità. Pato è imbarazzante, roba che Amauri al confronto farebbe un figurone. Ibra è praticamente non-decisivo, come il gol che finalmente segnerà alla squadra che lo ha fatto conoscere al mondo. Robinho e Boateng sono impresentabili. Al contrario la Juve è una squadra vera, un undici compatto e rabbioso come non si vedeva da tempo.

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La vittoria è quella di Del Neri. E’ tutta di Del Neri, al di là dei capolavori di Quagliarella e Del Piero. Il tecnico friulano ha saputo incidere come pochi, subito e nettamente. La mentalità di chi entra in campo è in linea con il DNA bianconero: grinta, cuore, sacrificio. E’ possibile assegnare ruoli precisi, così come nella teoria e logica del calcio:

  • Aquilani è il regista, l’uomo dai piedi deliziosi e dalle idee preziose. Scopriamo pure che è uno tosto, che non lesina contrasti e lotta come un leone;
  • Melo è praticamente leader incontrastato: picchia e ruba palla, imposta, attacca e difende, incita, rimprovera e non reagisce mai. Eccezionale, recuperato al massimo, questo è il Felipe che tutti vogliamo;
  • Marchisio è un jolly cui difficilmente Del Neri rinuncerà. Dove lo metti sta, tanto lui la prestazione la porta sempre a casa. Sostanza, qualità, corsa e grande equilibrio tattico;
  • Quagliarella è il pazzo e la variabile scatenata in appoggio alla punta. Segna e offre l’assist a Sissoko, copre e rincorre quando necessario, rilancia l’azione, buon dribbling. Cosa vuoi di più dalla vita?
  • Del Piero è semplicemente Del Piero. Stop alle frasi fatte, stop ai proclami, ai ringraziamenti, alle parole dolci. Le abbiamo terminate. Del Piero è semplicemente Del Piero.

La Juve batte il Milan perché si dimostra più quadrata. Raccapricciante la tattica studiata da Allegri: parla a Pirlo, lancio lungo su Pato. La Juve ci casca solo una volta, poi le diagonali difensive vanno tutte a centro e il Milan non passa mai, costretto a lanci, rilanci e a una manovra che non trova mai varchi. E sì che Storari non è stato impegnato così tanto. Tre palle gol nette per il Milan, poi il nulla. La Juve ha risposto, con pazienza e furbizia. Forse fortunata a trovare la capocciata di Quagliarella, molto cinica sul capitombolo di Sissoko lanciato a rete, certamente più vogliosa e ordinata. La partita è tutta qui, non c’è altro modo per descriverla.

Sokratis perde i duelli con Quaglia e Del Piero, Nesta ha chiuso a fatica, sugli esterni la Juve ha avuto la meglio. E qui scende la lacrimuccia. Ci si aspettava moltissimo da Martinez e l’esterno non ha deluso. Sorprendente, per certi versi molto propositivo. Peccato per il grave infortunio: 2 mesi fuori e Del Neri che dovrà inventarsi qualcosa. Peggio è andata a Paolino De Ceglie, apparso convinto e finalmente maturo. Per lui lo stop è ancora più lungo: 3 mesi per tornare sui campi, forse qualche giorno in più per tornare a calciare. Tanti auguri, per te ci sarà ancora spazio.

Detto questo è chiaro che adesso si apre un lungo discorso. Discorso che coinvolge Marotta e la società. C’è da tornare sul mercato alla caccia di esterni alti e bassi. Apro una parentesi: non sono d’accordo sul reintegro di Grosso (ha avuto offerte, le ha rifiutate, ma la Juve non aveva intenzione di tenerselo: stia fuori!), mentre sarei favorevole a far giocare Brazzo. Salihamidzic non ha mai rotto le scatole, si è sempre impegnato e ha fornito ottime prestazioni. Dice una bugia chi afferma il contrario. E’ un jolly importante: destra e sinistra, alto o basso. Può tornare utile, a cominciare da giovedì quando saranno chiamati numerosi Primavera. C’è da sperare che Napoli e Liverpool si eliminino a vicenda per utilizzare Quaglia e Aquilani. Chiusa parentesi.

E veniamo a piccoli casi di Milan-Juve. Sokratis, sul finale, spintona gratuitamente Melo che casca. Lo spintone c’è e l’arbitro è bravissimo a gestire il tutto. Certo, a carte invertite il giallo sarebbe stato estratto. C’è un fallo di mano di Ibra in area: intervento goffo che andava punito col rigore. Peccato. C’è da chiedersi, dunque, se il Lodo Alfano, oltre che reiterabile, sia valido per i giocatori rossoneri?! Quindi c’è da chiedersi che partita ha visto Allegri, in totale confusione durante le interviste post-gara. Ha subito una lezione di tattica dal vecchio collega, ha subito una meritata sconfitta, ha toppato le scelte e per lui la partita “è stata molto buona”. Contento lui. Io ho goduto!

E veniamo ad Andrea il Presidente. Lo confesso: mi sono innamorato di questo 34enne che esulta come il miglior Galliani quando l’arbitro fischia la fine del match. In tribuna, ad abbracciare Marotta (a proposito: perché chi lo criticava aspramente adesso non prova a confutare quanti lo ringraziano?) e un amico, ad alzare il pugno con quel ghigno a metà fra la rabbia di chi vuole vincere e la gioia di chi tifoso lo è nell’anima. Bravo, anzi stupendo, a stemperare poi i toni davanti le telecamere. Dice cose giuste, come sempre. La Juve è un cantiere aperto. Alti e bassi, a corrente alternata. Già giovedì, forse, vedremo una Juve scialba, stanca, forse un po’ appagata dalla vittoria di San Siro. Questo è l’errore che non dobbiamo commettere, questo è l’aspetto sul quale Del Neri dovrà maggiormente lavorare. C’è tempo, ma da tifoso mi sento orgoglioso di aspettare. Finalmente… vedo una vera Juve. Non sarà grande, ma è comunque una prima vera Juve.

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