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Tag: scirea

Gaetano Scirea, il più grande libero di tutti i tempi

Quella maledetta trasferta, quella maledetta giornata. Una corsa per il ritorno a casa, una tragedia. A 36 ani se ne andava il 3 settembre 1989 il più grande libero di tutti i tempi (cit. Enzo Bearzot). Un uomo di una classe immensa, prima che un formidabile giocatore. Si chiamava Gaetano Scirea: irripetibile.

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La bellezza di un uomo esemplare e le doti di un difensore d’altri tempi. Questo e molto altro è stato Gaetano Scirea, campione di eleganza e di correttezza. Campione vero.

562 volte in campo con la maglia della Juve, con quel numero 6 che per anni ha incarnato i valori sacri di una vita dedicata al calcio. Di ruolo libero, Scirea rappresenta tutt’ora un difensore moderno. Con la spiccata intelligenza che lo ha contraddistinto, Scirea sapeva alternare chiusure difensive a giocate da regista puro, riuscendo a presentarsi in attacco con un tempismo unico.

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L’immensa classe e l’eleganza che lo hanno reso un’icona del calcio negli anni ’70/’80 gli permettevano di affrontare gli avversari con estrema intelligenza. Nessuna espulsione in carriera a fronte di oltre 600 partite giocate. Un modello di difficile imitazione.

Perno della Nazionale, vanta titoli e trofei conquistati a ogni latitudine e longitudine, con un bottino di 36 reti (2 in Nazionale).

E poi quell’esplosione maledetta che ha strappato all’Italia l’esempio più illustre di come deve comportarsi un campione e un uomo vero.

Ciao Gaetano, e grazie di tutto!

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ITALJUVE (però controvoglia)

Le ultime notizie provenienti dalla Nazionale parlano di una formazione contro la Bulgaria con sette juventini: Buffon; Barzagli, Bonucci, Ogbonna; Maggio, De Rossi(Nocerino), Pirlo, Marchisio, Giaccherini; Giovinco, Osvaldo.

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Se trascuriamo il fatto che la Nazionale è la squadra di Abete, per cui nessuno juventino dovrebbe giocarci, e ci concentriamo sul fatto che rappresenta l’Italia, la Juventus sta di nuovo coprendosi di medaglie.

E a chi dice che la Juventus in campo europeo e mondiale non ha vinto quanto il Milan, ricordiamo che nessun numero di Champions League o di Coppe Intercontinentali  può uguagliare il peso di un, uno solo, campionato del mondo. E noi abbiamo partecipato corposamente alla conquista di quattro campionati del mondo. Quattro stelle molto nostre più tre stelle tutte nostre.

Chiaro a tutti?

Rincomincia l’avventura mondiale, e si chiede aiuto, al solito, alla Juventus.

Senza andare indietro al ’34 ed al ’38, troppo lontani per essere ricordati, dove comunque parteciparono Combi, Rosetta, Monti, Bertolini, Ferrari, Orsi, Borel II, Foni, Rava, possiamo rinfrescarci la memoria con il trionfo del 2006 presenti Buffon, Zambrotta, Cannavaro, Camoranesi e Del Piero e con il trionfo del 1982 presenti  Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli e Rossi.

Il massimo delle presenze le contammo in Italia-Ungheria 3-1 del  1978 (finimmo con un ottimo quarto posto e con il miglior calcio giocato, riconosciuto da tutti): Zoff; Gentile, Cabrini (Cuccureddu); Benetti, Bellugi, Scirea; Causio, Tardelli, Rossi, Antognoni, Bettega (Graziani).

Sempre tanta Juve.

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Ma c’è molta differenza tra i nove juventini del 1978 ed i probabili sette juventini contro la Bulgaria (e manca Chiellini).

Nel ’78 non giocavano stranieri nel nostro campionato. La Juventus nel ’77 aveva vinto la Coppa UEFA con tutti italiani, mai riuscito a nessun altra squadra italiana! Ora gli stranieri sono quasi più degli italiani. L’Inter ladrona  arrivò a giocare con undici-undici stranieri. Dando quindi un gran contributo alla Nazionale e meritandosi per questo imperitura gratitudine da parte di Abete.

Noi riusciamo a dare alla Nazionale sette-otto giocatori nel 2012. Un esempio, oltre che un merito.

Ma nessuno ci dirà grazie. Noi dobbiamo dare e nel contempo subire.

E se siamo orgogliosi dei nostri campioni che vanno nel mondo ad onorare la maglia azzurra e la Juventus, siamo anche incazzati al pensiero che eventuali successi possano portare onori e meriti (ma quali meriti?) ad Abete.

Noi siamo bravi, siamo disponibili a lasciare che i nostri campioni vestano la maglia azzurra, ma non siamo coglioni.

Rivogliamo i 2 scudetti, i 400 milioni di euro ed il nostro allenatore.

Chiaro, Abete?

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Gaetano Scirea, il ricordo di un campione inimitabile

Quel maledetto 3 settembre di 23 anni fa ci lasciava improvvisamente un campione immenso, un uomo leale, un esempio da seguire. Ci lasciava Gaetano Scirea. Lasciava un vuoto incolmabile in tutte le persone che amano il calcio e che amano lo sport inteso come lealtà e come arte al tempo stesso.

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Gaetano si era ritirato dal calcio giocato al termine della stagione 1987/88 e aveva accettato di diventare un collaboratore di Zoff, allenatore della Juve e suo ex capitano, nonché grande amico. In virtù di questo suo incarico quel maledetto 3 settembre si trovava in Polonia per studiare dal vivo il prossimo avversario dei bianconeri in Coppa Uefa, cioè il Gornik Zabzre. Dopo la partita, sulla strada verso Varsavia dove l’attendeva l’aereo per riportarlo a Torino, avviene la tragedia. Un furgone tampona la macchina su cui viaggiava che prende subito fuoco a causa di quattro taniche di benzina presenti nel bagagliaio. Non c’è scampo per il povero Gaetano, per l’autista e per l’interprete mentre si salva miracolosamente un dirigente della squadra polacca che li aveva accompagnati.

Non lo meritavi, Gaetano. Non tu. Sono cose che non si augurano a nessuno ma certamente il destino non doveva accanirsi così con una persona come te.

Un modello per tutti sul piano umano e su quello sportivo, un giocatore leale, generoso e umile. E allo stesso tempo un campione di rara completezza dal punto di vista calcistico, uno dei giocatori più forti della storia, un interprete eccelso di un ruolo che ormai non esiste più, il libero.

La Juve lo preleva ventunenne dall’Atalanta e lo piazza subito al centro della difesa per sostituire un giocatore che aveva già lasciato il segno come Salvadore. Gaetano non delude, è maturo già da giovane e non tarda a diventare una colonna bianconera e della Nazionale. Dopo 14 anni stupendi appende le scarpe al chiodo, potendo vantare un palmares che da quel momento sarebbe potuto solo essere eguagliato, ma mai superato. Gaetano vince con la Juve tutte le competizioni Uefa, oltre a 7 scudetti, 2 coppe Italia e una Intercontinentale. Una carriera inimitabile a cui si aggiunge la meritata gloria immortale per quel Mundial vinto nel 1982 da protagonista assoluto, con un insolito per lui numero 7 sulla schiena.
Una stella tra le stelle Gaetano, che ha sempre preferito non far troppa luce per non rischiare di oscurare i compagni, in nome di una sobrietà e di uno stile che non l’avrebbero mai abbondonato neanche per cinque minuti, neanche se a volte il protagonismo sarebbe stato giustificato dalla sua classe cristallina.

Incarnazione perfetta di quello stile Juve tanto caro all’Avvocato.

Leader silenzioso in campo e modello da seguire senza fiatare per i compagni più giovani, più vecchi o più blasonati. Un capitano perfetto, che sapeva farsi ascoltare senza alzare la voce e sul quale potevi mettere la mano sul fuoco che mai ti avrebbe creato un problema.

Mai un espulsione pur giocando in difesa, anzi ben 32 gol realizzati in 552 presenze con la maglia bianconera, record detenuto a lungo e battuto solo da Del Piero, un altro campionissimo che sarà amato per sempre dai tifosi juventini e rispettato da quelli avversari per la sua classe e per il suo stile.

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Era un piacere per gli occhi vedere Scirea uscire palla al piede dalla sua area di rigore, veloce, a testa alta e con piedi da regista più che da difensore. Memorabili le sue volate con le quali te lo potevi trovare improvvisamente, leggero come una farfalla, nell’area avversaria pronto a segnare un gol o a regalare un assist. Era così Gaetano, un libero perfetto, difesa, regia e attacco sintetizzati in uomo dal raro spessore morale e di grande intelligenza. Era un artista del pallone, un genio a modo suo, se non si intendono geniali solo giocate come quelle che faceva Platini.

Un uomo vero, discreto, che ha sempre dato tutto in campo senza mai risultare eccessivo. Una persona leale, di quelle che vorresti sempre avere come amico o come papà. Un uomo di tale onestà e spessore morale che ce ne vorrebbero molti di più in questo mondo.

Quel numero 6 che visto sulla sua schiena assume i connotati di un’opera d’arte.

A proposito di numeri, mi piacerebbe che anche il 6 venisse “tutelato” come ora sta accadendo con il 10. Sono contrario al ritiro dei numeri, anche perché fortunatamente dalla Juve è passato tutto il meglio del calcio e quindi il problema si porrebbe di continuo. Intendo solo che preferirei che il 6, come il 10, venisse assegnato dalla società a uomini simbolo, grandi giocatori che incarnino in qualche modo lo stile Juve per i più disparati motivi. Non devono essere cloni di Scirea e Del Piero ovviamente ma devono essere giocatori rappresentativi. Per esempio è assurdo che per tre anni il numero 6 sia stato sulle spalle di Grosso e ora sia passato al promettentissimo Pogba. Così a spanne ricordo che nel ’98 lo portava Dimas ad esempio inoltre. Eppure per molti tifosi, soprattutto i più giovani, non si è mai posto il problema, mentre è da mesi che si parla di chi potrebbe meritare il numero 10. Se non c’è un giocatore degno anche il 6 deve restare libero, non essere assegnato a caso. E lo dice una persona che ha avuto la sfortuna di non poter vedere Scirea dal vivo, ma solo in dvd e che invece ha avuto la fortuna di ammirare per 19 anni Del Piero. Mi piacerebbe una considerazione paritaria per i due numeri da parte di tutti. È stupendo vedere al J Museum come le maglie di Ale e di Gaetano siano esposte insieme in una teca che sta davanti a tutte le altre maglie dei giocatori della Juve che vantano più presenze.

Questa era solo una considerazione personale che condivido con altri tifosi che mi sembrava doveroso includere in questo ricordo dedicato al grande Scirea.
Gaetano farà per sempre parte del firmamento delle stelle del calcio e della vita, avrà un posto d’onore che nessuno potrà mai togliergli.

Spesso mi capita di pensare che ovunque sia adesso Gaetano abbia potuto insegnare calcio ad Ale e Ricky, i nostri due giovanissimi calciatori tragicamente scomparsi, e giocare con il povero Andrea Fortunato, magari davanti agli occhi divertiti dell’Avvocato e del Dottore. Mi piace pensare che quando un amico juventino se ne va da questo mondo possa incontrare Gaetano, giocare con lui o scambiarci due chiacchiere. Mi piace pensare che gli angeli dell’Heysel abbiamo potuto conoscere il loro capitano, il loro mito, il loro idolo.
Mi piace pensare che Gaetano ci guardi ancora, segua la Juve e faccia il tifo come noi.

Perché Gaetano è sempre stato uno di noi, una persona comune, di quelle che incontri tutti i giorni per strada. Un uomo umile e generoso pur essendo uno dei giocatori più forti che il Dio del calcio abbia fatto nascere.

Ciao Gaetano, ci manchi.

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Non si azzardi nessuno a paragonare Facchetti a Scirea

La Gazzetta del 25 maggio 2010 propone un paragone molto molto strano. Mi sono sentito in parte offeso, in parte preso per i fondelli per il giochino in atto.

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Nel giorno in cui già si sapeva dell’ennesima telefonata attribuita a Facchetti, e il cui contenuto non fa certo onore all’ex dirigente dell’Inter, qualcuno cui hanno appioppato l’incarico di giornalista paragona Facchetti al grande Gaetano Scirea. Un paragone assurdo e che io rifiuto in modo deciso. Per favore, non mi fate incazzare.

Gaeatano Scirea è il sinonimo di fair play, di intelligenza applicata al calcio, di classe pura dentro e fuori il campo. Riconosciuto da tutto il mondo come uno dei migliori interpreti nel ruolo di libero, e in Italia abbiamo pure Baresi che un po’ di storia del calcio ha scritto, e ricordato come una delle meravigliose persone che questo mondo ha saputo offrirci, per quanto sta emergendo al Processo di Napoli scomodarne la memoria per affiancarla a Facchetti mi sembra ignobile.

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Non che Facchetti meriti chissà cosa, figuriamoci. E’ stato un grande campione, è stato un grande giocatore. Non lancio nemmeno la provocazione lanciata da Ferruccio Mazzola sul doping della Grande Inter, ma mi limiterò solo al ruolo di dirigente. E allora il paragone diventa orribile.

Pane al pane, vino al vino. Diciamo le cose come stanno. In un mondo marcio, dove Moggi sapeva muoversi come pochi, anche Facchetti cercava di fare la sua parte. Se poi, pur rubando, non vinceva questa non è colpa di Moggi. E sì che non si può dire nemmeno che arrivavano, quelli nerazzurri, secondi: un po’ il Parma negli anni 90, prima il Milan, poi la Juve, poi ancora Roma e Lazio. Prima di Moggi, o dopo Moggi, c’era sempre qualcuno che vinceva al posto loro.

Di Facchetti, oggi, si dice che chiamasse Bergamo per testare le griglie. Si dice? C’è scritto, ci sono file e fatti. Piaccia o non piaccia. Ci sono incontri e lunghe discussioni negli spogliatoi degli arbitri. Piaccia o non piaccia. Ci sono cene, regali e trattative sulle “V” da aggiustare. Arbitri graditi e assistenti poco flessibili. Ci sono arbitri in confidenza, quel Nucini che teneva un diario. C’è poi un memoriale che sa di quei diari di quindicenni che devono sfogare il loro crescere fra le diverse difficoltà che la vita, in quel periodo, ti impone. C’è tutto questo. E purtroppo per la Gazzetta, con Scirea NON C’ENTRA PROPRIO UN CAZZO.

Hanno rotto le scatole perché un uomo morto non può difendersi, e allora ci prendiamo per un momento la licenza di rispondere noi per primi: nessun paragone, grazie. Continuate con gli striscioni, i dvd, le magliette celebrative e i vostri articoli. Ma i paragoni e Scirea lasciateli stare. Grazie!

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