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Eduard Streltsov è stato uno dei più grandi calciatori della storia dell’Unione Sovietica. Nato nel 1937 a Mosca, nel 1954 esordì in campionato con la maglia della Torpedo Mosca (quinto club della capitale, all’epoca legato alla ZIL, azienda produttrice di auto e camion). Nel 1957 giunse settimo nella classifica del Pallone d’Oro, dietro a Di Stefano, Wright, Edwards, Kopa, Kubala e Charles. Le sue giocate gli valsero il soprannome di “Pelé russo” e lo resero famoso anche al di là della cortina di ferro. Il problema di Streltsov era il suo carattere ribelle, che mal si conciliava con il rigore imposto dal regime comunista, il cui progetto era quello di fare di lui il simbolo dello sport sovietico. La sua carriera, che sembrava avviata verso un radioso futuro, di fatto si interruppe nel 1958. Accusato di violenza carnale nei confronti di una giovane donna durante una festa al Cremlino, fu arrestato e rinchiuso nel Butirka, uno dei più tremendi carceri dell’URSS. Pur di riconquistare la libertà, in cambio della promessa di essere aggregato alla selezione che avrebbe preso parte alla Coppa del Mondo, accettò di firmare una confessione. Ciò che ottenne, però, fu la condanna ai lavori forzati in un gulag in Siberia. Nel 1965, finalmente libero, tornò a giocare nella Torpedo Mosca e, pur non essendo più il fuoriclasse che il mondo intero aveva conosciuto dieci anni prima, riuscì comunque a guidare i suoi compagni alla vittoria finale. Nel 1990, dopo una lunga malattia dovuta probabilmente ai lavori nelle miniere siberiane, esalò l’ultimo respiro. Non prima, però, di aver professato la sua innocenza.

Dal Guerin Sportivo:

Debole appare la teoria che vuole Streltsov punito per aver rifiutato di trasferirsi dalla Torpedo alla Dinamo Mosca irritando i proprietari di quest’ultima, ovvero il KGB. Ben più fondata è invece l’ipotesi che tutta la vicenda fu una macchinazione ad opera di Yekaterina Furtseva, l’unica donna ad essere mai stata ammessa nel Politburo, l’organo esecutivo del PCUS, il Partito Comunista Sovietico. I due si erano conosciuti nell’atrio del Cremlino durante le celebrazioni per la vittoria olimpica; fu in quell’occasione che la Furtseva chiese a Streltsov di sposare la 16enne figlia Svetlana, ottenendo un secco rifiuto. “Sono già fidanzato e presto mi sposerò”, replicò il giocatore, che poco dopo, forse tradito dai fumi dell’alcol, calcò la mano con un gruppo di amici: “non sposerò mai quella scimmia”. Passano poche settimane, e sulla stampa inizia una alquanto sospetta campagna di denigrazione contro l’idolo indiscusso del calcio sovietico. “Questo non è un eroe”, titola a tutta pagina il Sovetsky Sport nell’aprile 1957 per commentare l’espulsione di Streltsov, per fallo di reazione, in una partita contro la Dinamo Minsk. Curioso rilevare come tra il 1954 e il 1958 nel campionato sovietico ci furono 45 espulsioni per gioco violento; la stampa ne riportò, dedicandogli un trafiletto, meno della metà. Streltsov fu l’unico ad avere il titolone in prima pagina.

Lungi da noi, ovviamente, voler paragonare una tragedia simile a quello che sta accadendo ad Antonio Conte, perché solo un folle potrebbe mettere sullo stesso piano vicende così diverse (anche se, ultimamente, qualcuno è stato talmente sfacciato da affiancare l’immagine di Conte a quella di Francesco Schettino, capitano della Costa Concordia). Il nostro intento, piuttosto, è quello di rendere più comprensibile l’eventuale decisione, da parte della Juventus e del suo tecnico, di preferire la via del patteggiamento rispetto allo scontro totale con la FIGC. Quando si opera in un sistema corrotto, dominato da burocrati attenti solo ad eseguire la volontà dei padroni, scendere a patti è l’unica soluzione percorribile. La giustizia sportiva italiana, soprattutto dal 2006 in poi, è diventata molto simile ai quei governi totalitari in cui, per rovinare un uomo, gli si costruisce addosso un’accusa e lo si costringe a trovare le prove della sua innocenza, ben sapendo che non ci riuscirà mai. Dare l’onere della prova all’accusato, infatti, rappresenta il modo migliore per impedirgli di difendersi. Se poi la testimonianza favorevole di quasi 30 persone vale meno della parola di un unico pentito, allora come si può uscire puliti dal processo sportivo e mediatico? I tifosi juventini sanno benissimo che il patteggiamento è l’ultima delle scelte per un uomo della statura morale di Antonio Conte, eppure anche lui dovrà vagliare questa ipotesi e, molto probabilmente, accettarla. L’Italia è il paese dei compromessi e non saranno certo le frasi a comando di un Carobbio qualsiasi o tre mesi di squalifica a farci cambiare idea sull’integrità morale del nostro condottiero.

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