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Tag: vialli

Totti: il mio Capitano non ha mai fatto certe cose!

Forte, fortissimo, e come dire il contrario? Una botta terribile da fuori che avrebbe piegato la mano a Buffon. A Buffon, mica a Castellazzi o Amelia. Ma poi non bisogna andare oltre e farla fuori dal vaso.

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Perché io ho avuto un Capitano, anzi più di uno. Ho visto la fascia sul braccio di Vialli, poi su quella di Conte, poi su quella di Del Piero che l’ha indossata con una eleganza impareggiabile. Ho visto pure la fascia sul braccio di Baresi e poi di Maldini. Tanto per citare qualche nome.

Epperò non ho mai visto una fascia di capitano fare gesti inconsulti e vergognosi, da cattiva pubblicità. Non ho mai visto una fascia di capitano ragionare come un macellaio. Forse perché, romantico come sono, associo la fascia a persone che la meritano: e non già perché sono i numeri uno (perciò mi ricordo pure di Buffon) sul campo, ma anche fuori.

Baresi, Maldini, Del Piero. Come direbbe Di Pietro “ma che c’azzeccano con Totti”?

Io non ho mai visto Maldini e Del Piero sputare in un campionato europeo a un avversario:

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Lo sputo di Totti a Poulsen all'Europeo

Lo sputo di Totti a Poulsen all’Europeo

E non ho mai visto Maldini e Del Piero tirare calci violenti agli avversari, con quello sguardo poi:

Totti e il violento calcione a Balotelli

Totti e il violento calcione a Balotelli

Non ho mai visto Maldini e Del Piero calpestare gli avversari dopo un recupero palla:

Totti calpesta un avversario

Totti calpesta un avversario

Non ho mai visto Maldini e Del Piero prendere a cazzotti un avversario:

Il pugno di Totti a Colonnese

Il pugno di Totti a Colonnese

Non ho mai visto Maldini e Totti entrare con così violenza intenzionale su un avversario (e non è certo la prima entrata di Totti, solo l’ultima in ordina cronologico):

Il fallaccio di Totti su Pirlo

Il fallaccio di Totti su Pirlo

E terminiamo qui la lista, altrimenti facciamo notte.

I miei esempi sono altri. Ho visto Capitani come Baresi e Vialli, Maldini e Del Piero. Non scomodateli: ne va dell’onestà intellettuale e del rispetto che si deve a questi Campioni!

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Le emozioni della Champions e quel conto aperto col destino

Ormai ci siamo. Dopo 2 anni la Juve torna dove più le compete. Torna a calcare il palcoscenico più prestigioso d’Europa. Champions League, finalmente. Uno scrigno pieno di emozioni che non vedevamo l’ora di tornare a cullare.

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Uno scrigno che racchiude di tutto. Dall’impresa epica alla più cocente delusione, dal trionfo più bello fino alla sconfitta più dura da sopportare. Contiene anche il dramma che nessuno potrà mai dimenticare perché nessuno deve scordare dove può spingersi la bestialità umana. L’Heysel fa parte della nostra storia e della storia della Champions, l’apice del dolore e un monito imperituro per chi vede lo stadio come il luogo migliore per sfogare una rabbia insulsa.

I tifosi non stanno più nella pelle, si riparte da Londra, da Stamford Bridge e ce la vedremo subito contro i campioni uscenti del Chelsea. Francamente non poteva esserci un ritorno migliore di questo, direttamente dalla porta principale.

Partiamo con molta fiducia e da imbattuti in campionato, siamo infatti “undefeated” come ha ricordato Lampard, a dimostrazione che l’Europa sa che stiamo costruendo davvero qualcosa di buono. Il clima intorno alla squadra è di grande euforia e non potrebbe essere altrimenti dopo un’annata indimenticabile come quella passata con la rivoluzione di Conte, il trentesimo scudetto e la risalita dagli inferi dove ci avevano sbattuto per 6 anni. Dopo il 2006 abbiamo già partecipato due volte alla Champions ma stavolta siamo consapevoli davvero che non dobbiamo porci limiti. In tutti noi è ancora fresca nella mente la delusione dall’ultima volta, quell’ 1-4 in casa col Bayern che ha segnato l’inizio della fine per Ferrara e in generale per una squadra che si sarebbe avviata verso un doppio e umiliante settimo posto.

Ma oggi è diverso, dicevamo. Siamo consapevoli che non possiamo partire coi favori del pronostico ma abbiamo il dovere di giocarcela. Perché siamo la Juve e abbiamo imparato dalla nostra storia che sono gli altri che devono farsela addosso all’idea di trovarci come avversari. Sappiamo che la nostra squadra è formata da molti elementi alla prima esperienza in Champions o comunque con scarsa esperienza internazionale. Ma possiamo andare oltre questo problema perché abbiamo la capacità e la qualità per farlo.

Dobbiamo mettere in campo la stessa fame e lo stesso spirito che ci ha guidati l’anno scorso al compimento di una vera impresa. Dobbiamo imporre il nostro gioco, fare la partita con intensità e concretizzare le occasioni da gol.

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Se riusciremo a rispettare questi tre dogmi andremo lontano perché l’Europa impone ritmi alti e se ti fai schiacciare in trasferta rischi di uscirne con le ossa rotte. Dovremo essere più cattivi sotto porta perché non avremo mai venti occasioni nitide per riuscire a segnare un gol. Non sarà facile, certo. Come appunto non sarà da sottovalutare l’emozione di molti nostri giocatori nell’esordire in Champions. Ma dobbiamo avere fiducia. Nella stagione 1995/96 esordirono in Champions oltre a Lippi anche Peruzzi, Pessotto, Torricelli, Carrera, Marocchi, Di Livio, Conte, Tacchinardi, Del Piero, Ravanelli e Padovano. Ma tutti sappiamo come è andata a finire. E quella volta il successo è arrivato perché siamo riusciti ad imporci e a fare il nostro gioco ovunque e contro chiunque. Ricordo solo una grande sofferenza durante il primo tempo al Bernabeu nei quarti di finale, oltre all’avvio shock a Dortmund dove però riuscimmo a rimontare agevolmente quel gol subito dopo pochi secondi di gioco.
La Champions è così, puoi avere tutto o niente, puoi gioire come non mai e puoi precipitare nello sconforto.

La Champions può regalarti di tutto: un giovanissimo Del Piero che all’esordio inventa un tiro e lo ripete per tre volte di fila dandogli per sempre il suo nome e un vecchio Alex che incanta il Bernabeu fino a una standing ovation da brividi, Ravanelli che si copre la faccia con la maglietta, un gol pesante come un macigno di Conte ad Atene, un capolavoro di Platini, un cross di Cabrini, un’incornata di Montero, un rigore parato da Buffon a Figo, un inserimento di Tardelli, un gol da centravanti di Torricelli a Glasgow, una chiusura di Gentile, un tiro al volo in pieno recupero di Tudor, i panni dell’eroe dei tempi supplementari vestiti da Zalayeta, un gol rocambolesco di Emerson, il cuore di Nedved, Trezeguet che bastava toccasse un pallone per renderlo d’oro, Zidane che prende per mano la squadra ad Amsterdam, la grinta feroce di Davids, il rigore di Jugovic e le braccia verso il cielo di Roma di Vialli.
La Champions è questo e molto altro…sono anche le cinque maledette finali perse, l’ammonizione e le lacrime di Nedved, la testata di Zidane e l’espulsione di Davids che di fatto ci eliminano contro l’Amburgo, la rimonta incredibile in semifinale del Manchester a Torino dopo che Inzaghi aveva segnato due gol nei primi dieci minuti, il sortilegio inglese che impedisce a Capello di andare oltre i quarti.

Abbiamo un conto aperto col destino in questa competizione e noi tifosi lo sappiamo bene. Abbiamo perso cinque finali che potevamo e dovevamo vincere, e che avremmo meritato di portare a casa guardando il valore delle squadre. Passi la prima volta con il grande Ajax dato che si trattava della nostra prima finale europea, ma già con l’Amburgo nell’83 il destino ci ha messo molto di suo per metterci i bastoni tra le ruote. Il destino che ha vestito i panni dell’arbitro nelle finali del ’97 e del ’98. Non abbiamo giocato come sapevamo né con il Borussia Dortmund né con il Real ma gli errori arbitrali sono stati marchiani. Contro i tedeschi tra rigori non dati e fuorigioco si è perso il conto, contro il Real evidentissimo offside di Mijatovic non visto dal guardalinee. A questo si aggiunga un Del Piero a mezzo servizio entrambe le volte per problemi fisici. Destino ancora più beffardo quando Alex riesce a segnare un gol meraviglioso di tacco ma inutile a Monaco di Baviera. E lo stesso destino che se la ride al pensiero che la traversa dell’Old Trafford trema ancora oggi dopo quel tuffo di testa di Conte con Dida ormai battuto. Una finale maledetta, una Juve nettamente superiore al Milan che paga carissimo l’assenza di Nedved e gli errori di formazione di Lippi. Una Juve che cede ai rigori, con Ferrara che quella notte a differenza di sette anni prima non se la sente di presentarsi dal dischetto. Segnano solo Del Piero e Birindelli, a nulla vale una partita perfetta da parte di Buffon.

Per capire quanto sia maledetta per noi questa coppa basta anche vedere le nostre due vittorie. Dell’Heysel si è già detto, è una sconfitta per la vita e per la civiltà. A Roma nel ’96 ci sono voluti i rigori per avere la meglio su un grande avversario come quell’Ajax che però era stato dominato in lungo e in largo durante l’arco dei 120 minuti. Ricordo bene quel giorno, avevo solo 9 anni ma fu una gioia immensa. Ricordo la tensione prepartita in casa, io che avevo tirato fuori qualsiasi cosa avessi di bianconero per metterlo sul divano anche se avrei tanto voluto essere a Roma quella notte. Ricordo l’emozione alla musichetta iniziale e la nostra indimenticabile maglia blu con le stelle, quel gol da posizione impossibile di Penna Bianca e quel mezzo errore di Peruzzi che consente a Litmanen di pareggiare. Ricordo Conte costretto a uscire per infortunio, Del Piero che non riesce a dipingere capolavori marcato strettissimo dai difensori e Vialli che lotta con sé stesso e con i suoi fantasmi blucerchiati oltre che con il muro olandese che si ritrova davanti. Ricordo che facciamo la partita ma non riusciamo a dare il colpo del Ko. Si va ai rigori e Van Der Sar sembra occupare tutta la porta da quanto è alto rispetto a Peruzzi. Ricordo che mio papà si chiude in un’altra stanza perché non vuole vedere i rigori e penso che aveva fatto lo stesso anche nella finale Mondiale di Usa ’94 quindi un po’ inizio a temere che sarebbe finita male ancora una volta. Ma ci pensa subito Peruzzi a mettere le cose a posto parando due rigori. Da noi segnano tutti: Pessotto, Ferrara, Padovano e Jugovic. Ricordo che al gol di Jugovic sono corso a chiamare mio papà per andare in giro a festeggiare, ovviamente dopo aver visto Vialli che salutava la Juve alzando al cielo di Roma quella coppa talmente bella e maledetta da sembrare impossibile.

Dobbiamo ripartire da qui, da questa immagine. Da un gruppo di uomini, prima ancora che calciatori che hanno saputo diventare grandi insieme lottando sul campo e dando l’anima. Lo spirito di quella Juve di Lippi permea alla grande anche l’attuale Juve di Conte e questa è una cosa fondamentale. Perché i giocatori e gli allenatori sono sempre passati ma la Juve resta. E la parola Juve racchiude tutta una serie di valori che non devono mai mancare: la mentalità vincente, il furore agonistico, lo spirito indomito, la volontà di imporsi e il non aver paura di nessuno. Conte ha riportato tutto questo in un solo anno in un posto dove al suo arrivo aveva trovato un cumulo di macerie. Fa soffrire davvero pensare che non potrà vivere in panchina, al fianco dei suoi ragazzi, quel sogno per il quale ha lavorato tanto e per il quale è riuscito a costruire un capolavoro. In Europa siamo sicuri che sono più consapevoli che molti italiani delle porcate che succedono all’interno della nostra Federazione, ma questa è un’altra storia.

Torniamo in Champions, dunque, a testa alta e dalla porta principale. Non poniamoci limiti perché se giochiamo come sappiamo possiamo toglierci grandi soddisfazioni. Dunque: imporre il nostro gioco, fare la partita con intensità e concretizzare le occasioni. E ricordiamoci quel conto aperto col destino che merita di essere saldato.

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Quando rettificare fa rima con “paraculare”

Zeman è un gran paraculo, combatte solo le battaglie che gli fanno comodo”.

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Queste parole pronunciate dall’ex capitano bianconero Vialli sarebbero da incidere nella pietra perché raramente qualcuno ha saputo dare una definizione più appropriata al tecnico boemo più perdente ma al contempo osannato dai media della storia del calcio. Una definizione che sarebbe anche una perfetta epigrafe per lui a mio modo di vedere.
E la dimostrazione di quanto avesse ragione Vialli l’ha data praticamente in tempo reale proprio Zeman. Non che ce ne fosse bisogno, ma la quasi contemporaneità degli avvenimenti ha un risvolto quasi comico.

Infatti ieri Zeman ha stupito tutti dicendo per una volta una cosa condivisibile da parte dei tifosi della Juve: “Abete è un nemico del calcio”.

Dopo qualche ora di comprensibile panico a Trigoria e dopo un probabile giro di telefonate tra Baldini, la Figc e il Coni ecco spuntare una rettifica imbarazzante affidata all’Ansa dal tecnico boemo, meglio noto come il messia boemo per diversi addetti ai lavori che si ritengono grandi intenditori:

Quanto dichiarato non era riferito alla persona del presidente della Figc, ma al sistema calcio.

Ma cosa vuol dire? Ma che rettifica è?

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Solo una bella mossa da “paraculo” come direbbe Vialli, motivata da interessi che vanno ben oltre l’integrità morale che tanto ostenta solo quando vuole combattere “le battaglie che gli fanno comodo”. Battaglie che appunto gli fanno comodo per ottenere quella visibilità che i successi sportivi gli hanno sempre negato e per trovare giustificazioni preventive o a posteriori per futuri o passati fallimenti.
Proviamo a fondere la dichiarazione originaria di Zeman, cioè “Abete è un nemico del calcio”, con la rettifica “Quanto dichiarato non era riferito alla persona del presidente della Figc, ma al sistema calcio”.

Quello che si ottiene è: “Il sistema calcio è un nemico del calcio”.

Ma che roba è? Se devi fare una rettifica per dire una cosa senza senso fai prima a tacere. Sembra una di quelle frasi che puoi incontrare in un esame di Filosofia del Linguaggio o di Logica che fatichi a capire e devi scervellarti per memorizzare il procedimento logico spropositatamente allucinante di chi l’ha ideata.

Ma questa è solo la mossa disperata di un “paraculo” timoroso. Anzi, fintamente timoroso, perché sa benissimo che agli amici si perdona tutto, infatti nella rettifica non si intravede neanche un briciolo di impegno per esprimere una scusa sensata.

Eppure “Zeman dice quello che tutti pensano ma pochi hanno il coraggio di dire” secondo il presidente del Coni Petrucci, nonché ex vicepresidente della Roma. Petrucci era intervenuto prontamente al fianco di Zeman e di Abete nella loro battaglia contro Conte, per esaltare il primo come un paladino della giustizia, e per difendere il secondo come un bambino in lacrime che si ciuccia il pollicione seduto in un angolo dopo essere stato offeso. E adesso, invece, tutto tace. Il silenzio di Abete e di Petrucci è assordante dopo l’accusa di Zeman e l’imbarazzante rettifica.

Siamo sicuri che se avesse detto una cosa del genere un altro allenatore di serie A, quello campione d’Italia in carica e imbattuto, sarebbe partita immediatamente una spedizione punitiva capitanata da Palazzi benedetta da Abete e Petrucci e santificata dall’alto da Zeman, il “paraculo” più incensato della storia.

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Vialli e quel “paraculo” a Zeman: il coraggio della verità

Il ricordo che ho di Vialli è di un giocatore mai pulito. Il sudore che imperlava la faccia e la testa calva, quell’espressione comunque di fatica per le sfuriate in campo, i pantaloncini sporchi per le battaglie e qualche gesto acrobatico. Uno di quei personaggi che mi hanno fatto amare il gioco del calcio, fatto di sacrificio, corsa, cuore e passione. Culminato con l’ultima immagine del Capitano che alzò la Champions, nel cielo stellato di Roma, in quel maggio del 1996.

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Qualcuno ha provato a sporcare quel periodo e Vialli, non l’unico per la verità, ogni tanto restituisce quella vigliaccata al mittente. Il mittente in questione è sempre uno, e uno soltanto: Zdenek Zeman, 30 anni di carriera fra bel calcio, schemi offensivi e nessuna vittoria. Che 30 anni di calcio, fra esoneri e risultati modesti, siano da spiegare per qualche tipo di complotto mondiale ordito da Moggi (che pure aveva altro a cui pensare) è una barzelletta che non più ridere.

Però Zeman serve. Serve alla stampa antijuventina che spera in questo modo di accalappiare i poveri tifosi che in questa Italia così mediocre prestano sempre molta attenzione alle vicende bianconere nel tentativo di screditarne ogni tipo di azione. Purtroppo per loro la parola azione si riconduce spesso alla parola vittoria. Come la vittoria di Vialli, fra scudetti e Champions, fra le altre cose.

A distanza di anni, dopo accuse gratuite e mai provate, accuse per le quali Zeman non ha mai risposto, ecco la risposa di Vialli che esprime semplicemente il pensiero di più di 14 milioni di tifosi. Di più perché i tifosi che hanno deciso di non spegnere il cervello concordano con noi sulla storia calcistica del boemo che per attirare l’attenzione su di sé doveva trovarsi un nemico grande, un nemico facile da attaccare: la Juve!

Ecco Viallo, allora:

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Zeman? E’ un paraculo perché combatte solo le battaglie che gli servono.

E cosa serve a un allenatore che ha collezionato anni di sconfitte clamorose ed esoneri vergognosi? Siamo stanchi di ripetere il suo curriculum e perciò vi rimandiamo a un nostro dettagliato articolo. Ciononostante rispondiamo a questa domanda: cosa serve a un allenatore che sostanzialmente ha fallito nel suo lavoro? Serve un modo per distogliere l’attenzione su di sé ed ergersi a paladino di qualcosa che in natura non esiste.

Non esiste il doping della Juve perché dopo 10 anni i tribunali hanno trovato solo farmaci per i quali si è poi cambiata la legge in corsa, tutto per arrivare a quella famosa prescrizione che sottolinea il numero elevato, ma sottolinea pure l’assenza di doping. Ricordiamo come in Italia i doping accertati si riferiscono alla Grande Inter, alla Roma degli anni ’60 (guarda caso con a capo Helenio Herrera) e alla Fiorentina, con svariati altri casi che non riguardano giocatori bianconeri. Piuttosto curiosa come statistica, non trovate?

E proprio oggi la Gazzetta esce col solito pezzo terrorista, nascondendo i fatti e vaneggiando chissà cosa su un caso tutto italiano. D’altronde, se la Gazzetta riconosce scudetti nerazzurri… come può, in coerenza, non affermare il doping bianconero. Ci saremmo scandalizzati del contrario…

Più che altro ci chiediamo: a Zeman è sembrata anomala la crescita di Del Piero (che infatti figura oggi fra gli uomini più forti del pianeta, dotato di muscoli degni di un bodybuilder) e non ha mai notato la differenza abnorme fra i quadricipidi di Zanetti Javier fra i 18 e i 25 anni di età? Le figurine ci sembrano eloquenti. Perché denunciare Vialli e Del Piero e non altri casi? E che ne pensa Zeman di Georgatos e di Javi Moreno?

Probabilmente Vialli ha ragione: si tratta di paraculite, malattia che in Italia viene innescata da chi ha il fegato rovinato a causa del suo tifo antijuventino. Ma questo non può essere un nostro problema.

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Inghilterra-Italia, quanti incroci

Ci siamo, ce l’abbiamo fatta. Italia ai quarti di finale, incontreremo l’Inghilterra. Sfida affascinante, anche se nelle competizioni ufficiali ci sono stati pochi precedenti.

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Da Euro ’80, quando Tardelli punì gli inglesi, passando per Italia ’90, nella finale per il terzo e quarto posto. Poi Zola che imita Capello, espugnando Wembley nel 1997 con un grande gol, ricordando il gol di Gattuso nell’amichevole del 2000. Domenica un’altra grande sfida, l’ennesima di questa stagione tra calcio inglese e calcio italiano.

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In champions il Milan che negli ottavi ha sconfitto l’Arsenal col brivido, il Napoli che ha fatto l’impresa a Manchester col City, e li ha addirittura annientati al San Paolo. Poi Chelsea-Napoli, e la corsa si è fermata li. Ma Italia-Inghilterra è anche Balotelli contro i suoi compagni di squadra e cioè Lescott e Hart: chissà quale sarà il trattamento riservato a Mario, si conoscono benissimo, e forse qualche provocazione ce la possiamo aspettare.

È anche, o meglio, potrebbe diventare la sfida di Diamanti, lui che nel West Ham si è fatto le ossa. È la gara di Roy Hodgson, ex tecnico dell’ Inter, famoso per aver mandato via un certo Roberto Carlos. O ancora, il nostro Borini cresciuto in Inghliterra, nel Chelsea. Tanti quindi gli incroci, e non possiamo dimenticare che gli inglesi si sono sempre innamorati dei nostri giocatori: da Vialli e Di Matteo che hanno fatto grande il Chelsea, a Zola che è stato nominato Sir, uno dei titoli nobiliari più importanti.

L’Inghilterra che ha inventato il calcio ci deve molto, a partire dalla Champions di quest’anno, capolavoro del calcio all’italiana perfettamente attuato da Di Matteo. E non è un caso che attualmente, in questo Europeo, l’Inghilterra giochi molto prudente, per poi ripartire. Loro hanno inventato, ma noi abbiamo insegnato. E speriamo di poter insegnare ancora, possibilmente con una vittoria domenica.

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Vialli su Twitter: “che energia il Pescara di Zeman, ma…”

Stupendo Gianluca Vialli. Dopo aver snocciolato diversi complimenti per il campionato del Pescara, si lancia in una grande battuta.

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L’idiozia italiana è purtroppo sempre vigile e sempre presente, ma la provocazione è da 10 e lode.

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Ecco cosa scrive il buon Gianluca:

Il Pescara gioca bene,vince e corre moltissimo.Chissa’come si sentirebbe Zeman se qualcuno cominciasse a sospettare di così tanta energia..

E qui c’è la foto:

Non ce ne vogliano i tifosi del Pescara che stanno coccolandosi il nostro Immobile, ma la battuta è e rimane bellissima.

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