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Pallone d’Oro, Miglior allenatore, Gol dell’anno: i miei verdetti. E i tuoi?

Si avvicina Natale e tutti gli sportivi solitamente pensano a due cose: i titoli parziali (il campione d’inverno) e il Pallone d’Oro.

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Quest’anno ci sono altri due titoli da assegnare e cioè Il Miglior Allenatore e il Gol dell’Anno.

In lizza per tutti e tre i premi ci sono, rispettivamente Messi, Xavi e Cristiano Ronaldo, Guardiola, Mourinho e Fergusson, Messi, Neymar e Rooney.

Inutile dire che per me la classifica e le nomination hanno poco senso.

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Il Pallone d’Oro è già assegnato: lo vincerà Messi perché non esiste al mondo un motivo valido per non assegnarlo all’argentino. D’accordo che la Nazionale tutta ha steccato, ma i numeri di questo 24enne sono talmente incredibili da risultare quasi normali. Come se fosse normale segnare 53 gol nell’anno solare in corso e addirittura mancano ancora partite per eventuale migliorare il record. Come se fosse normale la media gol-partite-giocate. Come se fosse normale che già a 24 anni un calciatore abbia raggiunto quota 200 (e passa) gol. Come se fosse normale vincere la classifica cannonieri della Champions, sebbene questo torneo è indiscutibilmente più semplice rispetto a molti anni fa. Come se fosse normale giocare da 7 ogni santa partita e fare quei numeri da capogiro e non importa il nome dell’avversario e quanti avversari lo stanno marcando.

La panchina, diretta conseguenza del delizioso lavoro svolto, non può che essere assegnata a Guardiola. Se non altro per il rispetto che si deve alla cultura civile. Per lo spagnolo non esistono casi di dito nell’occhio, di offese a Unicef, di piagnistei, di conferenze stampa ai limiti del ridicolo. Il lavoro di Guardiola è nettamente superiore a ogni altro allenatore su questa Terra. Poco da fare, poco, sinceramente, da controbattere. Anche perché se proprio non lo si vuole dare a Guardiola, il premio lo merita un tizio che da 25 anni regna a Manchester. Sir Alex, uno che cambiano le ere, cambiano i giocatori, cambia la tipologia di mercato, ma il suo Manchester vola comunque.

E secondo me andrà a Manchester il premio miglior gol dell’anno. Se vi siete persi la rovesciata di Wayne Rooney e non sapete di cosa sto parlando… ecco a voi il video. Semplicemente un capolavoro di precisione, coraggio e forza.

Queste le mie nomination… e le tue?

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Meritocrazia? E’ dura farla capire a Milano!

I pianti della Cazzetta-Rosa sono direttamente proporzionali alle lamentele del Padrone Petroliere.

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E’ bastato un po’ di contraddittorio da parte di due mediocri formazioni (onestamente non si può parlare di corazzate né di squadroni) come Milan e Juventus che la supremazia fasulla della Seconda Squadra di Milano si è sciolta come neve al sole. Non venitemi a dire che la colpa è degli infortuni!? Perché l’anno scorso e due anni fa la Juve è stata massacrata indipendentemente dei 20 uomini costantemente assenti dal campo di gioco. Domenica dopo domenica. E non venitemi a dire che la colpa è quella di essere sazi: i trofei fasulli non ingrassano, anzi innervosiscono di più quando quelle che tu pensi essere vittorie sono in realtà degli acquisti e così all’estero li giudicano. Vittoriucole, perché frutto di inganni e di manovre losche.

In questo contesto diventa allora impossibile capire la scelta di oltre 200 tecnici e capitani di affidare ai tre meravigliosi interpreti del Barca la lotta per il Pallone d’Oro. Trofeo che negli anni ha toccato cifre anche ridicole, come quando fu scippato a Del Piero nel ’96 per consegnarlo a Sammer. O come quando diventò il premio al miglior giovane e cioè Owen, o il premio all’acquisto più costoso e cioè Figo. O il premio a uno che ce l’aveva fatta e cioè Cannavaro davanti al più meritevole Buffon (tra l’altro, entrambi della Juve, proprio alla vigilia di Calciopoli, un’anomalia che nemmeno in Matrix…).

Come spiegare quindi a quelli dell’Atalanta di Milano che il terzetto che si giocherà il Pallone d’Oro non è stato mai così giusto? Da qualunque parti la si guardi appare complicato trovare una pecca in tale scelta. L’ho ribadito più o meno coscientemente in questo blog e in questi due anni.

Purtroppo il Pallone d’Oro può essere assegnato soltanto ad un giocatore e soltanto una volta all’anno. Non l’hanno ricevuto MaldiniZoff, né tanti altri talenti del calcio mondiale. Va così. Ma negli ultimi due anni appare chiara una inversione di tendenza. Cristiano Ronaldo ebbe a firmare una stagione irripetibile, dove non si riesce più a distinguere il numero di gol dal numero delle giocate e delle presenze e delle vittorie. Autentiche, autentiche vittorie. Poi venne il turno di Messi, che attendeva lì la consegna. E Messi quest’anno se la gioca, ma non lo vincerà.

Qualcuno dice che è vergognoso che in lizza ci siano tre del Barca. Questo qualcuno avrà sicuramente bevuto, che è male, o è in malafede, che è peggio. Che significa questa frase? Che senso ha pronunciarla? Se i tre migliori al mondo giocano lì… quale assurda e stupida regola vieterebbe di farli concorrere al premio?

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Giù la maschera e cerchiamo di essere obiettivi. Si arriva al Pallone d’Oro non per collezione di vittorie, ma per collezione di prestazioni. Per presenza in campo e poi c’è quello strano fattore della disciplina. In passato tante volte si è detto che qualche calciatore ha stracciato la sua posizione davanti alla giuria per via di qualche fattaccio arbitrale. Una volta fu una testata, un’altra una rissa, un’altra ancora qualche esagerazione di troppo nella vita privata. Non è questo il caso, ci mancherebbe, ma l’esclusione di Snejder è facilmente spiegabile.

Xavi e Iniesta sono oggi il prototipo di quelli-che-vorresti-sempre-avere-in-squadra. Il regista più forte al mondo, autore di una carriera fantastica e non già finita, e un dei centrocampisti più strepitosi, di quelli che ti fanno vincere sul serio perché incidono sulla prestazione della squadra in modo determinante. Così in Champions, così in Campionato (dove la Liga supera di molto la Serie A) e così al Mondiale. Senza dimenticare la vittoria dell’Europeo. E senza dimenticare quell’essere signore in campo che è ormai è una dote di pochi. Xavi e Iniesta, rispettivamente i protagonisti assoluti degli ultimi due anni di calcio mondiale. Basta guardare i dati, le cifre e leggere le partite.

Su Messi nemmeno parlo. Quello che credo sia un falso sono i 58 gol in 60 partite nell’anno solare 2010. In rete molti confermano questo dato, ma non ci credo. Scherzi a parte alzi la mano chi ha qualcosa in contrario alla nomination di Leo Messi.

Tutti gli altri, esclusi questi tre, vengono incontrovertibilmente dopo. Anche dopo aver vinto un Campionato che Campionato non era, e cioè la Serie A o Torneo Aziendale come la chiamano all’estero. Anche dopo aver vinto una Champions a quel modo, col Vulcano di mezzo e tanti strani episodi. Soprattutto all’estero valgono le uscite di testa di un ragazzo, tale Snejder, che ha collezionato gialli su gialli e pure qualcosa in più, risse e prestazioni sopra la media, ma certo non da fenomeno. E’ l’ennesima conferma di come a Milano hanno un modo tutto loro di interpretare le cose.

Io non vedo nulla di scandaloso a decidere fra Xavi, Iniesta e Messi. Non vedo nulla di scandaloso nel valutare che da agosto a dicembre tale Snejder ha inciso ancora meno di Amauri nella Juve o del Presidente del Bologna. Non vedo nulla di scandaloso se la sua esclusione dai tre posti è dettata dalla visione delle partite di questa seconda parte dell’anno. A meno che, anche lì, un Guido Rossi vada a stravolgere le regole. Ma il calcio è una cosa seria e, a differenza dell’Italia, all’Estero lo sanno benissimo.

P.S.

Il mio preferito è Iniesta, fermo restando che quel Messi lì è ad un passo dai più grandi della Storia del Calcio.

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Barcelona-Real Madrid 5-0 Il bandito e il Campione

Il cervello umano è una spugna e tende ad assorbire tutti i segnali che riceve dall’esterno. Un gruppo di cervelli, quale per esempio quello di una squadra di calcio, deve obbedire e obbedisce agli input del proprio allenatore. Se questo allenatore è José Mourinho il risultato è imbarazzante.

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Ho visto El Clasico di Spagna, una delle partite più affascinanti del mondo, molto più dei derby italiani e inglesi. Ho visto un massacro: tecnico, tattico, psicologico, di gruppo e individuale, di carisma e di signorilità. A tutto vantaggio dei blaugrana.

Si può perdere o vincere, l’importante è farlo da uomini veri.

Mourinho e i blancos escono distrutti e probabilmente nella storia resterà per sempre questa partita. Il risultato è pure bugiardo perché in campo si è vista una tale differenza di classe che oggi parlare di superiorità assoluta del Barca sul Real è banale e anche inutile.

Le uscite di capoccia dei vari Cristiano Ronaldo e Arbeloa e Sergio Ramos e Ricardo Carvalho sono la diretta conseguenza di quello che il portoghese insegna e regala durante le conferenze stampa. Ciò che veniva vergognosamente definito un genio della comunicazione in questo strano paese che è l’Italia, viene adesso definito un atteggiamento da anticalcio in Spagna. Basta farsi un giro per i siti spagnoli. O, più semplicemente, basta ascoltare il tifo del Camp Nou dove a un certo punto hanno gridato ad alta voce “Mourinho dove sei?”. E dov’era Mourinho? Era in panca, nascosto come il miglior coniglio, come il bambino più capriccioso del mondo che alla prima difficoltà si chiude a riccio e scompare dalla scena, pur restando presente in versione negativa.

Questa sfida era stata presentata come una sfida stellare. Quale migliore assist, a posteriori, per Guardiola e il suo modo di stare a bordo campo? Quale migliore spot per chi oggi è fiero di tifare Barca perché lì si fa calcio per davvero, con tutti i significati che questo sport mette a disposizione? Niente di tutto ciò. E’ stato uno scontro fra un bandito e un campione.

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Il Barcelona ha giocato un calcio meraviglioso, praticamente senza alcuna pecca. Tocchi di prima e aperture ariose, possesso palla magistrale, schemi d’attacco in cui il mix fra individualità stupende (Messi e Villa e Pedro) e ragionieri deliziosi (Iniesta e Xavi) è semplicemente esplosivo. Il Barca è arrivato in area bianca un numero imprecisato di volte, con tale facilità che oggi raccontarlo può essere difficile. Il Barca poteva segnare anche molti più gol di quanti non ne abbia segnato. Il Barca ha amministrato come ha voluto tutta la partita, non soffrendo mai le ripartenze o i tentativi di uscita dell’avversario. Il Barca ha mostrato tecnica individuale ben superiore rispetto a qualche giocoliere che tentava inutilmente di risolvere il match senza l’apporto dei compagni (ogni riferimento a Cristiano Ronaldo è puramente casuale). Il Barca ha dato infine prova di grande saggezza morale perché il massacro poteva anche sfiorare lo sfottò e invece non è successo. Manovra, tocchi, preziosismi, ma mai fini a se stessi. Sempre utili al giro-palla o a tentare l’ennesimo attacco.

D’altra sponda si è assistito a una serie di calci e calcioni da squadra dei sobborghi più malfamati del mondo, dove l’unica regola è dare botte e chissenefrega del risultato. Si è assistito a pazzie assolute quale la spinta di Cristiano Ronaldo a Guardiola o al calcione maledetto di Ramos a Messi che poi, non contento, se la prende pure col suo Capitano in Nazionale Puyol e poi ancora se la prende con Xavi e Iniesta. Si è assistito a 8 cartellini gialli e 1 rosso, come la squadra di terza categoria afflitta dalla stanchezza di una settimana di duro lavoro in cantiere. Con la netta sensazione che l’arbitro ha limitato i danni.

E’ mancata solo una cosa ieri sera: il gol di Leo Messi, una specie di marziano che con la palla può fare veramente quello che vuole. Per il resto sono arrivati i gol di Xavi (oggi il regista più forte al mondo) e i due gol di Villa (ecco perché il Barca lo cercava da anni) più i gol del ragazzino Suarez e di Rodriguez.

Al di là dei facili premi il giocatore che ieri ha più entusiasmato, almeno per chi capisce di calcio questo sarà vero, è certamente Andrés Iniesta. Questo ventiseienne ha un ruolo tutto suo. Non esiste nei manuali di calcio e non ha eguali al mondo. E’ un esterno di centrocampo? Non proprio! E’ un interno? Non proprio! E’ un regista? Non proprio! E’ un trequartista? Non proprio! E’ tutto questo, tutto concentrato in un solo uomo. Di piccola statura, di non grosso fisico, ma con due polmoni e due piedi difficilmente sintetizzabili con due aggettivi solamente. Salta l’uomo che ha davanti con una facilità disarmante. Smista palloni in quantità industriale scegliendo sempre la soluzione più pericolosa. Palla al piede è imprendibile. Si lancia negli spazi, difende, contrasta e poi si lascia andare a certe giocate che mettono nel ridicolo un intero reparto. Come quando di tacco realizza due uno-due consecutivi. O come quando in mezzo a tre uomini va via senza nemmeno un graffio con una eleganza senza pari.

Se il Pallone d’Oro, con quanto mostrato in questi anni, non viene ceduto allo spagnolo più decisivo negli ultimi anni… beh c’è da sospendere questa specie di istituzione del calcio. Un premio che ha visto negli anni una serie di scandali clamorosi, tipo Sammer o Cannavaro o (mia personale opinione, se vado a rileggere quegli anni) Figo e Owen. Perché se non vuoi darlo ancora una volta a Messi per evitare di ripeterti, allora non puoi non scegliere Iniesta. La sua media voto è semplicemente imbarazzante. Non ricordo una partita in cui il telecronista non abbia esaltato le sue giocate, così efficaci ed esteticamente deliziose. E non vedo francamente concorrenti dello spagnolo in giro per il mondo.

Chiudo tornando al fenomeno da baraccone che è Mourinho. Un violentatore del fair-play senza eguali. E’ bastato avere un minimo di avversario, tipo il Barca, che è crollata la sua filosofia e tutta la sua spocchiosità. Mourinho ha avuto la fortuna di non avere avuto quasi mai veri avversari. Né in Portogallo (vincendo una Champions del tutto inedita) né in Inghilterra (dove a Manchester stavano rivoluzionando la società e a Londra, sponda Arsenal, dovevano fare i conti con l’assenza di budget) né in Italia (dove oggi non si ha notizia di Arrigo Sacchi, in debito di saliva dopo aver fatto un paio di domande a Galliani: chissà cosa avrà pensato del suo progetto coerente di calcio, di programmazione e di altre cazzate di cui non conosce il significato). Dura la vita quando sei costretto a non-urlare e dover giocare sul serio. Dura. Quanto dura? 5-0!

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Il punto su SudAfrica 2010 #7

La sorpresa è l’Olanda, ma non la Spagna. Cominciamo col dare il vero nome alle cose, poi possiamo pure analizzare e psicanalizzare ogni membro dei team.

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Comunicazione ufficiale: è morto il giornalismo sportivo italiano. Vedendo in azione Galeazzi e Costanzo, col povero Jacopo Volpi costretto a inginocchiarsi e prostrarsi ai piedi dei due taglia-XXXL e violentare quella che sarebbe una trasmissione sul calcio. Trasmissione che solo per pochi minuti assomiglia al genere approfondimento sportivo, perché per tutto il tempo è una specia di farsa, di barzelletta del giornalismo, di varietà mal riuscito e condotto pure male. Lo dico perché non avendo Sky (ma ci sto pensando seriamente) e non guardando Mediaset Premium, rinunciando a imparare lo spagnolo e il tedesco, mi tocca vedere la RAI ricordandomi subito che la TV in casa mia è solo un accessorio che da spento è spettacolare. E dovrei pagare 110 euro all’anno per godere ste cazzate. No, grazie! L’ultimo intervento serio che ricordo di Galeazzi è quando intervistò Oronzo Canà ne L’Allenatore nel Pallone, film con uno stupendo Lino Banfi. Era la vigilia della partita Longobarda-Milan e un giovane Giampiero Galeazzi chiese a Canà, Lino Banfi allenatore della Longobarda, quali mosse tattiche avesse preparato per battere il Barone. Da allora non ricordo più un intervento di calcio e sensato di questa grossa figura della TV. Se poi la abbinano a Boniek, allora il gioco è fatto. L’intelligenza del polacco che tifa gli indiani è direttamente proporzionale all’uso che fa degli articoli della lingua italiana. Per non parlare degli ospiti illustri: sciaqquette e sciaqquetti del mondo della TV italiana che non aggiungono alcun valore ai contenuti, già poveri, di Notti Mondiali. A questo punto devo rivalutare la trasmissione pomeridiana condotta da Mazzocchi, che se non altro è simpatico e qualche domanda di calcio la fa pure, e Costanzo. Maurizio Costanzo è lì solo perché prende soldi, lui si diverte, fa battute, anche se non fanno ridere, e se ne fotte. Almeno è coerente.

Chiusa la parentesi doverosa sul calcio in TV (non capisco perché Cerqueti e Bizzotto devono cedere il passo a Civoli e a tutti gli altri: sono gli unici telecronisti competenti che ha la RAI ed è gente che col microfono in mano ti racconta il calcio, giocato e non, come pochi!) passiamo al campo. Il responso è chiaro, preciso e inconfutabile: ad oggi la Spagna è l’undici più forte del mondo. Perché al talento innato hanno unito la maturità di chi al calcio sa giocare veramente. L’avevo già detto dopo la sconfitta con la Svizzer: una farsa.

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Possono sponsorizzare chiunque, ma il vero fenomeno è Xavi. Non ricordo un centrocampista, nel suo ruolo, più forte dello spagnolo. Al momento, da due anni in realtà, è uno dei più forti giocatori al mondo. E anche uno dei più decisivi con le sue giocate sempre puntuali e precise. Detta il ritmo e catalizza tutte le azioni delle Furie Rosse. E’ sempre presente, al centro di ogni scena e di ogni giocata. Smista palloni su palloni non perdendone mai il possesso e l’efficacia. Pare fare la cosa giusta, sempre. E’ semplicemente mostruoso. Se il Pallone d’Oro non fosse diventato una statuetta qualunque con forte odore di politica, dovrebbe essere consegnato a casa di Xavi, a Barcelona, con tanto di serenata. L’unica pecca, ma il suo ruolo l’ammette, è che vede poche volte la porta, preferendo però meravigliosi assist e aperture che ti fanno amare il calcio. Complimenti, Professor Xavi.

Accanto a lui si muove una squadra che è molto forte nell’undici titolare, considerando pure che in panca c’è un certo Fabregas, e ieri addirittura pure Torres e David Silva. Compatti gli spagnoli, forti fisicamente e mentalmente. Hanno addormentato la partita, hanno cercato gli spazi, hanno dialogato come pochi sanno fare, hanno accelerato, hanno creato e tirato, sciupato. Ironia del destino ha deciso Puyol, ma per me il significato del gol è il seguente: sbagliamo i gol facili, ok abbiamo tante armi. Terzo gol in Nazionale per il Capitano del Barca. Rete che vale la finale.

Sarà la prima volta. La prima volta di Olanda-Spagna in una finale mondiale e la prima volta per una delle due formazioni che alzerà al cielo la Coppa. Per quanto mi riguarda le Furie Rosse sono le strafavorite, in quanto gli Arancioni soffrono di blackout improvvisi che a questo livello prima o poi paghi (e finora non è mai accaduta, per fortuna degli olandesi).

La rosa degli avversari della Spagna è inferiore e profondamente diversa. Pochi grandi interpreti del calcio, anzi pochissimi: Snejder (il cui atteggiamento non credo sia salutare: rischia costantemente il giallo e qualcosa di più, dovrebbe calmarsi e autodisciplinarsi perché i regali prima o poi finiscono) e Robben, quindi uno scacchiere di falegnami e fabbri (tipo Van Bommel e i quattro difensori), artigiani della corsa (tipo Kuyt e Van Persie e Elia) e tanti tanti muratori. Non è certo l’Olanda degli anni ’70, tanto per intenderci, ma è una formazione comunque solida affidata ai lampi di genio e alle accelerazioni delle punte e dei trequartisti. Sarà una bella partita, molto accesa e chissà come si svilupperà. I quattro tenori del centrocampo spagnolo (Xavi, Xabi Alonso, Busquets e Iniesta) hanno letteralmente spento la fisicità tedesca: lo rifaranno?

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